La decanta per me Ascanio Celestini.
Anche questa volta mi approprio indebitamente di un commento in calce al video:
"Riassume egregiamente quello che è il moderno sinistroide radical chic tutto blablabla e belle parole, ma che poi coi fatti dimostra essere peggio dei fasci... e non solo quando si parla di guerra."
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/03/2011
26/03/2011
Libia: considerazioni ignoranti.
Prendo spunto da questo articolo e dall'ultimo commento apparso sul blog per esporre alcune considerazioni, che nel titolo ho indicato come ignoranti in quanto l'unica certezza sul caso Libia, è l'assenza più o meno totale d'informazioni affidabili su quanto s'è verificato fino a oggi.
Se all'inizio della vicenda pensavo che i fatti di Tripoli si sarebbero incastonati senza particolari specificità nel mosaico delle rivoluzioni arabe, progressivamente ho iniziato a cambiare opinione, perché gli elementi che fanno strano in questa storia sono troppi per non essere considerati.
La particolarità libica si manifesta fin dalle prime battute perché, a differenza di quanto visto nel resto delle proteste arabe, nella Cirenaica i manifestanti divengono immediatamente miliziani con l'AK47 in mano avviando una guerra civile in cui stride il fattore tempo. Gli insorti sì sono armati con troppa facilità e sono avanzati verso Tripoli troppo velocemente per non far pensare a un logoramento fuori dall'ordinario del controllo di Gheddafi sul Paese e sulle forze armate. Parimenti, la fulminea rotta che Gheddafi ha saputo imporre agli insorti nella settimana precedente la risoluzione ONU desta sospetto.
Alla luce di quanto sì è verificato non ritengo fantascientifico che i movimenti sul suolo libico, siano stati pilotati dal triumviro di volenterosi che, fin dalle prime battute, sì dichiararono pronti all'uso della forza per tutelare la popolazione libica dai massacri (per ora privi di alcun fondamento anche giornalistico) di Gheddafi. A supporto di questa tesi c'è la propaganda anglo-francese, autrice di una retorica interventista che credevo relegata alle nebbie del secolo scorso, ma anche la rapidità e violenza d'impatto con cui la risoluzione 1973 è stata applicata da Francia, UK e USA. Il bombardamento di colonne corazzate e delle abitazioni/rifugi di Gheddafi, poco aveva a che fare con l'applicazione di una zona d'interdizione al volo, che nell'interpretazione più lasca possibile, avrebbe previsto al massimo la distruzione al suolo delle sole difese aeree (radar e postazioni SAM). La gestione delle sortite aeree e in particolare la mancanza di una catena di comando che assegnasse obiettivi e una tabella di marcia precisa e stringente per i "volenterosi", ha connotato l'operazione Odyssey Dawn come una sorta di resa dei conti dei singoli belligeranti nei confronti del regime libico. In quest'ottica, non trovo casuale l'ambiguità con cui l'Italia s'è calata nella situazione. Il nostro governo, conscio d'avere in Gheddafi un partner economico di prim'ordine, ha immediatamente mal visto il grilletto facile di Francia e Inghilterra. La costante richiesta del passaggio di comando alla NATO, oltre che una moderazione delle operazioni volte a ricondurre la parti in causa a una soluzione diplomatica delle proprie vertenze, va interpretata in questo senso.
A questo punto, vale la pena domandarsi cosa abbia spinto i volenterosi a presentarsi sui cieli libici con tanta foga. A livello generale c'è sicuramente il solito interesse energetico, la Libia infatti è ben messa quanto a riserve d'idrocarburi, le cui concessioni sono gestite a livello statale e assegnate in buona parte allo sfruttamento di ENI e compagnie collegate a Cina, Russia e India. Penetrare nel mercato libico sarebbe quindi strategico per Francia, Inghilterra e USA al fine di contenere l'espansione di poli energetici concorrenti e permetterebbe ai volenterosi di riportare nei ranghi l'Italia, che nei confronti della Libia ha sempre avuto una politica poco allineata al blocco occidentale.
Sarkozy, inoltre, ridando spolvero al ruolo internazionale della Francia, tenta di riguadagnare consenso interno in vista delle presidenziali del 2012.
Gli USA, invece, oltre alla canonica questione petrolifera, penso siano molto interessanti al precedente diplomatico che la guerra contro la Libia potrebbe rappresentare in un immediato futuro. La risoluzione 1973, infatti, potrebbe essere usata per richiedere un'analoga pronuncia dell'ONU nel caso di proteste in Iran, al fine d'ottenere un avvallo formalmente inappuntabile all'intervento americano verso quello che si connota sempre più come l'ultimo nemico della politica statunitense, soprattutto quando i regimi arabi storicamente "amici" degli USA reprimono nel sangue le sommosse, politicamente sostenute anche dall'Iran.
In mezzo a questo mare in tempesta a prenderla nel culo sarà come di consueto l'Italia. Nel caso Gheddafi riuscisse a rimanere in sella, troncherà il sodalizio con l'alleato traditore, se a spuntarla saranno i "ribelli" non ci sarà posto per coloro che non li hanno sostenuti fermamente e fin dall'inizio, Italia dunque fuori dai giochi con sommo gaudio dei volenterosi che chiuderebbero una partita con noi aperta dai tempi di Enrico Mattei.
Cornuti e mazziati insomma, a dimostrazione che la politica viscida dell'intrallazzo e delle mezze misure fa giusto bene agli interessi personali di qualcuno, non a quelli della comunità e men che meno all'umanitarismo di cui un po' tutti in questi giorni si riempiono la bocca.
Se all'inizio della vicenda pensavo che i fatti di Tripoli si sarebbero incastonati senza particolari specificità nel mosaico delle rivoluzioni arabe, progressivamente ho iniziato a cambiare opinione, perché gli elementi che fanno strano in questa storia sono troppi per non essere considerati.
La particolarità libica si manifesta fin dalle prime battute perché, a differenza di quanto visto nel resto delle proteste arabe, nella Cirenaica i manifestanti divengono immediatamente miliziani con l'AK47 in mano avviando una guerra civile in cui stride il fattore tempo. Gli insorti sì sono armati con troppa facilità e sono avanzati verso Tripoli troppo velocemente per non far pensare a un logoramento fuori dall'ordinario del controllo di Gheddafi sul Paese e sulle forze armate. Parimenti, la fulminea rotta che Gheddafi ha saputo imporre agli insorti nella settimana precedente la risoluzione ONU desta sospetto.
Alla luce di quanto sì è verificato non ritengo fantascientifico che i movimenti sul suolo libico, siano stati pilotati dal triumviro di volenterosi che, fin dalle prime battute, sì dichiararono pronti all'uso della forza per tutelare la popolazione libica dai massacri (per ora privi di alcun fondamento anche giornalistico) di Gheddafi. A supporto di questa tesi c'è la propaganda anglo-francese, autrice di una retorica interventista che credevo relegata alle nebbie del secolo scorso, ma anche la rapidità e violenza d'impatto con cui la risoluzione 1973 è stata applicata da Francia, UK e USA. Il bombardamento di colonne corazzate e delle abitazioni/rifugi di Gheddafi, poco aveva a che fare con l'applicazione di una zona d'interdizione al volo, che nell'interpretazione più lasca possibile, avrebbe previsto al massimo la distruzione al suolo delle sole difese aeree (radar e postazioni SAM). La gestione delle sortite aeree e in particolare la mancanza di una catena di comando che assegnasse obiettivi e una tabella di marcia precisa e stringente per i "volenterosi", ha connotato l'operazione Odyssey Dawn come una sorta di resa dei conti dei singoli belligeranti nei confronti del regime libico. In quest'ottica, non trovo casuale l'ambiguità con cui l'Italia s'è calata nella situazione. Il nostro governo, conscio d'avere in Gheddafi un partner economico di prim'ordine, ha immediatamente mal visto il grilletto facile di Francia e Inghilterra. La costante richiesta del passaggio di comando alla NATO, oltre che una moderazione delle operazioni volte a ricondurre la parti in causa a una soluzione diplomatica delle proprie vertenze, va interpretata in questo senso.
A questo punto, vale la pena domandarsi cosa abbia spinto i volenterosi a presentarsi sui cieli libici con tanta foga. A livello generale c'è sicuramente il solito interesse energetico, la Libia infatti è ben messa quanto a riserve d'idrocarburi, le cui concessioni sono gestite a livello statale e assegnate in buona parte allo sfruttamento di ENI e compagnie collegate a Cina, Russia e India. Penetrare nel mercato libico sarebbe quindi strategico per Francia, Inghilterra e USA al fine di contenere l'espansione di poli energetici concorrenti e permetterebbe ai volenterosi di riportare nei ranghi l'Italia, che nei confronti della Libia ha sempre avuto una politica poco allineata al blocco occidentale.
Sarkozy, inoltre, ridando spolvero al ruolo internazionale della Francia, tenta di riguadagnare consenso interno in vista delle presidenziali del 2012.
Gli USA, invece, oltre alla canonica questione petrolifera, penso siano molto interessanti al precedente diplomatico che la guerra contro la Libia potrebbe rappresentare in un immediato futuro. La risoluzione 1973, infatti, potrebbe essere usata per richiedere un'analoga pronuncia dell'ONU nel caso di proteste in Iran, al fine d'ottenere un avvallo formalmente inappuntabile all'intervento americano verso quello che si connota sempre più come l'ultimo nemico della politica statunitense, soprattutto quando i regimi arabi storicamente "amici" degli USA reprimono nel sangue le sommosse, politicamente sostenute anche dall'Iran.
In mezzo a questo mare in tempesta a prenderla nel culo sarà come di consueto l'Italia. Nel caso Gheddafi riuscisse a rimanere in sella, troncherà il sodalizio con l'alleato traditore, se a spuntarla saranno i "ribelli" non ci sarà posto per coloro che non li hanno sostenuti fermamente e fin dall'inizio, Italia dunque fuori dai giochi con sommo gaudio dei volenterosi che chiuderebbero una partita con noi aperta dai tempi di Enrico Mattei.
Cornuti e mazziati insomma, a dimostrazione che la politica viscida dell'intrallazzo e delle mezze misure fa giusto bene agli interessi personali di qualcuno, non a quelli della comunità e men che meno all'umanitarismo di cui un po' tutti in questi giorni si riempiono la bocca.
24/03/2011
La "verità" fa male.
Allacciandomi al tema "Interet Era Alienation", un piccolo pensiero è d'obbligo per chi non è mai riuscito a distinguere il mondo virtuale da quello reale (purtroppo non solo nerd e/o adolescenti brufolosi).
Sull'onestà.
In calce al video, per ora, un solo commento "Stendhal era un coglione."
Vero, quanto meno in merito all'infelice citazione contenuta nel film, tipica dell'artista in preda ai fumi della boria.
23/03/2011
S'inkazza!
Uno dei pezzi più memorabili degli 883 con i coglioni, nonché precursore dell'infausto utilizzo delle "k" in ogni dove da parte d'una nutrita schiera di giovani generazioni, debosciate prima dalla tv e poi dall'errato uso di internet e cellulari, m'è sembrato il prologo più seminale con cui introdurre il messaggio odierno che si occuperà di... americani!
Ho avuto già modo di dirlo, gli statunitensi a livello politico-sociale sono stati più un morbo che una benedizione essendo i maggiori responsabili dell'esistenza di tante "occasioni perse", ultime in ordine di tempo ricordo l'odierno conflitto libico e la crisi economica, con ovvi riferimenti alla politica del "sì possiamo farlo" made in Obama di cui, fino ad ora, abbiamo verificato esclusivamente i mancati risultati (spalmati su tutto il mondo in quanto gli USA continuano a essere di moda, in particolare nella politica e cultura di casa nostra).
Insomma, c'è sempre un buon motivo per "sparare" sugli statunitensi, tuttavia ce ne sarebbero altrettanti per applaudirli (mi riferisco nello specifico alla working class a stelle e strisce che ha smesso di fare mito più o meno ai tempi di Born in the USA) sarebbe sufficiente venire a conoscenza di quei fatti che vanno oltre la consueta informazione fatta dalle facce (da culo) della politica.
Mentre il nord Africa e il mondo arabo sono in subbuglio e i due mondi (vecchio e nuovo) tornano ad "allearsi" per tirar bombe in testa al dittatore di turno col culo foderato di materie prime (Yemen e Barhein, invece, non si meritano l'attenzione di nessuno), la coscienza civile americana ha avuto un sussulto che non si registrava da diversi decenni in terra statunitense.
Centro di questa (parziale) riscossa dei lavoratori è il Wisconsin che da quest'anno vede abolita la contrattazione collettiva per i dipendenti del pubblico impiego ad opera del governatore Walker, immediatamente preso a modello da molti altri suoi colleghi.
L'importanza di questa revance dei dipendenti pubblici americani è direttamente proporzionale al silenzio con cui è stata trattata dalla stampa del "mondo libero". La contestazione popolare, infatti, va bene e deve essere sponsorizzata solo quando proviene da paesi che noi consideriamo culturalmente inferiori. Bisogna invece tacere il dissenso di tutte quelle persone che nel nostro emisfero non condividono l'equazione crisi = smantellamento dello stato sociale.
Se fino ad ora i democratici americani, Obama in testa, hanno completamente disatteso gli auspici di quanti vedevano nella crisi globale l'occasione per riportare al centro del sistema l'individuo, scalzando dal trono la speculazione finanziaria, mi auguro che l'incazzatura dei lavoratori americani possa essere l'inizio di una primavera occidentale, essenziale ed auspicabile per il mondo intero quanto la positiva affermazione delle rivoluzioni nel mondo arabo.
22/03/2011
Rabbinate, partiamo benissimo!
A giudicare dai primi 3 mesi di questo 2011, il concorso che incoronerà la rabbinata dell'anno sarà notevolmente frequentato e, ahimè, penso non "premierà" la magra figura collezionata dall'artista a tutto tondo di turno, ma la decadenza di una cultura intera, la nostra.
Il grottesco che il mondo ha toccato negli ultimi giorni (a partire dal 19 marzo) non trova analogo contraltare nemmeno in perle della cinematografia come Fracchia la belva umana.
Mediaticamente ridimensionata la sciagura giapponese (in cui si contano 8 mila decessi, 12 mila dispersi e la cappa della contaminazione alla filiera alimentare del paese) da 4 giorni ci tocca assistere passivamente allo sviluppo patetico di quello che, negli intenti iniziali, doveva essere il capitolo libico della primavera araba. Peccato che la risoluzione dell'ONU 1973 redatta (dolosamente) con i piedi e interpretata (criminalmente) in modo ancora peggiore dal fronte dei volenterosi (chi è lo stronzo che s'inventa questi termini? -ndr) ha definitivamente consegnato la diplomazia occidentale all'almanacco perpetuo della barzelletta peggiore e, lo dico una volta per tutte, ha chiuso il cerchio con la politica del fumo inaugurata dal negro della Casa Bianca all'indomani del suo insediamento nell'appartamento che più conta al mondo.
Basta una semplice domanda per demolire (anche) il nostro operato degli ultimi 4 giorni (giusto per limitare i danni): che cazzo stiamo facendo in Libia?
Sì possono dare infinite risposte a questo quesito, tutte più o meno interessate e filantropiche, ma nessuna rispondente al vero. L'unica inappellabile è: l'ennesima infamata! tessuta dalla politica più meschina assaporando il profumo quasi dimenticato del colonialismo (francese e inglese -ndr) dei bei imperi andati e quello sempre attuale degli idrocarburi.
Facciamo più schifo che spavento!
Il grottesco che il mondo ha toccato negli ultimi giorni (a partire dal 19 marzo) non trova analogo contraltare nemmeno in perle della cinematografia come Fracchia la belva umana.
Mediaticamente ridimensionata la sciagura giapponese (in cui si contano 8 mila decessi, 12 mila dispersi e la cappa della contaminazione alla filiera alimentare del paese) da 4 giorni ci tocca assistere passivamente allo sviluppo patetico di quello che, negli intenti iniziali, doveva essere il capitolo libico della primavera araba. Peccato che la risoluzione dell'ONU 1973 redatta (dolosamente) con i piedi e interpretata (criminalmente) in modo ancora peggiore dal fronte dei volenterosi (chi è lo stronzo che s'inventa questi termini? -ndr) ha definitivamente consegnato la diplomazia occidentale all'almanacco perpetuo della barzelletta peggiore e, lo dico una volta per tutte, ha chiuso il cerchio con la politica del fumo inaugurata dal negro della Casa Bianca all'indomani del suo insediamento nell'appartamento che più conta al mondo.
Basta una semplice domanda per demolire (anche) il nostro operato degli ultimi 4 giorni (giusto per limitare i danni): che cazzo stiamo facendo in Libia?
Sì possono dare infinite risposte a questo quesito, tutte più o meno interessate e filantropiche, ma nessuna rispondente al vero. L'unica inappellabile è: l'ennesima infamata! tessuta dalla politica più meschina assaporando il profumo quasi dimenticato del colonialismo (francese e inglese -ndr) dei bei imperi andati e quello sempre attuale degli idrocarburi.
Facciamo più schifo che spavento!
21/03/2011
Amarcord.
Donato Mitola, soprannominato Veleno (e mi sono già pisciato addosso, ndr) è uno dei numerosissimi personaggi creati da Mai Dire TV nei primi anni ‘90. Insieme all' indimenticabile Mago Gabriel, Donato era uno dei "migliori" interpreti della trasmissione.
Il nostro eroe si presentava come autore di canzoni che coniugavano sesso (con allusioni assolutamente non velate come “Bello come Silvestro Stallone, sarò chiamato Mister Uccellone” “Vengo dal pianeta Caracallo, con il mio bastone di metallo” "Ogni sera, ogni sera vuoi quell'orgia nera") e temi gotici (licantropi, vampiri, messe nere). I suoi videoclip sono deliranti: sia per la fattura estremamente casereccia, sia per la totale incapacità di Mitola di cantare in playback.
Un vero leader (fantastici i suoi balletti) dall’aspetto spiritato che, purtroppo, non ha ottenuto la fortuna che "meritava". Per quanto mi riguarda, comunque, le sue canzoni restano tutt'ora delle perle inarrivabili.
A voi:
Il nostro eroe si presentava come autore di canzoni che coniugavano sesso (con allusioni assolutamente non velate come “Bello come Silvestro Stallone, sarò chiamato Mister Uccellone” “Vengo dal pianeta Caracallo, con il mio bastone di metallo” "Ogni sera, ogni sera vuoi quell'orgia nera") e temi gotici (licantropi, vampiri, messe nere). I suoi videoclip sono deliranti: sia per la fattura estremamente casereccia, sia per la totale incapacità di Mitola di cantare in playback.
Un vero leader (fantastici i suoi balletti) dall’aspetto spiritato che, purtroppo, non ha ottenuto la fortuna che "meritava". Per quanto mi riguarda, comunque, le sue canzoni restano tutt'ora delle perle inarrivabili.
A voi:
18/03/2011
Asse Tripoli - Tokio.
Affermare che la cronaca (internazionale) odierna ruoti intorno alle vicende libiche e giapponesi è banalmente scontato, come scontate sono le considerazioni che la stampa, per lo meno nazionale, ha tessuto intorno alla vicenda.
In merito alla situazione giapponese, incentrata sui disastri post terremoto/maremoto, ho letto le panzane disinformative più grandi degli ultimi anni, anche su testate che della professionalità e buona fede fanno da sempre bandiera, link 1 - link 2 (qui una bella sintesi di tutte le cazzate nucleari del post sisma).
All'indomani dell'11 marzo, le scosse telluriche che hanno devastato il Sol Levante, hanno anche deviato l'attenzione mediatica dagli sviluppi libici. I mezzi informativi ci avevano lasciato segnalando il rinnovato vigore delle forze fedeli a Gheddafi, che hanno ribaltato uno scenario in cui il colonnello veniva dato ormai per finito. La controffensiva lelaista è risultata talmente fulminante da annullare tutte le conquiste guadagnate sul campo dagli insorti, attualmente asserragliati a Bengasi, ultimo baluardo della rivoluzione.
L'inaspettato degenero del fronte libico, nei fatti non avrebbe alcuna assonanza con la catastrofe, naturale prima e nucleare poi, abbattutasi sul Giappone. Un punto di contatto, tuttavia, esiste e risiede nell'approccio che la comunità internazionale ha riservato ai due avvenimenti, trattati dal "resto del mondo" con un paritetico immobilismo che in più frangenti ha assunto i caratteri della paralisi totale.
In merito alla Libia si può affermare con ragionevole sicurezza che se la rivolta popolare andrà a puttane, il merito sarà esclusivamente di una comunità internazionale incapace di garantire e sostenere i diritti umani con cui cani e porci giornalmente si riempiono la bocca. L'incapacità dell'ONU di far fronte a situazioni come questa è nota e quindi non stupisce, ha invece stupito l'impasse che ha caratterizzato la diplomazia e la capacità decisionale di Europa e Stati Uniti. Passi l'interessato disinteresse dell'amministrazione Obama, sempre più incline a proferire grandi discorsi cui non fa seguito alcuna sostanza; completamente ingiustificabile è stato l'atteggiamento dell'UE, che s'è interessata alla questione solo quando l'Italia s'è messa a frignare per lo spauracchio immigrati (con magre figure di Maroni e Frattini da enciclopedia della rabbinata) partorendo una linea che di unitario non ha nulla e in ogni caso ha inciso zero sulla situazione contingente, demandando l'ultima parola all'ONU, che solo ieri è giunta a ratificare la tanto agognata zona di non volo sullo spazio aereo libico. La risoluzione ONU giunge in drammatico ritardo perché, nel momento in cui francesi e inglesi (i più determinati a darsi da fare, chissà come mai...) saranno pronti ad agire, Gheddafi potrebbe aver concluso l'opera di riconquista dei territori ribelli.
Ovviamente non è detto che il finale sarà su queste note. E' infatti probabile che la macchina militare anglo-francese sia pronta all'azione da almeno 10 giorni, perché l'Eliseo e Downing Street non hanno mai nascosto di perorare la causa dell'intervento armato in Libia. In ogni caso sarà fondamentale anche un'eventuale azione più o meno spionistica volta a sostenere gli sforzi sul campo dei ribelli, chiaramente incapaci di gestire armi e tattiche per fronteggiare le milizie mercenarie e la parte di esercito libico rimasto fedele a Gheddafi.
Dalla tripolitania alla prefettura di Fukushima il passo è breve. In poco meno di una settimana, mentre 3 reattori della centrale finivano fuori controllo, le istituzioni internazionali e dei paesi che contano sono rimaste alla finestra osservando gli sviluppi di una situazione che forse credevano sì sarebbe risolta da se, oppure i giapponesi avrebbero prontamente risolto da soli. Peccato che la centrale di Fukushima Daiichi sia in mano a una società (la TEPCO) non proprio affidabile sul cui operato pesa il canonico, composto, riserbo giapponese, che in questa faccenda pare volto a contenere la portata del problema, forse più grave di quanto sia pubblicamente ammesso e divulgato. Queste banali constatazioni fanno pesare come un macigno l'attendismo internazionale che ha fatto melina fino ad oggi tra dichiarazioni compite e proclami più o meno elettorali circa il ripensamento delle politiche energetiche del Paese di turno, fermo restando che tutti i clienti dell'atomo hanno fatto sapere di non essere disposti a chiudere con un passato sempre più ingombrante compiendo un passo che sarebbe stato d'obbligo 25 anni fa: una moratoria internazionale per un differente approccio all'energia che termini definitivamente il sodalizio da roulette russa che il mondo ha col nucleare (che non è solo pericolo d'incidenti più o meno catastrofici, ma soprattutto impossibilità temporale e tecnologica a gestire le scorie e conseguenti costi sociali insostenibili). Tutti, però, preferiscono stare alla finestra, spesso a contabilizzare quali speculazioni si potranno tessere sull'ennesima sfiga umana.
E allora
va a finire che se fossi Dio,
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io...
In merito alla situazione giapponese, incentrata sui disastri post terremoto/maremoto, ho letto le panzane disinformative più grandi degli ultimi anni, anche su testate che della professionalità e buona fede fanno da sempre bandiera, link 1 - link 2 (qui una bella sintesi di tutte le cazzate nucleari del post sisma).
All'indomani dell'11 marzo, le scosse telluriche che hanno devastato il Sol Levante, hanno anche deviato l'attenzione mediatica dagli sviluppi libici. I mezzi informativi ci avevano lasciato segnalando il rinnovato vigore delle forze fedeli a Gheddafi, che hanno ribaltato uno scenario in cui il colonnello veniva dato ormai per finito. La controffensiva lelaista è risultata talmente fulminante da annullare tutte le conquiste guadagnate sul campo dagli insorti, attualmente asserragliati a Bengasi, ultimo baluardo della rivoluzione.
L'inaspettato degenero del fronte libico, nei fatti non avrebbe alcuna assonanza con la catastrofe, naturale prima e nucleare poi, abbattutasi sul Giappone. Un punto di contatto, tuttavia, esiste e risiede nell'approccio che la comunità internazionale ha riservato ai due avvenimenti, trattati dal "resto del mondo" con un paritetico immobilismo che in più frangenti ha assunto i caratteri della paralisi totale.
In merito alla Libia si può affermare con ragionevole sicurezza che se la rivolta popolare andrà a puttane, il merito sarà esclusivamente di una comunità internazionale incapace di garantire e sostenere i diritti umani con cui cani e porci giornalmente si riempiono la bocca. L'incapacità dell'ONU di far fronte a situazioni come questa è nota e quindi non stupisce, ha invece stupito l'impasse che ha caratterizzato la diplomazia e la capacità decisionale di Europa e Stati Uniti. Passi l'interessato disinteresse dell'amministrazione Obama, sempre più incline a proferire grandi discorsi cui non fa seguito alcuna sostanza; completamente ingiustificabile è stato l'atteggiamento dell'UE, che s'è interessata alla questione solo quando l'Italia s'è messa a frignare per lo spauracchio immigrati (con magre figure di Maroni e Frattini da enciclopedia della rabbinata) partorendo una linea che di unitario non ha nulla e in ogni caso ha inciso zero sulla situazione contingente, demandando l'ultima parola all'ONU, che solo ieri è giunta a ratificare la tanto agognata zona di non volo sullo spazio aereo libico. La risoluzione ONU giunge in drammatico ritardo perché, nel momento in cui francesi e inglesi (i più determinati a darsi da fare, chissà come mai...) saranno pronti ad agire, Gheddafi potrebbe aver concluso l'opera di riconquista dei territori ribelli.
Ovviamente non è detto che il finale sarà su queste note. E' infatti probabile che la macchina militare anglo-francese sia pronta all'azione da almeno 10 giorni, perché l'Eliseo e Downing Street non hanno mai nascosto di perorare la causa dell'intervento armato in Libia. In ogni caso sarà fondamentale anche un'eventuale azione più o meno spionistica volta a sostenere gli sforzi sul campo dei ribelli, chiaramente incapaci di gestire armi e tattiche per fronteggiare le milizie mercenarie e la parte di esercito libico rimasto fedele a Gheddafi.
Dalla tripolitania alla prefettura di Fukushima il passo è breve. In poco meno di una settimana, mentre 3 reattori della centrale finivano fuori controllo, le istituzioni internazionali e dei paesi che contano sono rimaste alla finestra osservando gli sviluppi di una situazione che forse credevano sì sarebbe risolta da se, oppure i giapponesi avrebbero prontamente risolto da soli. Peccato che la centrale di Fukushima Daiichi sia in mano a una società (la TEPCO) non proprio affidabile sul cui operato pesa il canonico, composto, riserbo giapponese, che in questa faccenda pare volto a contenere la portata del problema, forse più grave di quanto sia pubblicamente ammesso e divulgato. Queste banali constatazioni fanno pesare come un macigno l'attendismo internazionale che ha fatto melina fino ad oggi tra dichiarazioni compite e proclami più o meno elettorali circa il ripensamento delle politiche energetiche del Paese di turno, fermo restando che tutti i clienti dell'atomo hanno fatto sapere di non essere disposti a chiudere con un passato sempre più ingombrante compiendo un passo che sarebbe stato d'obbligo 25 anni fa: una moratoria internazionale per un differente approccio all'energia che termini definitivamente il sodalizio da roulette russa che il mondo ha col nucleare (che non è solo pericolo d'incidenti più o meno catastrofici, ma soprattutto impossibilità temporale e tecnologica a gestire le scorie e conseguenti costi sociali insostenibili). Tutti, però, preferiscono stare alla finestra, spesso a contabilizzare quali speculazioni si potranno tessere sull'ennesima sfiga umana.
E allora
va a finire che se fossi Dio,
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io...
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