In una prima fase i governi e i
media occidentali hanno sfruttato l’epidemia per attaccare la Cina, che
però ha saputo reagire e superare l’emergenza medico-sanitaria in un
tempo relativamente breve, a giudicare dalle informazioni che riceviamo.
In una seconda fase l’epidemia ha raggiunto l’Italia e altri paesi,
europei e non, mentre la Cina si è proposta come paese guida nella
risoluzione dell’emergenza (per esempio con l’invio di personale medico e
di macchinari sanitari in Italia) seppur con delle contraddizioni che
restano aperte all’interno dei suoi confini. Questa crisi può essere il
banco di prova della via allo sviluppo perseguita dalla Cina, favorire
la sua ascesa nella gerarchia globale e segnare la nascita di un nuovo
ordine mondiale? Che partita sta giocando il paese guidato da Xi Jinping
sullo scacchiere europeo?
«Parto da una considerazione scontata: il caos che sta montando è
dovuto all’intreccio tra crisi sanitaria e crisi economica. La prima si è
fatta strada in maniera molto accelerata e con una capacità virale
inusuale nell’arrivare dall’Asia all’Europa e diventando globale
potenzialmente può avere conseguenze politiche. La questione sanitaria
ha prodotto incertezza, costringendo i governi e la comunità scientifica
a reazioni di negazione prima, sorpresa e panico poi. È una
considerazione importante da fare perché è evidente che stiamo
assistendo a una crisi della governance a livello globale, una vera e
propria crisi di comando politico. La crisi sanitaria è andata poi a
collidere in maniera violenta con i problemi irrisolti della crisi
globale che si trascinano da tempo, visto che dopo il 2008/2009 non c’è
stata una vera ripresa, un forte rilancio dell’accumulazione. Inoltre i
poteri globali arrivano a questa seconda fase della crisi, se di questo
si stratta, con le armi spuntate: i debiti sono ormai alle stelle, le
politiche monetarie di tassi zero e di immissione di liquidità hanno
raggiunto i propri limiti, inoltre negli ultimi anni abbiamo assistito
alla guerra commerciale tra Usa e Cina con il chiaro obiettivo, da parte
statunitense, di bloccare la risalita della catena di valore globale
della Cina, dunque una guerra tecnologica. Oltretutto i segnali di
recessione, dovuta sia allo shock dell’offerta – con il blocco delle
filiere globali di produzione di valore – che della domanda, si erano
palesati o perlomeno si intravedevano già dalla fine del 2019.
Proviamo a fotografare la situazione cinese per quello che è
possibile con i dati che abbiamo a disposizione. La reazione delle masse
cinesi alle notizie sul diffondersi del virus è stata molto forte e ha
spinto sullo Stato centrale di Pechino a fronte della trascuratezza e
dell’incompetenza delle autorità locali che hanno tentato di mettere a
tacere i focolai. Il gioco tra centro e periferia dello Stato cinese è
stato sempre presente, ma questa dialettica tra politico-centrale e
amministrativo-periferico la vediamo in atto in piccolo anche in Italia –
pensiamo alla querelle tra regioni e Conte – o negli States nello
scontro tra Trump da un lato e, dall’altro, Stati con una base sociale
non trumpista e governati dai democratici, come California oppure New
York. Questo è interessante per capire quanto è profonda la crisi che fa
emergere queste fratture.
Quindi in Cina c’è stata questa forte pressione dal basso affinché lo
Stato intervenisse, tenuto conto che il welfare cinese, in particolare
la sanità, è deficitario perché smantellato o privatizzato dalle riforme
prodotte da Deng e seguaci. Una situazione simile agli Stati Uniti
dunque, ma con livelli di reddito bassissimi, ragion per cui i proletari
e quel poco di ceto medio presente devono risparmiare tantissimo per le
eventuali prestazioni sanitarie. Alla forte spinta dal basso su Pechino
si sono affiancate le mosse di Xi Jinping che è intervenuto in maniera
molto decisa perché c’era in gioco la legittimazione del partito e dello
Stato nel riuscire a salvaguardare la popolazione. Quindi una
dialettica democratica intesa nel senso sostanziale del
termine, ovvero come costituzione materiale del rapporto tra
proletariato, partito e Stato in Cina, in cui il popolo ha spinto nei
confronti del potere e, a sua volta, Xi è intervenuto
propagandisticamente come se fosse una vera e propria guerra di popolo,
non solo contro il virus. Infatti ciò ha un profondo significato
geopolitico perché uno dei messaggi veicolati, neanche troppo implicito,
verteva sulla possibilità che l’Occidente, soprattutto gli Usa, potesse
approfittare della crisi sanitaria per dare un colpo alla Cina. L’altra
cosa interessante, più direttamente geopolitica, è che il modello
cinese di intervento – necessario alla luce delle carenze
dell’infrastruttura cinese – ha avuto un’immediata ripercussione
nell’Occidente imperialista nel rapporto tra popolazione e rispettivi
governi. L’Italia, dopo la negazione e la sottovalutazione iniziale, è
stata il primo paese ad adottarlo con il semi-blocco deciso dal governo,
che oggi si allenta per volere di Confindustria e di parte della
popolazione. È interessante perché abbiamo visto qui sia la dinamica
regioni-centro, ovvero l’iniziale “Milano non si ferma” contro la
chiusura voluta dal governo, sia la spinta della popolazione, nella
fattispecie spezzoni di classe operaia che hanno fatto scioperi
spontanei. È un’analogia che ovviamente va maneggiata con cautela ma che
non vale solo per l’Italia, pensiamo ad esempio a BoJo che chiama alla
morte gli abitanti della Gran Bretagna con un messaggio neomalthusiano, o
a Trump che inizialmente ha negato l’esistenza di un’emergenza. Alla
fine sono entrambi stati costretti a prendere delle misure più
restrittive.
Pur tenendo conto del virus e della particolarità della situazione, è la prima volta che la Cina ha esercitato un soft power vincente
– mi ha particolarmente colpito un sondaggio di La7 sulla valutazione
dell’intervento cinese e statunitense che mostrava un netto dislivello a
favore del primo –. Inoltre il paese guidato da Xi Jinping ha lanciato un
messaggio universalistico, fin qui prerogativa dell’Occidente,
ovviamente non declinandolo sui diritti umani ma sulla necessità di
prendere misure restrittive e di cooperare in termini economici per
superare il virus. Quindi l’invio di mascherine e di altre attrezzature è
sì strumentale ma ha anche questo sottofondo più propriamente politico,
una sorta di universalismo in salsa cinese che ha contato nello
spostamento degli umori e delle reazioni dell’opinione pubblica dei
paesi occidentali. D’altro canto non bisogna sopravvalutare la risposta
cinese perché, se è vero che da un certo punto di vista è stato la meno
peggio nello scacchiere internazionale, è chiaro che la diffusione di
questo virus, ancorché apparentemente contenuto, ha messo in estrema
difficoltà l’economia cinese e il suo tentativo di risalire la catena
del valore, anche perché l’incrocio tra questione sanitaria e recessione
economica può tramutarsi in un’enorme depressione che può bloccare
l’aspirazione cinese.
Quindi ci saranno due ordini di difficoltà: a
differenza del 2008/2009, quando i suoi interventi hanno evitato che
l’Occidente precipitasse completamente, la Cina è oggi completamente
dentro la crisi perché si è indebitata e ha difficoltà a varare un piano
di interventi economici infrastrutturali keynesiani come fece a suo
tempo; dunque, non potrà salvare l’Occidente ma dovrà salvare se stessa e
per farlo, tenendo conto delle attuali relazioni con gli Usa, si dovrà
salvare dall’Occidente. L’altra questione di cui dovrà tener conto è che
avrà bisogno di maggiori spese per creare un vero e proprio welfare
perché ci sarà una domanda diversa della popolazione cinese. Cambierà lo
stesso patto sociale tra Stato, ceto medio e proletariato, non più
immaginabile semplicemente come scambio tra stabilità politica e
crescita economica, sarà qualcosa di differente. Quindi l’instabilità
sarà sia interna che internazionale, però intanto ha posto alcuni
paletti.»
La crisi dunque avrà esiti incerti, gli Stati Uniti per
la prima volta rischiano di uscire ridimensionati da questo passaggio.
Trump, sollecitato sia internamente che esternamente, ha annunciato un
piano massiccio di investimenti e di interventi monetari (tra cui la
proposta dell’helicopter money), mentre la Fed è costretta a garantire
che farà di tutto per assicurare la liquidità a Wall Street e mantenere
l’egemonia del dollaro nel sistema bancario e finanziario globale
(pensiamo ad esempio che il sistema bancario europeo ha un’esposizione
in dollari per 4000 miliardi); solo qualche giorno fa ha inviato un
memorandum agli apparati di Stato in cui indica la necessità di
intervenire in sostegno dell’Italia con ogni mezzo necessario, purché
non si comprometta la stabilità americana. Come si riconfigura il
rapporto degli Stati Uniti con la Cina? Come si sta muovendo Trump per
coniugare il piano interno e quello esterno, soprattutto per quanto
riguarda l’Europa?
«Negli Stati Uniti la situazione è ancora più complessa. Si
incrociano l’azione dell’amministrazione Trump, che inizialmente ha
negato l’emergenza sanitaria, l’anno elettorale, quindi lo scontro con i
democratici, e la recessione economica. Trump si aspettava un lieve
rallentamento dell’economia nell’anno delle elezioni, una leggera
frenata che poteva essere tamponata dagli interventi di liquidità della
Federal Reserve, ma questa prospettiva è franata, in quanto la crisi da
covid ha colpito duramente lo stato di New York e le filiere globali
della produzione. Il presidente americano è stato costretto a un doppio
salto mortale: ha dovuto riconoscere che il virus esiste, attribuendo la
colpa alla Cina e all’Oms, e varare un piano di interventi, in accordo
col Tesoro e con la Fed, di due trilioni di dollari, cifra immane, il
doppio di quanto messo in campo da Obama all’indomani del fallimento
di Lehman Brothers. Il piano è un ampliamento degli interventi di
immissione di liquidità fatti dalla Fed per salvare le istituzioni
finanziare e le banche, per frenare i cali di Borsa – teniamo conto che a
marzo la Borsa è crollata del 30% – e per evitare un’interruzione della
catena dei pagamenti nel circuito finanziario internazionale fornendo
dollari a una serie di banche centrali, ma ha al suo interno anche una
serie di interventi che potremmo definire di erogazione di risorse alla
cosiddetta economia reale, nei termini di misure tampone per chi perde
il lavoro e per le piccole e medie imprese, a patto che non licenzino.
Si vede in questo la vena nazionalpopolare o “populista” di Trump, uno
dei fattori che spiega perché la sua popolarità non sia calata
nonostante la negazione iniziale. Questi interventi, necessitati dalla
precipitazione della crisi e da esigenze politiche interne, permettono a
Trump di andare avanti, bisogna vedere cosa succede se si voterà.
Questo cambio di passo sulla politica economica è interessante, sembra
che dopo tanti anni non si tratti solo di liquidità ma di finanziamenti
all’economia reale, di sostegno alla domanda, ai redditi e alle piccole e
medie imprese. Inoltre il taglio dei tassi d’interesse e il quantitative easing IV al momento non sono serviti per bloccare il crollo delle borse, mentre le misure di Trump sì.
È chiaro che al momento non possiamo valutare quanto ci sia di
keynesiano effettivo e quanto di keynesiano finanziario, però si nota un
cambiamento rispetto all’amministrazione Obama. Il problema è se e per
quanto potranno reggere l’azione di politica monetaria della Fed, quindi
l’immissione stratosferica di dollari nei circuiti finanziari, e il
netto incremento dell’indebitamento statale dovuto alle misure varate. È vero
che grazie all’esorbitante vantaggio del dollaro gli americani possono
stampare e utilizzare questa liquidità per salvare la propria economia
scaricando i costi sugli altri attori globali, però ci sono alcuni
segnali che mostrano come il gioco inizi a mostrare delle
controindicazioni: nelle settimane precedenti è cresciuto il rendimento
dei buoni del tesoro americani, solitamente molto liquidi, perché si è
fatto fatica a collocarli – questo aumento dei rendimenti implica che si
pagano più interessi e quindi il debito aumenta. Ma, soprattutto, la
guerra sui prezzi del petrolio, coincisa con il crollo di Borsa, ha
mostrato che gli Usa hanno difficoltà a salvare le imprese energetiche
dello shale oil che non sono redditizie, indebitate e che hanno
retto – facendo degli Usa il primo produttore mondiale di petrolio –
perché legate a Wall Street, a finanziamenti a debito stratosferici che
gli States possono scaricare sugli altri paesi. Molte di queste imprese
sono a rischio fallimento e attualmente non ci sono i fondi necessari
perché servono ad altro, così Trump ha dovuto trovare un accordo
telefonando a Putin e all’Arabia Saudita, accettando per la prima volta
un taglio delle produzioni dello shale oil in Texas, stato
fondamentale per le elezioni. Quindi non è detto che il dominio mondiale
del dollaro possa andare avanti se la recessione diventa una grossa
depressione mondiale, con la Cina coinvolta.
Per chiudere su questo, che ci apre alla questione sulla tendenza
alla deglobalizzazione, il grande interrogativo è quanto può reggere il
rapporto Stati Uniti-Cina che, ancorché asimmetrico perché basato sul
dominio finanziario degli Stati Uniti ma che ha permesso alla Cina di
uscire dal sottosviluppo, è stato un pilastro fondamentale insieme alla
finanziarizzazione; oppure se è iniziato il cosiddetto decoupling,
ovvero la rottura del nesso tra Cina e Stati Uniti. Questa è la domanda
dei prossimi anni. Negli States ci sono tantissime spinte a rompere con
la Cina, a spostare le produzioni dal paese asiatico, c’è una forte
leva sulle multinazionali affinché investano in paesi amici del sud-est
asiatico per mettere in estrema difficoltà il progetto cinese di
sviluppo delle nuove vie della seta, spinte che partono dallo stesso
Trump. È un processo che ha al suo interno molte contraddizioni perché
non è facile spostare tutte le produzioni, al momento è difficile che la
forza lavoro cinese possa essere sostituita come produttrice di valore
per le multinazionali americane e occidentali, per via del prelievo che
il capitale finanziario opera su questo valore. Allo stesso tempo è
chiaro che affinché ci sia un reshoring di massa è necessario
ricreare delle condizioni adeguate in Occidente, ovvero riprodurre le
condizioni di sfruttamento della classe operaia cinese, cosa che
significa un taglio enorme del salario diretto e indiretto, quindi la
messa in discussione del patto sociale complessivo. Inoltre
probabilmente questo processo deve essere accompagnato da una forte
automazione e digitalizzazione, che significa investimenti ingenti e
capacità di reggere la disoccupazione tecnologica conseguente. Inciderà
molto il clima anti-cinese, che è un sentire non solo dei repubblicani,
rinvigoritosi con la propaganda sul virus di Wuhan. Teniamo sempre conto
dei primi segnali di indebolimento del dollaro, la guerra sul petrolio
va letta in questa prospettiva. Gli altri attori globali, pressati dalle
proprie popolazioni, spingono su una rinazionalizzazione delle proprie
politiche e vedono negli Stati Uniti non più un alleato ma un partner
inaffidabile, che mette al primo posto i propri interessi a scapito di
tutti gli altri. Questo avrà altre ripercussioni politiche e
geopolitiche.»
La pandemia ha palesato per l’ennesima volta la rigidità –
potremmo dire ideologica, sebbene si tratti di un’ideologia con potenti
sottostanti materiali – dell’architettura europea. Se forse è vero che
tutti i paesi membri concordano sulla necessità di prendere misure
straordinarie per affrontare la crisi e che si ritorna a parlare di
keynesismo, c’è però una differenza tra il cosiddetto fronte del sud,
guidato dall’Italia, e il fronte del nord, alla cui testa ci sono
Germania e Olanda, con la Francia in una posizione ambiguamente
intermedia e la Bce che continua a svolgere il ruolo di guardiano
finanziario della Ue. I primi spingono per una maggiore europeizzazione e
socializzazione dei costi della crisi con gli ormai famosi coronabond, i
secondi per mantenere l’attuale assetto economico-istituzionale con il
ricorso al Mes. L’architettura europea è quindi messa fortemente sotto
stress da questo rinnovato scontro tra Sud e Nord Europa. Quali sono le
ragioni materiali della posizione tedesca e olandese? Quale scenario si
può aprire in Europa in seguito a questa crisi?
«La Ue esce a pezzi politicamente da questa crisi sanitaria e in
Italia è ancora più evidente rispetto agli altri paesi. Anche in Europa
notiamo il passaggio dalle politiche di immissione di liquidità ad
accenni di politiche keynesiane a sostegno dell’economia reale. Qui,
molto più che in Cina e negli Stati Uniti, si palesa subito chi ha le
risorse per fare queste politiche e chi non può. La Germania, ad
esempio, ha varato un piano da 1.100 miliardi di euro per finanziare
cassa integrazione, lavoro a tempo parziale e imprese; una parte di
questi fondi sono prestiti garantiti dallo Stato, cioè debiti che
incrementano il debito pubblico, l’altra parte sono interventi di
finanziamento immediati. Il punto è che la Germania ha margini di
bilancio per poter ampliare il debito pubblico, mentre gli altri Stati
non hanno le stesse possibilità, in parte neanche la Francia, ma lo
Stato teutonico non può permettere agli stati del fronte mediterraneo di
accedere alla mutualizzazione perché l’euro non è il dollaro, valuta
internazionale accettata da tutti che gli States possono stampare a
piacimento riversando i costi sugli altri paesi. Questa cosa viene
spesso dimenticata dagli europeisti, che individuano i problemi della Ue
semplicemente nella politica egoistica tedesca. Se la Germania
accettasse la mutualizzazione dei debiti esporrebbe l’euro, l’Unione
Europea e se stessa alla speculazione internazionale; anche se
concedesse dei crediti garantiti dallo Stato, senza alcuna
condizionalità, essi andrebbero raccolti sui mercati finanziari aprendo
la competizione per concedere prestiti e capitali e determinando un
aumento dei tassi di interesse. Concedere la mutualizzazione
indiscriminata significa dunque mettere a rischio l’euro e se stessa.
Qui si apre un dilemma reale: quali sono le alternative? Nei passaggi
precedenti della crisi si è visto che l’Europa è sempre meno coesa, ma
lo strano connubio tra politica di rigore tedesca e politica di
emissione di liquidità della Bce a banche e circuito finanziario ha
retto, con i costi sociali che ben sappiamo.
Mi sembra che potrebbe approssimarsi a ritmi accelerati il momento in
cui la Germania per salvare se stessa non può più salvare l’euro,
quindi si intravede la possibilità di politiche a diverse velocità, già
prevista nelle tornate precedenti, che rischia di portare alla
frantumazione dell’Europa. Questo processo non sarà deciso dai no-euro
italiani o spagnoli, ma cadrà come una tegola in testa a tutti e segnerà
un passaggio decisivo della crisi mondiale. Dunque, il massimo che i
paesi del Nord possono, non che non vogliono, concedere all’Italia e
alla Spagna è di accedere al Mes con condizionalità più soft,
permettendo alla Bce di superare i precedenti limiti del patto di
stabilità acquistando a man bassa i titoli per tamponare la speculazione
internazionale. Però è evidente, e qui è interessante l’intervento di
Draghi, che gran parte degli interventi, soprattutto quelli che non
possono essere coperti dagli Stati perché fortemente indebitati, sono
garanzie, cioè debiti dello Stato che qualcuno deve pagare: se
falliscono le imprese e il debito viene socializzato, lo pagherà il
cosiddetto cittadino. Ecco perché si è tornato a parlare di
patrimoniale, di consolidamento del debito, di una sorta di bail-in che
dovrebbe socializzare i costi di questi interventi colossali e
scaricarli sulla popolazione. Sempre tenuto conto che quantunque
avessero successo gli interventi nell’economia reale, la ripresa
avverrebbe al costo di tagli del salario diretto e indiretto e che non è
scontato che essi servano per la ripresa effettiva, dipende se
l’accumulazione si riprende. Se entriamo in una grande e lunga
depressione, gran parte dell’apparato produttivo degli attori più
deboli, tra cui l’Italia, verrà spazzato via. Quindi possiamo parlare di
un keynesismo relativo, ultracompetitivo e ultraselettivo, che
quantunque fosse declinato in termini di finanziamenti reali avrà come
conseguenza quella di tagliare via parte dell’apparato produttivo e di
ridimensionare i debiti e gli Stati come l’Italia. Si aprirà uno
scenario drammatico, saranno intaccati i risparmi, i sistemi bancari.
Per riassumere: la Ue continua ad avere un handicap fondamentale,
l’euro non è una moneta internazionale perché per diventarlo sarebbe
necessario uno scontro con gli Stati Uniti, dunque non può permettersi
la mutualizzazione del debito, necessaria per salvare l’Italia; dovremmo
confrontarci con un keynesismo che non tutti potranno permettersi, che
si sostanzierà con un ridimensionamento delle aspettative di reddito, un
impoverimento generalizzato. Nulla sarà più come prima e questa
percezione è presente nel tessuto sociale. Quindi, gli strettissimi
vincoli europei ora vengono allentati però, una volta effettuato
l’eccesso al Mes, in seguito interverranno le condizionalità oppure
l’Italia sarà costretta ad accedere ai capitali sui mercati finanziari,
che per certi aspetti è ancora peggio. Le prospettive sugli investimenti
sulla sanità devono dunque tener conto di queste cose, del vincolo del
dollaro, del ruolo degli Stati Uniti, della speculazione internazionale
che non aspetta altro che razziare come nel 2011/2012. I nodi vengono al
pettine, però è impossibile prevedere un’evoluzione.»
I tuoi ragionamenti ci mostrano i limiti oggettivi e
l’inconsistenza delle posizioni europeiste a prescindere: il problema
non è sola la rigidità ideologica della Merkel, ma i sottostanti
interessi materiali. La Germania ha, dunque, maggiori possibilità di far
fronte alla crisi e non può permettersi la mutualizzazione dei debiti.
Approssimando, possiamo dire che l’architettura europea è stata
costruita in sua funzione? Da cosa dipende questo vantaggio?
«Il processo di costruzione della Ue è complesso, dobbiamo ritornare
all’immediato dopoguerra e alla guerra fredda, poi alla crisi degli anni
Settanta, alla creazione del serpente monetario e dello Sme. Se dovessi
dirlo in termini molto generali, più storici che politici, la Germania è
stata recuperata dagli Stati Uniti in funzione anti-sovietica, con la
politica di doppio contenimento: agli Usa premeva intraprendere una
politica anti-sovietica evitando che la Germania potesse arrivare
nuovamente a sfidare il potere mondiale anglosassone. Inoltre, il
potenziale produttivo industriale tedesco era fondamentale per
ricostruire l’Europa distrutta dalla guerra e conquistare il consenso
del proletariato e della popolazione europea in funzione anti-russa,
quindi contenere, limitare, se non isolare le spinte dell’Europa
occidentale che attraverso la guerra partigiana o il richiamo alla
Russia sovietica guardavano a Oriente. La Germania era quindi
fondamentale in questo progetto, sia politicamente che economicamente,
seppur subordinata agli accordi di Bretton Woods, al dominio del
dollaro.
Con il ’68, le lotte anti-coloniali e la crisi degli anni Settanta,
si incrina questo ordine bipolare simmetrico. Con la mossa
dell’amministrazione Nixon del ’71 inizia a emergere il dominio del
dollaro e la necessità nella borghesia europea non solo di procedere a
una spartizione concordata del mercato interno e dell’imperialismo
europeo, ma anche di pensare a una relativa autonomia economica e
monetaria, tenuto conto che la crisi del petrolio degli anni Settanta fu
pagata dall’Europa e non dagli Stati Uniti – col sistema del
petroldollaro le rendite dell’Arabia Saudita vengono investite nei
Treasures e nelle borse americane. Da qui in poi vediamo la sconfitta
del lungo ’68 e della classe operaia, l’affermazione del
reaganismo/thatcherismo, la fine dell’Urss; col crollo del muro di
Berlino si riapre la questione tedesca e si pone il problema della
Germania che si riunifica e viene imbrigliata, in qualche modo, rispetto
alla Francia, perché per procedere a una moneta unica bisogna contenere
i vantaggi derivati dalla strapotenza del marco. Il punto è questo: la
Ue è stata costruita intorno alla Germania non per la sua volontà di
dominio – tra l’altro la Germania negli anni Novanta era impegnata
fortemente nei costi della riunificazione, gran parte della borghesia
tedesca e soprattutto il potere finanziario della Bundesbank non erano
favorevoli alla rinuncia del marco, che era stato il fattore principale
della rinascita tedesca dopo Hitler – ma per la centralità del suo
apparato produttivo che si è imposto nonostante il tentativo di
imbrigliamento, utilizzando l’euro per ricostruire l’equilibrio intorno
alla centralità della propria industria. Quest’ultima, mentre gli States
si deindustrializzavano, ha sempre tenuto rispetto all’economia
finanziaria, organizzandosi con una sorta di taylorismo digitale, con un
crescente afflato verso l’Oriente, verso Russia o Cina, esportando
macchinari, beni strumentali e industriali ad alto valore aggiunto.
Grazie all’euro ha ristrutturato intorno ai propri interessi una
divisione internazionale del lavoro europeo, quindi di tutta la filiera
produttiva. Perciò oggi la Confindustria tedesca chiede a quella
italiana di non chiudere le fabbriche, perché le aziende nostrane
lavorano soprattutto in subappalto del metalmeccanico tedesco e
l’organizzazione italiana degli industriali spinge su Conte. Dunque è la
potenza produttiva economica tedesca che strattona i paletti della
costruzione europea.
L’Unione Europea non potrà mai diventare uno stato federale se non si
scontra con gli Stati Uniti, perché un’Europa più unita implica un euro
più forte che toglie spazi al dollaro, cosa poco gradita al paese a
stelle e strisce che manovra per evitare questo rafforzamento europeo,
come ad esempio è successo con la Gran Bretagna. Al contempo la
borghesia tedesca non ha alcuna intenzione di scontrarsi perché gli Usa,
insieme alla Cina, sono il paese verso cui esportano maggiormente.
L’atlantismo è in profonda crisi anche in Germania, ma all’orizzonte non
si intravede una configurazione di potere nuova che possa metterlo in
discussione, che significherebbe buttare a mare 70 anni di politica
tedesca, di grande crescita, di rafforzamento economico, di benessere,
di pace sociale con l’integrazione del proletariato e quindi la
possibilità di giocare il proprio ruolo imperialista.
Questi margini per la Ue sono sempre più stretti perché gli Stati
Uniti impediscono di commerciare con la Russia, ad esempio interrompendo
Nord Stream 2, in quanto vogliono rompere con la Cina e costringere
l’Europa a seguirla, inoltre Trump impone i dazi anche ad essa.
Un’Europa unita comporterebbe uno scontro geopolitico e un rafforzamento
del governo europeo che disciplini ed elimini tanto di borghesia
parassitaria negli altri paesi. Non credo sia possibile addivenire a
questa soluzione, quindi penso si approfondisca la possibilità della
rottura.
Ancora una questione per capire le difficoltà della Germania. Dagli
anni Settanta in poi gli Stati Uniti son diventati un paese debitore e
consumatore, cioè hanno permesso agli altri paesi produttori di
esportare. Questa configurazione funziona perché ripagano col dollaro o
con buoni del tesoro e se l’economia va bene si crea un circolo
virtuoso. La Germania per concedere politiche meno rigoriste dovrebbe
intraprendere una politica simile, ovvero diventare consumatore, mentre
invece è un paese dall’enorme potenziale produttivo con un inadeguato
mercato interno ed è impossibile cambiare questo dato dall’oggi al
domani. Quindi le politiche rigoriste sono inevitabili, altrimenti si
lavora per la speculazione internazionale.»
Rivolgendo lo sguardo ai nostri confini, come si sta
ricollocando la borghesia italiana in questo passaggio di fase? E che
sviluppi può avere quello che hai definito come il momento
neopopulista?
«Parto dalla seconda parte della domanda: anche volendo rimanere agli
ultimi due mesi e allo scoppio della crisi sanitaria, chi ha spinto per
misure più drastiche per contenere il virus? La gente comune, gli
scioperi spontanei nelle fabbriche che hanno sortito poco effetto perché
a Brescia e a Bergamo c’è stato il caos. Però la spinta dal basso,
nella fattispecie operaia, certamente contraddittoria, sul governo Conte
per un indurimento delle misure rispetto al “Milano non si ferma”, poco
conta se progressista o leghista, è stata importante, si percepiva che
la gente era preoccupata. A sostenere questa spinta è l’interesse della
vita contro l’interesse dell’economia, è il non possiamo salvarci da soli ma
possiamo farlo come comunità, in questo caso nazionale, che preme sullo
Stato affinché esso regolamenti e disciplini gli interessi egoistici
privati. Il preoccuparsi di sé all’interno della comunità, l’abbandonare
l’individualismo neoliberista, il premere sullo Stato affinché esso si
faccia portatore degli interessi della comunità nazionale e della
riproduzione sociale, sono caratteristiche del terreno neopopulista,
ovviamente in una situazione diversa da quella che abbiamo visto negli
ultimi anni, quindo gli scioperi non erano economici nel senso classico
del termine. Dobbiamo sempre vedere l’ambivalenza negli atteggiamenti, è
probabile che lo stesso soggetto che ieri premeva per la chiusura oggi
spinga per la riapertura perché preso dalla drammaticità economica o
perché lo Stato può riutilizzare questa legittimazione per spingere
sulla socializzazione delle perdite di cui parlavamo prima, quindi
richiamare al sacrificio, all’unità nazionale. In questo passaggio,
inoltre, chi ne sta pagando le conseguenze al momento è la Lega di
Salvini che in Veneto, Lombardia, Piemonte ha mostrato come sia il
peggio di quanto ci si possa aspettare in termini di competenza,
sfacciataggine, arroganza. Quanto più la Lega perde sul fronte del
preteso sovranismo tanto più prende credito, in questa ottica di
preservare la comunità, Conte, cosa alquanto inaspettata. Il premier
finora in qualche modo ha resistito, ora è pressato su due livelli:
dalla piccola-media borghesia del Nord che lavora per l’estero e voleva
tenere aperto; dalla situazione in Europa, che lo ha costretto a battere
i pugni sui coronabond che però non otterrà. Il vuoto lasciato dai 5
Stelle, e non colmato dalla Lega, non scompare, ma dovrà essere
riempito: per ora lo sta facendo Conte che, se facesse il suo partito,
prenderebbe voti sia al Nord che al Sud. È interessante perché potrebbe
rappresentare il sovranismo nazionale, ma forse non lo farà mai perché
molle, vincolato a Mattarella ecc. Quindi c’è una dialettica tra
dinamiche sociali, governo e Stato che porta allo sconvolgimento degli
assetti politici, partitici, istituzionali.
È più difficile rispondere alla prima domanda. Partiamo dal fatto che
l’apparato produttivo italiano è uscito molto ridimensionato dalla
crisi, si stima che abbia perso il 25% della produzione. A resistere
sono qualche grande impresa (come l’Eni o l’Enel), la media-piccola
impresa, le multinazionali che lavorano per il mercato estero, di medio
livello, strettamente legate alle esportazioni e alle filiere tedesche,
quindi senza una reale autonomia. Questo dato è drammatico perché non
c’è una borghesia forte a rafforzare l’operato del governo e lo si nota
al livello delle politiche internazionali, visto che l’Italia ha sempre
il piede in due scarpe: ha perso l’influenza in Libia, prende colpi da
tutte le parti in Medio Oriente sul settore energetico con l’Eni che è a
rischio scalata, le multinazionali francesi hanno fatto man bassa dei
marchi italiani, molte imprese padane sperano di potersi agganciare agli
investimenti tedeschi di cui si parlava prima. Inoltre il tentativo di
guardare verso Cina e Russia è ostacolato dagli Stati Uniti, è
subalterno alle politiche economiche del paese a stelle e strisce. Se al
quadro aggiungiamo lo scontro Roma-regioni, vediamo come l’Italia sia
diventata ancora più fragile, a meno che non avvenga una reazione del
basso che negli ultimi anni è stata incanalata. Iniziano a mancare i
numeri a livello produttivo per dare sponda a livello economico, perciò
continuerà a barcamenarsi e piegare la testa ai diktat statunitensi. Al
limite potrebbe diventare il cavallo di Troia statunitense, vedremo.»
Un’ultima domanda per concludere: quali sono secondo te in questa fase i possibili terreni di conflitto?
«Questa inedita situazione di autoconfinamento, di uscite concesse
solo per lavoro, non potrà durare in eterno. Terrei un occhio di
riguardo sulla questione giovanile perché se da un lato sembra che siano
meno colpiti dal virus, dall’altro vengono sacrificati, trattenuti a
casa senza grosse prospettive per evitare che possano veicolare il contagio. Il
capitalismo odierno è così maturo da essere marcio, non è in grado di
utilizzare le risorse che ha: potrebbe usare queste forza giovanili per
supportare una rete minima di solidarietà, di supporto alla riproduzione
sociale. Credo che questo spreco si rifletta per ora come depressione,
ma un ragionamento del tipo “non possiamo uscire cosa ci danno in
cambio?” potrebbe esprimere un rifiuto di questa situazione. Inoltre
percepiscono che si sta determinando qualcosa che inciderà sul loro
futuro complessivo.
L’altra questione che si apre riguarda il ceto medio-basso, che sarà
spazzato via dalla crisi, per cui torniamo al discorso del neopopulismo.
Il turismo sarà azzerato, la piccola impresa, i piccoli lavori di
manutenzione, tutti coloro che non sono pagati direttamente dallo Stato
scompariranno, i risparmi verranno bruciati. A questo si aggiungerà la
questione degli impiegati pubblici, sempre ceto medio proletarizzato,
perché non è scontato che lo Stato continuerà a poterli pagare
tranquillamente.
L’altro segnale, vedremo se si consoliderà, proviene dal proletariato
manifatturiero, che si è fatto risentire dopo 25-30 anni, segmento
sociale che non è più quello di un tempo, rotto al proprio interno tra
le esigenze della riproduzione immediata attraverso l’accesso al reddito
monetario e della riproduzione più complessiva, ovvero come salvare la
propria vita e quella della propria famiglia.
Sono abbastanza convinto che le ipotesi sulle dinamiche neopopuliste
sono plausibili. Rispetto allo scorso anno oggi, all’incrocio tra crisi
economica e covid, è necessario fare i conti più direttamente con il
quadro globale. Permane una spinta a salvaguardare la vita nella
comunità di riferimento però il problema è chiaramente globale, cosa che
potenzialmente può innescare il superamento di quelle prospettive
nazionalistiche, dipende come andrà la crisi in termini geopolitici.
L’altra questione abbastanza promettente è che, forse per la prima
volta, non è passata la propaganda anti-cinese. Si inizia a cogliere nel
tessuto sociale che non è possibile salvarsi solo come individuo,
vediamo cosa ne viene fuori.»
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/05/2020
Una scuola senza governo
Mentre diventa sempre più evidente l’incapacità del governo Conte e delle amministrazioni regionali a fronteggiare l’emergenza sanitaria, soprattutto a causa della subordinazione alle pretese padronali, anche nella scuola la situazione peggiora.
Ciò che sta accadendo ha dei caratteri di straordinaria gravità. La ministra Azzolina è in conclamato stato confusionale e totalmente inadeguata alla situazione. Dopo avere dichiarato la gravità, per la scuola, delle conseguenze della pandemia, rinviando l’apertura degli istituti a settembre, ma forse anche oltre, ha emanato, in aperta contraddizione, una circolare sugli esami di maturità “in presenza” che ha causato molte proteste tra insegnanti e studenti che temono per la loro salute.
Inoltre, presa da sindrome di ipermeritocrazia, è intervenuta anche sul sistema di valutazione in modo da valorizzare – sostiene – il percorso “pregresso” degli studenti. Così mentre migliaia di studenti e insegnanti attendono indicazioni chiare sulla maturità, ricevono solo direttive su come ripartire i centesimi della valutazione finale.
È evidente che fare gli esami in presenza sarebbe auspicabile, ma non si capisce come si potrebbero creare le condizioni di sicurezza per commissioni di sette persone che dovrebbero restare nelle scuole per molte ore ogni giorno per almeno una settimana. Tutto ciò a partire dal 17 giugno, quando è certo che esisterà ancora il pericolo di contagio.
C’è da chiedersi, quindi, perché non si trovi per la maturità una soluzione analoga a quella ideata per le scuole medie, vale a dire una sorta di formalizzazione dell’esame.
Ancora peggio, la ministra ha indetto un concorso con prove d’esame per l’immissione in ruolo dei docenti precari, fantasticando su un’improbabile selezione da tenersi in luglio e agosto, con il conseguente vagare in giro per il paese di decine di migliaia di aspiranti.
Presa anche in questo caso da sindrome ipermeritocratica, la ministra pretende di svolgere prove con esami e voti – l’ennesimo quizzone per via informatica – e si oppone alla più ragionevole proposta di svolgere un concorso per titoli e servizio, avviando all’immissione in ruolo i docenti che hanno maturato tre anni di servizio.
Tutto questo in una situazione in cui è urgente l’assunzione immediata in ruolo di tali insegnanti, anche per fare fronte alle future limitazioni nel numero degli alunni per classe dovute all’epidemia, che dovrebbero essere attuate già dal primo settembre.
A questo proposito, il numero delle assunzioni stabilito dal Ministero è insufficiente, essendo inferiore alle 50.000 unità, quando si stima che potrebbe essere necessaria una quantità d’insegnanti quattro volte maggiore. L’alternativa che forse avanza nella testa della ministra Azzolina è probabilmente quella di aumentare l’orario di lavoro degli insegnanti, soluzione più economica, ma controproducente sul piano educativo.
Non si deve dimenticare che quando le scuole riapriranno, gli insegnanti saranno caricati di enormi responsabilità. Ciò perché si troveranno di fronte ad alunni toccati da decessi, invalidità, problemi economici, sociali e interpersonali delle famiglie e avranno quindi un compito delicato, certamente molto più impegnativo del “recupero” di qualche mancanza nella parte di programma non svolto quest’anno. Gli insegnanti dovranno occuparsi di una ri-socializzazione scolastica che contrasta con l’idea di un aggravio dell’orario del loro lavoro in classe.
Al fine di predisporre il rientro nelle scuole, la ministra ha nominato un Comitato di diciotto esperti. Scelta abbastanza singolare poiché al Ministero lavorano migliaia di persone che hanno il compito di ideare soluzioni per l’attività scolastica e di proporle all’autorità politica, ma ancor più per la sua composizione, dove spiccano esperti di formazione aziendale, di economia e altri provenienti da associazioni di scuole private.
E non è stata certo incoraggiante l’uscita del presidente del Comitato di esperti, Patrizio Bianchi, già assessore all’istruzione dell’Emilia che, intervistato da Radio Popolare di Milano, ha dimostrato di avere una certa difficoltà nel distinguere tra Consiglio di Facoltà, Consiglio d’Istituto e Collegio dei docenti.
Nel furore meritocratico che sembra tutto travolgere, si è inserito anche il noto INVALSI. Proprio nel momento in cui sembrava che l’emergenza avesse fatto giustizia dell’inutile e spesso stupido corredo di test dell’INVALSI, la presidente dell’Istituto, durante un’audizione parlamentare, ha annunciato che si stanno mettendo a punto delle prove “formative” che dovrebbero servire a orientare gli alunni delle scuole nelle loro scelte future.
Tali prove potrebbero essere proposte volontariamente da parte degli insegnanti. È legittimo chiedersi quale sia il senso di una tale proposta se non quello di dimostrare l’utilità (o l’ inutilità?) dell’INVALSI.
La scuola sta fronteggiando un’emergenza gravissima solo grazie allo spirito di sacrificio e alla professionalità degli insegnanti, che si sono adattati a modalità relazionali e didattiche inusitate, utilizzando le proprie attrezzature informatiche e inventandosi soluzioni per mantenere il contatto con i propri allievi. Tuttavia, sono molto affaticati dal carico di lavoro aumentato, svolto tra l’altro in condizioni emotivamente difficili. Quanti vorranno tormentarsi ulteriormente con i test INVALSI?
Ennesimo problema per il quale il Ministero mostra indifferenza è quello delle piattaforme su cui si sta svolgendo la didattica e distanza. Per questa attività sono stati stanziati 85.000.000 di euro, destinati soprattutto, a quanto sembra, a mettere dei computer o tablet a disposizione degli studenti che ne hanno necessità.
È però evidente che se la didattica a distanza dovrà, purtroppo, continuare, per alcuni periodi o per situazioni di recrudescenza della pandemia, anche nel prossimo anno scolastico, non si può continuare a usare piattaforme private scelte dalle singole scuole con criteri poco chiari. È quindi necessario pensare a una piattaforma pubblica a cui le scuole possano fare riferimento, evitando tra l’altro che dei privati possano, come accade attualmente, entrare in possesso di dati sensibili di minori, praticamente con la complicità delle istituzioni.
Tuttavia, sul sito del Ministero si trovano soltanto delle presentazioni e delle istruzioni d’uso di diverse piattaforme private, senza accenni critici al loro impiego né all’idea di avviare la costruzione di una pubblica.
Fonte
Ciò che sta accadendo ha dei caratteri di straordinaria gravità. La ministra Azzolina è in conclamato stato confusionale e totalmente inadeguata alla situazione. Dopo avere dichiarato la gravità, per la scuola, delle conseguenze della pandemia, rinviando l’apertura degli istituti a settembre, ma forse anche oltre, ha emanato, in aperta contraddizione, una circolare sugli esami di maturità “in presenza” che ha causato molte proteste tra insegnanti e studenti che temono per la loro salute.
Inoltre, presa da sindrome di ipermeritocrazia, è intervenuta anche sul sistema di valutazione in modo da valorizzare – sostiene – il percorso “pregresso” degli studenti. Così mentre migliaia di studenti e insegnanti attendono indicazioni chiare sulla maturità, ricevono solo direttive su come ripartire i centesimi della valutazione finale.
È evidente che fare gli esami in presenza sarebbe auspicabile, ma non si capisce come si potrebbero creare le condizioni di sicurezza per commissioni di sette persone che dovrebbero restare nelle scuole per molte ore ogni giorno per almeno una settimana. Tutto ciò a partire dal 17 giugno, quando è certo che esisterà ancora il pericolo di contagio.
C’è da chiedersi, quindi, perché non si trovi per la maturità una soluzione analoga a quella ideata per le scuole medie, vale a dire una sorta di formalizzazione dell’esame.
Ancora peggio, la ministra ha indetto un concorso con prove d’esame per l’immissione in ruolo dei docenti precari, fantasticando su un’improbabile selezione da tenersi in luglio e agosto, con il conseguente vagare in giro per il paese di decine di migliaia di aspiranti.
Presa anche in questo caso da sindrome ipermeritocratica, la ministra pretende di svolgere prove con esami e voti – l’ennesimo quizzone per via informatica – e si oppone alla più ragionevole proposta di svolgere un concorso per titoli e servizio, avviando all’immissione in ruolo i docenti che hanno maturato tre anni di servizio.
Tutto questo in una situazione in cui è urgente l’assunzione immediata in ruolo di tali insegnanti, anche per fare fronte alle future limitazioni nel numero degli alunni per classe dovute all’epidemia, che dovrebbero essere attuate già dal primo settembre.
A questo proposito, il numero delle assunzioni stabilito dal Ministero è insufficiente, essendo inferiore alle 50.000 unità, quando si stima che potrebbe essere necessaria una quantità d’insegnanti quattro volte maggiore. L’alternativa che forse avanza nella testa della ministra Azzolina è probabilmente quella di aumentare l’orario di lavoro degli insegnanti, soluzione più economica, ma controproducente sul piano educativo.
Non si deve dimenticare che quando le scuole riapriranno, gli insegnanti saranno caricati di enormi responsabilità. Ciò perché si troveranno di fronte ad alunni toccati da decessi, invalidità, problemi economici, sociali e interpersonali delle famiglie e avranno quindi un compito delicato, certamente molto più impegnativo del “recupero” di qualche mancanza nella parte di programma non svolto quest’anno. Gli insegnanti dovranno occuparsi di una ri-socializzazione scolastica che contrasta con l’idea di un aggravio dell’orario del loro lavoro in classe.
Al fine di predisporre il rientro nelle scuole, la ministra ha nominato un Comitato di diciotto esperti. Scelta abbastanza singolare poiché al Ministero lavorano migliaia di persone che hanno il compito di ideare soluzioni per l’attività scolastica e di proporle all’autorità politica, ma ancor più per la sua composizione, dove spiccano esperti di formazione aziendale, di economia e altri provenienti da associazioni di scuole private.
E non è stata certo incoraggiante l’uscita del presidente del Comitato di esperti, Patrizio Bianchi, già assessore all’istruzione dell’Emilia che, intervistato da Radio Popolare di Milano, ha dimostrato di avere una certa difficoltà nel distinguere tra Consiglio di Facoltà, Consiglio d’Istituto e Collegio dei docenti.
Nel furore meritocratico che sembra tutto travolgere, si è inserito anche il noto INVALSI. Proprio nel momento in cui sembrava che l’emergenza avesse fatto giustizia dell’inutile e spesso stupido corredo di test dell’INVALSI, la presidente dell’Istituto, durante un’audizione parlamentare, ha annunciato che si stanno mettendo a punto delle prove “formative” che dovrebbero servire a orientare gli alunni delle scuole nelle loro scelte future.
Tali prove potrebbero essere proposte volontariamente da parte degli insegnanti. È legittimo chiedersi quale sia il senso di una tale proposta se non quello di dimostrare l’utilità (o l’ inutilità?) dell’INVALSI.
La scuola sta fronteggiando un’emergenza gravissima solo grazie allo spirito di sacrificio e alla professionalità degli insegnanti, che si sono adattati a modalità relazionali e didattiche inusitate, utilizzando le proprie attrezzature informatiche e inventandosi soluzioni per mantenere il contatto con i propri allievi. Tuttavia, sono molto affaticati dal carico di lavoro aumentato, svolto tra l’altro in condizioni emotivamente difficili. Quanti vorranno tormentarsi ulteriormente con i test INVALSI?
Ennesimo problema per il quale il Ministero mostra indifferenza è quello delle piattaforme su cui si sta svolgendo la didattica e distanza. Per questa attività sono stati stanziati 85.000.000 di euro, destinati soprattutto, a quanto sembra, a mettere dei computer o tablet a disposizione degli studenti che ne hanno necessità.
È però evidente che se la didattica a distanza dovrà, purtroppo, continuare, per alcuni periodi o per situazioni di recrudescenza della pandemia, anche nel prossimo anno scolastico, non si può continuare a usare piattaforme private scelte dalle singole scuole con criteri poco chiari. È quindi necessario pensare a una piattaforma pubblica a cui le scuole possano fare riferimento, evitando tra l’altro che dei privati possano, come accade attualmente, entrare in possesso di dati sensibili di minori, praticamente con la complicità delle istituzioni.
Tuttavia, sul sito del Ministero si trovano soltanto delle presentazioni e delle istruzioni d’uso di diverse piattaforme private, senza accenni critici al loro impiego né all’idea di avviare la costruzione di una pubblica.
Fonte
Trasporti. “Sarà impossibile rispettare distanziamento sui mezzi pubblici”
Con le riaperture previste lunedì 4 maggio, quasi 3 milioni di lavoratrici e lavoratori in più si muoveranno da casa per andare al lavoro e molti lo faranno utilizzando i trasporti pubblici.
Ma rispettare le prescrizioni sul distanziamento sui mezzi pubblici, contenute nell’ultimo Decreto, sarà impossibile. Ad affermarlo, in una lettera inviata al Ministro dei Trasporti De Micheli, sono i presidenti dell’Agens (Agenzia confederale dei Trasporti e Servizi) e dell’Asstra (Associazione dei trasporti che riunisce il tpl di tutta Italia). “Il distanziamento ipotizzato di 1 metro per la Fase 2”, sostengono nella lettera, “limita la capacità del sistema dei trasporti di persone al 25-30 per cento del numero di passeggeri trasportati in condizioni di normalità”.
Facendo una elementare proporzione significa che su 10 passeggeri trasportati normalmente, ne resterebbero bloccati alle fermate e alle stazioni almeno 7. Le conseguenze che prevedono i presidenti delle due associazioni dei trasporti non sono difficili da immaginare: in primo luogo l’assembramento di persone si sposterebbe dall’interno dei mezzi dei trasporto alle fermate di autobus e metropolitane, colme di cittadini in attesa di poter salire perché li attende il cartellino da timbrare in azienda. Ciò comporterebbe “un effetto contrario a quello desiderato” con “assembramenti non controllabili e pericolosi per la salute delle persone” e “potenziali problemi di ordine pubblico”, scrivono i due manager.
L’unica via d’uscita sarebbe, in teoria, un aumento dei mezzi circolanti. Ma questa, dopo anni di tagli ai trasporti pubblici, è un’eventualità che non appare assolutamente realistica: “L’offerta di trasporto sarebbe assolutamente insufficiente, anche a fronte di una domanda che, prevedibilmente, sarà inferiore rispetto alla situazione pre-emergenza Covid-19”.
In Lombardia anche i presidenti dell’Atm Milano e delle Ferrovie Nord, hanno sollecitato il governo affinché rimuova l’obbligo di distanziamento minimo di un metro all’interno dei mezzi pubblici.
L’unico obbligo che, realisticamente, sarebbe possibile far rispettare sarebbe l’utilizzo della mascherina che, nei fatti insieme al distanziamento, è l’unica misura di sicurezza prevista nel protocollo generale per la riapertura delle imprese.
In Piemonte, l’assessore regionale ai trasporti ha dichiarato che dal 4 maggio ripartirà solo il 45-50% dei bus e dei treni. Tra le misure previste indica “modalità del servizio di trasporto pubblico che andranno di pari passo con la riapertura delle attività. Abbiamo fatto incontri con le grandi aziende che riaprono, come FCA, che ha cambiato gli orari di lavoro in otto turni con ingressi sfalsati ogni mezz’ora”.
A Roma l’Atac ha messo nero su bianco che non potranno essere i suoi controllori a gestire e sorvegliare un flusso d’utenza che nella Capitale fa registrare di media 2,4 milioni di spostamenti al giorno. E quindi ha indicato l’obbligo di mascherine a bordo dei bus.
I test fatti nei giorni scorsi su una mobilità coerente con il distanziamento di sicurezza, annuncia il caos per lunedì mattina. I parametri di distanziamento previsti permettono l’accesso sul bus solo di 20 passeggeri (rispetto a una capienza di 80-100 posti) e di 130 utenti sulla metropolitana, dove ciascun treno può ospitare 1.208 persone.
Con questi numeri, dal 4 maggio in poi i trasporti pubblici a Roma rischiano di non reggere l’impatto della riapertura.
Fonte
Ma rispettare le prescrizioni sul distanziamento sui mezzi pubblici, contenute nell’ultimo Decreto, sarà impossibile. Ad affermarlo, in una lettera inviata al Ministro dei Trasporti De Micheli, sono i presidenti dell’Agens (Agenzia confederale dei Trasporti e Servizi) e dell’Asstra (Associazione dei trasporti che riunisce il tpl di tutta Italia). “Il distanziamento ipotizzato di 1 metro per la Fase 2”, sostengono nella lettera, “limita la capacità del sistema dei trasporti di persone al 25-30 per cento del numero di passeggeri trasportati in condizioni di normalità”.
Facendo una elementare proporzione significa che su 10 passeggeri trasportati normalmente, ne resterebbero bloccati alle fermate e alle stazioni almeno 7. Le conseguenze che prevedono i presidenti delle due associazioni dei trasporti non sono difficili da immaginare: in primo luogo l’assembramento di persone si sposterebbe dall’interno dei mezzi dei trasporto alle fermate di autobus e metropolitane, colme di cittadini in attesa di poter salire perché li attende il cartellino da timbrare in azienda. Ciò comporterebbe “un effetto contrario a quello desiderato” con “assembramenti non controllabili e pericolosi per la salute delle persone” e “potenziali problemi di ordine pubblico”, scrivono i due manager.
L’unica via d’uscita sarebbe, in teoria, un aumento dei mezzi circolanti. Ma questa, dopo anni di tagli ai trasporti pubblici, è un’eventualità che non appare assolutamente realistica: “L’offerta di trasporto sarebbe assolutamente insufficiente, anche a fronte di una domanda che, prevedibilmente, sarà inferiore rispetto alla situazione pre-emergenza Covid-19”.
In Lombardia anche i presidenti dell’Atm Milano e delle Ferrovie Nord, hanno sollecitato il governo affinché rimuova l’obbligo di distanziamento minimo di un metro all’interno dei mezzi pubblici.
L’unico obbligo che, realisticamente, sarebbe possibile far rispettare sarebbe l’utilizzo della mascherina che, nei fatti insieme al distanziamento, è l’unica misura di sicurezza prevista nel protocollo generale per la riapertura delle imprese.
In Piemonte, l’assessore regionale ai trasporti ha dichiarato che dal 4 maggio ripartirà solo il 45-50% dei bus e dei treni. Tra le misure previste indica “modalità del servizio di trasporto pubblico che andranno di pari passo con la riapertura delle attività. Abbiamo fatto incontri con le grandi aziende che riaprono, come FCA, che ha cambiato gli orari di lavoro in otto turni con ingressi sfalsati ogni mezz’ora”.
A Roma l’Atac ha messo nero su bianco che non potranno essere i suoi controllori a gestire e sorvegliare un flusso d’utenza che nella Capitale fa registrare di media 2,4 milioni di spostamenti al giorno. E quindi ha indicato l’obbligo di mascherine a bordo dei bus.
I test fatti nei giorni scorsi su una mobilità coerente con il distanziamento di sicurezza, annuncia il caos per lunedì mattina. I parametri di distanziamento previsti permettono l’accesso sul bus solo di 20 passeggeri (rispetto a una capienza di 80-100 posti) e di 130 utenti sulla metropolitana, dove ciascun treno può ospitare 1.208 persone.
Con questi numeri, dal 4 maggio in poi i trasporti pubblici a Roma rischiano di non reggere l’impatto della riapertura.
Fonte
01/05/2020
Renmimbi: un secolo di cambiamenti (Seconda Parte)
Di seguito pubblichiamo la seconda parte della traduzione di un
articolo scritto a più mani da ricercatori/trici cinesi pubblicato sulla
storica rivista della sinistra anti-imperialista nord-americana
“Monthly Review” il 1 Novembre 2018.
La prima parte forniva un’interessante panoramica sui (fallimentari) tentativi di costituzione di una sovranità monetaria da parte dei governi pre-rivoluzionari e successivamente sul lungo periodo di “accumulazione primitiva” della Cina post-1949, in cui la moneta non ha svolto un ruolo significativo. In questa seconda parte gli autori affrontano il periodo di finanziarizzazione della Cina, fino ad arrivare alle cruciali sfide strategiche che la Repubblica Popolare si trova oggi ad affrontare.
Vi sono numerosi aspetti di questo articolo che, oltre ad essere fondamentali per la comprensione delle diverse mosse nello scacchiere dall’Asia-Pacifico, risuonano direttamente con quello che succede da questa parte del mondo.
Di particolare importanza l’individuazione da parte degli autori della sovranità monetaria come elemento fondamentale per preservare la sovranità economica di un paese, intesa (anche) come capacità di intervenire a livello macro-economico per affrontare una crisi. Una parte delle difficoltà dei paesi europei mediterranei a reagire alle crisi della seconda decade del ventunesimo secolo derivano certamente dall’aver ceduto le prerogative delle politiche monetarie ad istituzioni europee che non solo non hanno svolto il ruolo di scudo dalla speculazione finanziaria internazionale, ma che anzi l’hanno utilizzata come spauracchio per imporre pesanti ristrutturazioni produttive e sociali nei paesi in crisi, a tutto vantaggio del capitale in generale, e di quello nord-europeo in particolare.
Viene ribadita nell’articolo in numerosi passaggi l’importanza della dimensione monetaria nella competizione internazionale fra macro-bocchi all’epoca della globalizzazione finanziaria. Citando direttamente dal testo: “Nell’era della globalizzazione finanziaria, non importa se si tratti del governo degli Stati Uniti o di quello cinese, qualunque paese riesca ad espandere la propria credibilità (valutaria e di solvibilità del debito pubblico) è il vincitore.”
Gli autori individuano addirittura nella incompleta monetizzazione dell’Unione Sovietica una delle cause della debolezza relativa che ne ha portato alla dissoluzione, e sicuramente la condizione che ha permesso il saccheggio da parte del capitale internazionale del suo patrimonio, sia produttivo che personale, dopo l’89. Allo stesso tempo individuano, correttamente, nel dollaro e nel suo ruolo di valuta globale sostenuta nella sua credibilità dalla potenza militare statunitense, una delle armi più formidabili in mano all’imperialismo USA. La possibilità di finanziare il proprio debito (sia pubblico che privato) a bassissimo costo senza incorrere nel rischio di inflazione rappresenta sicuramente un vantaggio strategico, ma ancor di più lo è la possibilità di influenzare i prezzi delle materie prime scambiate in dollari per creare le condizioni adatte al saccheggio delle risorse e delle capacità produttive di una nazione da parte del capitale occidentale. D’altronde gli USA hanno difeso questo privilegio anche con la forza nel corso degli anni, basti vedere quello che è successo in Iraq e in Libia, due paesi che avevano entrambi dichiarato la loro intenzione di ridurre la propria dipendenza dal dollaro, come ricordato nell’articolo.
La volontà della Repubblica Popolare di rendersi progressivamente meno dipendente dal dollaro e la conseguente internazionalizzazione del renminbi come valuta entrerà sicuramente in conflitto con gli obiettivi strategici statunitensi in Asia e nel Pacifico, ma non solo. Come questo conflitto si declinerà diventerà uno dei nodi cruciali dei prossimi decenni.
Gli autori procedono nell’articolo ad una dettagliata descrizione dei vari passi intrapresi dagli anni '90 fino alla delicata situazione di passaggio attuale.
La monetizzazione della Cina inizia nel 1992 con l’abolizione del sistema dei buoni che precedentemente regolava i consumi, e marcia per i primi dieci anni a ritmi serrati, molto più veloci della comunque impressionante crescita del PIL nello stesso periodo. Questo processo, un tassello fondamentale della decisione del PCC al suo XIV Congresso di costruire un’”economia socialista di mercato”, comporta allo stesso tempo grandi benefici e grandi costi.
Gli enormi ricavi da signoraggio, permessi dall’isolamento monetario all’epoca, furono fondamentali nella stabilizzazione della Repubblica Popolare negli anni '90.
Allo stesso tempo questa rapida finanziarizzazione ha avuto dei costi istituzionali significativi. Innanzitutto ha comportato un aumento importante delle diseguaglianze tra attori e territori meglio piazzati nel ricavarne i benefici e il resto del paese: quindi le città rispetto alle campagne, le zone costiere rispetto all’entroterra, l’industria rispetto all’agricoltura. Inoltre ha portato alla creazione di blocchi monopolistici di capitale finanziario, con tutto quello che ciò può comportare per i rapporti di forza interni. Inoltre, questa prima fase della finanziarizzazione cinese, a causa della struttura di incentivi operanti, era caratterizzata da una grandissima quota di “titoli spazzatura”, che arrivava addirittura ad oltre il 20% del totale dell’intero sistema finanziario. Illuminante il paragone che gli autori fanno fra la situazione del sistema finanziario cinese alla fine degli anni '90 e Lehman Brothers nel 2008, che possedeva una percentuale di “bad assets” inferiore al 20%. Se quest’ultima fallì mentre il settore bancario cinese non lo fece e si sviluppò fino a dar vita ad alcune delle banche più grandi del mondo è dovuto al fatto che all’epoca non era soggetto alle regole del libero mercato, collocato in un sistema internazionale di libero scambio di valute, ed era ancora significativamente legato al sistema fiscale centrale. Per la stessa ragione la Cina attraversò con relativa solidità le numerose crisi finanziarie che si sono succedute nelle ultime decadi.
Oggi la Repubblica Popolare si trova di fronte ad uno snodo cruciale. Il modello di sviluppo che ha portato avanti negli ultimi 30 anni, dicono gli autori, si trova ad un punto morto: la reddittività del settore industriale è sempre più bassa (per un analisi del calo di reddittività dell’industria cinese di lungo periodo vedere qui) e c’è necessità di trovare uno sbocco per la capacità produttiva e per l’enorme mole di capitale finanziario inattivo. Le pressioni interne per una internazionalizzazione del renminbi sono quindi sempre più forti, e in questo contesto bisogna leggere le graduali aperture ad una determinazione del tasso di cambio più influenzata dalle forze del mercato avviate nell’estate del 2015 come anche l’inclusione del renminbi nel paniere di valute di riferimento del FMI.
Una strada, quella dell’affermazione del renminbi come una valuta globale, che però è costellata di ostacoli e pericoli.
Intanto, come dicevamo prima, si sta scontrando con la determinazione degli USA a mantenere l’egemonia del dollaro in Asia. In quest’ottica bisogna leggere la costituzione da parte degli americani del Parternariato Trans-Pacifico, che esclude la Cina. A questo tentativo di contenimento la Repubblica Popolare ha risposto con la Belt and Road Initiative, la Asian Infrastructure Investment Bank e la New Development Bank dei paesi BRICS, tra i cui obiettivi vi è quello di creare un bacino di utilizzo del renminbi. Vale la pena di sottolineare come la maggior parte dei progetti si fondi su accordi di scambio bilaterali e regionali, si può quindi dire che “Il primo passo per l’internazionalizzazione del renminbi è regionale piuttosto che globale” (su aspetti specifici dei progetti di integrazione-espansione cinesi vedi anche qui).
In secondo luogo, l’ascesa del renminbi senza le possibilità di sfogo data dal non essere (ancora) una valuta globale, unito alla crescente domanda di strumenti finanziari derivante dai progetti infrastrutturali internazionali, non può che portare ad una grande espansione del sistema finanziario interno cinese. Lo “scenario multilaterale” determinato dall’interazione di tre potenti gruppi di interesse – settori industriali cinesi, settori finanziari cinesi e capitale finanziario internazionale – può generare dei problemi nella strategia di lungo periodo del PCC.
Naturalmente, queste considerazioni fatte nel 2018 potranno essere messe seriamente in discussione vista la situazione globale creatasi con la pandemia di Covid-19, che mentre scriviamo è ancora in svolgimento.
Concludiamo questa introduzione sottolineando un ultimo passaggio di questo denso articolo che merita una menzione. Anche a fronte delle previsioni di crescita del peso economico della regione (stime dicono che nel 2030 la regione dell’Asia-Pacifico rappresenterà il 40% del PIL mondiale e i due terzi della classe media), e per sottrarsi all’egemonia del dollaro statunitense, gli autori ritengono che sarebbe nell’interesse di lungo periodo dell’Asia la costituzione di una zona di alleanza valutaria e accordi commerciali tra i principali paesi dell’area, fondata su uguaglianza e complementarità.
Una proposta simile è quella avanzata dalla Rete dei Comunisti di un’Alba-Euromediterranea (vedere ad esempio qui), capace di sganciarsi tanto dal dollaro quanto dall’euro e portare avanti politiche nell’interesse delle classi popolari emancipandosi da quella che gli autori di questo articolo chiamano “la tirannia della finanza monopolistica”, ed è interessante vedere come il dibattito su una differente integrazione regionale con caratteristiche simili prende piede in differenti contesti e latitudini.
Sit Tsui, Qiu Jiansheng, Yan Xiaohui, Erebus Wong e Wen Tiejun
Monthly Review, Volume 70, Issue 06, November 2018
La strada verso la monetizzazione
La vera monetizzazione iniziò in Cina nel 1992, obbligata dalle difficoltà fiscali. Negli anni ’80, dopo il completamento dell’accumulazione primitiva, il capitale industriale iniziò a crescere e il ritmo dello sviluppo industriale accelerò. A ciò fece seguito una continua crescita dell’occupazione. Il sostentamento di base non era più un problema. Lo Stato tuttavia permetteva ancora ai residenti urbani (circa il 20% della popolazione totale) di godere pienamente degli stessi sussidi che avevano a disposizione nella fase precedente, quella dell’accumulazione primitiva. Per esempio, i bisogni di un residente di Pechino, dal cibo e l’alloggio all’assistenza sanitaria e ai funerali, erano completamente coperti dai sussidi statali. Una residenza registrata di un cittadino di Pechino forniva oltre una dozzina di buoni finanziati da vari sussidi. Questi sussidi, a loro volta, permettevano a vari settori governativi ad imprese affiliate di richiedere stanziamenti dai bilanci fiscali statali, il che comprendeva molti diritti e interessi settoriali.
Nel 1992, lo Stato abolì il sistema dei buoni, tranne che in alcuni villaggi in remote regioni montuose e lungo il confine. Il risultato dell’abolizione dei buoni, fino a quel momento il principale sistema di allocazione delle risorse, fu che la moneta, in quanto rapporto di equivalenza tra le diverse merci, divenne il mezzo di scambio sul mercato. Così, nel 1992, il renminbi divenne una moneta in senso vero e proprio, recuperando la sua funzione fondamentale di intermediario dello scambio. In altre parole, il 1992 fu il primo anno della monetizzazione cinese.
Nel 1978, tutti i depositi nel sistema bancario cinese arrivavano a soli venti miliardi di yuan e i prestiti a cento miliardi di yuan o più. Nel periodo delle riforme prima del 1992, i depositi e i prestiti bancari annuali ammontavano solo a poche centinaia di miliardi. L’aumento annuale delle attività finanziarie ammontava solo a 100 o 200 miliardi di yuan. Un sistema finanziario di queste dimensioni non era affatto significativo. Eppure, dopo il 1992, primo anno della monetizzazione, la crescita dell’offerta di moneta subì un’improvvisa impennata. La crescita annuale degli aggregati monetari M2, M1, e M0 superava di più del doppio la crescita del Prodotto Interno Lordo. Da allora, l’offerta di moneta divenne un cavallo selvaggio in fuga: impossibile da frenare. La Cina entrò in un’era di monetizzazione ad alta velocità. Nel 1998, la Cina affrontò la crisi finanziaria dell’Asia orientale ed essa stessa si trovò sull’orlo di una crisi. A quel tempo, il sistema finanziario aveva già raggiunto migliaia di miliardi di yuan.
In un breve periodo di trent’anni, l’espansione delle attività finanziarie fu incredibile, di fatto aumentando di scala ogni dieci anni: negli anni '70 era di cento miliardi, negli anni '80 divenne mille miliardi, dopo gli anni '90 era diecimila miliardi, e nel primo decennio del ventunesimo secolo era di centomila miliardi. Questo fu il notevole cambiamento dopo la monetizzazione in Cina, con il renminbi come strumento.
È degno di nota il fatto che la riforma della monetizzazione nel 1992 coincise con e si integrò nell'”economia socialista di mercato” come proposto al XIV Congresso del Comitato Centrale del PCC. Da quel momento, l’offerta di moneta è aumentata su larga scala per facilitare gli scambi di mercato. Il governo si sforzò di trasformare quelle risorse che prima non erano destinate alle transazioni monetarie in attività che potevano essere liquidate in contanti. Il governo spinse fortemente per la commercializzazione di abitazioni, istruzione, servizi medici e così via. L’economia e persino la vita sociale divennero completamente monetizzate. Il PIL della Cina conobbe una crescita notevole, e il principio per cui si debba guardare al denaro per qualunque cosa divenne generalmente accettato nella società cinese.
Il governo accelerò la monetizzazione, convertendo le attività fisiche in attività finanziarie che potevano essere scambiate con denaro. Di conseguenza, la ricchezza totale del Paese si espanse in modo sostanziale, via via che diventava contabilizzabile in termini monetari. Alla fine degli anni '90, il valore dei beni materiali della Cina aveva già raggiunto una scala di centomila miliardi. Il renminbi svolse un ruolo fondamentale in questo processo.
Lezioni dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica
L’Unione Sovietica aveva dato priorità alle riforme politiche. Quando il sistema venne meno, crollò anche il sistema monetario su cui si basava. I risparmi di tutta la vita del popolo russo scomparvero da un giorno all’altro. Le risorse, l’economia e la ricchezza tangibile dell’intera nazione furono saccheggiate attraverso una rapida monetizzazione grazie al rapido afflusso di capitali finanziari stranieri, che si appropriarono di gran parte dei profitti istituzionali attraverso la Tobin tax. Il costo istituzionale di aver dato priorità alle riforme politiche è stato il collasso totale del sistema monetario della nazione, e la quasi totale distruzione della ricchezza della popolazione, accumulata da generazioni.
La lezione dell’ex Unione Sovietica è che se l’economia complessiva della nazione non è monetizzata, allora, anche se vanta un Prodotto Nazionale Lordo competitivo e la sua economia fisica o produzione manifatturiera ha guidato il mondo, non può ancora reggere il confronto con l’Occidente in termini di PIL. I politici e i riformatori sotto l’incantesimo del soft power della Guerra Fredda credevano che fosse un problema di un sistema politico nazionale inferiore. Tuttavia, il problema più grande era semplicemente che l’Unione Sovietica era rimasta nella fase dell’economia fisica del capitalismo industriale e non era passata alla monetizzazione (finanziarizzazione).
In confronto, la Cina diede il via al suo rapido processo di monetizzazione nel 1992, dopo aver imparato la lezione dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica: aumentando l’offerta di moneta su larga scala per monetizzare i beni fisici del paese, il governo poteva ricevere un’enorme signoraggio dal processo. Come risultato, il PIL crebbe improvvisamente, tanto che, nel giro di pochi anni, i politici occidentali passarono dal discorso del “crollo della Cina” a quello della “minaccia cinese”. Questo proprio perché la monetizzazione della Cina aveva facilitato la “mercatizzazione” (inteso come tendenza a conformarsi alle regole dell’economia di mercato, ndr). Se non ci fosse stata un’espansione dell’offerta monetaria per portare altri fattori fisici nell’economia di mercato, non sarebbe stato possibile raggiungere quella crescita miracolosa.
La Cina iniziò a monetizzare rapidamente la sua economia negli anni ’90 e affrontò una crisi del debito ancora più grave, ma riuscì a superarla senza grandi danni. Questo perché il processo di rapida monetizzazione generò enormi ricavi istituzionali. Dato che la moneta nazionale era ancora isolata dall’estero, la Cina poté beneficiare di tutti i guadagni istituzionali della monetizzazione sovrana – questo fu il contributo storico del renminbi negli anni '90.
Anche per questo motivo la Cina continuò a insistere per isolare il renminbi dai mercati esterni, anche se fu costantemente rimproverata dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali per aver manipolato i tassi di cambio e fu sottoposta a continue pressioni per aprire la sua moneta sovrana al libero scambio. Questo principio economico era attribuibile proprio alla significativa esperienza degli anni '90. Tuttavia, la monetizzazione aveva anche portato ad un importante cambiamento nella struttura degli interessi della Cina – l’ascesa di blocchi monopolistici di capitale finanziario. La Cina è un’economia continentale massiccia e la sua domanda di credito è altrettanto enorme. Così, con l’accelerazione della monetizzazione emerse un grande sistema bancario. Questo gigantesco blocco finanziario controllato dallo Stato rappresentava oltre il 70% del totale dei fondi di capitale del Paese.
Tuttavia, la fase iniziale della monetizzazione della Cina era stata, in larga misura, dominata dai governi locali. Guardando all’intera esperienza degli anni '90, i governi locali si erano tutti sforzati di aumentare il PIL locale utilizzando le rispettive capacità e impiegando ogni tipo di trucchi. Possiamo parlare di questo decennio come di un periodo in cui i governi locali erano in competizione tra loro come fossero imprese, attirando investimenti mentre il governo centrale si assumeva tutti i rischi. In questa feroce competizione, il vantaggio delle regioni costiere divenne presto evidente. A partire dagli anni ’50, l’assetto industriale complessivo del paese fece sì che le risorse fisiche si concentrassero per lo più nelle regioni costiere. Quando i beni fisici furono monetizzati dopo il 1992, la crescita fu ovviamente molto più elevata nelle regioni costiere rispetto all’entroterra. La disuguaglianza di dotazione di capitale e di rendimento del capitale si ampliò rapidamente.
Nel frattempo, anche la disparità tra le regioni urbane e quelle rurali si espanse rapidamente. Questo perché, nelle condizioni di un’economia contadina diffusa, l’agricoltura faceva generalmente parte dell’”economia naturale” (in cui si scambiano prevalentemente valori d’uso, ndr), con un grado di monetizzazione molto basso. Il problema del basso livello di reddito dei contadini, rispetto ai residenti urbani, divenne più acuto. Non si trattava di un problema di distribuzione degli introiti istituzionali della monetizzazione: lo Stato non aveva piani al riguardo, né arrangiamenti istituzionali né aggiustamenti attraverso politiche specifiche. Di conseguenza, la disparità regionale, la disparità tra zone urbane/rurali, la disparità industria/agricoltura, così come la disparità ricchi/poveri, crebbero rapidamente durante gli anni '90. Anche il coefficiente di Gini aumentò notevolmente in questo periodo. Tutto questo ha fatto parte del processo di trasformazione del paese da un’economia non monetizzata a un’economia monetizzata.
Il costo della monetizzazione della Cina negli anni ’90
Tutti i guadagni istituzionali implicano un corrispondente costo istituzionale. Il costo di questa monetizzazione all’inizio degli anni ’90 per la Cina fu rappresentato dalle tre aree principali di disuguaglianze sopra menzionate: il controllo dei governi locali sulla monetizzazione dei beni e delle risorse locali, le differenze nella scala del capitale industriale tra le regioni e la disparità regionale nelle condizioni delle risorse.
Un costo ancora più pesante fu il fatto che, poiché il governo centrale dovette assumersi tutti i rischi finanziari, i governi locali, nel perseguire gli investimenti per guidare la crescita, non considerarono la misura in cui i “bad assets” si sarebbero accumulati in un sistema finanziario monopolistico e controllato dallo Stato. Alla fine degli anni ’90, la quota di attività in sofferenza nel sistema finanziario statale superava generalmente il 20%, e arrivava persino al 30% in alcuni settori finanziari. Se ciò si fosse verificato in paesi le cui valute potevano essere scambiate liberamente e dove il sistema bancario fosse soggetto al libero mercato, una entità finanziaria in queste condizioni non avrebbe potuto che fallire, come è stato nel caso di Lehman Brothers. Infatti, al momento del fallimento di Lehman Brothers nel 2008, la sua percentuale di attività in sofferenza non era tanto alta quanto quella del settore bancario cinese alla fine degli anni '90. Eppure, Lehman Brothers fallì, mentre il settore bancario cinese non lo fece. Infatti, non solo il settore bancario cinese rimase solvibile e intatto, ma si sviluppò addirittura fino a dare vita ad alcune delle banche più importanti del mondo nel ventunesimo secolo.
La ragione di ciò fu che all’epoca il settore fiscale e quello bancario non erano completamente separati. Solo nel 1997, durante la crisi finanziaria dell’Asia orientale, l’allora Premier Zhu Rongji iniziò a separare completamente la funzione fiscale statale dall’industria finanziaria, per evitare che il sistema fiscale centrale venisse dirottato da governi locali avventati. Inoltre, l’allora Presidente Jiang Zemin sostenne questa mossa e depose il capo municipale di Pechino Chen Xitong, che guidò l’opposizione contro la macro-regolamentazione. Solo allora il governo centrale poté portare avanti la riforma sulla commercializzazione delle banche per consentire alle banche di diventare indipendenti a tutti i livelli dalla funzione fiscale locale.
Ovviamente, il settore finanziario di proprietà dello Stato non poteva separarsi completamente dal sistema fiscale del governo centrale, perché grandi quantità di “bad assets” che erano state abbandonate dalle banche richiedevano finanziamenti da parte del governo centrale. A tal fine, il Consiglio di Stato istituì la società d’investimento Central Huijin Investment per convertire le riserve in valuta estera in investimenti di capitale nelle banche statali. Prima di ciò, il bilancio fiscale centrale aveva anche messo insieme una parte dei fondi di capitale per le banche. In questo modo, il sistema finanziario sotto forma di banche commerciali era in grado di funzionare in modo indipendente.
Questa mercatizzazione finanziaria – commercializzazione del sistema bancario di proprietà statale – è durata circa cinque anni, dal 1998 al 2003. Sebbene avesse conseguito la centralizzazione del potere bancario, nonché la separazione del settore bancario dal sistema fiscale locale, il sistema bancario era ancora strettamente legato alla capacità fiscale centrale e alla riserva di valuta estera del governo centrale (settori finanziari sotto il controllo del governo centrale). Di conseguenza, la Cina aveva un gigantesco settore finanziario monopolistico, in cui molte banche si collocavano tra le più grandi al mondo, cosa che era in linea con la tendenza generale della finanziarizzazione globale, dove la grande finanza monopolistica raccoglieva la maggior parte dei profitti.
Globalizzazione finanziaria
Nel periodo tra il 1998 e il 2003, la Cina completò la sua riforma della commercializzazione bancaria, che coincise con la globalizzazione finanziaria. Il settore finanziario cinese affrontò quindi le ripercussioni della serie di disastri finanziari globali dell’inizio del ventunesimo secolo: dal 1997, dopo la tempesta finanziaria dell’Asia orientale, si susseguirono crisi finanziarie in Russia, America Latina, New York, Spagna, Grecia, Irlanda e nel resto d’Europa. Queste crisi finanziarie si sono verificate nel contesto della globalizzazione finanziaria. Alle nazioni in crisi fu richiesto di rinunciare alla sovranità economica fondamentale, che comporta una credibilità valutaria basata sul potere politico di monetizzare le risorse e gli asset di un Paese. Privando altre nazioni della loro sovranità economica, i paesi potenti possono monetizzare risorse e beni fisici in tutto il mondo attraverso le loro valute forti. La forza del dollaro americano è stata invincibile per il fatto di avere alle spalle il potere militare statunitense, e solo poche nazioni non hanno voluto sottomettersi ad esso. Questi paesi sono diventati da allora i nemici della globalizzazione finanziaria.
Quando le nazioni diventano parte della globalizzazione finanziaria, significa che rinunciano alla sovranità monetaria, che è un aspetto fondamentale della loro sovranità economica, e, quindi significa rinunciare alla loro capacità di regolare la loro macroeconomia per rispondere alle crisi. Nel capitalismo finanziario, una nazione deve coordinare tutto il suo potere per assicurare la sovranità monetaria, perché il governo deve fare affidamento sull’autorità politica per espandere il credito in due direzioni: da un lato, c’è la credibilità valutaria, con la quale si può espandere l’offerta di moneta in grande quantità, e, dall’altro, c’è la credibilità del debito, che permette di aumentare il debito nazionale di un grande ammontare. Nell’era della globalizzazione finanziaria, non importa se si tratti del governo degli Stati Uniti o di quello cinese, qualunque paese riesca ad espandere la propria credibilità è il vincitore.
Naturalmente, rimangono una serie di complicate questioni. Una di queste è che una grande quantità di creazione di credito avrebbe un impatto al di là della nazione stessa. Per esempio, il dollaro americano è una valuta mondiale. La riserva di dollari USA costituisce il 70% della riserva mondiale di valuta estera. Pertanto, il dollaro americano può procedere con la sua espansione globale.
L’espansione astronomica dell’offerta di moneta negli Stati Uniti non ha indotto un’iperinflazione nella sua economia. Allora dove va a finire la grande quantità di dollari americani in più? Oltre all’aumento delle riserve di valuta estera in vari paesi, almeno il 60% di questi dollari sono confluiti nei mercati mondiali dei futures, come le materie prime, l’energia, i cereali di base e così via. Di conseguenza, i prezzi dei cereali, delle materie prime e del petrolio fluttuano vertiginosamente. Ad ogni impennata ci sono centinaia di miliardi di dollari in più, e ad ogni crollo centinaia di miliardi di dollari svaniscono, come se fossero immessi in un inceneritore monetario. Simboli elettronici del valore di centinaia, anche migliaia di miliardi vengono creati dal nulla, per poi scomparire nel vuoto, poiché questi simboli monetari non rappresentano una vera ricchezza, ma sono solo simboli di credito evocati dall’autorità politica. Il valore virtuale di questi simboli potrebbe essere alto o basso, e l’autorità potrebbe rilasciare la valuta o ritirarla. Pertanto, ogni declino su larga scala del mercato finanziario serve a consumare una parte di questo enorme credito supplementare creato.
Gli Stati Uniti eccellono in questo gioco di strategia monetaria. Senza ricorrere alla forza militare, e contando semplicemente su un potere morbido e astuto, il paese ha, di volta in volta, provocato l’inflazione nei settori dell’energia, delle materie prime e del cibo. Le nazioni che importano queste materie prime su larga scala devono quindi importare l’inflazione allo stesso tempo. Se questi paesi si affidano a un’industria manifatturiera comune a bassa redditività marginale, le loro economie vengono colpite duramente, con il risultato di un’elevata disoccupazione, instabilità monetaria e persino nei regimi politici. Quello che segue è quindi un afflusso senza ostacoli di capitali statunitensi, che monetizza ciò che rimane di quelle nazioni, tanto le risorse quanto la capacità produttiva. I profitti della monetizzazione vengono poi spazzati via, lasciando dietro di sé rovina economica e turbolenze politiche, quella che noi chiamiamo “la tirannia della finanza monopolistica”. Nazioni in tutto il mondo hanno perso a questo gioco di strategia monetaria.
In questo momento, la Russia sta cercando di rompere le regole del gioco. Il presidente russo ha rinazionalizzato le più grandi risorse di petrolio e gas del paese, poi ha approfittato dell’impennata dei prezzi del mercato energetico manipolato dagli Stati Uniti. L’extra-profitto viene utilizzato per migliorare il benessere delle persone e si inserisce nel più ampio gioco strategico della Russia. Naturalmente, questo ha anche portato a uno scontro geopolitico tra gli Stati Uniti e la Russia. Casi simili includono il Venezuela, l’Iran, così come, in passato, l’Iraq e la Libia. Ad esempio, dopo il lancio dell’euro, l’Iraq ha annunciato che non avrebbe più utilizzato il dollaro statunitense per il commercio petrolifero. Questo implicava che decine di miliardi di dollari sarebbero stati venduti sul mercato internazionale, dando inevitabilmente inizio ad un effetto domino. L’Iraq fu quindi invaso dalle forze militari statunitensi e il suo governante fu portato al patibolo. L’ex presidente libico non solo nazionalizzò le sue risorse petrolifere dopo esser salito al potere, utilizzando la grande quantità di entrate petrolifere per costruire uno stato sociale (la Libia era un tempo conosciuta come la Svizzera del Medio Oriente), ma osò persino annunciare l’abbandono del dollaro statunitense e dell’euro per la liquidazione del commercio petrolifero sotto l’attacco di continue crisi finanziarie. Si figurava l’oro come mezzo di compensazione del commercio petrolifero. Come previsto, la Libia alla fine è stata vittima di una guerra per procura. Dopo la sconfitta militare e l’esecuzione del presidente senza processo, si è detto che la Libia è stata liberata ed è tornata ad essere una società tribale. Le sue risorse petrolifere erano già state divise dalle compagnie transnazionali delle nazioni straniere che avevano aderito alla guerra.
Oggi il potere della moneta si è già trasformato in una “potenza alienata” indipendente da altre sfere. Questo potere alienato, con un legame diretto e intimo con il potere politico, è diventato il potere dominante della globalizzazione finanziaria e continuerà a portare a una profonda e fondamentale ristrutturazione globale. Se questo cambiamento strutturale non viene adeguatamente considerato, se ci limitiamo ancora al discorso del capitalismo industriale e ai dibattiti obsoleti sulla riforma istituzionale, allora non possiamo capire la globalizzazione finanziaria del ventunesimo secolo – la creazione su larga scala di offerta di moneta attraverso il credito, e l’espansione del debito pubblico. Si sta delineando un panorama fondamentalmente nuovo di concorrenza tra le nazioni.
La Cina è ancora oggi in grado di rimanere su un terreno relativamente solido nonostante l’agguerrita concorrenza internazionale. La ragione di ciò non è altro che quanto abbiamo costantemente sottolineato: la sovranità monetaria è un aspetto fondamentale della sovranità economica. I leader cinesi hanno continuato a promettere di liberalizzare il renminbi in futuro, ma non si sono impegnati a rispettare una tabella di marcia. Allo stesso tempo, la politica fiscale, il sistema finanziario e la gestione dei cambi della Cina sono ancora sotto il suo controllo. Il governo cinese detiene ancora l’autonomia macroeconomica nell’era del capitalismo finanziario.
È ora il momento chiave della scelta strategica: se la Cina deve seguire le orme dell’Occidente nel perseguire il capitalismo finanziario, allora è necessario che liberalizzi e deregolamenti totalmente il suo mercato finanziario-derivativo a causa della pressione dell’eccesso di liquidità, e che entri nella competizione della capitalizzazione globale. Tuttavia, questa strada si è rivelata infruttuosa per le grandi nazioni che hanno sperimentato le bolle e gli schianti nelle loro economie virtuali. Se la Cina deve correggere l’alienazione del capitale finanziario, reintegrandosi nel capitale industriale, allora è necessario rafforzare la mano dello stato. All’esterno, deve impedire il trasferimento dei costi dalla globalizzazione finanziaria e, all’interno, deve rafforzare la macro-regolamentazione e riequilibrare i suoi diversi settori.
Inoltre, quale dev’essere la manifesta funzione pratica del renminbi nel suo prossimo passo verso l’internazionalizzazione? I leader cinesi impareranno in maniera proattiva la lezione dalla politica di “accomodamento” (appeasment, il tentativo, fallimentare, di contenere le mire espansionistiche di Hitler assecondandolo al fine di evitare il conflitto, ndr) in Occidente negli anni ’40, quando il capitalismo industriale divenne fascista? In che modo la Cina dovrebbe usare il renminbi per facilitare l’acquisizione di una posizione proattiva e competitiva nel contesto della globalizzazione finanziaria? Queste sono domande urgenti per la Cina nella costruzione di una nuova strategia valutaria.
Internazionalizzazione del Renminbi
La modalità di sviluppo della Cina degli ultimi trent’anni è giunta a un punto morto. La redditività dell’industria manifatturiera generale è diminuita, arrivando addirittura a zero. Nel frattempo, nel mercato dei capitali si è accumulata un’enorme quantità di liquidità. I blocchi di interesse nel settore finanziario sono diventati sempre più influenti, spingendo per una più profonda finanziarizzazione e internazionalizzazione del renminbi.
In effetti, l’intento di internazionalizzare il renminbi è spinto dalla necessità di esportare il capitale finanziario in eccesso.
Con la Cina che rappresenta una quota crescente dell’economia globale e con l’Asia che sta diventando la regione con il più alto potenziale di sviluppo, sarebbe nell’interesse di lungo periodo dell’Asia che Cina, Giappone, Corea e i paesi ASEAN si integrassero in una zona di libero scambio basata su uguaglianza e complementarità, nonché di formare un’alleanza valutaria asiatica. Ciò significherebbe un inevitabile declino del dominio del dollaro USA in Asia e, a sua volta, un impatto negativo sulla essenziale strategia della geo-moneta degli Stati Uniti. Per proteggere l’egemonia del dollaro, negli ultimi anni gli Stati Uniti sono tornati a influenzare l’Asia attraverso la loro strategia di alto profilo “Riequilibrio di Asia-Pacifico” (Asia-Pacific Rebalance). Inoltre, prima che Trump salisse al potere, gli Stati Uniti avevano spinto attivamente per il Partenariato Trans-Pacifico, che escludeva la Cina. Questi sforzi significano garantire il futuro degli Stati Uniti e il mantenimento dell’enorme bacino di dollari in Asia-Pacifico. Come risposta, la Belt and Road Initiative e la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) sono destinate a rompere il contenimento dell’Alleanza Stati Uniti-Pacifico, utilizzando la vasta profondità continentale della nazione e le lunghe frontiere continentali-oceaniche per creare un bacino di renminbi sul megacontinente eurasiatico-africano [14].
Il doppio orientamento nell’internazionalizzazione del Renminbi
Facendo un confronto, la difficile situazione dell’ascesa del renminbi è praticamente identica a quella dell’euro. Qualunque valuta regionale in ascesa faccia un passo avanti e diventi una valuta globale, inevitabilmente, intenzionalmente o meno, metterebbe in discussione la posizione del dollaro statunitense. Eppure, pur essendo ancora in fase di sviluppo, la valuta in questione non avrebbe il vantaggio del dollaro, ovvero la capacità di trarre profitto dal mondo intero. Tutto ciò che potrebbe fare è accelerare l’intensificazione della finanziarizzazione interna per sostenere la redditività del capitale finanziario attraverso la compressione interna al fine di garantire, a sua volta, il valore delle attività finanziarie basate su quella valuta. Quindi, più gli interessi finanziari sono internazionalizzati, più l’economia nazionale si finanziarizza.
In poche parole, ci sono due diverse serie di obiettivi e interessi nell’internazionalizzazione del renminbi.
In primo luogo, parte dell’obiettivo strategico fondamentale dell’iniziativa Belt and Road è quello di trovare uno sbocco per l’eccessiva capacità produttiva della Cina. Per facilitare quest'opera, ci devono essere accordi istituzionali regionali nella finanza e nel cambio di valuta. È come l’istituzione del sistema di Bretton Woods dopo la seconda guerra mondiale, che ha facilitato l’esportazione di merci dagli Stati Uniti in tutto il mondo. L’AIIB, il Silk Road Fund, la New Development Bank dei paesi BRICS, e così via, tutte creazioni a guida cinese, sono accordi istituzionali transnazionali finalizzati a questo obiettivo strategico. Allo stesso tempo, è necessario coordinare tali accordi con l’istituzione di accordi di scambio tra il renminbi e le altre valute regionali, che costituirebbero un sistema di compensazione commerciale non statunitense. Il primo passo per l’internazionalizzazione del renminbi è regionale piuttosto che globale. Esso si basa sui partenariati strategici multilaterali della Cina, e sulla creazione di un bacino regionale per il renminbi.
In secondo luogo, è inevitabile che l’internazionalizzazione del renminbi abbia ulteriori implicazioni. I blocchi finanziari in Cina si aspettano di espandere i loro interessi e il loro potere. I progetti infrastrutturali su larga scala e il commercio internazionale richiederebbero, in ogni caso, servizi finanziari complessi come la creazione di credito, il finanziamento e la compensazione. Il rischio è che gli enormi profitti generati dall’internazionalizzazione del renminbi possano spingere i gruppi finanziari ad espandersi eccessivamente nel tentativo di creare attività finanziarie di qualità basate sul renminbi. La sovra-espansione del settore finanziario può compromettere l’economia reale. All’orizzonte potrebbero profilarsi crisi finanziarie senza precedenti, come la bolla dei subprime negli Stati Uniti e la crisi del debito europeo.
In breve, utilizzare gli strumenti finanziari per far avanzare la strategia nazionale dell’iniziativa Belt and Road e, allo stesso tempo, prevenire efficacemente l’eccessiva ambizione dei blocchi di interesse finanziario è una sfida formidabile.
Partecipazione ai Diritti Speciali di Prelievo
La riforma del meccanismo per la fissazione del tasso di cambio del renminbi che ha scosso il mondo l’11 agosto 2015 è stata valutata come una mossa verso un’economia cinese più orientata al mercato. Nel corso dello stesso anno, a novembre, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha annunciato l’inclusione del renminbi nel paniere valutario del Diritto Speciale di Prelievo (DSP), a partire dall’ottobre 2016. Il peso del renminbi si colloca al terzo posto (10,92% del paniere dei DSP), dietro al dollaro statunitense (41,73%) e all’euro (30,93%). Tuttavia, il FMI ha sottolineato che la Cina dovrebbe completare la sua mercatizzazione del meccanismo di cambio entro tre anni.
Il DSP è l’unità di valuta internazionale del FMI. Nasce dalla proposta di John Maynard Keynes alla conferenza di Bretton Woods per una valuta internazionale. Idealmente, la sua ponderazione rifletterebbe il peso nel commercio internazionale dei paesi partecipanti. L’idea di Keynes era quella di costruire una valuta internazionale stabile per evitare il predominio di una qualsiasi valuta singola e per evitare squilibri strutturali a lungo termine nel commercio internazionale. Tuttavia, gli Stati Uniti erano ovviamente contrari all’idea e miravano a costruire l’egemonia del dollaro attraverso il sistema di Bretton Woods. Dopo la seconda guerra mondiale, il dollaro statunitense divenne la moneta di riserva internazionale indiscussa e la moneta di compensazione. Dalla fine del sistema di Bretton Woods, il tasso di cambio del dollaro statunitense ha fluttuato per servire la strategia geo-monetaria degli Stati Uniti, in funzione della sua situazione economica interna. Il sistema monetario internazionale è entrato in un’era caotica.
Idealmente, il paniere dei DSP avrebbe dovuto sostituire la moneta unica dominante e svilupparsi in una valuta internazionale stabile, diventando l’unità di compensazione per il commercio internazionale e la valuta di riserva tra le banche centrali. Tuttavia, poiché gli Stati Uniti non sono disposti a rinunciare all’egemonia del dollaro, il DSP attualmente non serve ad alcuno scopo reale e, forse, non potrebbe nemmeno essere considerato una forma di valuta. Sebbene il FMI abbia assegnato i DSP ai Paesi membri più volte, fino al gennaio 2015 i DSP rappresentavano solo meno del 4% del totale delle riserve valutarie mondiali. Dalla sua inclusione nel DSP, che è stata ampiamente considerata la prima volta che la posizione internazionale del renminbi è stata riconosciuta, non vi è stato un aumento significativo della domanda di renminbi come valuta di riserva. Per la Cina, nel breve periodo, essa ha un significato simbolico piuttosto che un beneficio reale. È interessante notare che, mentre gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno ostacolato e persino represso la Cina negli affari internazionali, hanno sostenuto l’inclusione del renminbi nella DSP. È noto che la Cina ha sempre difeso la sua sovranità valutaria e ha resistito alle pressioni per apprezzare il renminbi, per evitare di deprimere il settore delle esportazioni e, in caso di un grande afflusso di fondi speculativi, per raccogliere profitti attraverso l’hedge trading sul tasso di cambio.
L’inclusione del renminbi nella DSP è un’arma a doppio taglio per la Cina. Rispetto al beneficio a lungo termine, la questione a breve termine di come mantenere la piena sovranità monetaria è ancora più grande. L’inclusione del renminbi nel DSP implica l’accelerazione dell’apertura del conto capitale della Cina, in modo che il capitale internazionale sia libero di entrare e uscire dalla Cina per trarre vantaggio dalla volatilità dei mercati finanziari. Ciò sarebbe in linea con l’interesse strategico del capitale finanziario transnazionale, alla ricerca di guadagni veloci in tutto il mondo.
Dato che anche il capitale finanziario interno cinese ha interessi nella deregolamentazione del conto capitale, sembrerebbe esserci un complicato scenario multilaterale. Tra i tre gruppi di interesse – i settori industriali nazionali, i settori finanziari nazionali e il capitale finanziario transnazionale – che tipo di relazioni si creerebbero? Ora, da un lato, il renminbi rappresenta solo l’1,1% della riserva globale [15]. Il patrimonio del renminbi dovrebbe crescere di 330 miliardi di dollari prima di poter raggiungere il livello dello yen giapponese. Dall’altro lato, il commercio d’esportazione della Cina, che viene compensato in renminbi, ha già raggiunto il 26%. Inoltre, con l’aumento dei depositi di renminbi in tutto il mondo, aumenta anche la domanda di prodotti finanziari in renminbi. Alcuni stimano che entro il 2030 la regione Asia-Pacifico rappresenterà il 40% del PIL globale e i due terzi della classe media mondiale, con la classe media cinese che passerà da trecento milioni a seicento milioni. La Cina, e l’intera regione dell’Asia-Pacifico, avrebbero il più grande mercato di consumo di beni. A quel punto, il renminbi sarà diventato la principale valuta di commercio e di compensazione nella regione? In caso affermativo, come si risolverà il conflitto tra gli obiettivi strategici cinesi e statunitensi? Questa sarà probabilmente la domanda più cruciale per l’Asia del Pacifico, e anche per il mondo, nel prossimo decennio.
Sulla strada della finanziarizzazione e dell’internazionalizzazione delle valute, dove le crisi si annidano ad ogni angolo, la Cina avrà la fortuna di essere risparmiata?
Note:
14) , “One Belt, One Road”: La strategia della Cina per un nuovo ordine finanziario globale” Rassegna mensile 68, n. 8 (gennaio 2017): 36-45.
15) Wolf Richter, “US Dollar Refuses to Die as Top Global Reserve Currency”, Wolf Street, 1 gennaio 2018, http://wolfstreet.com.
Fonte
La prima parte forniva un’interessante panoramica sui (fallimentari) tentativi di costituzione di una sovranità monetaria da parte dei governi pre-rivoluzionari e successivamente sul lungo periodo di “accumulazione primitiva” della Cina post-1949, in cui la moneta non ha svolto un ruolo significativo. In questa seconda parte gli autori affrontano il periodo di finanziarizzazione della Cina, fino ad arrivare alle cruciali sfide strategiche che la Repubblica Popolare si trova oggi ad affrontare.
Vi sono numerosi aspetti di questo articolo che, oltre ad essere fondamentali per la comprensione delle diverse mosse nello scacchiere dall’Asia-Pacifico, risuonano direttamente con quello che succede da questa parte del mondo.
Di particolare importanza l’individuazione da parte degli autori della sovranità monetaria come elemento fondamentale per preservare la sovranità economica di un paese, intesa (anche) come capacità di intervenire a livello macro-economico per affrontare una crisi. Una parte delle difficoltà dei paesi europei mediterranei a reagire alle crisi della seconda decade del ventunesimo secolo derivano certamente dall’aver ceduto le prerogative delle politiche monetarie ad istituzioni europee che non solo non hanno svolto il ruolo di scudo dalla speculazione finanziaria internazionale, ma che anzi l’hanno utilizzata come spauracchio per imporre pesanti ristrutturazioni produttive e sociali nei paesi in crisi, a tutto vantaggio del capitale in generale, e di quello nord-europeo in particolare.
Viene ribadita nell’articolo in numerosi passaggi l’importanza della dimensione monetaria nella competizione internazionale fra macro-bocchi all’epoca della globalizzazione finanziaria. Citando direttamente dal testo: “Nell’era della globalizzazione finanziaria, non importa se si tratti del governo degli Stati Uniti o di quello cinese, qualunque paese riesca ad espandere la propria credibilità (valutaria e di solvibilità del debito pubblico) è il vincitore.”
Gli autori individuano addirittura nella incompleta monetizzazione dell’Unione Sovietica una delle cause della debolezza relativa che ne ha portato alla dissoluzione, e sicuramente la condizione che ha permesso il saccheggio da parte del capitale internazionale del suo patrimonio, sia produttivo che personale, dopo l’89. Allo stesso tempo individuano, correttamente, nel dollaro e nel suo ruolo di valuta globale sostenuta nella sua credibilità dalla potenza militare statunitense, una delle armi più formidabili in mano all’imperialismo USA. La possibilità di finanziare il proprio debito (sia pubblico che privato) a bassissimo costo senza incorrere nel rischio di inflazione rappresenta sicuramente un vantaggio strategico, ma ancor di più lo è la possibilità di influenzare i prezzi delle materie prime scambiate in dollari per creare le condizioni adatte al saccheggio delle risorse e delle capacità produttive di una nazione da parte del capitale occidentale. D’altronde gli USA hanno difeso questo privilegio anche con la forza nel corso degli anni, basti vedere quello che è successo in Iraq e in Libia, due paesi che avevano entrambi dichiarato la loro intenzione di ridurre la propria dipendenza dal dollaro, come ricordato nell’articolo.
La volontà della Repubblica Popolare di rendersi progressivamente meno dipendente dal dollaro e la conseguente internazionalizzazione del renminbi come valuta entrerà sicuramente in conflitto con gli obiettivi strategici statunitensi in Asia e nel Pacifico, ma non solo. Come questo conflitto si declinerà diventerà uno dei nodi cruciali dei prossimi decenni.
Gli autori procedono nell’articolo ad una dettagliata descrizione dei vari passi intrapresi dagli anni '90 fino alla delicata situazione di passaggio attuale.
La monetizzazione della Cina inizia nel 1992 con l’abolizione del sistema dei buoni che precedentemente regolava i consumi, e marcia per i primi dieci anni a ritmi serrati, molto più veloci della comunque impressionante crescita del PIL nello stesso periodo. Questo processo, un tassello fondamentale della decisione del PCC al suo XIV Congresso di costruire un’”economia socialista di mercato”, comporta allo stesso tempo grandi benefici e grandi costi.
Gli enormi ricavi da signoraggio, permessi dall’isolamento monetario all’epoca, furono fondamentali nella stabilizzazione della Repubblica Popolare negli anni '90.
Allo stesso tempo questa rapida finanziarizzazione ha avuto dei costi istituzionali significativi. Innanzitutto ha comportato un aumento importante delle diseguaglianze tra attori e territori meglio piazzati nel ricavarne i benefici e il resto del paese: quindi le città rispetto alle campagne, le zone costiere rispetto all’entroterra, l’industria rispetto all’agricoltura. Inoltre ha portato alla creazione di blocchi monopolistici di capitale finanziario, con tutto quello che ciò può comportare per i rapporti di forza interni. Inoltre, questa prima fase della finanziarizzazione cinese, a causa della struttura di incentivi operanti, era caratterizzata da una grandissima quota di “titoli spazzatura”, che arrivava addirittura ad oltre il 20% del totale dell’intero sistema finanziario. Illuminante il paragone che gli autori fanno fra la situazione del sistema finanziario cinese alla fine degli anni '90 e Lehman Brothers nel 2008, che possedeva una percentuale di “bad assets” inferiore al 20%. Se quest’ultima fallì mentre il settore bancario cinese non lo fece e si sviluppò fino a dar vita ad alcune delle banche più grandi del mondo è dovuto al fatto che all’epoca non era soggetto alle regole del libero mercato, collocato in un sistema internazionale di libero scambio di valute, ed era ancora significativamente legato al sistema fiscale centrale. Per la stessa ragione la Cina attraversò con relativa solidità le numerose crisi finanziarie che si sono succedute nelle ultime decadi.
Oggi la Repubblica Popolare si trova di fronte ad uno snodo cruciale. Il modello di sviluppo che ha portato avanti negli ultimi 30 anni, dicono gli autori, si trova ad un punto morto: la reddittività del settore industriale è sempre più bassa (per un analisi del calo di reddittività dell’industria cinese di lungo periodo vedere qui) e c’è necessità di trovare uno sbocco per la capacità produttiva e per l’enorme mole di capitale finanziario inattivo. Le pressioni interne per una internazionalizzazione del renminbi sono quindi sempre più forti, e in questo contesto bisogna leggere le graduali aperture ad una determinazione del tasso di cambio più influenzata dalle forze del mercato avviate nell’estate del 2015 come anche l’inclusione del renminbi nel paniere di valute di riferimento del FMI.
Una strada, quella dell’affermazione del renminbi come una valuta globale, che però è costellata di ostacoli e pericoli.
Intanto, come dicevamo prima, si sta scontrando con la determinazione degli USA a mantenere l’egemonia del dollaro in Asia. In quest’ottica bisogna leggere la costituzione da parte degli americani del Parternariato Trans-Pacifico, che esclude la Cina. A questo tentativo di contenimento la Repubblica Popolare ha risposto con la Belt and Road Initiative, la Asian Infrastructure Investment Bank e la New Development Bank dei paesi BRICS, tra i cui obiettivi vi è quello di creare un bacino di utilizzo del renminbi. Vale la pena di sottolineare come la maggior parte dei progetti si fondi su accordi di scambio bilaterali e regionali, si può quindi dire che “Il primo passo per l’internazionalizzazione del renminbi è regionale piuttosto che globale” (su aspetti specifici dei progetti di integrazione-espansione cinesi vedi anche qui).
In secondo luogo, l’ascesa del renminbi senza le possibilità di sfogo data dal non essere (ancora) una valuta globale, unito alla crescente domanda di strumenti finanziari derivante dai progetti infrastrutturali internazionali, non può che portare ad una grande espansione del sistema finanziario interno cinese. Lo “scenario multilaterale” determinato dall’interazione di tre potenti gruppi di interesse – settori industriali cinesi, settori finanziari cinesi e capitale finanziario internazionale – può generare dei problemi nella strategia di lungo periodo del PCC.
Naturalmente, queste considerazioni fatte nel 2018 potranno essere messe seriamente in discussione vista la situazione globale creatasi con la pandemia di Covid-19, che mentre scriviamo è ancora in svolgimento.
Concludiamo questa introduzione sottolineando un ultimo passaggio di questo denso articolo che merita una menzione. Anche a fronte delle previsioni di crescita del peso economico della regione (stime dicono che nel 2030 la regione dell’Asia-Pacifico rappresenterà il 40% del PIL mondiale e i due terzi della classe media), e per sottrarsi all’egemonia del dollaro statunitense, gli autori ritengono che sarebbe nell’interesse di lungo periodo dell’Asia la costituzione di una zona di alleanza valutaria e accordi commerciali tra i principali paesi dell’area, fondata su uguaglianza e complementarità.
Una proposta simile è quella avanzata dalla Rete dei Comunisti di un’Alba-Euromediterranea (vedere ad esempio qui), capace di sganciarsi tanto dal dollaro quanto dall’euro e portare avanti politiche nell’interesse delle classi popolari emancipandosi da quella che gli autori di questo articolo chiamano “la tirannia della finanza monopolistica”, ed è interessante vedere come il dibattito su una differente integrazione regionale con caratteristiche simili prende piede in differenti contesti e latitudini.
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Renminbi: un secolo di cambiamenti (Parte Seconda)
Sit Tsui, Qiu Jiansheng, Yan Xiaohui, Erebus Wong e Wen Tiejun
Monthly Review, Volume 70, Issue 06, November 2018
La strada verso la monetizzazione
La vera monetizzazione iniziò in Cina nel 1992, obbligata dalle difficoltà fiscali. Negli anni ’80, dopo il completamento dell’accumulazione primitiva, il capitale industriale iniziò a crescere e il ritmo dello sviluppo industriale accelerò. A ciò fece seguito una continua crescita dell’occupazione. Il sostentamento di base non era più un problema. Lo Stato tuttavia permetteva ancora ai residenti urbani (circa il 20% della popolazione totale) di godere pienamente degli stessi sussidi che avevano a disposizione nella fase precedente, quella dell’accumulazione primitiva. Per esempio, i bisogni di un residente di Pechino, dal cibo e l’alloggio all’assistenza sanitaria e ai funerali, erano completamente coperti dai sussidi statali. Una residenza registrata di un cittadino di Pechino forniva oltre una dozzina di buoni finanziati da vari sussidi. Questi sussidi, a loro volta, permettevano a vari settori governativi ad imprese affiliate di richiedere stanziamenti dai bilanci fiscali statali, il che comprendeva molti diritti e interessi settoriali.
Nel 1992, lo Stato abolì il sistema dei buoni, tranne che in alcuni villaggi in remote regioni montuose e lungo il confine. Il risultato dell’abolizione dei buoni, fino a quel momento il principale sistema di allocazione delle risorse, fu che la moneta, in quanto rapporto di equivalenza tra le diverse merci, divenne il mezzo di scambio sul mercato. Così, nel 1992, il renminbi divenne una moneta in senso vero e proprio, recuperando la sua funzione fondamentale di intermediario dello scambio. In altre parole, il 1992 fu il primo anno della monetizzazione cinese.
Nel 1978, tutti i depositi nel sistema bancario cinese arrivavano a soli venti miliardi di yuan e i prestiti a cento miliardi di yuan o più. Nel periodo delle riforme prima del 1992, i depositi e i prestiti bancari annuali ammontavano solo a poche centinaia di miliardi. L’aumento annuale delle attività finanziarie ammontava solo a 100 o 200 miliardi di yuan. Un sistema finanziario di queste dimensioni non era affatto significativo. Eppure, dopo il 1992, primo anno della monetizzazione, la crescita dell’offerta di moneta subì un’improvvisa impennata. La crescita annuale degli aggregati monetari M2, M1, e M0 superava di più del doppio la crescita del Prodotto Interno Lordo. Da allora, l’offerta di moneta divenne un cavallo selvaggio in fuga: impossibile da frenare. La Cina entrò in un’era di monetizzazione ad alta velocità. Nel 1998, la Cina affrontò la crisi finanziaria dell’Asia orientale ed essa stessa si trovò sull’orlo di una crisi. A quel tempo, il sistema finanziario aveva già raggiunto migliaia di miliardi di yuan.
In un breve periodo di trent’anni, l’espansione delle attività finanziarie fu incredibile, di fatto aumentando di scala ogni dieci anni: negli anni '70 era di cento miliardi, negli anni '80 divenne mille miliardi, dopo gli anni '90 era diecimila miliardi, e nel primo decennio del ventunesimo secolo era di centomila miliardi. Questo fu il notevole cambiamento dopo la monetizzazione in Cina, con il renminbi come strumento.
È degno di nota il fatto che la riforma della monetizzazione nel 1992 coincise con e si integrò nell'”economia socialista di mercato” come proposto al XIV Congresso del Comitato Centrale del PCC. Da quel momento, l’offerta di moneta è aumentata su larga scala per facilitare gli scambi di mercato. Il governo si sforzò di trasformare quelle risorse che prima non erano destinate alle transazioni monetarie in attività che potevano essere liquidate in contanti. Il governo spinse fortemente per la commercializzazione di abitazioni, istruzione, servizi medici e così via. L’economia e persino la vita sociale divennero completamente monetizzate. Il PIL della Cina conobbe una crescita notevole, e il principio per cui si debba guardare al denaro per qualunque cosa divenne generalmente accettato nella società cinese.
Il governo accelerò la monetizzazione, convertendo le attività fisiche in attività finanziarie che potevano essere scambiate con denaro. Di conseguenza, la ricchezza totale del Paese si espanse in modo sostanziale, via via che diventava contabilizzabile in termini monetari. Alla fine degli anni '90, il valore dei beni materiali della Cina aveva già raggiunto una scala di centomila miliardi. Il renminbi svolse un ruolo fondamentale in questo processo.
Lezioni dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica
L’Unione Sovietica aveva dato priorità alle riforme politiche. Quando il sistema venne meno, crollò anche il sistema monetario su cui si basava. I risparmi di tutta la vita del popolo russo scomparvero da un giorno all’altro. Le risorse, l’economia e la ricchezza tangibile dell’intera nazione furono saccheggiate attraverso una rapida monetizzazione grazie al rapido afflusso di capitali finanziari stranieri, che si appropriarono di gran parte dei profitti istituzionali attraverso la Tobin tax. Il costo istituzionale di aver dato priorità alle riforme politiche è stato il collasso totale del sistema monetario della nazione, e la quasi totale distruzione della ricchezza della popolazione, accumulata da generazioni.
La lezione dell’ex Unione Sovietica è che se l’economia complessiva della nazione non è monetizzata, allora, anche se vanta un Prodotto Nazionale Lordo competitivo e la sua economia fisica o produzione manifatturiera ha guidato il mondo, non può ancora reggere il confronto con l’Occidente in termini di PIL. I politici e i riformatori sotto l’incantesimo del soft power della Guerra Fredda credevano che fosse un problema di un sistema politico nazionale inferiore. Tuttavia, il problema più grande era semplicemente che l’Unione Sovietica era rimasta nella fase dell’economia fisica del capitalismo industriale e non era passata alla monetizzazione (finanziarizzazione).
In confronto, la Cina diede il via al suo rapido processo di monetizzazione nel 1992, dopo aver imparato la lezione dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica: aumentando l’offerta di moneta su larga scala per monetizzare i beni fisici del paese, il governo poteva ricevere un’enorme signoraggio dal processo. Come risultato, il PIL crebbe improvvisamente, tanto che, nel giro di pochi anni, i politici occidentali passarono dal discorso del “crollo della Cina” a quello della “minaccia cinese”. Questo proprio perché la monetizzazione della Cina aveva facilitato la “mercatizzazione” (inteso come tendenza a conformarsi alle regole dell’economia di mercato, ndr). Se non ci fosse stata un’espansione dell’offerta monetaria per portare altri fattori fisici nell’economia di mercato, non sarebbe stato possibile raggiungere quella crescita miracolosa.
La Cina iniziò a monetizzare rapidamente la sua economia negli anni ’90 e affrontò una crisi del debito ancora più grave, ma riuscì a superarla senza grandi danni. Questo perché il processo di rapida monetizzazione generò enormi ricavi istituzionali. Dato che la moneta nazionale era ancora isolata dall’estero, la Cina poté beneficiare di tutti i guadagni istituzionali della monetizzazione sovrana – questo fu il contributo storico del renminbi negli anni '90.
Anche per questo motivo la Cina continuò a insistere per isolare il renminbi dai mercati esterni, anche se fu costantemente rimproverata dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali per aver manipolato i tassi di cambio e fu sottoposta a continue pressioni per aprire la sua moneta sovrana al libero scambio. Questo principio economico era attribuibile proprio alla significativa esperienza degli anni '90. Tuttavia, la monetizzazione aveva anche portato ad un importante cambiamento nella struttura degli interessi della Cina – l’ascesa di blocchi monopolistici di capitale finanziario. La Cina è un’economia continentale massiccia e la sua domanda di credito è altrettanto enorme. Così, con l’accelerazione della monetizzazione emerse un grande sistema bancario. Questo gigantesco blocco finanziario controllato dallo Stato rappresentava oltre il 70% del totale dei fondi di capitale del Paese.
Tuttavia, la fase iniziale della monetizzazione della Cina era stata, in larga misura, dominata dai governi locali. Guardando all’intera esperienza degli anni '90, i governi locali si erano tutti sforzati di aumentare il PIL locale utilizzando le rispettive capacità e impiegando ogni tipo di trucchi. Possiamo parlare di questo decennio come di un periodo in cui i governi locali erano in competizione tra loro come fossero imprese, attirando investimenti mentre il governo centrale si assumeva tutti i rischi. In questa feroce competizione, il vantaggio delle regioni costiere divenne presto evidente. A partire dagli anni ’50, l’assetto industriale complessivo del paese fece sì che le risorse fisiche si concentrassero per lo più nelle regioni costiere. Quando i beni fisici furono monetizzati dopo il 1992, la crescita fu ovviamente molto più elevata nelle regioni costiere rispetto all’entroterra. La disuguaglianza di dotazione di capitale e di rendimento del capitale si ampliò rapidamente.
Nel frattempo, anche la disparità tra le regioni urbane e quelle rurali si espanse rapidamente. Questo perché, nelle condizioni di un’economia contadina diffusa, l’agricoltura faceva generalmente parte dell’”economia naturale” (in cui si scambiano prevalentemente valori d’uso, ndr), con un grado di monetizzazione molto basso. Il problema del basso livello di reddito dei contadini, rispetto ai residenti urbani, divenne più acuto. Non si trattava di un problema di distribuzione degli introiti istituzionali della monetizzazione: lo Stato non aveva piani al riguardo, né arrangiamenti istituzionali né aggiustamenti attraverso politiche specifiche. Di conseguenza, la disparità regionale, la disparità tra zone urbane/rurali, la disparità industria/agricoltura, così come la disparità ricchi/poveri, crebbero rapidamente durante gli anni '90. Anche il coefficiente di Gini aumentò notevolmente in questo periodo. Tutto questo ha fatto parte del processo di trasformazione del paese da un’economia non monetizzata a un’economia monetizzata.
Il costo della monetizzazione della Cina negli anni ’90
Tutti i guadagni istituzionali implicano un corrispondente costo istituzionale. Il costo di questa monetizzazione all’inizio degli anni ’90 per la Cina fu rappresentato dalle tre aree principali di disuguaglianze sopra menzionate: il controllo dei governi locali sulla monetizzazione dei beni e delle risorse locali, le differenze nella scala del capitale industriale tra le regioni e la disparità regionale nelle condizioni delle risorse.
Un costo ancora più pesante fu il fatto che, poiché il governo centrale dovette assumersi tutti i rischi finanziari, i governi locali, nel perseguire gli investimenti per guidare la crescita, non considerarono la misura in cui i “bad assets” si sarebbero accumulati in un sistema finanziario monopolistico e controllato dallo Stato. Alla fine degli anni ’90, la quota di attività in sofferenza nel sistema finanziario statale superava generalmente il 20%, e arrivava persino al 30% in alcuni settori finanziari. Se ciò si fosse verificato in paesi le cui valute potevano essere scambiate liberamente e dove il sistema bancario fosse soggetto al libero mercato, una entità finanziaria in queste condizioni non avrebbe potuto che fallire, come è stato nel caso di Lehman Brothers. Infatti, al momento del fallimento di Lehman Brothers nel 2008, la sua percentuale di attività in sofferenza non era tanto alta quanto quella del settore bancario cinese alla fine degli anni '90. Eppure, Lehman Brothers fallì, mentre il settore bancario cinese non lo fece. Infatti, non solo il settore bancario cinese rimase solvibile e intatto, ma si sviluppò addirittura fino a dare vita ad alcune delle banche più importanti del mondo nel ventunesimo secolo.
La ragione di ciò fu che all’epoca il settore fiscale e quello bancario non erano completamente separati. Solo nel 1997, durante la crisi finanziaria dell’Asia orientale, l’allora Premier Zhu Rongji iniziò a separare completamente la funzione fiscale statale dall’industria finanziaria, per evitare che il sistema fiscale centrale venisse dirottato da governi locali avventati. Inoltre, l’allora Presidente Jiang Zemin sostenne questa mossa e depose il capo municipale di Pechino Chen Xitong, che guidò l’opposizione contro la macro-regolamentazione. Solo allora il governo centrale poté portare avanti la riforma sulla commercializzazione delle banche per consentire alle banche di diventare indipendenti a tutti i livelli dalla funzione fiscale locale.
Ovviamente, il settore finanziario di proprietà dello Stato non poteva separarsi completamente dal sistema fiscale del governo centrale, perché grandi quantità di “bad assets” che erano state abbandonate dalle banche richiedevano finanziamenti da parte del governo centrale. A tal fine, il Consiglio di Stato istituì la società d’investimento Central Huijin Investment per convertire le riserve in valuta estera in investimenti di capitale nelle banche statali. Prima di ciò, il bilancio fiscale centrale aveva anche messo insieme una parte dei fondi di capitale per le banche. In questo modo, il sistema finanziario sotto forma di banche commerciali era in grado di funzionare in modo indipendente.
Questa mercatizzazione finanziaria – commercializzazione del sistema bancario di proprietà statale – è durata circa cinque anni, dal 1998 al 2003. Sebbene avesse conseguito la centralizzazione del potere bancario, nonché la separazione del settore bancario dal sistema fiscale locale, il sistema bancario era ancora strettamente legato alla capacità fiscale centrale e alla riserva di valuta estera del governo centrale (settori finanziari sotto il controllo del governo centrale). Di conseguenza, la Cina aveva un gigantesco settore finanziario monopolistico, in cui molte banche si collocavano tra le più grandi al mondo, cosa che era in linea con la tendenza generale della finanziarizzazione globale, dove la grande finanza monopolistica raccoglieva la maggior parte dei profitti.
Globalizzazione finanziaria
Nel periodo tra il 1998 e il 2003, la Cina completò la sua riforma della commercializzazione bancaria, che coincise con la globalizzazione finanziaria. Il settore finanziario cinese affrontò quindi le ripercussioni della serie di disastri finanziari globali dell’inizio del ventunesimo secolo: dal 1997, dopo la tempesta finanziaria dell’Asia orientale, si susseguirono crisi finanziarie in Russia, America Latina, New York, Spagna, Grecia, Irlanda e nel resto d’Europa. Queste crisi finanziarie si sono verificate nel contesto della globalizzazione finanziaria. Alle nazioni in crisi fu richiesto di rinunciare alla sovranità economica fondamentale, che comporta una credibilità valutaria basata sul potere politico di monetizzare le risorse e gli asset di un Paese. Privando altre nazioni della loro sovranità economica, i paesi potenti possono monetizzare risorse e beni fisici in tutto il mondo attraverso le loro valute forti. La forza del dollaro americano è stata invincibile per il fatto di avere alle spalle il potere militare statunitense, e solo poche nazioni non hanno voluto sottomettersi ad esso. Questi paesi sono diventati da allora i nemici della globalizzazione finanziaria.
Quando le nazioni diventano parte della globalizzazione finanziaria, significa che rinunciano alla sovranità monetaria, che è un aspetto fondamentale della loro sovranità economica, e, quindi significa rinunciare alla loro capacità di regolare la loro macroeconomia per rispondere alle crisi. Nel capitalismo finanziario, una nazione deve coordinare tutto il suo potere per assicurare la sovranità monetaria, perché il governo deve fare affidamento sull’autorità politica per espandere il credito in due direzioni: da un lato, c’è la credibilità valutaria, con la quale si può espandere l’offerta di moneta in grande quantità, e, dall’altro, c’è la credibilità del debito, che permette di aumentare il debito nazionale di un grande ammontare. Nell’era della globalizzazione finanziaria, non importa se si tratti del governo degli Stati Uniti o di quello cinese, qualunque paese riesca ad espandere la propria credibilità è il vincitore.
Naturalmente, rimangono una serie di complicate questioni. Una di queste è che una grande quantità di creazione di credito avrebbe un impatto al di là della nazione stessa. Per esempio, il dollaro americano è una valuta mondiale. La riserva di dollari USA costituisce il 70% della riserva mondiale di valuta estera. Pertanto, il dollaro americano può procedere con la sua espansione globale.
L’espansione astronomica dell’offerta di moneta negli Stati Uniti non ha indotto un’iperinflazione nella sua economia. Allora dove va a finire la grande quantità di dollari americani in più? Oltre all’aumento delle riserve di valuta estera in vari paesi, almeno il 60% di questi dollari sono confluiti nei mercati mondiali dei futures, come le materie prime, l’energia, i cereali di base e così via. Di conseguenza, i prezzi dei cereali, delle materie prime e del petrolio fluttuano vertiginosamente. Ad ogni impennata ci sono centinaia di miliardi di dollari in più, e ad ogni crollo centinaia di miliardi di dollari svaniscono, come se fossero immessi in un inceneritore monetario. Simboli elettronici del valore di centinaia, anche migliaia di miliardi vengono creati dal nulla, per poi scomparire nel vuoto, poiché questi simboli monetari non rappresentano una vera ricchezza, ma sono solo simboli di credito evocati dall’autorità politica. Il valore virtuale di questi simboli potrebbe essere alto o basso, e l’autorità potrebbe rilasciare la valuta o ritirarla. Pertanto, ogni declino su larga scala del mercato finanziario serve a consumare una parte di questo enorme credito supplementare creato.
Gli Stati Uniti eccellono in questo gioco di strategia monetaria. Senza ricorrere alla forza militare, e contando semplicemente su un potere morbido e astuto, il paese ha, di volta in volta, provocato l’inflazione nei settori dell’energia, delle materie prime e del cibo. Le nazioni che importano queste materie prime su larga scala devono quindi importare l’inflazione allo stesso tempo. Se questi paesi si affidano a un’industria manifatturiera comune a bassa redditività marginale, le loro economie vengono colpite duramente, con il risultato di un’elevata disoccupazione, instabilità monetaria e persino nei regimi politici. Quello che segue è quindi un afflusso senza ostacoli di capitali statunitensi, che monetizza ciò che rimane di quelle nazioni, tanto le risorse quanto la capacità produttiva. I profitti della monetizzazione vengono poi spazzati via, lasciando dietro di sé rovina economica e turbolenze politiche, quella che noi chiamiamo “la tirannia della finanza monopolistica”. Nazioni in tutto il mondo hanno perso a questo gioco di strategia monetaria.
In questo momento, la Russia sta cercando di rompere le regole del gioco. Il presidente russo ha rinazionalizzato le più grandi risorse di petrolio e gas del paese, poi ha approfittato dell’impennata dei prezzi del mercato energetico manipolato dagli Stati Uniti. L’extra-profitto viene utilizzato per migliorare il benessere delle persone e si inserisce nel più ampio gioco strategico della Russia. Naturalmente, questo ha anche portato a uno scontro geopolitico tra gli Stati Uniti e la Russia. Casi simili includono il Venezuela, l’Iran, così come, in passato, l’Iraq e la Libia. Ad esempio, dopo il lancio dell’euro, l’Iraq ha annunciato che non avrebbe più utilizzato il dollaro statunitense per il commercio petrolifero. Questo implicava che decine di miliardi di dollari sarebbero stati venduti sul mercato internazionale, dando inevitabilmente inizio ad un effetto domino. L’Iraq fu quindi invaso dalle forze militari statunitensi e il suo governante fu portato al patibolo. L’ex presidente libico non solo nazionalizzò le sue risorse petrolifere dopo esser salito al potere, utilizzando la grande quantità di entrate petrolifere per costruire uno stato sociale (la Libia era un tempo conosciuta come la Svizzera del Medio Oriente), ma osò persino annunciare l’abbandono del dollaro statunitense e dell’euro per la liquidazione del commercio petrolifero sotto l’attacco di continue crisi finanziarie. Si figurava l’oro come mezzo di compensazione del commercio petrolifero. Come previsto, la Libia alla fine è stata vittima di una guerra per procura. Dopo la sconfitta militare e l’esecuzione del presidente senza processo, si è detto che la Libia è stata liberata ed è tornata ad essere una società tribale. Le sue risorse petrolifere erano già state divise dalle compagnie transnazionali delle nazioni straniere che avevano aderito alla guerra.
Oggi il potere della moneta si è già trasformato in una “potenza alienata” indipendente da altre sfere. Questo potere alienato, con un legame diretto e intimo con il potere politico, è diventato il potere dominante della globalizzazione finanziaria e continuerà a portare a una profonda e fondamentale ristrutturazione globale. Se questo cambiamento strutturale non viene adeguatamente considerato, se ci limitiamo ancora al discorso del capitalismo industriale e ai dibattiti obsoleti sulla riforma istituzionale, allora non possiamo capire la globalizzazione finanziaria del ventunesimo secolo – la creazione su larga scala di offerta di moneta attraverso il credito, e l’espansione del debito pubblico. Si sta delineando un panorama fondamentalmente nuovo di concorrenza tra le nazioni.
La Cina è ancora oggi in grado di rimanere su un terreno relativamente solido nonostante l’agguerrita concorrenza internazionale. La ragione di ciò non è altro che quanto abbiamo costantemente sottolineato: la sovranità monetaria è un aspetto fondamentale della sovranità economica. I leader cinesi hanno continuato a promettere di liberalizzare il renminbi in futuro, ma non si sono impegnati a rispettare una tabella di marcia. Allo stesso tempo, la politica fiscale, il sistema finanziario e la gestione dei cambi della Cina sono ancora sotto il suo controllo. Il governo cinese detiene ancora l’autonomia macroeconomica nell’era del capitalismo finanziario.
È ora il momento chiave della scelta strategica: se la Cina deve seguire le orme dell’Occidente nel perseguire il capitalismo finanziario, allora è necessario che liberalizzi e deregolamenti totalmente il suo mercato finanziario-derivativo a causa della pressione dell’eccesso di liquidità, e che entri nella competizione della capitalizzazione globale. Tuttavia, questa strada si è rivelata infruttuosa per le grandi nazioni che hanno sperimentato le bolle e gli schianti nelle loro economie virtuali. Se la Cina deve correggere l’alienazione del capitale finanziario, reintegrandosi nel capitale industriale, allora è necessario rafforzare la mano dello stato. All’esterno, deve impedire il trasferimento dei costi dalla globalizzazione finanziaria e, all’interno, deve rafforzare la macro-regolamentazione e riequilibrare i suoi diversi settori.
Inoltre, quale dev’essere la manifesta funzione pratica del renminbi nel suo prossimo passo verso l’internazionalizzazione? I leader cinesi impareranno in maniera proattiva la lezione dalla politica di “accomodamento” (appeasment, il tentativo, fallimentare, di contenere le mire espansionistiche di Hitler assecondandolo al fine di evitare il conflitto, ndr) in Occidente negli anni ’40, quando il capitalismo industriale divenne fascista? In che modo la Cina dovrebbe usare il renminbi per facilitare l’acquisizione di una posizione proattiva e competitiva nel contesto della globalizzazione finanziaria? Queste sono domande urgenti per la Cina nella costruzione di una nuova strategia valutaria.
Internazionalizzazione del Renminbi
La modalità di sviluppo della Cina degli ultimi trent’anni è giunta a un punto morto. La redditività dell’industria manifatturiera generale è diminuita, arrivando addirittura a zero. Nel frattempo, nel mercato dei capitali si è accumulata un’enorme quantità di liquidità. I blocchi di interesse nel settore finanziario sono diventati sempre più influenti, spingendo per una più profonda finanziarizzazione e internazionalizzazione del renminbi.
In effetti, l’intento di internazionalizzare il renminbi è spinto dalla necessità di esportare il capitale finanziario in eccesso.
Con la Cina che rappresenta una quota crescente dell’economia globale e con l’Asia che sta diventando la regione con il più alto potenziale di sviluppo, sarebbe nell’interesse di lungo periodo dell’Asia che Cina, Giappone, Corea e i paesi ASEAN si integrassero in una zona di libero scambio basata su uguaglianza e complementarità, nonché di formare un’alleanza valutaria asiatica. Ciò significherebbe un inevitabile declino del dominio del dollaro USA in Asia e, a sua volta, un impatto negativo sulla essenziale strategia della geo-moneta degli Stati Uniti. Per proteggere l’egemonia del dollaro, negli ultimi anni gli Stati Uniti sono tornati a influenzare l’Asia attraverso la loro strategia di alto profilo “Riequilibrio di Asia-Pacifico” (Asia-Pacific Rebalance). Inoltre, prima che Trump salisse al potere, gli Stati Uniti avevano spinto attivamente per il Partenariato Trans-Pacifico, che escludeva la Cina. Questi sforzi significano garantire il futuro degli Stati Uniti e il mantenimento dell’enorme bacino di dollari in Asia-Pacifico. Come risposta, la Belt and Road Initiative e la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) sono destinate a rompere il contenimento dell’Alleanza Stati Uniti-Pacifico, utilizzando la vasta profondità continentale della nazione e le lunghe frontiere continentali-oceaniche per creare un bacino di renminbi sul megacontinente eurasiatico-africano [14].
Il doppio orientamento nell’internazionalizzazione del Renminbi
Facendo un confronto, la difficile situazione dell’ascesa del renminbi è praticamente identica a quella dell’euro. Qualunque valuta regionale in ascesa faccia un passo avanti e diventi una valuta globale, inevitabilmente, intenzionalmente o meno, metterebbe in discussione la posizione del dollaro statunitense. Eppure, pur essendo ancora in fase di sviluppo, la valuta in questione non avrebbe il vantaggio del dollaro, ovvero la capacità di trarre profitto dal mondo intero. Tutto ciò che potrebbe fare è accelerare l’intensificazione della finanziarizzazione interna per sostenere la redditività del capitale finanziario attraverso la compressione interna al fine di garantire, a sua volta, il valore delle attività finanziarie basate su quella valuta. Quindi, più gli interessi finanziari sono internazionalizzati, più l’economia nazionale si finanziarizza.
In poche parole, ci sono due diverse serie di obiettivi e interessi nell’internazionalizzazione del renminbi.
In primo luogo, parte dell’obiettivo strategico fondamentale dell’iniziativa Belt and Road è quello di trovare uno sbocco per l’eccessiva capacità produttiva della Cina. Per facilitare quest'opera, ci devono essere accordi istituzionali regionali nella finanza e nel cambio di valuta. È come l’istituzione del sistema di Bretton Woods dopo la seconda guerra mondiale, che ha facilitato l’esportazione di merci dagli Stati Uniti in tutto il mondo. L’AIIB, il Silk Road Fund, la New Development Bank dei paesi BRICS, e così via, tutte creazioni a guida cinese, sono accordi istituzionali transnazionali finalizzati a questo obiettivo strategico. Allo stesso tempo, è necessario coordinare tali accordi con l’istituzione di accordi di scambio tra il renminbi e le altre valute regionali, che costituirebbero un sistema di compensazione commerciale non statunitense. Il primo passo per l’internazionalizzazione del renminbi è regionale piuttosto che globale. Esso si basa sui partenariati strategici multilaterali della Cina, e sulla creazione di un bacino regionale per il renminbi.
In secondo luogo, è inevitabile che l’internazionalizzazione del renminbi abbia ulteriori implicazioni. I blocchi finanziari in Cina si aspettano di espandere i loro interessi e il loro potere. I progetti infrastrutturali su larga scala e il commercio internazionale richiederebbero, in ogni caso, servizi finanziari complessi come la creazione di credito, il finanziamento e la compensazione. Il rischio è che gli enormi profitti generati dall’internazionalizzazione del renminbi possano spingere i gruppi finanziari ad espandersi eccessivamente nel tentativo di creare attività finanziarie di qualità basate sul renminbi. La sovra-espansione del settore finanziario può compromettere l’economia reale. All’orizzonte potrebbero profilarsi crisi finanziarie senza precedenti, come la bolla dei subprime negli Stati Uniti e la crisi del debito europeo.
In breve, utilizzare gli strumenti finanziari per far avanzare la strategia nazionale dell’iniziativa Belt and Road e, allo stesso tempo, prevenire efficacemente l’eccessiva ambizione dei blocchi di interesse finanziario è una sfida formidabile.
Partecipazione ai Diritti Speciali di Prelievo
La riforma del meccanismo per la fissazione del tasso di cambio del renminbi che ha scosso il mondo l’11 agosto 2015 è stata valutata come una mossa verso un’economia cinese più orientata al mercato. Nel corso dello stesso anno, a novembre, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha annunciato l’inclusione del renminbi nel paniere valutario del Diritto Speciale di Prelievo (DSP), a partire dall’ottobre 2016. Il peso del renminbi si colloca al terzo posto (10,92% del paniere dei DSP), dietro al dollaro statunitense (41,73%) e all’euro (30,93%). Tuttavia, il FMI ha sottolineato che la Cina dovrebbe completare la sua mercatizzazione del meccanismo di cambio entro tre anni.
Il DSP è l’unità di valuta internazionale del FMI. Nasce dalla proposta di John Maynard Keynes alla conferenza di Bretton Woods per una valuta internazionale. Idealmente, la sua ponderazione rifletterebbe il peso nel commercio internazionale dei paesi partecipanti. L’idea di Keynes era quella di costruire una valuta internazionale stabile per evitare il predominio di una qualsiasi valuta singola e per evitare squilibri strutturali a lungo termine nel commercio internazionale. Tuttavia, gli Stati Uniti erano ovviamente contrari all’idea e miravano a costruire l’egemonia del dollaro attraverso il sistema di Bretton Woods. Dopo la seconda guerra mondiale, il dollaro statunitense divenne la moneta di riserva internazionale indiscussa e la moneta di compensazione. Dalla fine del sistema di Bretton Woods, il tasso di cambio del dollaro statunitense ha fluttuato per servire la strategia geo-monetaria degli Stati Uniti, in funzione della sua situazione economica interna. Il sistema monetario internazionale è entrato in un’era caotica.
Idealmente, il paniere dei DSP avrebbe dovuto sostituire la moneta unica dominante e svilupparsi in una valuta internazionale stabile, diventando l’unità di compensazione per il commercio internazionale e la valuta di riserva tra le banche centrali. Tuttavia, poiché gli Stati Uniti non sono disposti a rinunciare all’egemonia del dollaro, il DSP attualmente non serve ad alcuno scopo reale e, forse, non potrebbe nemmeno essere considerato una forma di valuta. Sebbene il FMI abbia assegnato i DSP ai Paesi membri più volte, fino al gennaio 2015 i DSP rappresentavano solo meno del 4% del totale delle riserve valutarie mondiali. Dalla sua inclusione nel DSP, che è stata ampiamente considerata la prima volta che la posizione internazionale del renminbi è stata riconosciuta, non vi è stato un aumento significativo della domanda di renminbi come valuta di riserva. Per la Cina, nel breve periodo, essa ha un significato simbolico piuttosto che un beneficio reale. È interessante notare che, mentre gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno ostacolato e persino represso la Cina negli affari internazionali, hanno sostenuto l’inclusione del renminbi nella DSP. È noto che la Cina ha sempre difeso la sua sovranità valutaria e ha resistito alle pressioni per apprezzare il renminbi, per evitare di deprimere il settore delle esportazioni e, in caso di un grande afflusso di fondi speculativi, per raccogliere profitti attraverso l’hedge trading sul tasso di cambio.
L’inclusione del renminbi nella DSP è un’arma a doppio taglio per la Cina. Rispetto al beneficio a lungo termine, la questione a breve termine di come mantenere la piena sovranità monetaria è ancora più grande. L’inclusione del renminbi nel DSP implica l’accelerazione dell’apertura del conto capitale della Cina, in modo che il capitale internazionale sia libero di entrare e uscire dalla Cina per trarre vantaggio dalla volatilità dei mercati finanziari. Ciò sarebbe in linea con l’interesse strategico del capitale finanziario transnazionale, alla ricerca di guadagni veloci in tutto il mondo.
Dato che anche il capitale finanziario interno cinese ha interessi nella deregolamentazione del conto capitale, sembrerebbe esserci un complicato scenario multilaterale. Tra i tre gruppi di interesse – i settori industriali nazionali, i settori finanziari nazionali e il capitale finanziario transnazionale – che tipo di relazioni si creerebbero? Ora, da un lato, il renminbi rappresenta solo l’1,1% della riserva globale [15]. Il patrimonio del renminbi dovrebbe crescere di 330 miliardi di dollari prima di poter raggiungere il livello dello yen giapponese. Dall’altro lato, il commercio d’esportazione della Cina, che viene compensato in renminbi, ha già raggiunto il 26%. Inoltre, con l’aumento dei depositi di renminbi in tutto il mondo, aumenta anche la domanda di prodotti finanziari in renminbi. Alcuni stimano che entro il 2030 la regione Asia-Pacifico rappresenterà il 40% del PIL globale e i due terzi della classe media mondiale, con la classe media cinese che passerà da trecento milioni a seicento milioni. La Cina, e l’intera regione dell’Asia-Pacifico, avrebbero il più grande mercato di consumo di beni. A quel punto, il renminbi sarà diventato la principale valuta di commercio e di compensazione nella regione? In caso affermativo, come si risolverà il conflitto tra gli obiettivi strategici cinesi e statunitensi? Questa sarà probabilmente la domanda più cruciale per l’Asia del Pacifico, e anche per il mondo, nel prossimo decennio.
Sulla strada della finanziarizzazione e dell’internazionalizzazione delle valute, dove le crisi si annidano ad ogni angolo, la Cina avrà la fortuna di essere risparmiata?
Note:
14) , “One Belt, One Road”: La strategia della Cina per un nuovo ordine finanziario globale” Rassegna mensile 68, n. 8 (gennaio 2017): 36-45.
15) Wolf Richter, “US Dollar Refuses to Die as Top Global Reserve Currency”, Wolf Street, 1 gennaio 2018, http://wolfstreet.com.
Fonte
Quando la finzione contagia la realtà
Il caso di Contagion, il film di Steven Soderbergh che ha “previsto” la pandemia che stiamo vivendo con sbalorditiva precisione, è diventato materia leggendaria durante la quarantena.
Il film del 2011 racconta di un virus letale che passa dai pipistrelli ai maiali macellati e infine agli esseri umani nei ristoranti della Cina, per poi diffondersi nel resto del mondo, infettando e uccidendo milioni di persone mentre le autorità stentano a contenerlo.
Forse per i suoi sorprendenti paralleli con la crisi attuale (e magari per una sorta di masochismo collettivo), Contagion ha di recente scalato le classifiche fino a diventare il settimo film più popolare su iTunes (prima era 270esimo). A marzo, quando il flusso delle notizie reali sembrava ricalcare la sua sceneggiatura, è diventato il titolo più visto su Hbo e i suoi download illegali sono aumentati di 50 volte.
Dieci anni fa il film è stato proposto a Soderbergh dallo sceneggiatore Scott Burns, che è stato inflessibile nel voler dare una rappresentazione plausibile di una pandemia virale. Nello script l’agente patogeno non è un coronavirus ma un paramyxovirus, e il suo tasso di letalità è più alto rispetto a quello del Covid-19. Ma la sua origine e il modo in cui si trasmette sono sorprendentemente simili a ciò che vediamo oggi.
Questo grazie alla ricerca meticolosa di Burns e ai consigli che ha ricevuto da consulenti scientifici come il virologo Ian Lipkin.
Oltre all’epidemiologia, il film immagina le dinamiche sociali di una pandemia, comprese le quarantene, gli assalti ai supermercati e la disinformazione dilagante (fatta su internet da un blogger complottista interpretato da Jude Law).
Quando gli scienziati riescono finalmente a creare un vaccino per contenere il virus, Contagion mette in scena il caos ulteriore legato al compito colossale di produrre il vaccino in grandi quantità, e di stabilire le priorità nella sua distribuzione alla popolazione – temi fin troppo plausibili in un futuro in cui la curva del contagio sarà ulteriormente scesa rispetto ad ora.
Gli autori del film non hanno previsto una cosa: gli effetti nefasti dell’assoggettamento del potere scientifico a un’amministrazione autoritaria e populista, cultrice dell’ignoranza e negazionista – proprio nel momento in cui la competenza e una adeguata leadership sarebbero state fondamentali. E il fatto che gli Stati Uniti siano diventati l’epicentro della pandemia più virulento al mondo.
Questo, forse, sarebbe stato considerato un racconto fantascientifico troppo improbabile.
Abbiamo parlato del film e della sua attinenza con la situazione attuale con Burns e Lipkin in una recente conferenza stampa a Los Angeles.
Come è nato Contagion?
Scott Burns: da ragazzo ho visto Outbreak, e c’era qualcosa nel finale e nella sua parte scientifica che mi ha sempre dato fastidio, sia come sceneggiatore che come semplice persona pensante. E ricordo di aver pensato di voler fare un film su una pandemia, ma che fosse guidato dalle scoperte scientifiche più recenti. E volevo che si svolgesse in un mondo improntato sulla globalizzazione, i viaggi, e con una grande disparità economica.
Una delle domande che mi hanno fatto più spesso da quando è comparso questo virus è come mai il film è così preveggente e accurato. La risposta è molto semplice: quando ho presentato il progetto a Steven Soderbergh gli ho detto di voler fare il film solo se fosse stato preciso e basato sui fatti, perché ero consapevole che viviamo in un’epoca di pandemie. Così sono riuscito a mettermi in contatto con Ian, il miglior virologo del nostro Paese.
E lui mi ha detto la stessa cosa: ti aiuterò solo se il film è estremamente realistico e non una stronzata complottista su un virus creato in laboratorio o proveniente da un’antenna telefonica. Sapevo dunque che la storia del film si sarebbe avverata dieci anni più tardi? No. Ma ogni esperto con cui ho parlato mi ha detto che la questione non era se sarebbe successo, ma quando.
E i fatti vi hanno dato ragione.
Ian Lipkin: questa non è la prima pandemia e non sarà l’ultima, non sono neanche certo che sarà la peggiore. È qualcosa che dobbiamo poter anticipare: ci battiamo da tempo per poter sviluppare un sistema immunitario internazionale che ci consenta di individuare questi agenti patogeni prima che si trasmettano alla comunità umana.
Se si guarda alla frequenza di queste epidemie, a me sembra che stiano aumentando, che ce le potremo aspettare ogni tre o cinque anni. Se riusciamo a controllare un focolaio come abbiamo fatto in Sudafrica, con un virus chiamato Lujo – il più letale arenavirus mai conosciuto, che dubito voi abbiate mai sentito nominare – allora la gente dà per scontato che non c’è bisogno di preoccuparsi.
È questo il problema con la sanità pubblica: se un lavoro viene fatto bene, non lo sa nessuno e a nessuno importa. Ma quando tutto va male allora è un problema. Spero quindi che le persone faranno tesoro della lezione che abbiamo dovuto apprendere sui mercati di animali selvatici, la condivisione dei dati, i miglioramenti necessari agli studi sui vaccini. Così quando arriverà il prossimo virus potremo farci trovare più preparati.
Ma prima dobbiamo affrontare quello attuale.
IL: il virus è stato scoperto alla fine del 2019. Abbiamo i test diagnostici, ma non sono sufficienti. I paesi che sono riusciti a controllare la pandemia – la Germania, Singapore, la Cina – avevano accesso a questi test e li hanno usati con successo. Negli Stati Uniti siamo rimasti indietro. E lo stesso è accaduto in Italia, Spagna e altri posti.
Ci stiamo servendo di tecnologie vecchie – come l’isolamento, il tipo di strategia utilizzata nel medioevo per tenere sotto controllo un’epidemia. Finché non avremo un vaccino, o farmaci accessibili a tutti, saremo limitati nelle nostre strategie di risposta al virus. E dovremo limitarci all’isolamento, i test, i tracciamenti, la ricerca di persone che sono venute a contatto con individui infetti.
SB: ricordo di aver avuto una conversazione con Ian sulla necessità di sviluppare un vaccino universale contro il Coronavirus. Sono quindi sorpreso di vedere sempre più virus che vengono in contatto con gli esseri umani? Niente affatto. Per me questo ha a che fare con problemi più grandi, relativi al fatto che gli esseri umani stanno invadendo gli spazi degli animali. Così entriamo sempre più in contatto con i loro virus.
È il nostro comportamento ad aver causato questi problemi, come la predilezione cinese per i wet market e come vengono gestiti. In Contagion la compagnia che abbatteva gli alberi – il motivo della migrazione dei pipistrelli – è americana. Spesso l’aggressione di questi luoghi selvaggi avviene in paesi poveri, ma ad opera del colonialismo industriale.
Che ne è stato del sistema di allerta tempestiva?
IL: alla metà degli anni 2000, quando ci fu l’epidemia di Sars, George Bush istituì il National Bio Surveillance Advisory Sub Committee, che forniva linee guida specifiche su come evitare questi focolai. Poi è arrivato Obama e ne ha fondato un altro ancora, che ha stilato un rapporto a cui nessuno ha prestato attenzione.
Non c’è niente che mi sorprenda in quanto sta accadendo: i nostri servizi sociali sono in cattive condizioni, il centro per il controllo delle malattie riceve meno finanziamenti di quanti ne servirebbero – a differenza della Cina, dove il budget per la ricerca scientifica viene aumentato del 20% all’anno, mentre il nostro continua a scendere. Non ci sono abbastanza persone, né risorse.
La carenza di studi epidemiologici, di test efficienti, di finanziamenti alle persone che vivono in povertà affinché possano stare in isolamento, sono cose che mettono in pericolo tutti noi, non solo localmente ma a livello internazionale. E addossare le colpe alla Cina, come si sta facendo, non aiuta. Sono stati molto più trasparenti con noi rispetto al 2003, quando personalmente sono stato coinvolto nella lotta all’epidemia di Sars.
È vero ciò che ha detto il Dr. Fauci: che non saremo noi, ma il virus, a dettare i tempi?
IL: Tony è un mio buon amico e farò solo un piccolo appunto a ciò che ha detto. Perché in parte siamo proprio noi a stabilire i tempi: possiamo appiattire la curva con l’isolamento, migliorando i test, accelerando il perfezionamento di farmaci e vaccini. Fino a un certo punto, siamo padroni del nostro destino.
Da un punto di vista culturale complessivo, torneremo a quel genere di esperienze che non comportano assembramenti – bar, ristoranti, teatri, cinema rappresenteranno invece un problema più complesso, perché finché non avremo un vaccino sarà molto più difficile proteggere le persone.
Ma se si lavora in un ufficio, credo sarà possibile tornare a farlo indossando una mascherina – o andare a fare la spesa, cose di questo tipo. E identificheremo le persone che sono state esposte al virus, e si spera siano immuni, che potranno lavorare in prima linea nelle squadre mediche, fra i pompieri, la polizia e altre attività che richiedono di stare contatto con un gran numero di persone.
Ma non potremo tornare alla situazione in cui eravamo fino all’anno scorso finché non avremo un vaccino che sia stato ampiamente distribuito.
E quando pensa che ciò sarà possibile?
IL: generalmente ci sono tre fasi nella realizzazione di un vaccino: test di sicurezza, dell’efficacia e infine test sulla sicurezza e l’efficacia a lungo termine per un gran numero di persone. Solo dopo aver attraversato queste tre fasi si investe nella produzione e nella distribuzione, perché è una spesa da miliardi di dollari.
Al momento stiamo portando avanti delle collaborazioni in tutto il mondo che ci consentiranno di investire in un numero limitato di vaccini che comincino a dimostrarsi validi, utili: non tutti saranno sviluppati. Questo richiede gli sforzi congiunti degli studiosi, dell’industria e dei governi di tutto il mondo. La maggior parte delle persone sostiene che ci vorranno 18 mesi o anche due anni, io credo che ci arriveremo in circa un anno.
Altri dicono che ce la faremo entro la fine del 2020, ma credo sia una stima troppo ottimistica. E questo cosa ci dice in termini politici? Che prima avremo un vaccino e più coloro che sono a rischio politicamente potranno dire di avercela fatta, di aver trovato il vaccino, quando in realtà sappiamo che non è così. Noi virologi stiamo collaborando, condividendo i dati come mai prima d’ora.
State lavorando sulla terapia a base di plasma?
IL: sto cercando di puntare molto su questa terapia. L’ho fatto quando ero in Cina: è stato il governo cinese a fare le prime sperimentazioni con il plasma. Attualmente abbiamo appena cominciato una sperimentazione al New York Presbyterian con 450 pazienti. E c’è un vasto studio nazionale che sta venendo condotto in merito.
Credo che nelle prossime tre o quattro settimane saremo in grado di sapere se la terapia col plasma funziona con le persone molto malate, o se può prevenire la malattia negli operatori sanitari.
Contagion affrontava anche il tema della disinformazione, che complica la lotta alla pandemia.
SB: quel problema è peggiorato. E purtroppo ora non si tratta solo di blogger, ma di rappresentanti del governo federale. È già abbastanza difficile combattere la malattia, ma avere a che fare con la disinformazione – specialmente quella che fa leva sulla xenofobia, sull’incredibile divisione politica di questo paese – rende il lavoro di persone come Ian incredibilmente difficile.
Non capisco affatto perché dovremmo dire cose come “liberate il Michigan”, quando in quello stato ci sono tante persone molto malate. E non capisco perché quella gente abbia il “diritto” di ammalarsi e mettere in pericolo la vita di altre persone, alcune delle quali potrebbero avere delle malattie pregresse: per loro sarebbe una sentenza di morte.
Contagion immaginava anche altre tensioni sociali: le sommosse per il cibo. Non siamo ancora arrivati a quella parte del film?
SB: per quanto sia stata messa a dura prova, la filiera di rifornimento in questo paese non ha ceduto. Per cui non credo che dovremo preoccuparci del cibo. La malattia del nostro film era molto più letale di questa, per cui le persone impiegate nei servizi essenziali possono svolgere il loro lavoro se vengono protette in modo adeguato, se i protocolli sono efficienti.
Credo quindi che questi disordini non faranno parte del film che stiamo vivendo, o almeno lo spero. Ma purtroppo nel nostro paese siamo testimoni dell’influenza che questa crisi sta avendo sulla divisione che già c’era prima – e c’è gente a cui sta bene che le persone anziane o vulnerabili muoiano per la nostra economia: abbiamo eletto dei politici che hanno detto cose di questo tipo. E più passa il tempo più questo rappresenterà un problema, a meno che non riusciamo a trovare un approccio condiviso.
Pochi giorni fa una notizia mi ha spezzato il cuore: un’infermiera che affronta un gruppo di manifestanti armati in Colorado, che le urlano che se vuole il comunismo dovrebbe andarsene in Cina.
È deprimente che sia questo il livello della discussione e dell’ignoranza nel nostro paese, tanto da arrivare a minacciare i lavoratori sanitari di cui abbiamo bisogno. E di certo l’infermiera non ha alcun secondo fine politico: vuole solo impedire che le persone si ammalino. Questo è il genere di divisioni che se continuano ad inasprirsi potranno portare ad una escalation dell’instabilità sociale.
IL: ci sono parti del subcontinente indiano dove ci sono state insurrezioni. Quindi possono anche non esserci nella costa ovest degli Stati Uniti, o a New York, ma ci sono parti del mondo in cui questo sta già accadendo.
Nel film un altro momento di tensione arriva quando il vaccino viene sviluppato, ma la produzione e la distribuzione restano una sfida.
SB: Sapevo che in questi casi il vaccino viene dato in primo luogo a chi lavora in prima linea, ai militari, ai membri del governo. E poi mi sono inventato l’idea della lotteria. Viviamo in una società in cui i ricchi, o chi ha delle conoscenze politiche, riceve dei trattamenti preferenziali.
Non so se ciò influirà sulla distribuzione del vaccino, ma non credo sia da escludere che questo genere di abitudini corrotte si manifesteranno, perché sono comuni in tutto il mondo. Ma spero che le persone più a rischio saranno le prime a ricevere il vaccino, subito dopo il personale sanitario.
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