Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/02/2011

Skull Fracturing Nightmare!

Oggi il fornicatore mi ha doverosamente fatto notare che, nell'ultimo periodo, mi sono dedicato alacremente all'analisi politica tralasciando però l'argomento che dovrebbe essere il cardine della nostra linea editoriale (sti termini forbiti alla Paolo Mieli mi fanno andare in brodo di giuggiole!!!), il metal!

Non posso dargli torto, dunque faccio ammenda dedicando il trafiletto di questa serata ai signori che vedete qui sotto:


Per chi si domandasse chi sono, vi rispondo io, trattasi dei Demolition Hammer, che se ben ricordate menzionai nell'articolo dedicato alle disavventure dei Sepultura.

In quella sede li descrissi  come seguaci del death/thrash metal creato ufficialmente dai carioca con la pubblicazione di Beneath The Remains nel 1989. Non è tuttavia corretto identificare il quartetto di New York City come seguace del genere "inventato" dalla band brasiliana, perché ascoltando il primo demo targato 1988 e intitolato Skull Fracturing Nightmare, ci si rende facilmente conto che i Demolition Hammer furono parte attiva nella forgiatura di quel genere di transizione tra vecchio (thrash) e nuovo (death), diventandone in poco tempo gli alfieri più quotati ed stremi, al punto che spesso la stampa li definiva come un gruppo brutal thrash.

A dispetto di una carriera  brevissima e terminata in modo piuttosto indecoroso a livello artistico, i 4 della grande mela divennero una formazione di culto tra gli appassionati, perché nel volgere di appena 6 anni dalla propria formazione (1986) diedero alle stampe due pietre miliari dell'estremo.

La prima di queste uscite risponde al nome di Tortured Existence e fu rilasciata via Century Media nel 1990. Il disco condensa 45 minuti scarsi di musica che sono peggio di una martellata in testa! Denominatore comune di ogni brano è la consueta (per il genere) compattezza ritmica modello megalite di Stonehenge, oltre all'uso abbondante di tempi medi sovente spaccati da incursioni di chitarra solista e batteria che pigiano sull'acceleratore.

Anche in quest'occasione viene incaricato Scott Burns di conferire forma ai suoni dell'album, che in virtù di questa collaborazione è decisamente più affine al death floridiano che al thrash della sponda ovest (ma anche se prendessimo in considerazione quella est il discorso non sarebbe diverso).
Come pronosticabile all'interno di un mercato in selvaggio mutamento, il disco raccoglie il riscontro entusiasta dei soli oltranzisti dell'estremo, ma tanto basta al gruppo per finire in tour con nomi del calibro (soprattutto ai tempi) di Obituary, Malevolent Creation e Devastation (quelli texani e dediti ad un thrash decisamente affine ai Demolition). E' in questo periodo che prendono forma i pezzi che andranno a comporre il nuovo Epidemic Of Violence (1992).

In questo disco, il gruppo intende risultare ancor più violento rispetto a quanto suonato appena 2 anni prima e conquista senza difficoltà il proprio traguardo! Nei 9 pezzi che compongono Epidemic Of Violence, troviamo la quintessenza di ciò che veniva definito brutal thrash, ovvero un modo di suonare "pestato" che innalza l'asticella dell'estremo di un corposo palmo, superando le composizioni che, fino a quel momento, erano considerate picco della violenza nel thrash americano (vedi Slayer e Dark Angel).

A questo punto i Demolition Hammer avevano davanti a se due sole strade da percorrere, quella (logica) dell'estremo e quella dello sputtanamento. Ahime prevalse lo sputtanamento e il gruppo andò in vacca. Vinny Daze (batteria) e James Reilly (chitarra) abbandonarono la band creando i DEVIATE N.Y. che produssero un solo demo prima di scomparire. Steve Reynolds (basso/voce) e Derek Sykes (chitarra), invece, reclutarono Alex Marquez (bazzicatore assiduo della scena death americana che ha contato) alla batteria e pubblicarono Time Bomb: un aborto post-thrash nato dall'idea di accodarsi stilisticamente e a livello di vendite alla coppia che nel 1994 spopolava nelle classifiche metal, Pantera e Machine Head.

In rete circola voce che fu la Century Media ad imporre a Reynolds e Skyes di usare nuovamente il nome Demolition Hammer per questa uscita, a prescindere dalla paternità della scelta è indubbio che la carriera del gruppo si concluse in modo indegno, ed è destinata a non vivere più alcuna resurrezione a causa del decesso datato 11/03/1996 del former Vinny Daze, ucciso dalla puntura di un pesce palla.

Il pezzo seguente è quindi dedicato alle ceneri di una formazione dalla durata fulminea quanto intensa e al suo talentuoso batterista.

Enjoy!


P.S. l'acquisto di Tortured ed Epidemic è ovviamente consigliatissimo, soprattutto ora che i due album sono tornati nuovamente a catalogo con la Century Media in un'edizione che comprende un corposo numero di pezzi bonus registrati nel periodo di miglior forma del gruppo.

Still Grind Attitude.

Il grindcore è un genere musicale dai connotati caotici nato nella seconda metà degli anni ottanta, nel Regno Unito. Generalmente viene riconosciuto come un ramo estremo dell' hardcore punk sposato ad alcuni elementi metal, con somiglianze death, anche in questo caso degenerati al parossismo. Vanno menzionati, per esemplificare il concetto, i Repulsion: band americana passata inizialmente inosservata, che solo anni dopo ha visto riconosciute le proprie qualità innovative.
Il termine è stato coniato da Mick Harris, batterista della band che ha dato vita al genere: gli inglesi Napalm Death, con l'album di debutto, Scum (1987). Inizialmente "grindcore" era un semplice aggettivo con cui Harris definiva ironicamente la propria musica (grind significa macinare, polverizzare: una parola concisa e chiara per descrivere una musica che si consuma in un boato improvviso e rapido), solo successivamente ha assunto il valore di vero e proprio filone musicale.
Scum, per la precisione, ingloba i caratteri del grindcore solo nelle tracce del lato B, inciso ad un anno di distanza dal lato A, e con una formazione parzialmente diversa. A rendere così singolare il lato B di Scum c'è il suono della chitarra (riconoscibile in una distorsione resa unica dallo stile di Bill Steer, che grazie ad una postura obsoleta, ottiene un risultato straordinariamente "ruvido" nella distorsione), le scale usate per comporre i giri (combinazioni di note non facilmente riscontrabili in altri generi musicali), l'estrema velocità dell'esecuzione (specialmente per quanto concerne la batteria), la peculiare brevità dei brani (dai 40 secondi di media, fino ad un minuto o poco più) e l'impronta vocale, fatta di scream e carica di aggressività.
Sulla copertina, intorno alla scritta Scum (Rifiuto) ci sono, polemicamente, piazzati i loghi di alcune multinazionali e si riconoscono, tra gli altri: BP (British Petroleum), Nestlè, Ford, IBM, Philips, McDonald's e Coca Cola.
Il grindcore, come già detto, è sicuramente da considerare una continuazione delle correnti più nichiliste dell'hardcore punk. Un gruppo che sicuramente ha ispirato i Napalm Death sono i Discharge, band inglese formatasi nel 1977 che ha anche dato via, oltretutto, al cosiddetto D-Beat (variante violenta e minimalista dell'hardcore caratterizzato da un ritmo di batteria particolare), ma questo è un altro discorso...
Tornando al grind, una lettura diversa viene offerta dai Carcass (band che schiera lo stesso chitarrista dei Napalm Death), i quali uniscono un immaginario testuale fatto di espliciti riferimenti al mondo della medicina e dell'anatomia: metafora della società moderna, pugno nello stomaco per i benpensanti.
Le idee dei Carcass, forse per la vicinanza all'immaginario horror del death metal, erano destinate a produrre numerosi proseliti in tutto il mondo, formando così una schiera di gruppi goregrind (la maggior parte, a dir la verità, piuttosto inutili, in quanto prive di quell'humor e delle provocazioni intellettuali della band inglese).
Bisogna dire che, successivamente, sia Napalm Death che Carcass, hanno subito diversi avvicendamenti e cambi di formazione, finendo poi per abbracciare un sound più vicino al death o, nel peggiore dei casi, al melodic death.
Navigando per il web, ho trovato questa interessantissima intervista fatta al mitico Mitch Dickinson, personaggio che ha vissuto e contribuito alla nascita e successiva esplosione del movimento.
Io non posso fare altro che consigliare la lettura e salutarvi con un pezzo dei giapponesi SxOxBx, band tanto sottovalutata quanta importante per tutto il genere (anno di grazia 1986).




Di seguito una lista, se non dei migliori, dei miei lavori preferiti:
Repulsion: "Horrified"
SxOxBx: "Don't Be Swindle"
Napalm Death: "Scum"
Napalm Death: "From Enslavement to Obliteration"
Carcass: "Symphonies of Sickness"
Terrorizer: "World Downfall"
Brutal Truth: "Extreme Conditions Demand Extreme Responses"
O.L.D.: "Old Lady Drivers"
Extreme Noise Terror: "A Holocaust in Your Head"
Defecation: "Purity Dilution"
Unseen Terror: "Human Error"
Assück: "Anticapital"
Agathocles: "Razor Sharp Daggers" (forse la band più prolifica di sempre)
Cripple Bastards: "Misantropo A Senso Unico"
Insect Warfare: "At War With Grindcore" (tra i migliori usciti ultimamente)

03/02/2011

Il gemellaggio.

Poco meno di 2 anni fa, si presentava così una delle coppie meglio assortite del panorama internazionale: stessa micca da duri incartapecoriti da un età (83 a 75) coperta con abbondante cerone, identico o quasi strapotere nei rispettivi Paesi, geograficamente uniti dall'acqua del Mediterraneo e storicamente legati da vicende intrecciatesi in più di un'occasione.
Di recente il nome del quasi monarca egiziano era riecheggiato nelle orecchie italiane perché impropriamente collegato, suo malgrado, ad una procace marocchina, più volte impegnata in estenuanti frequentazioni alla corte di Arcore, ma questi sono argomenti di pertinenza della magistratura, quello che m'interessa sottolineare sta sera è come la politica italiana ed egizia per un giorno sia stata particolarmente affine nella propria operatività.
Egitto: qualche giorni fa avevo lasciato la terra dei faraoni sorprendendomi per la piega che stava imboccando la rivoluzione esplosa il 25 gennaio, e coltivando il desiderio d'assistere alla definitiva cacciata di Mubarak dallo scranno del Cairo.
Lunedì l'opposizione aveva indetto una giornata di mobilitazione nazionale, con l'obiettivo di presentarsi direttamente alla finestra di Mubarak per pretenderne le dimissioni. La manifestazione è stata un indubbio successo con almeno un milione di cittadini egiziani scesi in piazza. La forza dei numeri, tuttavia, ha fuorviato una larga fetta dei media che, anche in virtù del presunto scaricamento di Hosni da parte dell'amministrazione americana, hanno dato per chiusa la partita egiziana. Soltanto nella sera di ieri, invece, s'è capito che i giochi sono ancora aperti e che Mubarak è un vecchio volpone! Per come si è sviluppata la faccenda fino ad ora, il presidente egiziano ha mostrato notevole abilità tattica, proponendosi all'indomani delle proteste quale soggetto "debole" dello scontro, salvo dimostrare che il fronte popolare che lo contesta non è poi tanto compatto (come i media hanno più vole rimarcato descrivendo l'odierna giornata di scontri tra militanti pro e anti Mubarak) come s'è detto negli ultimi giorni, potendo quindi risalire la china degli antagonisti limitando i danni alla promessa di non ricandidarsi alle prossime presidenziali. A dispetto dei manifestanti che lunedì ne invocavano la caduta, Mubarak ha anche incassato il sottile appoggio dell'esercito, che successivamente alla sua promessa, ha esortato la folla a tornare nei ranghi della vita quotidiana, affermando che la piazza ha ottenuto ciò che voleva.
L'invito delle forze armate risuona quanto mai sinistro per le sorti della rivoluzione, perché sa di inciucio tra un despota al tramonto e l'esercito che scandisce gli equilibri della società egizia dal 1952. In quest'ottica, a mio avviso, va contestualizzata la "neutralità" dell'esercito negli scontri tra fazioni (che hanno il sapore di strategia della tensione di nostrana cultura) che sì sono verificati ieri al Cairo, e partendo da questa considerazione sì può azzardare che la repressione violenta di questa rivolta non è un'ipotesi tanto remota, soprattutto quando tra i maggiori sostenitori di Mubarak è rimasto Israele, spaventato dall'ipotesi di un Egitto fuori controllo che funga d'esempio per tutti i dissidenti presenti nelle nazioni arabe "filo-occidentali", con Giordania e Arabia Saudita in testa.
Italia: più volte ho avuto modo d'affermare come la politica italiana e di riflesso l'intero Paese siano impantanati nell'ennesima vicenda giudiziaria in cui s'è infognato Berlusconi, questa volta in maniera più scabrosa del solito, perché si sa, in questa nazione fa più notizia essere sorpreso con due baldracche in letto piuttosto che con un mafioso come faccendiere domestico.
Nelle ultime settimane siamo stati spettatori del consueto canovaccio cui ci ha abituato Berlusconi quando la magistratura lo chiama in causa, gli allarmi alla giustizia politicizzata, alle toghe comuniste (cazzo ci fossero tutti sti comunisti in giro, quasi pagherei per averli!!!), al golpe ai danni del governo del fare, sono stati talmente martellanti da divenire nauseabondi, ma hanno sortito il loro effetto. Il costante innalzamento della tensione, infatti, ha mostrato un Berlusconi al tracollo (pure Gelli lo scarica), con un esecutivo prossimo alla caduta addirittura per mano di Napolitano. L'opposizione sembra cogliere l'occasione del contropiede con D'Alema, la rete decisiva pare ad un soffio ma all'ultimo minuto il cavaliere riconquista la cronaca politica proponendo al PD una larga intesa volta a rilanciare l'economia (evidentemente pure lui non arriva a fine mese, con tutte le mignotte che deve pagare!) che però viene rifiutata da Bersani. L'azione truffaldina è ormai compiuta ed è sufficiente l'ennesimo monito di Napolitano cui Berlusconi prontamente sì accoda, per far recuperare fiato al primo ministro che riesce a dipingersi paladino del rispetto delle istituzioni, che monderà del sudiciume sollevato dalle toghe rosse con un imminente piano di rilancio economico (ce lo sentiamo dire da quasi 30 anni sta cazzata)!
Lascio a voi tratte le conclusioni del gemellaggio da cui ha preso spunto questo sproloquio, non prima d'improvvisarmi bookmaker delle prossime mosse di politica economica: cementificazione a destra e sinistra, con Tremonti intento a masturbarsi sulle proprie qualità di contenitore (di cazzate) del debito pubblico.

E le bestemmie volano!

31/01/2011

Egitto centro del mondo.



Tra le tante sfighe che comporta l'essere cittadino di questo mondo in questi anni, è indubbio che ci resta ancora la fortuna di poter essere (con un po' di voglia) spettatori di momenti storici che in un modo o nell'altro finiranno sui libri di storia.
Dall'11 settembre 2001 a oggi ne abbiamo viste di ogni, nella maggioranza dei casi ci abbiamo (avete) capito poco (o nulla), ma sicuramente siamo tutti stati piccole comparse di un mosaico che sì potrebbe azzardare senza precedenti.
Ultimo in ordine di tempo è il ritorno del Mediterraneo al centro degli eventi internazionali. Sarebbe stata sufficiente la crisi economico-politica in atto nel nord dell'antico bacino (Grecia - Italia - Spagna) per esprimersi in tal senso, e invece i costanti esclusi da ogni decisione che conta, comprese quelle relative alla propria esistenza, hanno riguadagnato una visibilità che in Africa latitava dai tempi della fine del colonialismo diretto di matrice europea (la lettura è caldamente consigliata).
Non so dire se gli eventi del nord Africa mi abbiano più stupito o galvanizzato, sicuro è che se non mi aspettavo la vittoria del movimento in Tunisia (che nel ruolo dell'esercito trova alcune analogie con la Rivoluzione dei garofani in Portogallo) men che meno avrei scommesso sull'andamento delle rivolte in Egitto, dimostratesi talmente dirompenti da mettere alla corda l'amministrazione americana (che rischia di perdere un essenziale alleato nel contenimento della guerriglia palestinese e del nemico islamico in Medio Oriente) e l'esercito indigeno, decisamente più legato alle sorti di Mubarak rispetto agli omologhi tunisini, che dalla tirannia di Ben Alì non hanno mai guadagnato gran che.
Il rapidissimo dipanarsi della situazione, tuttavia, rende molto difficile ipotizzare sensatamente quale Egitto potremmo avere sotto gli occhi tra qualche settimana. La posizione del Paese è troppo strategica nello scacchiere medio orientale perché il duopolio USA-Israele possa permettersi di concedere alla terra delle piramidi di vivere una deriva che l'allontani eccessivamente dai propri interessi che, purtroppo, possono contare sulla totale assenza di quella porzione d'Europa che dovrebbe seguire da vicino la situazione, ma che al momento registra l'attività della sola Francia, mentre l'Italia procede nella propria rovinosa marcia d'impasse istituzionale causa troie che tentano di sollevare l'uccello di un Berlusconi (parrebbe) in caduta libera.
Che augurarsi dunque? Beh, prima di tutto che alla fine dei giochi l'operato di CIA e Mossad non finisca per essere determinante nel futuro egiziano. In questo senso sarà fondamentale l'azione di Mohamed El-Baradei, il personaggio forse più influente all'interno della diversificata opposizione al potere di Mubarak che oggi viaggia ancor più sul filo del rasoio perché prossimo ad essere scaricato anche dai vertici militari interni.

29/01/2011

Padroni a casa nostra.

Su questo slogan la Lega Nord ha costruito buona parte del proprio consenso nel settentrione più becero, xenofobo e ignorante.
A onor del vero il Carroccio non è stato il solo a cavalcare la rivendicazione dell'italianità più rozza e bieca che esista (in suo compagnia marcia da sempre compatto tutto il resto del centro-destra nazionale) ma è sicuramente la formazione politica che nel corso degli anni più ci ha battuto, al punto da erodere anche parte di quell'elettorato che s'infiammava quando certi concetti venivano espressi da quella mal anima di Almirante e successivamente dal suo pupillo Fini.
Caso strano, però, se il medesimo concetto lo esprimono e applicano i popoli dell'Africa Mediterranea, le ventate d'entusiasmo di leghista DNA non sì verificano, come mai? Eppure, dovremmo gioire tutti per quanto sta accadendo in Algeria, Tunisia ed Egitto, soprattutto perché i moti che stanno agitando il nord Africa non sono frutto di particolari maneggi politici, ma al contrario sono l'esternazione di popoli esacerbati dalla privazione e compressione dei più elementari diritti cui ogni essere umano aspira.
Come mai il mondo occidentale, tanto restio a integrare e valorizzare seriamente l'extracomunitario, non gode del fatto che tanti potenziali immigrati stia tentando di migliorare la struttura istituzionale dei propri paesi per evitare di vivere nella merda, e magari essere costretti ad espatriare più o meno clandestinamente?
Soltanto negli ultimi giorni, a fronte di proteste che al posto di placarsi sì sono intensificate, il primo mondo ha iniziato a pronunciare parole di tiepida simpatia (termine eccessivo ma al momento non mi viene in mente nulla di meglio) nei confronti dei manifestanti, guarda caso propria quando il nuovo fronte della rivolta nord africana è divenuto l'Egitto.
L'avvenimento, ovviamente, non è casuale e poggia le proprie basi sulle consuete regole d'interesse economico che reggono (spero ancora per poco, ma non ci conto) questo mondo. Nell'area interessata dalle rivolte, infatti, affondano profondi e macroscopici interessi alcuni tra i principali attori occidentali, si pensi alla Francia, da sempre croce e delizia di Algeria e Tunisia, all'Italia che attraverso l'ENI sente puzza di problemi per i propri interessi energetici e ovviamente gli USA che da 30 anni hanno nell'Egitto il secondo baluardo d'appoggio per il Medio Oriente dopo la Turchia. In quest'ottica vanno quindi interpretati gli imbarazzi che hanno avuto Sarkozy e Clinton nell'esporre la posizione dei rispettivi Paesi in merito a quando sta avvenendo in Nord Africa.
Per come la vedo io, l'aria peggiore tira in casa del Segretario di Stato americano che sicuramente ha vagliato anche l'ipotesi (remota) della formazione di un asse trasversale Iran-Iraq-Egitto all'indomani della prima o poi necessaria smilitarizzazione di Bagdad e del venir meno del potere di Mubarak, che da 30 anni esegue gli interessi americani  sulla pelle dei propri cittadini che ormai ne hanno le tasche piene del dittatore tinto (in questo e non solo assomiglia molto al nostro Berlusconi).
Sono nel campo della fantapolitica? Forse, ma verificando come s'è sgonfiata la panzana dello "Yes, we can!" che aveva galvanizzato mezzo mondo all'indomani del passaggio di consegne tra G.W. Bush e Obama nel 2009, non credo di risultare poi tanto visionario.
In ogni caso, mi auguro che il cittadino comune, a differenza delle istituzioni che ci rappresentano in casa e fuori, abbia sentore di quale sia la parte con cui schierarsi, e magari inizi a prenderne esempio riguadagnando quella determinazione che in Africa sta dando lezioni di civiltà a tutto il mondo definito correntemente come progredito.

27/01/2011

Il giorno della memoria

Il 20 luglio 2000, il Parlamento italiano partorisce la legge n° 211, che nel suo primo articolo così recita:

"La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati."

In pratica, quella legge sancisce l'allineamento del nostro Paese alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in memoria della Shoah.
Tanto per rompere gli indugi ancor prima che sì presentino, il sottoscritto considera suddetta celebrazione una sonora cazzata perché istituisce il ricordo per il solo genocidio nazi-fascista, dimenticando colpevolmente tutti i genocidi perpetrati nel corso della seconda metà del '900.
L'istituzione della giornata della memoria, simbolicamente, crea morti di serie A e morti di serie minori, mentre il sottoscritto pensa che i morti debbano ricevere dalla storia medesima dignità. Poco importa se la mattanza è avvenuta nell'Europa nazi-fascista, nella Cambogia dei Khmer Rossi, nel Cile di Pinochet, nell'URSS di Stalin, nell'Argentina della Giunta Militare, nella Serbia di Mladić, nella Nanchino occupata dai giapponesi, nella frontiera ovest dei nascenti USA o nell'Africa abbandonata a se stessa (almeno nei massacri) dagli ex colonizzatori europei.
La differente dignità e il diverso peso (mediante l'uso della "memoria") che sì assegna alle vittime dei genocidi e degli eccidi che hanno insanguinato la storia recente, serve esclusivamente a perpetrare un'immagine distorta della storia stessa, in cui sì mistificano regimi e popoli a ovvio favore di chi la storia la scrive perché ne ha conquistato la "proprietà" sui campi di battaglia o alla borsa di New York.

25/01/2011

Omaggio al cinema gagliardo e cafone.

Il titolo mi sembra sufficientemente esplicativo.



Il video anche.
Non per tirare in ballo la solita nostalgia canaglia ma a me quei tempi affascinavano e piacevano decisamente di più, sarà che gli Stati Uniti non li conoscevo ancora come il cumulo di merda che sì sono rivelati con lo scorrere degli anni.

23/01/2011

Il Collegato Lavoro

L'entrata in vigore dell'ennesima legge bomba ai danni del lavoratore, c'impone nuovamente di tornare a parlare di lavoro e precariato.
Di seguito riporto l'articolo de Il Fatto Quotidiano descrivente in modo chiaro e dettagliato la nuova norma che chiude il cerchio iniziato con la riforma Treu nel 1997 volta a demolire il mercato del lavoro con sommo gaudio dell'intera classe padronale.


"Precari, arriva il Collegato Lavoro. Ora sarà quasi impossibile fare causa alle aziende.

La legge 183 introduce una serie di paletti e cavilli legali che renderà la vita dei lavoratori atipici durissima. Sarà quasi impossibile impugnare in tribunale il proprio contratto di lavoro.
 

Chi ha avuto esperienze professionali precarie sa bene che avere buoni rapporti con i propri principali è fondamentale. Mi rinnoveranno il contratto? Me lo prolungheranno? Mi assumeranno a tempo indeterminato? Prima, poi o mai? Sono alcune delle domande che affliggono quotidianamente il lavoratore atipico. Adesso, però, chi si trova nel limbo temporale tra un contratto scaduto e uno che forse arriverà – co.co.pro, di collaborazione, o tempo determinato – è davanti a un bivio. Entra oggi in vigore la legge 183 del 2010, più nota come “Collegato lavoro”.

COM’ERA. La vecchia normativa garantiva anni di tempo a chi intendeva fare causa al suo ex-datore di lavoro (il caso più classico, per i precari, è quello in cui si viene utilizzati come “collaboratori” anche se si fa un lavoro da dipendenti a tutti gli effetti). Con il Collegato lavoro, l’arco di tempo entro il quale si può fare causa al proprio datore di lavoro diventa di 60 giorni: o ci si muove per tempo, o dopo non si può più rivendicare nessun diritto (era una disposizione già prevista per i contratti a tempo determinato ora allargate anche agli altri contratti).

CHI PUO’ FARE CAUSA. Per tutti i rapporti di lavoro terminati prima del novembre 2010 (oggi), quindi, si potrà fare causa entro il 23 gennaio. Per i contratti che scadranno in futuro, si avranno sempre e comunque solo 60 giorni di tempo, e poco importa se, magari, si aspetta un nuovo contratto proprio dal datore di lavoro che si vuole portare in tribunale.

RICATTO CERTIFICATO. “La Legge 183 chiude il cerchio perverso che si era aperto nel 1997 con il Paccheto Treu”. Ne è convinto Massimo Laratro, uno degli avocati del lavoro del pool legale di San Precario, il collettivo che da più di 10 anni si occupa di diritti e precarietà. “Treu aveva introdotto le prime forme di lavoro flessibile e interinale nel 1997; Marco Biagi, con la Legge 30 del 2003 aveva codificato la precarietà con una serie di forme contrattuali atipiche; oggi, con il collegato lavoro, il legislatore va a colpire i precari anche sul piano processuale. Il ricatto cui era sottoposto il lavoratore atipico prima era implicito, oggi è certificato”.

Secondo gli avvocati di San Precario, la nuova legge rende quasi impossibile per i lavoratori fare causa alle aziende quando le condizioni contrattuali sono ritenute non corrette. E’ un vero rosario – di cavilli, eccezioni, tempistica, sproporzione delle forze in campo – quello da sgranare per vedersi riconoscere i propri diritti.

I PERIODI DI NON LAVORO. “Oggi ero in tribunale per due cause di lavoro e, alla luce delle novità legislative, sono state entrambe rinviate”, dice Matteo Paulli, uno dei legali del pool. “Ci vogliono mesi, addirittura anni, per sapere se un contratto di lavoro è impugnabile”. E chiarisce: “I precari fra una collaborazione e l’altra possono avere dei periodi di non lavoro ben superiori a due mesi – continua Paulli – Un datore di lavoro può dire al suo dipendente che gli rinnova il contratto, lascia passare i famosi 60 giorni e al 61esimo non glie lo rinnova. A quel punto per il precario è finita, si trova cornuto e mazziato”.

CONTRATTISTI MULTIPLI. Non solo, c’è una trappola anche per i contrattisti “multipli”: “Se un lavoratore ha avuto con la stessa azienda un numero elevato di collaborazioni, ad esempio cinque contratti nell’ultimo anno, potrà impugnarli sempre che i famosi 60 giorni non siano trascorsi. E’ ovvio che quindi potrà impugnare solo l’ultimo. E avrà molte meno possibilità di vincere”, sottolinea Massimo Laratro. Insomma, è la parola del dipendente contro quella del principale. “Dato che durante l’udienza il datore di lavoro deve dimostrare la ‘temporaneità’ del rapporto di lavoro, se la causa riguarda un solo contratto di due mesi anziché cinque o sei collaborazioni, avrà la strada spianata”.

INSIDIE PRIMA DI FIRMARE. Le insidie non finiscono qua. Le altre due novità particolarmente indigeste ai legali di San Precario sono la “certificazione del rapporto di lavoro” e la “clausola del ricorso all’arbitrato” in caso di impugnazione. Presso le camere del lavoro verranno istituite delle “commissioni certificatrici” che avranno il compito di apporre il loro sigillo sulla validità di un determinato rapporto di lavoro. “Io ti assumo con un contratto a progetto, mi rivolgo alla commissione che timbra il contratto come legittimo e tu non potrai mai fare più causa contro di me – dice Laratro – Così facendo si certifica non solo il rapporto, ma anche la volontà del lavoratore che evidentemente non è nella condizione di rifiutare perché magari sta cercando un’occupazione da mesi”.

ARBITRATO. L’arbitrato invece dà la possibilità al datore di lavoro di inserire nel contratto una clausola che dice che in caso di problemi il dipendente si rivolgerà a una commissione arbitrale invece che ai giudici. “Con questa norma si vuole azzerare il ricorso all’autorità giudiziaria” dicono gli avvocati.

INDENNITA’ PREGRESSA. Infine c’è la questione dell’indennità. Prima della Legge 183 se un lavoratore vinceva la causa contro il suo datore di lavoro, lui era obbligato a “riconoscergli il mancato guadagno”, e cioè a corrispondergli tutti gli stipendi in cui era rimasto a casa. Ora, nel caso l’azienda perdesse in tribunale sarà tenuta solo a versare un’indennità all’ex dipendente che andrà da un minimo di 2,5 a un massimo di 12 mensilità. “E se il processo va avanti per tre anni e il lavoratore in tutto il periodo rimane a casa?” Chiedono gli avvocati di San Precario.

LICENZIAMENTO ORALE. E ancora, l’ultima gabola. C’è il licenziamento “orale”. Per la legge il licenziamento deve essere comunicato in forma scritta: se comunicato oralmente, non è valido. Ma ora il termine dei 60 giorni varrà anche per i “licenziamenti orali”. Se un datore di lavoro sosterrà che il licenziamento c’è stato prima della data indicata dal lavoratore (e ben prima dei sessanta giorni a disposizione), basterà trovare dei testimoni compiacenti per bloccare il processo.

LA CGIL: ASSISTENZA’ STRAORDINARIA. La Cgil si è attivata in tutti i modi contro il collegato lavoro. Non solo è impegnata da settimana per distribuire materiale informativo, ha lanciato anche un appello ai principali organi di informazione. Assicura, inoltre, che “tutti gli uffici legali della confederaizone, tutti gli sportelli immigrati, tutte le strutture di categoria della Camera del lavoro, saranno impegnate nei prossimi sessanta giorni in un’iniziativa di straordinaria consulenza e tutela”. Un impegno che i militanti dello sportello San Precario giudicano tardivo. “Il provvedimento è in Parlamento da due anni. Dov’era la Cgil in tutto questo periodo?”, chiede Massimo Laratro.

NESSUN DIRITTO. il colpo finale ai precari e alla loro dignità è ormai sferrato. Si parla da anni di “flexsecurity”, di garantire sostegno e stato sociale anche ai lavoratori precari. Alla fine, invece, si è chiuso il ciclo aperto da Treu: neanche i tribunali potranno garantire i diritti violati dei lavoratori atipici.

di Lorenzo Galeazzi e Federico Mello"



In questo Paese, chi ha meno di 40 anni dovrebbe iniziare a preoccuparsi seriamente.