Biden formulerà una Nuclear Posture Review deludente che non si discosterà da quella di Trump.
1) Una guerra nucleare non può essere vinta: ma negli ambienti militari degli Stati Uniti circola una tesi opposta!
2) Gli enormi rischi della tendenza ad affidare il controllo delle armi nucleari alle macchine: se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari, tutti noi potremmo essere morti!
3) Infine per chiudere una notizia che potrebbe essere positiva, se verrà confermata.
La crisi Ucraina (se la chiamiamo USA-NATO-Russia sull’Ucraina è più chiaro) è in pieno corso: non si è dissolta la minaccia di una escalation militare, dietro la quale si paventa anche il rischio di un ricorso agli armamenti nucleari, che sarebbe ovviamente devastante per l’umanità.
Credo che nell’opinione pubblica la concezione del funzionamento, del controllo e del ruolo di queste armi sia in generale ferma a una decina di anni fa (al 2010 risale l’ultimo trattato di controllo, il Nuovo START), mentre invece le innovazioni che sono in corso sono profonde, e il mio parere (in realtà di molti esperti) è che non solo le rendano più micidiali ma – cosa ovviamente estremamente più grave – aumentino notevolmente, anziché allontanare, il rischio concreto del loro uso.
È indubbiamente un argomento che presenta aspetti complessi, e forse non è molto attrattivo in tempi in cui le cose si cercano in internet per trovare le risposte più semplici: ma cercare di approfondire è essenziale per le nostre vite. Il proverbio dice “Se lo conosci lo eviti”, non è sempre sufficiente ma sicuramente è necessario, e vale la pena fare un po’ di sforzo.
Non si pensi che sia semplice raccogliere tutte le notizie (soprattutto perché molte sono in pieno corso) e valutare la loro natura e le loro potenzialità. Non ho nessuna pretesa di essere esaustivo, ma di fornire alcuni aggiornamenti che non credo siano molto noti, ed alcune valutazioni, come suol dirsi con beneficio di inventario. La fonte principale a cui mi rifaccio è una serie di articoli recenti del Bulletin of the Atomic Scientists.
Biden difficilmente disinnescherà i pericoli che ha ereditato dalle scelte di Trump!
Un articolo di Joe Cirincione sul Bulletin del 26 gennaio con il titolo eloquente “La politica di Biden stile Trump ci minaccia tutti”[1] inizia eloquentemente con questa frase:
«Il Congressional Budget Office stima che il governo spenderà oltre 634 miliardi di dollari per nuove armi nucleari in questo decennio. Si potrebbe pensare che il presidente Joe Biden cercherebbe di spostare alcuni di quei soldi in programmi che rivitalizzano il paese piuttosto che tenerlo incatenato ad armi obsolete della guerra fredda.
Vi sbagliereste.
Biden rilascerà presto un documento – la Nuclear Posture Review (NPR) – che delinea la visione della sua amministrazione sui rischi nucleari. Tutte le indicazioni sono che assomiglierà molto a quella dell’ex presidente Donald Trump.»
Avevo già dato notizia tre mesi fa, sempre da un articolo di Cirincione, del fatto che il Pentagono sia determinato a impedire al presidente Biden di cambiare la posizione nucleare degli Stati Uniti del tempo della guerra fredda[2].
Il nuovo articolo di Cirincione è più argomentato, ed acquista anche toni accorati. La condizione di Biden è critica da più punti di vista, egli è alle prese con alcune delle crisi più gravi che l’America abbia mai affrontato, i conflitti globali incombono, il suo sostegno politico in patria è in crisi, ed è sotto costante attacco da parte di un’opposizione repubblicana frenetica.
È quindi costretto a muoversi con molta circospezione, qualsiasi cosa che lo faccia apparire debole o rischi la defezione di un politico democratico mette in pericolo la sua intera agenda.
Sebbene il controllo delle armi nucleari sia un tema sul quale egli si è impegnato durante la sua carriera politica, a parere di Cirincione «egli taglierà solo alcuni programmi e aggiusterà un po’ di retorica, ma fondamentalmente manterrà in vigore la maggior parte delle armi e delle politiche di Trump.»
«Una postura nucleare ‘alla Trump’ eviterà grandi lotte con le cinque grandi corporazioni che costruiscono queste armi, i loro sostenitori al Congresso e gli esperti che finanziano. Manterrà il flusso di denaro nei distretti e negli stati del Congresso. Ai Progressisti non piacerà, ma in gran parte preserverà l’unità dei caucus democratici alla Camera e al Senato.»
Ma sarà una scelta accorta? Il giudizio su Cirincione è decisamente negativo, «giocando in difesa, Biden rinuncia alla sua più grande possibilità di trasformazione. Ucciderà tutto ma ucciderà in particolareil suo lodevole obiettivo di riconsiderare le priorità di sicurezza dell’America.»
Biden aveva inaugurato la sua presidenza con l’ambizioso programma Build Back Better (ricostruire meglio) per rilanciare l’economia statunitense coniugando contrasto della pandemia, politiche verdi e al femminile, occupazione, lasciando addirittura crescere il budget del Pentagono: questo suo programma è franato ed inoltre il suo indice di gradimento fra i cittadini statunitensi sta scemando, prospettando una confitta nelle elezioni di mid term, aggravando il pericolo di un ritorno di Trump alle prossime presidenziali.
«Sembra sempre più – scrive Cirincione – che Biden non possa avere tutto. Dovrà scegliere. È qui che entra in gioco il suo NPR.
I rapporti indicano che la revisione – condotta da funzionari del Pentagono e appaltatori con un contributo simbolico da altri dipartimenti – cancellerà uno o due piccoli programmi nucleari, molto probabilmente un nuovo missile da crociera lanciato dal mare e un’enorme bomba lanciata dall’aria, la B-83, che è 100 volte più distruttiva della bomba che ha raso al suolo Hiroshima. Probabilmente modificherà anche la politica degli Stati Uniti per essere più favorevole al controllo degli armamenti e ridurre la gamma di situazioni in cui gli Stati Uniti inizierebbero una guerra nucleare.
Biden lascerà le armi più pericolose dell’arsenale statunitense, i missili terrestri che devono essere lanciati entro pochi minuti da un avvertimento di un attacco – anche prima che un presidente possa essere certo che l’attacco non sia stato un errore del computer o un cyber hacking. Peggio ancora, approverà, per la prima volta da un presidente democratico, il piano del Pentagono – portato avanti da Trump nei suoi ultimi mesi – per costruire un nuovo missile balistico intercontinentale che costerà oltre 264 miliardi di dollari. Nel complesso, i piani nucleari del Pentagono costeranno almeno 2 trilioni di dollari nei prossimi 25 anni.
[In definitiva, aggiunge Cirincone] ... lascerà in vigore le politiche della Guerra Fredda, compreso il primo uso delle armi nucleari in un conflitto, l’unica autorità del presidente per lanciare queste armi, e il mantenimento di centinaia di missili in allerta. Queste politiche si combinano per dare ad una sola persona il potere di distruggere in pochi minuti tutto ciò che l’umanità ha costruito nel corso di millenni.»
Ma c’è anche di peggio ad aggravare gli allarmi!
Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta: ma negli ambienti militari statunitensi circola una tesi opposta!
Questa tesi fu alla base dell’accodo fra i presidenti Reagan (non certo una colomba) e Gorbachev quando nel 1987 siglarono il trattato INF (Intermediate Nuclear Forces) sull’eliminazione dei missili nucleari a raggio breve e intermedio, che pose fine alla decennale Crisi degli Euromissili (1977-1987): nella quale era realmente stato sfiorato nel 1983 il rischio di una guerra nucleare globale (raccomando assolutamente l’agghiacciante documentario “1983, quando il mondo ha rischiato la terza guerra mondiale”).
Questa tesi è stata ribadita nell’incontro dei 5 maggiori stati nucleari all’inizio di quest’anno[3].
Ma un articolo del Bulletin del 2 febbraio[4] fornisce la notizia agghiacciante che «Eppure molti nell’establishment della difesa statunitense – militari, governo, think tank e industria – promuovono la percezione che una guerra nucleare può essere vinta e combattuta.
Inoltre, lo fanno con una voce che è influente, rispettata, ben finanziata e trattata con deferenza. La metodica messaggistica della leadership della difesa statunitense alla sua forza lavoro aiuta a plasmare le opinioni di questo massiccio gruppo multisettoriale che include sostenitori, futuri leader e responsabili delle decisioni. Questo incentiva una visione delle politiche sulle armi nucleari che intensifica e accelera la nuova corsa agli armamenti nucleari che si sta formando tra Stati Uniti, Cina e Russia.»
Non mi dilungo qui per brevità nei dettagli dell’articolo, ma non sfuggirà a nessuno la gravità di queste posizioni, per di più diffuse mentre è in corso la crisi ucraina, che potrebbe precipitare in modo incontrollabile! Piuttosto cito il parere di Hans Kritensen, della Federazione degli Scienziati Americani e uno dei più autorevoli esperti indipendenti mondiali, in un’audizione alla Economic and Security Review Commission nel giugno 2021, che mi sento di sottoscrivere[5]:
«Personalmente dubito che qualsiasi paese si asterrebbe dall’usare per primo le armi nucleari se concludesse che la sua sopravvivenza dipende da questo, che abbia o meno una politica di non primo uso. Più che una garanzia di qualsiasi cosa durante una guerra, l’effetto più benefico e d’impatto di una politica di non primo uso è probabilmente il suo potenziale per limitare le ambizioni e la prontezza della postura nucleare.»
Personalmente ho ripreso in questi anni l’opinione di molti esperti che il provvedimento più urgente che le potenze nucleari dovrebbero prendere sarebbe di separare fisicamente le testate nucleari dai missili in modo che in caso di allarme o di emergenza siano necessarie ore, o giorni, per riattivare i missili, dando tempo per appurare se si tratta di un falso allarme, e di intavolare negoziati. Ma lo statement delle 5 potenze nucleari non ne fa nemmeno cenno!
Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari, tutti noi potremmo essere morti!
In articoli passati ho denunciato il fatto che l’ossessione tecnicista (alimentata ovviamente dai colossali interessi dell’industria) che l’automazione totale possa evitare gli errori umani introduce in realtà fattori di intrinseca incontrollabilità del comando delle armi nucleari.
Scrivevo nel luglio scorso: “La fallibilità degli operatori umani ha alimentato lo sviluppo esasperato di sistemi di controllo automatizzato: il problema però è che tutte le macchine sono soggette a malfunzionamenti, con l’aggravante che la macchina non è suscettibile di riflessione critica e di ravvedimento, e questo può condurre al disastro.”[6]
Un articolo del Bulletin del 1 febbraio scorso analizza i gravissimi rischi che questo comporta[7]: «I militari stanno sempre più incorporando funzioni autonome nei sistemi di armi, anche se, per quanto si sappia, non hanno ancora girato i codici di lancio nucleare a un sistema di Intelligenza Artificiale. ... Non c’è garanzia che qualche militare non metta l’IA a controllo dei lanci nucleari.»
«L’enorme problema delle armi nucleari autonome, e in realtà di tutte le armi autonome, è l’errore. Le intelligenze artificiali basate sull’apprendimento automatico ‒ l’attuale IA in voga ‒ si basano su grandi quantità di dati per eseguire un compito. ... In un contesto di armi nucleari, un governo può avere pochi dati sulle piattaforme militari avversarie; i dati esistenti possono essere strutturalmente distorti, per esempio, basandosi su immagini satellitari; o i dati possono non tenere conto delle variazioni ovvie e previste, come le immagini scattate durante un tempo nebbioso, piovoso o coperto.»
Le armi nucleari sono state usate solo due volte, e gravi crisi nucleari sono state fortunatamente rare. «La mancanza di esempi ostacola anche gli esseri umani, ma questi ultimi hanno la capacità di ragionamenti di ordine superiore. Gli esseri umani possono creare teorie e identificare generalità da informazioni limitate o informazioni che sono analoghe, ma non equivalenti. Le macchine non possono fare altrettanto. La sfida più profonda è l’alto tasso di falsi positivi nella previsione di eventi rari. ... Un sistema autonomo progettato per rilevare e reagire contro un’arma nucleare in arrivo, anche se altamente accurato, mostrerà spesso falsi positivi.»
«Nel caso estremamente improbabile che questi problemi possano essere tutti risolti, le armi nucleari autonome introducono nuovi rischi di errore e opportunità per i cattivi attori di manipolare i sistemi. L’attuale IA non è solo fragile; è facile da ingannare.
Un singolo cambiamento di pixel è sufficiente per convincere un’IA che un bombardiere stealth è un cane. Questo crea due problemi. Se un paese cercasse davvero una guerra nucleare, potrebbe prima ingannare il sistema di IA, rendendolo inutile. Oppure un’organizzazione terroristica apocalittica e ben dotata di risorse, come la setta giapponese Aum Shinrikyo, potrebbe tentare di ingannare il sistema di un avversario per iniziare una guerra nucleare.
Entrambi gli approcci possono essere eseguiti in modi abbastanza sottili, difficili da rilevare: l’avvelenamento dei dati potrebbe manipolare i dati di addestramento che alimentano il sistema di IA, o sistemi senza equipaggio o emettitori potrebbero essere usati per ingannare un’IA a credere che un attacco nucleare sia in arrivo.»
«...la mancanza di dati di addestramento e di ambienti di test nel mondo reale significa che un’arma nucleare autonoma potrebbe sperimentare numerose distorsioni, che potrebbero non essere mai scoperte fino a dopo che una guerra nucleare è iniziata.»
Il GAO (U.S. Government Accountability Office) su intelligenza artificiale e armi nucleari
Pochi giorni fa il GAO ha pubblicato un complesso rapporto su “Intelligenza artificiale: Stato di sviluppo e acquisizione di capacità per i sistemi d’arma”8]. Anche se il rapporto non riguarda le armi nucleari, molte osservazioni collimano con quelle dell’articolo che ho appena citato:
«Il Dipartimento della Difesa (DOD) sta lavorando per sviluppare sistemi informatici capaci di svolgere compiti che normalmente richiedono l’intelligenza umana.
Abbiamo scoperto che gli sforzi del Dipartimento della Difesa per acquisire l’IA si presentano con alcune sfide che il Dipartimento affronta di solito, come i lunghi processi di acquisizione del Dipartimento della Difesa e le carenze di personale qualificato, così come le sfide specifiche dell’IA, come avere abbastanza dati utilizzabili per addestrare l’IA.
Per esempio, l’IA per rilevare i sottomarini di un avversario richiede la raccolta di molte immagini di vari sottomarini e la loro etichettatura in modo che l’IA possa imparare a identificarne uno da sola.
Il DOD ha anche difficoltà a integrare l’IA addestrata nei sistemi d’arma esistenti che non sono stati progettati per essa e a costruire la fiducia nell’IA tra il suo personale. Il DOD ha avviato una serie di sforzi, come la creazione di una piattaforma digitale interservizi per l’IA e gli addestramenti specifici per l’IA, per affrontare queste sfide e sostenere il suo perseguimento dell’IA, ma è troppo presto per valutare l’efficacia.»
Una notizia potenzialmente positiva, anche se per il momento provvisoria
In questo contesto decisamente allarmante potrebbe arrivare una buona notizia, ma ancora provvisoria. Da tempo si trascinano negoziati alla IAEA a Vienna tra USA + le 5 potenze Nucleari del Consiglio di Sicurezza + la Germania e l’Iran per cercare di riannodare l’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) siglato da Obama nel 2015 e stracciato unilateralmente e ingiustificatamente da Trump nel 2019.
È noto, succintamente, che un nodo cruciale sono le sanzioni imposte all’Iran che hanno gravemente compromesso la sua economia, e sembra rimanere ancora il nodo da sciogliere: incrociamo le dita sperando nel meglio.
È largamente nota l’intenzione di Israele da tempo di bombardare gli impianti iraniani: questa eventualità sarebbe davvero una tragedia!
Note
1) J. Cirincione, “Biden’s Trump-lite nuclear policy threatens us all”, Bulletin of the Atomic Scientists, 26 gennaio 2022
2) Torna attuale oggi , o meglio declina, una speranza che Cirincione esprimeva 4 mesi fa, che la nuova coalizione di centro-sinistra in Germania potesse chiedere che gli Stati Uniti ritirino le testate nucleari schierate nel paese: oggi sappiamo che questa speranza è sfumata!
3) Joint Statement of the Leaders of the Five Nuclear-Weapon States on Preventing Nuclear War and Avoiding Arms Races
4) Alan Kaptanoglue Stewrd Prader, “US defense to its workforce: Nuclear war can be won”, Bulletin of the Atomic Scientists, 2 febbraio 2022.
5) https://www.uscc.gov/sites/default/files/2021-06/Hans_Kristensen_Testimony.pdf
6) Baracca, “Digitalizzazione, spazio informatico: quante le delizie … e quante le croci, e i rischi?”, Pressenza.
7) Zachary Kallenborn, “Giving an AI control of nuclear weapons: What could possibly go wrong?”, Bulletin of the Atomic Scientists, 1 febbraio 2022
8) "Artificial Intelligence: Status of Developing and Acquiring Capabilities for Weapon Systems”, 17 febbraio 2022.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/02/2022
RUSSIA-UCRAINA. Danni collaterali: a rischio l’accordo Jcpoa sul nucleare iraniano
di Michele Giorgio - il manifesto
Appena qualche giorno fa il rilancio del Jcpoa, l’accordo per il controllo del programma nucleare iraniano, sembrava cosa fatta. Di una intesa vicina tra Tehran e i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Usa, Russia, Cina, Francia e Uk) più la Germania, avevano parlato i negoziatori iraniani. E conferme sono poi giunte dagli Usa, tanto da spingere il premier israeliano Bennett a ribadire la condanna del suo paese al Jcpoa e alla fine delle sanzioni contro l’Iran. Ora l’offensiva ordinata da Putin contro l’Ucraina mette a repentaglio l’accordo all’ultimo ostacolo: i protagonisti dei negoziati a Vienna si trovano ai lati opposti della più grande crisi in Europa dalla Seconda guerra mondiale.
In questi mesi Russia e Stati Uniti, pur partendo da posizioni diverse, hanno lavorato insieme per rilanciare il Jcpoa abbandonato unilateralmente dall'amministrazione Trump anche per le pressioni di Israele con il risultato di innescare una crisi che ha sfiorato la guerra aperta tra Usa e Iran. Il negoziatore di Mosca, Mikhail Ulyanov, ha pubblicato spesso sui social le foto degli incontri con il suo omologo statunitense, Rob Malley. I due torneranno a dialogare ora che i loro paesi sono sprofondati nella crisi più pericolosa dalla Guerra fredda? Un precedente indurrebbe a un certo ottimismo. L’annessione della Crimea da parte di Putin nel 2014 avvenne quando si stava negoziando il primo Jcpoa e il conseguente deterioramento dei rapporti tra Washington e Mosca non impedì la firma dell’accordo un anno dopo. Ma il ripetersi di questo scenario oggi è assai improbabile.
Al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove l’Irlanda è stata nominata facilitatrice dell’accordo con l’Iran, il ministro degli esteri e della difesa di Dublino Simon Coveney ha avvertito che la crisi delle relazioni tra la Russia – alleata di Tehran – e gli Stati Uniti rischia di mettere in pericolo l’esito di un lavoro lungo e complicato. «All’improvviso – ha detto Coveney – potremmo vedere ciò che è stato un vero progresso nelle ultime settimane a Vienna trasformarsi in un negoziato molto più difficile da concludere». L’Iran, colto di sorpresa come un po’ tutti, ha reagito con prudenza all’attacco lanciato da Putin all’Ucraina: ha criticato l’Occidente e la Nato ma ha anche chiesto un immediato cessate il fuoco. Quando l’offensiva russa ha preso il via, il suo principale negoziatore a Vienna, Ali Bagheri Kani, era appena rientrato in patria per consultazioni sulla prossima e più importante mossa da fare. E ora la Repubblica islamica guarda a Putin che potrebbe rispondere alle pesanti sanzioni occidentali contro la Russia mettendo fine alla collaborazione a Vienna. Se da un lato è interesse anche della Russia il rilancio del Jpcoa – Mosca non desidera avere una potenza nucleare (Iran) a ridosso delle sue frontiere meridionali – dall’altro l’accordo sul nucleare iraniano è più importante per gli Stati Uniti che puntano a stabilizzare il Golfo sotto il loro controllo. Putin forse subordinerà i suoi interessi per il nuovo Jcpoa a uno scontro più ampio con Usa ed Europa occidentale.
A Tehran gli orientamenti sono diversi. Il fronte oltranzista, che non ha mai creduto nel Jcpoa, vede nella guerra russo-ucraina una opportunità per alzare la posta a Vienna confidando sul possibile appoggio della Russia. Invece i più pragmatici avvertono che la mossa di Putin ha ricompattato lo schieramento occidentale e che se salterà l’accordo sul nucleare l’Iran dovrà fare i conti ancora per anni con le pesanti sanzioni statunitensi che colpiscono l’export del suo greggio e strangolano l’economia.
Fonte
Appena qualche giorno fa il rilancio del Jcpoa, l’accordo per il controllo del programma nucleare iraniano, sembrava cosa fatta. Di una intesa vicina tra Tehran e i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Usa, Russia, Cina, Francia e Uk) più la Germania, avevano parlato i negoziatori iraniani. E conferme sono poi giunte dagli Usa, tanto da spingere il premier israeliano Bennett a ribadire la condanna del suo paese al Jcpoa e alla fine delle sanzioni contro l’Iran. Ora l’offensiva ordinata da Putin contro l’Ucraina mette a repentaglio l’accordo all’ultimo ostacolo: i protagonisti dei negoziati a Vienna si trovano ai lati opposti della più grande crisi in Europa dalla Seconda guerra mondiale.
In questi mesi Russia e Stati Uniti, pur partendo da posizioni diverse, hanno lavorato insieme per rilanciare il Jcpoa abbandonato unilateralmente dall'amministrazione Trump anche per le pressioni di Israele con il risultato di innescare una crisi che ha sfiorato la guerra aperta tra Usa e Iran. Il negoziatore di Mosca, Mikhail Ulyanov, ha pubblicato spesso sui social le foto degli incontri con il suo omologo statunitense, Rob Malley. I due torneranno a dialogare ora che i loro paesi sono sprofondati nella crisi più pericolosa dalla Guerra fredda? Un precedente indurrebbe a un certo ottimismo. L’annessione della Crimea da parte di Putin nel 2014 avvenne quando si stava negoziando il primo Jcpoa e il conseguente deterioramento dei rapporti tra Washington e Mosca non impedì la firma dell’accordo un anno dopo. Ma il ripetersi di questo scenario oggi è assai improbabile.
Al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove l’Irlanda è stata nominata facilitatrice dell’accordo con l’Iran, il ministro degli esteri e della difesa di Dublino Simon Coveney ha avvertito che la crisi delle relazioni tra la Russia – alleata di Tehran – e gli Stati Uniti rischia di mettere in pericolo l’esito di un lavoro lungo e complicato. «All’improvviso – ha detto Coveney – potremmo vedere ciò che è stato un vero progresso nelle ultime settimane a Vienna trasformarsi in un negoziato molto più difficile da concludere». L’Iran, colto di sorpresa come un po’ tutti, ha reagito con prudenza all’attacco lanciato da Putin all’Ucraina: ha criticato l’Occidente e la Nato ma ha anche chiesto un immediato cessate il fuoco. Quando l’offensiva russa ha preso il via, il suo principale negoziatore a Vienna, Ali Bagheri Kani, era appena rientrato in patria per consultazioni sulla prossima e più importante mossa da fare. E ora la Repubblica islamica guarda a Putin che potrebbe rispondere alle pesanti sanzioni occidentali contro la Russia mettendo fine alla collaborazione a Vienna. Se da un lato è interesse anche della Russia il rilancio del Jpcoa – Mosca non desidera avere una potenza nucleare (Iran) a ridosso delle sue frontiere meridionali – dall’altro l’accordo sul nucleare iraniano è più importante per gli Stati Uniti che puntano a stabilizzare il Golfo sotto il loro controllo. Putin forse subordinerà i suoi interessi per il nuovo Jcpoa a uno scontro più ampio con Usa ed Europa occidentale.
A Tehran gli orientamenti sono diversi. Il fronte oltranzista, che non ha mai creduto nel Jcpoa, vede nella guerra russo-ucraina una opportunità per alzare la posta a Vienna confidando sul possibile appoggio della Russia. Invece i più pragmatici avvertono che la mossa di Putin ha ricompattato lo schieramento occidentale e che se salterà l’accordo sul nucleare l’Iran dovrà fare i conti ancora per anni con le pesanti sanzioni statunitensi che colpiscono l’export del suo greggio e strangolano l’economia.
Fonte
Russia-Ucraina: la «democrazia e libertà» di chi benedice il golpe
Mi sono iscritto alle news del Corriere della Sera, alla rubrica del capoluogo regionale. Così evito di comprare il giornale (salvo quando piove).
Ieri, il messaggio evangelico riportato in quelle cronache riferiva del presidio istituzionale svoltosi in un grande centro urbano «contro l’invasione» – russa, ovviamente. Parlava delle persone «strette intorno al popolo ucraino nella manifestazione» indetta da Amministrazioni locali e realtà associative, «accanto ai vessilli dell’Anpi e alle bandiere della pace e dei sindacati».
L’obiettivo: «dire no alla guerra». Nobile e doveroso obiettivo. Tanto più che si tratta di una «guerra che non è lontana», come ha spiegato una studentessa locale, col pensiero rivolto «ai ragazzi della mia età che nello stesso momento stavano correndo verso i tunnel della metropolitana per rifugiarsi dalle bombe», ha detto, «mentre attorno tutti piangevano, anche chi scrive», cioè il cronista del Corriere.
Hanno preso la parola anche altri, per denunciare «la guerra, le distruzioni» e poi «i carri armati russi nelle strade» e anche «gli otto anni di guerra che subiamo ed i 16mila morti che abbiamo».
A far da coro al presidio, «una decina di sindaci, con la fascia tricolore... il governatore» regionale.
«Nella notte si è compiuta una frattura storica nella storia dell’Europa», ha esordito il Sindaco di quel grosso centro, una frattura «nel sogno europeo. Dobbiamo come cittadini e come Europa farci sentire».
E un altro Sindaco: «Siamo qui anche per la paura, nostra e per quel popolo, per la pace». Quindi la parola definitiva del Governatore: «Le parole di Putin nascondono l’ipocrisia, parla di pace, mentre vediamo immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa. L’Ucraina è il cuore dell’Europa. Putin sta tenendo un comportamento nazista e vedo la necessità di pace, che vuol dire l’autodeterminazione dei popoli. Vorrei essere a Kiev per dire loro che la battaglia per la democrazia e la liberà è anche la nostra battaglia».
La lotta contro la guerra è tra gli obiettivi principali, basilari dei comunisti. E non si può che lottare contro le cause e le fonti delle guerre: cioè gli interessi contrapposti degli imperialismi, per la supremazia, per il controllo delle fonti energetiche, dei mercati, ecc.
Detto questo – non è necessario specificare di quale capoluogo, o centro urbano o di quale regione riferisse il Corriere: non dubitiamo che presidi istituzionali come quello di cui abbiamo letto, si siano svolti e si svolgeranno nei prossimi giorni un po’ dappertutto – le prime due domande che vengono alla mente, riguardano la cronaca dell’evento e le esternazioni istituzionali.
Per quanto riguarda la cronaca: il redattore che non nasconde le lacrime, riportando le parole della persona ucraina su «la guerra, le distruzioni», su «gli otto anni di guerra che subiamo ed i 16 mila morti che abbiamo», era o no cosciente di diffondere, non una falsa informazione, ma una informazione fuorviante?
Perché, detta così, è quasi sicuro che 999 persone su 1.000, in Italia, tenute all’oscuro per otto anni da una martellante evangelizzazione atlantista, su cosa stia accadendo nel sudest ucraino, si convinceranno facilmente che siano gli ucraini a subire una guerra che va avanti da otto anni.
Ora, la popolazione ucraina sta certamente subendo da otto anni le conseguenze di un golpe imposto da Washington, Bruxelles, NATO e in questi anni è stata costretta – dai dettami di FMI e Banca Mondiale – a dover scegliere tra il vestirsi o il mangiare, tra accendere il riscaldamento o subire le angherie dei battaglioni neonazisti che imperversano nelle stesse città ucraine.
Ma, fino a prova contraria, a meno che quella persona di cui riferisce il cronista non sia originaria di una delle Repubbliche popolari del Donbass, a subire una guerra d’aggressione che ha causato sedicimila morti (compresi miliziani del Donbass e certamente anche soldati ucraini, ma principalmente civili di centri come Gorlovka, dove ancora ieri, tra l’altro, due insegnanti sono morte sotto le macerie di una scuola colpita dai tiri ucraini, Staromikhailovka, Volnovakha, Alčevsk, Stakhanov e tanti, tanti altri) non è stata l’Ucraina del regime nazi-golpista di Kiev, bensì il Donbass,
Che otto anni fa si era sollevato contro il golpe di “majdan” così caro al PD (Pittella, Boldrini, Quartapelle e via dicendo), aveva votato a stragrande maggioranza un referendum per l’autodeterminazione dal regime fascista di Kiev e poi si era visto costretto a prendere le armi quando i primi caccia ucraini hanno bombardato Lugansk, Donetsk, le miniere e gli stabilimenti sul territorio delle Repubbliche popolari.
Non che le fasce tricolori costituiscano un viatico naturale per distinguersi dai cronisti, in fatto di chiarezza storica e politica! E infatti, ecco che apprendiamo che solo in questa notte del febbraio 2022 «si è compiuta una frattura storica nella storia dell’Europa... nel sogno europeo».
Non vogliamo parlare della tarda serata del 24 marzo del 1999 e del «sogno europeo» interrotto di soprassalto sopra Belgrado? Bene; questa volta non ne parliamo. Però, visto che siamo certamente solidali con quei giovani che «stavano correndo verso i tunnel della metropolitana per rifugiarsi dalle bombe», vogliamo ricordare – fascia o non fascia tricolore – gli oltre cento bambini, alcuni anche di pochi mesi, che non sono mai riusciti ad arrivare a nessun tunnel, perché i razzi ucraini li hanno assassinati negli asili, nei campetti giochi dinanzi alla scuola, nei vialetti, insieme alle mamme o alle nonne?
Vogliamo ricordare le centinaia di bambini rimasti sordi (per sempre) per lo scoppio di mine ucraine; di quelli che hanno perso gambe o braccia?
Vogliamo ricordare le centinaia di civili i cui resti sono stati rinvenuti in fosse comuni, in alcuni casi decapitati, con le mani legate dietro la schiena, trucidati dai nazisti dei battaglioni “Ajdar”, “Donbas”, “Pravij sektor”, “Azov”?
Vogliamo dire che anche ieri arrivavano notizie su episodi di linciaggio e eliminazione di soldati di leva ucraini che si rifiutavano di combattere, da parte di quei battaglioni nazisti che agiscono per lo più in qualità di reparti punitivi nei confronti dei soldati di leva di Kiev?
Se «Dobbiamo come cittadini e come Europa farci sentire», viene da chiedersi come mai in questi otto anni non vi siate mai fatti sentire e siate anzi andati – voi del PD – prima a Kiev ad arringare la folla che plaudiva al golpe nazista, poi abbiate ricevuto con tutti gli onor, speaker della Rada golpista fanatici di quel «Adolf Alojsovic», che qui conosciamo come Hitler.
A concludere l’omelia, il Verbo governatoriale: «vediamo immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa. L’Ucraina è il cuore dell’Europa. Putin sta tenendo un comportamento nazista e vedo la necessità di pace, che vuol dire l’autodeterminazione dei popoli. Vorrei essere a Kiev per dire loro che la battaglia per la democrazia e la liberà è anche la nostra battaglia».
Bene; e quante volte, in otto anni, i fieri combattenti «per la democrazia e la liberà», che «è anche la nostra battaglia», hanno visto «immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa» nel sudest dell’Ucraina martoriato dall’aprile del 2014 dai razzi, dai carri armati, dai mortai ucraini, i cui colpi sono stati spesso guidati dai droni che partono anche dal territorio italiano?
Quante volte, in otto anni, hanno visto «la necessità di pace» per le popolazioni del Donbass?
Se l’Ucraina è «il cuore dell’Europa», da che parte stava quel cuore il 2 maggio del 2014, quando decine di antifascisti venivano bruciati vivi nella Casa dei sindacati di Odessa, oppure finiti a colpi di spranga se erano riusciti a sottrarsi all’incendio appiccato dai nazisti?
Lasci stare per un attimo Putin, il fiero governatore: quanto a deliri e spropositi su Rivoluzione d’Ottobre, “dittatura stalinista”, o “bolscevichi sanguinari”, pensiamo che si troverebbero perfettamente d’accordo.
Dica piuttosto se pensa che il principio dell’autodeterminazione dei popoli possa applicarsi a discrezione, in base a quanto proclamato da Washington e Bruxelles: ad esempio al Kosovo dei tagliagole del UCK, ma non agli antifascisti del Donbass.
Dica piuttosto se la sua «battaglia per la democrazia e la libertà» sono solamente le solite frasi liberal-demagogiche per continuare a sottrarre soldi alla sanità della “sua” regione, ai trasporti, ai servizi sociali, ecc.
Cosa si intende, dalle parti del PD, parlando di «democrazia e libertà»? Da comunisti, rammentiamo solo che non esiste la democrazia assoluta, pura, eterna. Esistono solo diversi stadi storici della democrazia.
Ecco, la democrazia borghese, cui certo si riferisce il fiero Governatore, è democrazia per la borghesia e schiavitù per gli operai (ora, il Governatore, si faccia pure il segno della croce, per questa citazione stiracchiata da Lenin); ed è anche otto anni di nazismo contro il popolo del Donbass. Che ora, forse, è arrivato al termine.
PS: oggi avevo comprato il manifesto; ma, dopo aver letto l’editoriale, in cui la junta golpista ucraina viene definita «legittimo governo», ho ripiegato sul Corriere. Almeno, lì, non pretendono di qualificarsi con aggettivi che non gli si addicono...
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Ieri, il messaggio evangelico riportato in quelle cronache riferiva del presidio istituzionale svoltosi in un grande centro urbano «contro l’invasione» – russa, ovviamente. Parlava delle persone «strette intorno al popolo ucraino nella manifestazione» indetta da Amministrazioni locali e realtà associative, «accanto ai vessilli dell’Anpi e alle bandiere della pace e dei sindacati».
L’obiettivo: «dire no alla guerra». Nobile e doveroso obiettivo. Tanto più che si tratta di una «guerra che non è lontana», come ha spiegato una studentessa locale, col pensiero rivolto «ai ragazzi della mia età che nello stesso momento stavano correndo verso i tunnel della metropolitana per rifugiarsi dalle bombe», ha detto, «mentre attorno tutti piangevano, anche chi scrive», cioè il cronista del Corriere.
Hanno preso la parola anche altri, per denunciare «la guerra, le distruzioni» e poi «i carri armati russi nelle strade» e anche «gli otto anni di guerra che subiamo ed i 16mila morti che abbiamo».
A far da coro al presidio, «una decina di sindaci, con la fascia tricolore... il governatore» regionale.
«Nella notte si è compiuta una frattura storica nella storia dell’Europa», ha esordito il Sindaco di quel grosso centro, una frattura «nel sogno europeo. Dobbiamo come cittadini e come Europa farci sentire».
E un altro Sindaco: «Siamo qui anche per la paura, nostra e per quel popolo, per la pace». Quindi la parola definitiva del Governatore: «Le parole di Putin nascondono l’ipocrisia, parla di pace, mentre vediamo immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa. L’Ucraina è il cuore dell’Europa. Putin sta tenendo un comportamento nazista e vedo la necessità di pace, che vuol dire l’autodeterminazione dei popoli. Vorrei essere a Kiev per dire loro che la battaglia per la democrazia e la liberà è anche la nostra battaglia».
La lotta contro la guerra è tra gli obiettivi principali, basilari dei comunisti. E non si può che lottare contro le cause e le fonti delle guerre: cioè gli interessi contrapposti degli imperialismi, per la supremazia, per il controllo delle fonti energetiche, dei mercati, ecc.
Detto questo – non è necessario specificare di quale capoluogo, o centro urbano o di quale regione riferisse il Corriere: non dubitiamo che presidi istituzionali come quello di cui abbiamo letto, si siano svolti e si svolgeranno nei prossimi giorni un po’ dappertutto – le prime due domande che vengono alla mente, riguardano la cronaca dell’evento e le esternazioni istituzionali.
Per quanto riguarda la cronaca: il redattore che non nasconde le lacrime, riportando le parole della persona ucraina su «la guerra, le distruzioni», su «gli otto anni di guerra che subiamo ed i 16 mila morti che abbiamo», era o no cosciente di diffondere, non una falsa informazione, ma una informazione fuorviante?
Perché, detta così, è quasi sicuro che 999 persone su 1.000, in Italia, tenute all’oscuro per otto anni da una martellante evangelizzazione atlantista, su cosa stia accadendo nel sudest ucraino, si convinceranno facilmente che siano gli ucraini a subire una guerra che va avanti da otto anni.
Ora, la popolazione ucraina sta certamente subendo da otto anni le conseguenze di un golpe imposto da Washington, Bruxelles, NATO e in questi anni è stata costretta – dai dettami di FMI e Banca Mondiale – a dover scegliere tra il vestirsi o il mangiare, tra accendere il riscaldamento o subire le angherie dei battaglioni neonazisti che imperversano nelle stesse città ucraine.
Ma, fino a prova contraria, a meno che quella persona di cui riferisce il cronista non sia originaria di una delle Repubbliche popolari del Donbass, a subire una guerra d’aggressione che ha causato sedicimila morti (compresi miliziani del Donbass e certamente anche soldati ucraini, ma principalmente civili di centri come Gorlovka, dove ancora ieri, tra l’altro, due insegnanti sono morte sotto le macerie di una scuola colpita dai tiri ucraini, Staromikhailovka, Volnovakha, Alčevsk, Stakhanov e tanti, tanti altri) non è stata l’Ucraina del regime nazi-golpista di Kiev, bensì il Donbass,
Che otto anni fa si era sollevato contro il golpe di “majdan” così caro al PD (Pittella, Boldrini, Quartapelle e via dicendo), aveva votato a stragrande maggioranza un referendum per l’autodeterminazione dal regime fascista di Kiev e poi si era visto costretto a prendere le armi quando i primi caccia ucraini hanno bombardato Lugansk, Donetsk, le miniere e gli stabilimenti sul territorio delle Repubbliche popolari.
Non che le fasce tricolori costituiscano un viatico naturale per distinguersi dai cronisti, in fatto di chiarezza storica e politica! E infatti, ecco che apprendiamo che solo in questa notte del febbraio 2022 «si è compiuta una frattura storica nella storia dell’Europa... nel sogno europeo».
Non vogliamo parlare della tarda serata del 24 marzo del 1999 e del «sogno europeo» interrotto di soprassalto sopra Belgrado? Bene; questa volta non ne parliamo. Però, visto che siamo certamente solidali con quei giovani che «stavano correndo verso i tunnel della metropolitana per rifugiarsi dalle bombe», vogliamo ricordare – fascia o non fascia tricolore – gli oltre cento bambini, alcuni anche di pochi mesi, che non sono mai riusciti ad arrivare a nessun tunnel, perché i razzi ucraini li hanno assassinati negli asili, nei campetti giochi dinanzi alla scuola, nei vialetti, insieme alle mamme o alle nonne?
Vogliamo ricordare le centinaia di bambini rimasti sordi (per sempre) per lo scoppio di mine ucraine; di quelli che hanno perso gambe o braccia?
Vogliamo ricordare le centinaia di civili i cui resti sono stati rinvenuti in fosse comuni, in alcuni casi decapitati, con le mani legate dietro la schiena, trucidati dai nazisti dei battaglioni “Ajdar”, “Donbas”, “Pravij sektor”, “Azov”?
Vogliamo dire che anche ieri arrivavano notizie su episodi di linciaggio e eliminazione di soldati di leva ucraini che si rifiutavano di combattere, da parte di quei battaglioni nazisti che agiscono per lo più in qualità di reparti punitivi nei confronti dei soldati di leva di Kiev?
Se «Dobbiamo come cittadini e come Europa farci sentire», viene da chiedersi come mai in questi otto anni non vi siate mai fatti sentire e siate anzi andati – voi del PD – prima a Kiev ad arringare la folla che plaudiva al golpe nazista, poi abbiate ricevuto con tutti gli onor, speaker della Rada golpista fanatici di quel «Adolf Alojsovic», che qui conosciamo come Hitler.
A concludere l’omelia, il Verbo governatoriale: «vediamo immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa. L’Ucraina è il cuore dell’Europa. Putin sta tenendo un comportamento nazista e vedo la necessità di pace, che vuol dire l’autodeterminazione dei popoli. Vorrei essere a Kiev per dire loro che la battaglia per la democrazia e la liberà è anche la nostra battaglia».
Bene; e quante volte, in otto anni, i fieri combattenti «per la democrazia e la liberà», che «è anche la nostra battaglia», hanno visto «immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa» nel sudest dell’Ucraina martoriato dall’aprile del 2014 dai razzi, dai carri armati, dai mortai ucraini, i cui colpi sono stati spesso guidati dai droni che partono anche dal territorio italiano?
Quante volte, in otto anni, hanno visto «la necessità di pace» per le popolazioni del Donbass?
Se l’Ucraina è «il cuore dell’Europa», da che parte stava quel cuore il 2 maggio del 2014, quando decine di antifascisti venivano bruciati vivi nella Casa dei sindacati di Odessa, oppure finiti a colpi di spranga se erano riusciti a sottrarsi all’incendio appiccato dai nazisti?
Lasci stare per un attimo Putin, il fiero governatore: quanto a deliri e spropositi su Rivoluzione d’Ottobre, “dittatura stalinista”, o “bolscevichi sanguinari”, pensiamo che si troverebbero perfettamente d’accordo.
Dica piuttosto se pensa che il principio dell’autodeterminazione dei popoli possa applicarsi a discrezione, in base a quanto proclamato da Washington e Bruxelles: ad esempio al Kosovo dei tagliagole del UCK, ma non agli antifascisti del Donbass.
Dica piuttosto se la sua «battaglia per la democrazia e la libertà» sono solamente le solite frasi liberal-demagogiche per continuare a sottrarre soldi alla sanità della “sua” regione, ai trasporti, ai servizi sociali, ecc.
Cosa si intende, dalle parti del PD, parlando di «democrazia e libertà»? Da comunisti, rammentiamo solo che non esiste la democrazia assoluta, pura, eterna. Esistono solo diversi stadi storici della democrazia.
Ecco, la democrazia borghese, cui certo si riferisce il fiero Governatore, è democrazia per la borghesia e schiavitù per gli operai (ora, il Governatore, si faccia pure il segno della croce, per questa citazione stiracchiata da Lenin); ed è anche otto anni di nazismo contro il popolo del Donbass. Che ora, forse, è arrivato al termine.
PS: oggi avevo comprato il manifesto; ma, dopo aver letto l’editoriale, in cui la junta golpista ucraina viene definita «legittimo governo», ho ripiegato sul Corriere. Almeno, lì, non pretendono di qualificarsi con aggettivi che non gli si addicono...
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In Europa due guerre, un risultato
Nel 1999, nel cuore dell’Europa, la NATO, gli USA, l’UE e i loro alleati hanno bombardato la Jugoslavia. Oggi, nel 2022, la Russia attacca l’Ucraina in una guerra ingiusta e distruttiva. Tuttavia, dove sono nascosti tutti coloro che nel 1991 cercavano di persuadere tutti i popoli che la dissoluzione dell’Unione Sovietica e i rovesciamenti nei paesi dell’Europa orientale avvenivano a favore della sicurezza internazionale e della pace globale?
La verità era diversa quando c’era l’Unione Sovietica, c’era un “contrappeso”, c’era un potere forte veramente a favore della pace e dell’amicizia tra i popoli. Dopo i rovesciamenti, l’equilibrio internazionale di potere è cambiato drasticamente. NATO, USA, UE hanno condotto guerre in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen, Armenia, ecc. La vera conclusione è una e una sola. Il rovesciamento del socialismo nei paesi dell’Europa orientale ha causato solo afflizioni.
La Federazione Sindacale Mondiale esige la fine della guerra in Ucraina adesso. L’attacco russo deve cessare ora, la NATO deve essere sciolta ora e si deve avviare un dialogo reale.
Assicuriamo ai sindacati affiliati alla WFTU nel Donbass che sosteniamo gli sforzi per garantire il loro diritto a decidere da soli per il loro presente e il loro futuro. La Federazione sindacale era e rimane contro le pratiche fasciste del governo ucraino che è una marionetta degli USA e della NATO. I popoli della Russia, dell’Ucraina e di tutti i paesi dovrebbero fare sforzi quotidiani per sviluppare la pace attraverso relazioni di amicizia e solidarietà. La nostra lotta comune contro le contraddizioni imperialiste deve e può fermare le guerre imperialiste.
Il Segretariato mondiale della Federazione Sindacale Mondiale
Fonte
La verità era diversa quando c’era l’Unione Sovietica, c’era un “contrappeso”, c’era un potere forte veramente a favore della pace e dell’amicizia tra i popoli. Dopo i rovesciamenti, l’equilibrio internazionale di potere è cambiato drasticamente. NATO, USA, UE hanno condotto guerre in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen, Armenia, ecc. La vera conclusione è una e una sola. Il rovesciamento del socialismo nei paesi dell’Europa orientale ha causato solo afflizioni.
La Federazione Sindacale Mondiale esige la fine della guerra in Ucraina adesso. L’attacco russo deve cessare ora, la NATO deve essere sciolta ora e si deve avviare un dialogo reale.
Assicuriamo ai sindacati affiliati alla WFTU nel Donbass che sosteniamo gli sforzi per garantire il loro diritto a decidere da soli per il loro presente e il loro futuro. La Federazione sindacale era e rimane contro le pratiche fasciste del governo ucraino che è una marionetta degli USA e della NATO. I popoli della Russia, dell’Ucraina e di tutti i paesi dovrebbero fare sforzi quotidiani per sviluppare la pace attraverso relazioni di amicizia e solidarietà. La nostra lotta comune contro le contraddizioni imperialiste deve e può fermare le guerre imperialiste.
Il Segretariato mondiale della Federazione Sindacale Mondiale
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Combattimenti a Kiev. Trattative e cessate il fuoco ancora da definire
Combattimenti a Kiev e in altre città ucraine
Secondo quanto riferito dall’agenzia Nova, le truppe russe stanno attaccando da nord e sud nell’area occidentale di Kiev. Da nord si segnala il tentativo di prendere il controllo di una base militare situata in Viale della Vittoria che, secondo quanto riferito dalle forze armate ucraine, sarebbe stato respinto. Da sud ovest, invece, si sono segnalati duri scontri nel sobborgo di Vasylkiv e un attacco missilistico che ha danneggiato un palazzo residenziale. Il bilancio degli scontri nella capitale è di 35 persone ferite, fra cui due bambini. Il ministro degli Esteri ucraino, ha affermato invece che non ci sono state vittime in seguito all’attacco missilistico che ha colpito un edificio residenziale nell’area sud occidentale di Kiev. L’amministrazione comunale di Kiev, inoltre, riferisce di un altro missile che sarebbe caduto sempre nella zona sud occidentale della città.
Sono almeno 198 gli ucraini, inclusi 3 bambini, rimasti uccisi a seguito delle operazioni. Lo ha confermato il ministro della Salute ucraino, Viktor Liashko, su Facebook. Il ministro ha aggiunto che ci sono 1.115 ucraini feriti, di cui 33 minori.
Le forze armate russe hanno annunciato di essere riuscite a penetrare nella città di Melitopol, centro di circa 150 mila abitanti situato nel sud della regione di Zaporozhye, a 50 chilometri dal Mar d’Azov. Per i servizi di intelligence britannici la città invece non sarebbe caduta.
“Le forze armate ucraine hanno segnalato nove attacchi contro sette insediamenti della Repubblica di Luhansk. Cinque case sono state danneggiate nell’insediamento di Donetskiy, due persone, residenti locali, sono state uccise”. È quanto si apprende in una dichiarazione diffusa dall’ufficio di rappresentanza della Repubblica popolare di Luhansk nel Centro congiunto per il controllo e il coordinamento, e rilanciato dai media locali. La milizia popolare della LPR ha stabilito il controllo sul posto di blocco di Stanitsa Luganskaya sulla linea di demarcazione e il controllo sull’omonimo villaggio, ha affermato Ivan Filiponenko, portavoce della milizia popolare.
L’esercito russo ha diramato un proprio bollettino dove fa il bilancio dei primi due giorni di guerra. Il maggiore generale Igor Konashenkov afferma che le forze armate russe hanno distrutto 821 obiettivi delle infrastrutture militari ucraine, utilizzando armi ad alta precisione. “Tra questi ci sono 14 aeroporti militari, 19 posti di comando e centri di comunicazione, 24 sistemi missilistici antiaerei S-300 e Osa, 48 stazioni radar. Inoltre 7 aerei da combattimento, 7 elicotteri, 9 velivoli senza pilota sono stati abbattuti. Sono stati distrutti 87 carri armati e altri aerei da combattimento, veicoli corazzati, 28 sistemi di lancio multiplo di razzi, 118 unità di veicoli militari speciali”, ha aggiunto Konashenkov.
Trattative e cessate il fuoco
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il presidente russo Vladimir Putin stanno discutendo di un luogo e una giornata dove poter tenere i colloqui per una tregua: lo ha riferito un portavoce di Zelensky. Il portavoce ha anche aggiunto che l’Ucraina è pronta a parlare di un possibile cessate il fuoco riferisce l’agenzia Reuters.
Il portavoce del governo ucraino ha dichiarato intorno all’una di questa notte: “Devo smentire le dichiarazioni secondo cui ci siamo rifiutati di tenere colloqui. Abbiamo accettato l’offerta del presidente russo: e proprio in questo momento, le parti si stanno consultando sul luogo e l’orario di svolgimento del processo negoziale. Prima inizieranno i colloqui, maggiori saranno le possibilità di tornare a una vita normale”.
Il ministero degli Esteri russo ha detto in precedenza di aver preparato una delegazione per i colloqui di pace con Kiev, che la Bielorussia ha accettato di ospitare a Minsk. Il dialogo dipende dal “comportamento responsabile di Kiev”, ha ammonito la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Spostare i colloqui a Varsavia presenterebbe un problema, poiché la Polonia ha annunciato venerdì che chiuderà il suo spazio aereo a tutti i voli russi.
Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu come prevedibile, la Russia ha posto il veto sulla bozza di risoluzione che chiedeva il ritiro delle sue truppe dall’Ucraina: sui 15 membri i voti a favore sono stati 11. Hanno votato a favore della risoluzione USA, Albania, Gran Bretagna, Francia, Irlanda, Norvegia, Gabon, Messico, Brasile, Ghana, Kenya, ci sono state tre astensioni tra cui quella di Cina, India ed Emirati Arabi Uniti, un dato quest’ultimo che ha sorpreso molto l’amministrazione USA.
Le sanzioni. Contrasti sul codice SWIFT per le transazioni
L’agenzia Agi riferisce che gli gli Stati Uniti stanno valutando se chiedere l’espulsione della Russia dal sistema di transazioni finanziarie Swift. Lo riporta Bloomberg. La Casa Bianca, secondo quanto riporta l’agenzia Usa, sta valutando se insistere per una direttiva dell’Unione Europea utile a bandire la Russia da SWIFT, anche se una decisione degli Stati Uniti e dell’Ue sul tema non è imminente. La Casa Bianca sta discutendo la questione con la Federal Reserve.
Il Consiglio Europeo invece ha deciso per ora di non escludere la Russia dal circuito interbancario Swift. Diverse le posizioni tra i vari paesi europei. Alcuni hanno sottolineato che la scelta potrebbe penalizzare coloro che per esempio acquistano gas da Mosca; altri si sono chiesti se non valesse la pena tenere da parte il provvedimento per rispondere a eventuali contro-sanzioni russe.
Nella giornata di ieri è circolata la notizia che l’Italia (e la Germania) volesse ostacolare questa specifica sanzione. Una presa di posizione del ministro Di Maio è giunta dopo che durante la giornata l’ambasciatore ucraino a Roma aveva chiesto al governo Draghi di esprimersi chiaramente sulla possibilità di bloccare l’accesso della Russia a Swift. Nel frattempo, anche Palazzo Chigi aveva assicurato: «Non vi è alcuna richiesta di eccezione sulle sanzioni da parte dell’Italia. La posizione italiana è allineata a quella dell’Unione europea».
Sempre a questo riguardo il ministro dell’Economia Daniele Franco ha precisato a Parigi che «la preoccupazione riguarda la possibilità di continuare a pagare il gas naturale russo». È una preoccupazione, ha detto il ministro, che concerne l’Italia e altri Paesi. «Non vi è nessuna divergenza d’opinione. Dobbiamo solo stare attenti» a non bloccare con eventuali sanzioni i pagamenti e quindi le forniture di gas russo.
L’agenzia russa Ria Novosti riferisce che i cittadini russi hanno ritirato 111 miliardi di rubli in contanti il 24 febbraio. La gente temeva la chiusura dei sistemi di pagamento Visa e Mastercard. La domanda di cartamoneta è aumentata di 58 volte durante la notte.
Già nel pomeriggio, molti bancomat, soprattutto nelle regioni, avevano finito il contante. Il sistema di pagamento elettronico PayPal funzionava a intermittenza.
Il secondo pacchetto di sanzioni varato dall’Unione Europea è assai più variegato del primo, adottato martedì 22 febbraio. Oltre a riguardare due massimi dirigenti della Russia e varie altre persone, va a colpire il settore finanziario, quello petrolifero (nel campo della raffinazione), quello dei trasporti (il 75% delle parti di aereo proviene dall’Europa e dal Canada), e quello high-tech (blocco all’export dei semiconduttori).
Fonte
Secondo quanto riferito dall’agenzia Nova, le truppe russe stanno attaccando da nord e sud nell’area occidentale di Kiev. Da nord si segnala il tentativo di prendere il controllo di una base militare situata in Viale della Vittoria che, secondo quanto riferito dalle forze armate ucraine, sarebbe stato respinto. Da sud ovest, invece, si sono segnalati duri scontri nel sobborgo di Vasylkiv e un attacco missilistico che ha danneggiato un palazzo residenziale. Il bilancio degli scontri nella capitale è di 35 persone ferite, fra cui due bambini. Il ministro degli Esteri ucraino, ha affermato invece che non ci sono state vittime in seguito all’attacco missilistico che ha colpito un edificio residenziale nell’area sud occidentale di Kiev. L’amministrazione comunale di Kiev, inoltre, riferisce di un altro missile che sarebbe caduto sempre nella zona sud occidentale della città.
Sono almeno 198 gli ucraini, inclusi 3 bambini, rimasti uccisi a seguito delle operazioni. Lo ha confermato il ministro della Salute ucraino, Viktor Liashko, su Facebook. Il ministro ha aggiunto che ci sono 1.115 ucraini feriti, di cui 33 minori.
Le forze armate russe hanno annunciato di essere riuscite a penetrare nella città di Melitopol, centro di circa 150 mila abitanti situato nel sud della regione di Zaporozhye, a 50 chilometri dal Mar d’Azov. Per i servizi di intelligence britannici la città invece non sarebbe caduta.
“Le forze armate ucraine hanno segnalato nove attacchi contro sette insediamenti della Repubblica di Luhansk. Cinque case sono state danneggiate nell’insediamento di Donetskiy, due persone, residenti locali, sono state uccise”. È quanto si apprende in una dichiarazione diffusa dall’ufficio di rappresentanza della Repubblica popolare di Luhansk nel Centro congiunto per il controllo e il coordinamento, e rilanciato dai media locali. La milizia popolare della LPR ha stabilito il controllo sul posto di blocco di Stanitsa Luganskaya sulla linea di demarcazione e il controllo sull’omonimo villaggio, ha affermato Ivan Filiponenko, portavoce della milizia popolare.
L’esercito russo ha diramato un proprio bollettino dove fa il bilancio dei primi due giorni di guerra. Il maggiore generale Igor Konashenkov afferma che le forze armate russe hanno distrutto 821 obiettivi delle infrastrutture militari ucraine, utilizzando armi ad alta precisione. “Tra questi ci sono 14 aeroporti militari, 19 posti di comando e centri di comunicazione, 24 sistemi missilistici antiaerei S-300 e Osa, 48 stazioni radar. Inoltre 7 aerei da combattimento, 7 elicotteri, 9 velivoli senza pilota sono stati abbattuti. Sono stati distrutti 87 carri armati e altri aerei da combattimento, veicoli corazzati, 28 sistemi di lancio multiplo di razzi, 118 unità di veicoli militari speciali”, ha aggiunto Konashenkov.
Trattative e cessate il fuoco
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il presidente russo Vladimir Putin stanno discutendo di un luogo e una giornata dove poter tenere i colloqui per una tregua: lo ha riferito un portavoce di Zelensky. Il portavoce ha anche aggiunto che l’Ucraina è pronta a parlare di un possibile cessate il fuoco riferisce l’agenzia Reuters.
Il portavoce del governo ucraino ha dichiarato intorno all’una di questa notte: “Devo smentire le dichiarazioni secondo cui ci siamo rifiutati di tenere colloqui. Abbiamo accettato l’offerta del presidente russo: e proprio in questo momento, le parti si stanno consultando sul luogo e l’orario di svolgimento del processo negoziale. Prima inizieranno i colloqui, maggiori saranno le possibilità di tornare a una vita normale”.
Il ministero degli Esteri russo ha detto in precedenza di aver preparato una delegazione per i colloqui di pace con Kiev, che la Bielorussia ha accettato di ospitare a Minsk. Il dialogo dipende dal “comportamento responsabile di Kiev”, ha ammonito la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Spostare i colloqui a Varsavia presenterebbe un problema, poiché la Polonia ha annunciato venerdì che chiuderà il suo spazio aereo a tutti i voli russi.
Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu come prevedibile, la Russia ha posto il veto sulla bozza di risoluzione che chiedeva il ritiro delle sue truppe dall’Ucraina: sui 15 membri i voti a favore sono stati 11. Hanno votato a favore della risoluzione USA, Albania, Gran Bretagna, Francia, Irlanda, Norvegia, Gabon, Messico, Brasile, Ghana, Kenya, ci sono state tre astensioni tra cui quella di Cina, India ed Emirati Arabi Uniti, un dato quest’ultimo che ha sorpreso molto l’amministrazione USA.
Le sanzioni. Contrasti sul codice SWIFT per le transazioni
L’agenzia Agi riferisce che gli gli Stati Uniti stanno valutando se chiedere l’espulsione della Russia dal sistema di transazioni finanziarie Swift. Lo riporta Bloomberg. La Casa Bianca, secondo quanto riporta l’agenzia Usa, sta valutando se insistere per una direttiva dell’Unione Europea utile a bandire la Russia da SWIFT, anche se una decisione degli Stati Uniti e dell’Ue sul tema non è imminente. La Casa Bianca sta discutendo la questione con la Federal Reserve.
Il Consiglio Europeo invece ha deciso per ora di non escludere la Russia dal circuito interbancario Swift. Diverse le posizioni tra i vari paesi europei. Alcuni hanno sottolineato che la scelta potrebbe penalizzare coloro che per esempio acquistano gas da Mosca; altri si sono chiesti se non valesse la pena tenere da parte il provvedimento per rispondere a eventuali contro-sanzioni russe.
Nella giornata di ieri è circolata la notizia che l’Italia (e la Germania) volesse ostacolare questa specifica sanzione. Una presa di posizione del ministro Di Maio è giunta dopo che durante la giornata l’ambasciatore ucraino a Roma aveva chiesto al governo Draghi di esprimersi chiaramente sulla possibilità di bloccare l’accesso della Russia a Swift. Nel frattempo, anche Palazzo Chigi aveva assicurato: «Non vi è alcuna richiesta di eccezione sulle sanzioni da parte dell’Italia. La posizione italiana è allineata a quella dell’Unione europea».
Sempre a questo riguardo il ministro dell’Economia Daniele Franco ha precisato a Parigi che «la preoccupazione riguarda la possibilità di continuare a pagare il gas naturale russo». È una preoccupazione, ha detto il ministro, che concerne l’Italia e altri Paesi. «Non vi è nessuna divergenza d’opinione. Dobbiamo solo stare attenti» a non bloccare con eventuali sanzioni i pagamenti e quindi le forniture di gas russo.
L’agenzia russa Ria Novosti riferisce che i cittadini russi hanno ritirato 111 miliardi di rubli in contanti il 24 febbraio. La gente temeva la chiusura dei sistemi di pagamento Visa e Mastercard. La domanda di cartamoneta è aumentata di 58 volte durante la notte.
Già nel pomeriggio, molti bancomat, soprattutto nelle regioni, avevano finito il contante. Il sistema di pagamento elettronico PayPal funzionava a intermittenza.
Il secondo pacchetto di sanzioni varato dall’Unione Europea è assai più variegato del primo, adottato martedì 22 febbraio. Oltre a riguardare due massimi dirigenti della Russia e varie altre persone, va a colpire il settore finanziario, quello petrolifero (nel campo della raffinazione), quello dei trasporti (il 75% delle parti di aereo proviene dall’Europa e dal Canada), e quello high-tech (blocco all’export dei semiconduttori).
Fonte
25/02/2022
Il nuovo disordine mondiale: chi semina vento raccoglie tempesta
di Sandro Moiso
Contraddizioni di ordine economico, geo-politico, militare, sociale, produttivo e ambientale che di volta in volta vengono segnalate singolarmente, in nome di un’eccezionalità che invece, vista in una dimensione più ampia e completa, dovrebbe essere percepita come norma di un sistema che, dopo aver suscitato appetiti ed aspettative esagerate in ogni settore di una società in/civile basata sull’egoismo proprietario e l’individualismo atomizzante, non può soddisfare le aspirazioni materiali ed ideali che si manifestano globalmente, sia a livello macroscopico che molecolare.
Prima con la spartizione del mondo in due blocchi, definiti più dal punto di vista ideologico che da quello della effettiva struttura economica, poi con il preteso nuovo ordine mondiale a sola guida statunitense dopo il fallimento del blocco definito come orientale o sovietico, era sembrato agli analisti politici ed economici superficiali e agli ideologi da strapazzo come Francis Fukuyama (politologo e teorico statunitense della “fine della Storia”) che fosse possibile un lento e progressivo affermarsi dei valori democratici e liberali occidentali e del conseguente modello di sviluppo e progresso capitalistico, sotteso dagli stessi, a livello mondiale. Il tutto attraverso un costante appiattimento delle contraddizioni residue in funzione di un radioso e felice futuro di sfruttamento e accumulazione di ricchezze (private più che pubbliche e, possibilmente, più nella parte occidentale del mondo piuttosto che in quella orientale e meridionale).
Così, negli ultimi decenni, soprattutto nel paese di Sanremo e delle canzonette politically correct, il lavoro di chi non ha avuto timore di “sporcarsi le mani” con la questione della guerra e di un suo possibile allargamento a livello generale[1] è stato visto come un’inutile e superata (forse ridicola per alcuni?) predizione da eterna Cassandra, in un sistema in cui non solo le contraddizioni interimperialistiche, ma anche sociali erano invece destinate a risolversi attraverso i meccanismi della democrazia rappresentativa e della trattativa qualunque essa fosse (diplomatica, sindacale o politico-parlamentare non importa, purché non violenta e rispettosa delle regole del buon vivere in/civile).
Purtroppo per gli illusionisti del capitale e dei loro, talvolta inconsapevoli, seguaci le cose non sono andate affatto così. Anzi, al contrario, gli eventi hanno preso una piega “imprevista” che, a partire dall’11 settembre 2001, ha subito un’accelerazione legata al sorgere del radicalismo islamico (anche e forse in maniera ancor più significativa nelle periferie delle metropoli occidentali), alle lunghe e irrisolte guerre nel quadrante mediorientale e afghano, al progressivo ritorno della Russia sulla scena internazionale sia dal punto di vista militare che diplomatico (proprio a partire dall’era Putin), all’irresistibile ascesa economica e politica della Repubblica Popolare Cinese, alle conseguenze della prima gigantesca crisi finanziaria dovuta alle conseguenze della globalizzazione (2008 e anni successivi), ad uno ipertrofico sviluppo della digitalizzazione e dell’applicazione dell’elettronica in un contesto in cui sempre più spesso i metalli e le terre rare di cui si fa uso sono quasi totalmente sotto il controllo della Cina e della Russia e, in tempi ormai recentissimi, alle conseguenze sanitarie economiche e sociali della pandemia oltre che del sempre più drammatico manifestarsi della divisione politica (sociale razziale e di classe) negli Stati Uniti e al precipitoso e infruttuoso ritiro degli stessi e della NATO dall’Afghanistan.
Così, in un articolo del comitato di redazione apparso il 14 febbraio scorso sul «Wall Street Journal», alla fine, una delle voci più importanti del capitalismo statunitense ha dovuto prendere atto di tutto ciò, anticipando i fatti successivi:
Confermando così anche quanto scritto nell’editoriale dell’ultimo numero della rivista «Limes»[3] a proposito della spinta che l’attuale politica estera americana ha dato al riavvicinamento politico ed economico, senza escludere al momento quello militare, tra Cina e Russia:
Nel caso di Hitler determinato dall’annosa questione del corridoio di Danzica e dalle severe restrizioni territoriali e dalle riparazioni “di guerra” imposte alla Germania dopo il primo conflitto mondiale che, come annotò già ai tempi un osservatore come John Maynard Keynes[7], non avrebbe potuto condurre ad altro che ad un nuovo conflitto. Nel caso di Putin da un’arroganza, tipica dell’Occidente americano e della sua cecità prospettica, nel voler imporre basi della NATO, dopo averle distribuite già in tutti i paesi dell’ex-Patto di Varsavia, praticamente alle porte di Mosca, posizionando i missili a poche centinaia di chilometri dalla capitale russa (4 minuti di volo per eventuali missili ipersonici). Dimenticando così la massima del generale inglese Montgomery secondo il quale su ogni manuale di strategia militare sarebbe dovuto essere scritto, fin dalla prima pagina: Mai marciare su Mosca. Autentico casus belli, come ha anche dichiarato il direttore di «Limes», Lucio Caracciolo, alla trasmissione serale condotta dalla Gruber la sera del 24 febbraio: «È stata la causa movente. Dal punto di vista russo, la NATO è il nemico che le sta entrando in casa e l’allargamento fatto a partire dagli anni ’90 in maniera sistematica dal punto di vista russo è percepito come una minaccia esistenziale».
Ritornando invece all’editoriale della medesima rivista di geo-politica, può rivelarsi utile riprendere il discorso sulla “debolezza americana”, di cui le accresciute tensioni interne sono una riprova e, allo stesso tempo, uno dei principali motivi dell’altalenamento politico, diplomatico e militare della superpotenza atlantica.
Divisioni dovute ad interessi geo-politici, economici e finanziari che restano assopite, nel caso europeo, soltanto per l’ambiguo legame rappresentato dall’Unione Europea e dalla “comune” appartenenza alla NATO. Divisioni che dovrebbero far capire, anche ai più testardi e duri di comprendonio, come il cosiddetto secolo breve si stia invece rivelando come uno dei più lunghi della Storia, considerato che il ‘900 iniziato con il primo conflitto mondiale non è ancora mai finito e che anzi vede tornare ripetutamente alla ribalta gli stessi fattori geopolitici, sociali ed economici che finirono col determinare due guerre mondiali, un numero imprecisato di dittature, di rivoluzioni e controrivoluzioni e, soprattutto di stragi infinite. In ogni angolo del pianeta, ma anche qui in Europa dove le stesse contraddizioni attuali già segnarono il cammino del martirio dei paesi balcanici negli anni ’90. Come, forse, anche il presidente ucraino Zelensky ha iniziato a comprendere di fronte all’attuale disparità che intercorre tra le ridondanti promesse europee e americane ed effettiva volontà di intervento a favore del suo governo.
Per questo motivo le ultime righe di questo primo intervento non sono destinate ad individuare le linee di sviluppo militare, geo-politico e strategico inerenti all’attacco russo all’Ucraina, ma, principalmente, per sottolineare i ritardi e gli errori, troppo spesso clamorosi, di tutti coloro che pur sentendosi parte di un’opposizione all’esistente hanno preferito chiudere gli occhi, illudersi e rivolgersi ad obiettivi apparentemente già belle e pronti, con tanto di simulacri di movimenti nelle piazze, piuttosto che dedicare tempo e attenzione a ciò che da tempo bolliva nella pentola degli apprendisti stregoni del capitale e delle sue esigenze. Perdendo così l’occasione sia di farsi trovare pronti al momento dell’esplodere del conflitto, sia di meritare qualsiasi riconoscimento o merito politico “reale” per poter affrontare i difficili tempi che verranno. Accontentandosi magari e ancora una volta di accodarsi a movimenti pacifisti di stampo umanitario che non serviranno ad altro che a motivare ancor di più la partecipazione a guerre che, sia da un lato che dall’altro del fronte, non appartengono a chi vuole liberarsi da un modo di produzione immondo. Ad Ovest come ad Est, a Nord come a Sud.
Così mentre il capitale riuscirà probabilmente ancora a volgere a proprio favore un’altra situazione difficile, come ha già saputo fare con l’emergenza pandemica, avanzando fin da subito le richieste di riapertura di centrali a carbone o nucleari per far fronte alla nuova emergenza energetica, gli antagonisti da riporto continueranno a discettare, sulle orme di un incartapecorito Agamben, su libertà individuale, democrazia formale ed altre quisquilie, dimenticando che qualsiasi discorso di opposizione all’esistente deve per forza di cose ruotare, senza se e senza ma, intorno ai due assi del conflitto tra capitale e lavoro (guerra di classe) e dell’opposizione alle insanabili contraddizioni interimperialistiche (guerra imperialista) intersecantisi sul piano cartesiano delle possibilità di rovesciamento reale del modo di produzione attuale. Unica bussola possibile per orientarsi nel caos della disinformazione, della propaganda, della paranoia e della muffa ideologica che vengono propinate come verità assolute da entrambe le parti in conflitto.
(1 – continua)
Note
1) Si veda in proposito: Sandro Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, Milano-Udine 2019
2) The New World Disorder, «Wall Street Journal», 14 febbraio 2022
3) Cose dell’altro mondo in L’altro virus, «Limes» n° 1/2022, pp. 7-30
4) Già autore insieme a Wang Xiangsui di Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione (a cura del generale Fabio Mini), Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001
5) Qiao Lang, L’arco dell’impero. Con la Cina e gli Stati Uniti alle due estremità (a cura del generale Fabio Mini), Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2021
6) Già anticipato da chi scrive qui
8) Si veda: John Maynard Keynes, Le conseguenze economiche della pace, Adelphi, Milano 2007
9) Cose dell’altro mondo, «Limes» n° 1/2022, pp. 16-25
Fonte
“Il mondo è più grande dell’Occidente, che non lo domina più” (Dmitrij Suslov, consigliere di Vladimir Putin – intervista al «Corriere della Sera»)Sembrerà un’affermazione cinica, ma per chi, come il sottoscritto, da anni si occupa di guerra come inevitabile punto di arrivo di tutte le contraddizioni di un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo per conseguire come fine ultimo l’accumulo privato di profitti e capitali, l’esplodere di un conflitto come quello russo-ucraino (per ora) almeno un merito ce l’ha ed è proprio quello di portare in piena luce e davanti agli occhi di tutti quelle stesse, spesso sommerse da un mare di menzogne e illusioni, cui si è prima accennato.
Contraddizioni di ordine economico, geo-politico, militare, sociale, produttivo e ambientale che di volta in volta vengono segnalate singolarmente, in nome di un’eccezionalità che invece, vista in una dimensione più ampia e completa, dovrebbe essere percepita come norma di un sistema che, dopo aver suscitato appetiti ed aspettative esagerate in ogni settore di una società in/civile basata sull’egoismo proprietario e l’individualismo atomizzante, non può soddisfare le aspirazioni materiali ed ideali che si manifestano globalmente, sia a livello macroscopico che molecolare.
Prima con la spartizione del mondo in due blocchi, definiti più dal punto di vista ideologico che da quello della effettiva struttura economica, poi con il preteso nuovo ordine mondiale a sola guida statunitense dopo il fallimento del blocco definito come orientale o sovietico, era sembrato agli analisti politici ed economici superficiali e agli ideologi da strapazzo come Francis Fukuyama (politologo e teorico statunitense della “fine della Storia”) che fosse possibile un lento e progressivo affermarsi dei valori democratici e liberali occidentali e del conseguente modello di sviluppo e progresso capitalistico, sotteso dagli stessi, a livello mondiale. Il tutto attraverso un costante appiattimento delle contraddizioni residue in funzione di un radioso e felice futuro di sfruttamento e accumulazione di ricchezze (private più che pubbliche e, possibilmente, più nella parte occidentale del mondo piuttosto che in quella orientale e meridionale).
Così, negli ultimi decenni, soprattutto nel paese di Sanremo e delle canzonette politically correct, il lavoro di chi non ha avuto timore di “sporcarsi le mani” con la questione della guerra e di un suo possibile allargamento a livello generale[1] è stato visto come un’inutile e superata (forse ridicola per alcuni?) predizione da eterna Cassandra, in un sistema in cui non solo le contraddizioni interimperialistiche, ma anche sociali erano invece destinate a risolversi attraverso i meccanismi della democrazia rappresentativa e della trattativa qualunque essa fosse (diplomatica, sindacale o politico-parlamentare non importa, purché non violenta e rispettosa delle regole del buon vivere in/civile).
Purtroppo per gli illusionisti del capitale e dei loro, talvolta inconsapevoli, seguaci le cose non sono andate affatto così. Anzi, al contrario, gli eventi hanno preso una piega “imprevista” che, a partire dall’11 settembre 2001, ha subito un’accelerazione legata al sorgere del radicalismo islamico (anche e forse in maniera ancor più significativa nelle periferie delle metropoli occidentali), alle lunghe e irrisolte guerre nel quadrante mediorientale e afghano, al progressivo ritorno della Russia sulla scena internazionale sia dal punto di vista militare che diplomatico (proprio a partire dall’era Putin), all’irresistibile ascesa economica e politica della Repubblica Popolare Cinese, alle conseguenze della prima gigantesca crisi finanziaria dovuta alle conseguenze della globalizzazione (2008 e anni successivi), ad uno ipertrofico sviluppo della digitalizzazione e dell’applicazione dell’elettronica in un contesto in cui sempre più spesso i metalli e le terre rare di cui si fa uso sono quasi totalmente sotto il controllo della Cina e della Russia e, in tempi ormai recentissimi, alle conseguenze sanitarie economiche e sociali della pandemia oltre che del sempre più drammatico manifestarsi della divisione politica (sociale razziale e di classe) negli Stati Uniti e al precipitoso e infruttuoso ritiro degli stessi e della NATO dall’Afghanistan.
Così, in un articolo del comitato di redazione apparso il 14 febbraio scorso sul «Wall Street Journal», alla fine, una delle voci più importanti del capitalismo statunitense ha dovuto prendere atto di tutto ciò, anticipando i fatti successivi:
Un’invasione russa dell’Ucraina sarebbe un evento fondamentale che accelera il nuovo disordine mondiale. I segnali si stanno costruendo da anni, ma l’America e i suoi alleati sono impreparati [...] L’amministrazione Biden ha fatto un discreto lavoro di retroguardia nel mobilitare l’Europa e la NATO in opposizione ai progetti della Russia sull’Ucraina [...] Gli alleati sono per lo più a bordo della promessa degli Stati Uniti di “conseguenze massicce” se la Russia invade, anche se ci chiediamo per quanto tempo Germania, Francia e Italia manterrebbero la rotta. Le deboli sanzioni occidentali dopo l’invasione russa della Georgia nel 2008 e della Crimea nel 2014, hanno incoraggiato Vladimir Putin a credere che l’Europa non abbia la volontà di resistere con qualcosa di serio.Non vi può essere dubbio alcuno, scorrendo le righe appena proposte, che la richiesta sostanziale del capitale finanziario (e non) americano al proprio governo sia quella di prepararsi ad una guerra allargata, sostanzialmente mondiale.
Quello che Biden non ha fatto è spiegare agli americani i nuovi pericoli globali e cosa deve essere fatto per proteggere gli interessi degli Stati Uniti. Il problema va ben oltre l’Ucraina. La Cina vuole conquistare Taiwan e dominare il Pacifico occidentale. Il nuovo condominio Russia-Cina significa che lavoreranno insieme contro gli interessi degli Stati Uniti. L’Iran è vicino a ottenere un’arma nucleare e i jihadisti sono tutt’altro che sconfitti.
L’avanzamento della tecnologia e la sua proliferazione mettono anche a rischio gli americani, in patria e all’estero. L’attacco informatico al Colonial Pipeline dello scorso anno è stato un modesto spettacolo del danno che un attore straniero può infliggere alla patria degli Stati Uniti. Le armi ipersoniche e antisatellite potrebbero eliminare le difese statunitensi in tutto il mondo in pochi minuti e con poco o nessun preavviso. In una sorta di Pearl Harbor high-tech.
Niente di tutto questo è allarmista o inverosimile per chiunque presti attenzione. Eppure la maggior parte degli americani sembra indifferente o compiacente riguardo ai rischi. In parte questo è il risultato della stanchezza per le guerre in Iraq e Afghanistan. Gli ultimi tre presidenti hanno anche alimentato il desiderio, a sinistra e a destra, di tornare a casa, l’America.
Barack Obama ha risposto docilmente alle avances di Putin e a quelle di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Donald Trump ha assunto una posizione più forte e ha aumentato la spesa per la difesa, ma ha anche alimentato l’illusione che gli Stati Uniti potessero ritirarsi dal mondo e rimanere al sicuro. Biden ha per lo più ignorato il mondo nella campagna presidenziale del 2020 e il suo fallito ritiro dall’Afghanistan ha convinto gli avversari, e persino molti alleati, che gli Stati Uniti sono in ritirata.
Ma la realtà alla fine morde, e ora lo sta facendo sotto gli occhi di Biden.
[...] La diffusione dell’aggressione e del disordine minaccia la libertà e la prosperità americane. Nessuno sta per invadere la patria, ma gli attacchi informatici potrebbero paralizzare pezzi dell’economia. Gli alleati che sono stati a lungo al nostro fianco potrebbero voltarsi dall’altra parte e placare le nuove canaglie. Gli interessi economici degli Stati Uniti saranno a rischio.
Biden dovrà anche spostare l’attenzione della sua presidenza dall’espansione dello stato sociale interno al miglioramento della sicurezza nazionale. Le sue richieste di bilancio per la difesa dovranno aumentare in modo sostanziale.
Soprattutto, Biden dovrà costruire alleanze bipartisan sulla sicurezza nazionale, come hanno fatto F.D. Roosvelt ed Harry Truman in altri punti cardine della storia. Le forze isolazioniste emergono sempre quando il mondo diventa più pericoloso, nella speranza che gli Stati Uniti possano nascondersi dietro una Fortezza America. Biden dovrà trovare alleati in entrambe le parti politiche per sconfiggere quel richiamo di sirena.
Nel 1940 Roosevelt nominò i repubblicani Henry Stimson Segretario alla Guerra e Frank Knox Segretario della Marina. Iniziarono a ricostruire le difese degli Stati Uniti in previsione che il paese potesse essere trascinato nei conflitti che infuriavano in Europa e in Asia. Truman lavorò con Arthur Vandenberg, un tempo senatore isolazionista del GOP, per costruire la NATO e combattere la Guerra Fredda contro il comunismo. Biden dovrebbe portare i falchi del GOP nei ranghi più alti della sua amministrazione per ottenere consigli migliori e sottolineare i pericoli che ci attendono.
Niente di tutto questo sarà facile nella nostra politica divisa [...] Biden ha ancora tre anni di mandato e i nemici del mondo non aspetteranno fino al 2024 perché gli Stati Uniti si mettano d’accordo[2].
Confermando così anche quanto scritto nell’editoriale dell’ultimo numero della rivista «Limes»[3] a proposito della spinta che l’attuale politica estera americana ha dato al riavvicinamento politico ed economico, senza escludere al momento quello militare, tra Cina e Russia:
Sulle bandiere di ogni potenza è ricamato il motto romano divide et impera, Washington dissente e incolla i Numeri Due e Tre, forse per noia del suo esorbitante primato. Matrimonio di puro interesse, indissolubile fin quando cinesi e russi non stabiliranno chiusa per palese inutilità la stagione dell’asimmetrica manipolazione reciproca. Portiamo questo argomento a suggestione della tesi per cui non solo l’ordine mondiale inteso ordine americano del mondo è in crisi, ma che qualsiasi altro assetto contrattualizzato del pianeta è improbabile.Per aggiungere poi ancora, poco dopo:
Non sappiamo quando il Numero Uno abdicherà. Ci illudiamo di poter stabilire che a succedergli non sarà altro egemone. Più probabile un’età di torbidi...
Il generale cinese Qiao Lang[4] ha sviluppato nel suo L’arco dell’impero[5] la tesi per cui l’errore ormai irrecuperabile di Washington è di considerare Pechino massimo sfidante: «In un futuro non troppo lontano, la vera causa del declino dell’America non verrà dalla Cina, ma dall’America stessa».Sarà ripreso più avanti il discorso qui accennato sulla rovina proveniente da fattori interni all’America settentrionale[6], mentre per adesso occorre sottolineare come il rischio effettivo di una guerra allargata sia entrato di colpo nel discorso mediatico mainstream come non mai da molti decenni a questa parte. Come ad esempio fa il direttore di «La Stampa», Massimo Giannini, nel suo editoriale del 25 febbraio:
Con tutta evidenza, la via delle sanzioni è insufficiente. L’America e l’Europa ne parlano da giorni, ne hanno annunciate “diverse e dolorose” l’altro ieri. Si è visto com’è finita. Putin non se n’è neppure accorto, e 24 ore dopo ha attaccato come se nulla fosse. Ieri sera Biden ha rilanciato, parlando di restrizioni economiche che costerebbero 3 trilioni di dollari al ricco Vladimir e ai suoi “apparatciki”. Armi spuntate, purtroppo. Vuoi perché gli Stati che le dovrebbero applicare sono troppo divisi tra loro (come dimostra il veto italo-tedesco posto al Consiglio europeo sull’ipotesi di esclusione della Russia dal circuito finanziario Swift). Vuoi perché le sanzioni sono una spada senza impugnatura: colpiscono chi le subisce, ma feriscono anche chi le irroga (come dimostrano quelle sulle forniture di gas, infinitamente più pesanti per l’Europa, che grazie a quello russo soddisfa il 90 per cento del suo fabbisogno, di quanto non lo sarebbero per Putin, che può dirottare facilmente l’eventuale invenduto alla “sorella Cina”).Ciò che è interessante, nell’editoriale di Giannini è che il discorso su una possibile guerra mondiale è definitivamente sdoganato: in entrambi i casi, infatti, il gran finale è costituito da una guerra su larga scala. Al di là degli accostamenti tra Hitler e Putin, oggi così di moda e fuorvianti, non certo sulla base del fatto che il secondo possa essere più accettabile del primo, è però necessario annotare come in entrambi i casi la spinta alle annessioni territoriali e all’espansionismo militare fu ed è determinato da un problema di “spazio vitale” per la nazione ritenuta responsabile dell’aggressione.
Ci restano solo le armi convenzionali, o magari addirittura nucleari? La prospettiva è agghiacciante in ogni senso, per gli effetti devastanti che avrebbe in termini di costi umani, economici, diplomatici. Ma questo parrebbe il dilemma, oggi. Lo “spirito di Monaco”, che lascia a un altro Fuhrer i suoi Sudeti e getta le basi di futuri stravolgimenti globali. O lo “spirito di Marte”, il dio furente e vendicativo che prepara la Terza Guerra Mondiale. L’alternativa del diavolo. Perché se la seconda è moralmente scandalosa, la prima è maledettamente pericolosa.
Nel caso di Hitler determinato dall’annosa questione del corridoio di Danzica e dalle severe restrizioni territoriali e dalle riparazioni “di guerra” imposte alla Germania dopo il primo conflitto mondiale che, come annotò già ai tempi un osservatore come John Maynard Keynes[7], non avrebbe potuto condurre ad altro che ad un nuovo conflitto. Nel caso di Putin da un’arroganza, tipica dell’Occidente americano e della sua cecità prospettica, nel voler imporre basi della NATO, dopo averle distribuite già in tutti i paesi dell’ex-Patto di Varsavia, praticamente alle porte di Mosca, posizionando i missili a poche centinaia di chilometri dalla capitale russa (4 minuti di volo per eventuali missili ipersonici). Dimenticando così la massima del generale inglese Montgomery secondo il quale su ogni manuale di strategia militare sarebbe dovuto essere scritto, fin dalla prima pagina: Mai marciare su Mosca. Autentico casus belli, come ha anche dichiarato il direttore di «Limes», Lucio Caracciolo, alla trasmissione serale condotta dalla Gruber la sera del 24 febbraio: «È stata la causa movente. Dal punto di vista russo, la NATO è il nemico che le sta entrando in casa e l’allargamento fatto a partire dagli anni ’90 in maniera sistematica dal punto di vista russo è percepito come una minaccia esistenziale».
Ritornando invece all’editoriale della medesima rivista di geo-politica, può rivelarsi utile riprendere il discorso sulla “debolezza americana”, di cui le accresciute tensioni interne sono una riprova e, allo stesso tempo, uno dei principali motivi dell’altalenamento politico, diplomatico e militare della superpotenza atlantica.
Il fenomeno geopolitico più importante del nostro tempo è la scissione interna alla nazione americana. I tecnici della politica la marchiano “polarizzazione”. Termine anodino. Riduce la scissione a biforcazione, meccanica all’interno di un insieme nel quale si manifestano opinioni e tendenze diverse che si legittimano reciprocamente. Qui però è in questione l’identità collettiva. Postulato non negoziabile[...] Non dunque la classica bipartizione politica. Qualcosa di molto più intimo e radicale [...] Di qui la crescita della violenza in un paese che vi inclina per nascita, come testimoniano proliferare delle milizie e diffusione delle armi. Fra l’etnia repubblicana, certo, ma anche democratica, specie donne e neri che non contano sulla protezione dello Stato. Nelle stesse forze armate, in particolare fra i veterani, serpeggiano intenzioni sediziose. Un assaltatore del Campidoglio su cinque ha una storia militare.Un altro aspetto importante sottolineato invece da Giannini è quello di una coalizione di alleati, quelli europei, estremamente divisi, la cui dipendenza energetica da Mosca è anche dovuta alle sconclusionate politiche neo-coloniali condotte da nazioni come la Francia che, dopo aver definitivamente minato le basi dell’approvvigionamento energetico italiano in Libia, si è poi trovata a vedersele contese da due avversari dal ben diverso potenziale militare: Turchia e Russia.
[...] Dal destino manifesto al declino manifesto? [...] Washington al bivio: rilanciare o ritirarsi? Istinto e record storico spingono all’offensiva [...] I destinisti inconcussi puntano tutto sulla prima scelta, a costo di partire in guerra. Ma guerra vera contro Cina o/e Russia, senza esclusione di colpi. Non l’ennesima guerretta persa o pareggiata dal 1945 in poi. Rien ne va plus? I declinisti timorosi di perdere tutto, perplessi sulla tenuta del fronte interno, invitano a restringere l’angolo d’impegno esterno [...] Se l’America scansa la scelta, saranno gli sfidanti a imporle le proprie. Convinti di potersi manifestare molto più aggressivi grazie allo sfasamento del leader. Cina e Russia paiono disposte a rischiare la guerra, quanto meno in retorica (ma in geopolitica la distanza tra parole e cose può svelarsi minore di quanto appaia). Da tre generazioni i pesi massimi non si affrontano più in battaglia, se non per via indiretta. Contingenza fortunosa o nuova legge storica? Preferiremmo non sciogliere la riserva. Ma se il lettore pretende, riluttando, indicheremmo busta numero uno[8].
Divisioni dovute ad interessi geo-politici, economici e finanziari che restano assopite, nel caso europeo, soltanto per l’ambiguo legame rappresentato dall’Unione Europea e dalla “comune” appartenenza alla NATO. Divisioni che dovrebbero far capire, anche ai più testardi e duri di comprendonio, come il cosiddetto secolo breve si stia invece rivelando come uno dei più lunghi della Storia, considerato che il ‘900 iniziato con il primo conflitto mondiale non è ancora mai finito e che anzi vede tornare ripetutamente alla ribalta gli stessi fattori geopolitici, sociali ed economici che finirono col determinare due guerre mondiali, un numero imprecisato di dittature, di rivoluzioni e controrivoluzioni e, soprattutto di stragi infinite. In ogni angolo del pianeta, ma anche qui in Europa dove le stesse contraddizioni attuali già segnarono il cammino del martirio dei paesi balcanici negli anni ’90. Come, forse, anche il presidente ucraino Zelensky ha iniziato a comprendere di fronte all’attuale disparità che intercorre tra le ridondanti promesse europee e americane ed effettiva volontà di intervento a favore del suo governo.
Per questo motivo le ultime righe di questo primo intervento non sono destinate ad individuare le linee di sviluppo militare, geo-politico e strategico inerenti all’attacco russo all’Ucraina, ma, principalmente, per sottolineare i ritardi e gli errori, troppo spesso clamorosi, di tutti coloro che pur sentendosi parte di un’opposizione all’esistente hanno preferito chiudere gli occhi, illudersi e rivolgersi ad obiettivi apparentemente già belle e pronti, con tanto di simulacri di movimenti nelle piazze, piuttosto che dedicare tempo e attenzione a ciò che da tempo bolliva nella pentola degli apprendisti stregoni del capitale e delle sue esigenze. Perdendo così l’occasione sia di farsi trovare pronti al momento dell’esplodere del conflitto, sia di meritare qualsiasi riconoscimento o merito politico “reale” per poter affrontare i difficili tempi che verranno. Accontentandosi magari e ancora una volta di accodarsi a movimenti pacifisti di stampo umanitario che non serviranno ad altro che a motivare ancor di più la partecipazione a guerre che, sia da un lato che dall’altro del fronte, non appartengono a chi vuole liberarsi da un modo di produzione immondo. Ad Ovest come ad Est, a Nord come a Sud.
Così mentre il capitale riuscirà probabilmente ancora a volgere a proprio favore un’altra situazione difficile, come ha già saputo fare con l’emergenza pandemica, avanzando fin da subito le richieste di riapertura di centrali a carbone o nucleari per far fronte alla nuova emergenza energetica, gli antagonisti da riporto continueranno a discettare, sulle orme di un incartapecorito Agamben, su libertà individuale, democrazia formale ed altre quisquilie, dimenticando che qualsiasi discorso di opposizione all’esistente deve per forza di cose ruotare, senza se e senza ma, intorno ai due assi del conflitto tra capitale e lavoro (guerra di classe) e dell’opposizione alle insanabili contraddizioni interimperialistiche (guerra imperialista) intersecantisi sul piano cartesiano delle possibilità di rovesciamento reale del modo di produzione attuale. Unica bussola possibile per orientarsi nel caos della disinformazione, della propaganda, della paranoia e della muffa ideologica che vengono propinate come verità assolute da entrambe le parti in conflitto.
(1 – continua)
Note
1) Si veda in proposito: Sandro Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, Milano-Udine 2019
2) The New World Disorder, «Wall Street Journal», 14 febbraio 2022
3) Cose dell’altro mondo in L’altro virus, «Limes» n° 1/2022, pp. 7-30
4) Già autore insieme a Wang Xiangsui di Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione (a cura del generale Fabio Mini), Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001
5) Qiao Lang, L’arco dell’impero. Con la Cina e gli Stati Uniti alle due estremità (a cura del generale Fabio Mini), Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2021
6) Già anticipato da chi scrive qui
8) Si veda: John Maynard Keynes, Le conseguenze economiche della pace, Adelphi, Milano 2007
9) Cose dell’altro mondo, «Limes» n° 1/2022, pp. 16-25
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Turchia e Israele scelgono Kiev ma hanno bisogno di Putin
di Michele Giorgio
L’attacco militare lanciato da Putin all’Ucraina ha avuto riflessi immediati in Medio Oriente, ponendo sfide complesse in particolare a Turchia e Israele. I due paesi mantengono da anni buone relazioni con Mosca e Kiev e dall’inizio della crisi hanno cercato, in modi diversi, di non schierarsi apertamente, anche se dietro le quinte tifavano per l’Ucraina. L’inizio della guerra ha fatto uscire allo scoperto Ankara e Tel Aviv che hanno espresso pieno sostegno a Kiev.
Il leader turco Erdogan ha subito telefonato al presidente ucraino Zelensky. Ha definito il via libera di Putin alle operazioni militari «un’aggressione inaccettabile, che viola il diritto internazionale». Pressato dalla necessità di recuperare i rapporti con Washington, turbolenti da anni, Erdogan si tiene in linea con la posizione della Nato, cioè degli Usa. Allo stesso tempo il suo paese ha importanti rapporti economici con Mosca – e un accordo di cooperazione, sia pure zoppicante, sulla questione siriana. L’analista Hakan Celik ieri sul giornale Posta invocava un approccio equilibrato. “La Turchia – ha scritto – deve proteggere al massimo i propri interessi adottando un approccio neutrale ed equilibrato nel quadro del diritto internazionale. La Turchia ha relazioni strette, quasi a livello strategico, sia con l’Ucraina che con la Russia. La Russia è un paese da cui la Turchia ottiene la maggior parte delle sue importazioni. Nell’energia, con il gas naturale in testa, si potrebbe dire che c’è un rapporto di quasi dipendenza. Le importazioni della Turchia dalla Russia valgono 29 miliardi di dollari mentre le sue esportazioni si attestano a 5,8 miliardi. In circostanze normali, circa 7 milioni di turisti dalla Russia visitano annualmente la Turchia. In caso di una ulteriore escalation, i costi energetici della Turchia, la fornitura di prodotti agricoli come orzo e grano e il turismo potrebbero essere tutte seriamente a rischio”.
Ankara in ogni caso, non bloccherà il transito delle navi da guerra russe attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli come chiedeva ieri con forza l’Ucraina. La convenzione di Montreux del 1936 assegna ad Ankara il controllo degli stretti e l’autorità per regolamentare il passaggio delle navi. Quelle militari sono soggette a restrizioni ma la Turchia non è in guerra e non può bloccarle e chiudere Bosforo e Dardanelli. Perciò oggi alla riunione della Nato Erdogan sarà seduto sui carboni ardenti.
Non è più semplice la posizione di Israele dove una fetta consistente di popolazione è immigrata da Russia e Ucraina. Per settimane il governo Bennett si è mostrato neutrale pur sostenendo sotto il tavolo Zelensky. Poi martedì sera, al termine di una riunione che ha visto allo stesso tavolo il premier Bennett, il ministro degli esteri Lapid, il ministro della difesa Gantz e il ministro delle finanze Lieberman, Israele espresso sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina. Quindi ieri mattina Lapid ha descritto l’attacco russo «una grave violazione dell’ordine internazionale» e aggiunto che Israele «è pronto a fornire aiuti umanitari ai cittadini ucraini». Il giornalista di Axios Barak Ravid, esperto di diplomazia, ha scritto che la nuova posizione israeliana non è una conseguenza di pressioni statunitensi. I dubbi però non mancano.
Alle dichiarazioni di Lapid, la Russia ha reagito ricordando che lo Stato ebraico occupa, da decine di anni, territori arabi e affermando il suo rifiuto del controllo israeliano del Golan siriano. Tel Aviv ora teme conseguenze. Il ministro Gantz qualche giorno fa parlava di «confine russo» al nord di Israele in riferimento alla presenza di forze aeree russe in Siria e all’alleanza tra Putin e il presidente siriano Bashar Assad. Per anni e fino a oggi la Russia ha lasciato piena libertà all’aviazione israeliana – l’ultima volta martedì notte (tre, forse sei soldati siriani uccisi) – di colpire «obiettivi» in Siria. Le cose potrebbero cambiare.
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L’attacco militare lanciato da Putin all’Ucraina ha avuto riflessi immediati in Medio Oriente, ponendo sfide complesse in particolare a Turchia e Israele. I due paesi mantengono da anni buone relazioni con Mosca e Kiev e dall’inizio della crisi hanno cercato, in modi diversi, di non schierarsi apertamente, anche se dietro le quinte tifavano per l’Ucraina. L’inizio della guerra ha fatto uscire allo scoperto Ankara e Tel Aviv che hanno espresso pieno sostegno a Kiev.
Il leader turco Erdogan ha subito telefonato al presidente ucraino Zelensky. Ha definito il via libera di Putin alle operazioni militari «un’aggressione inaccettabile, che viola il diritto internazionale». Pressato dalla necessità di recuperare i rapporti con Washington, turbolenti da anni, Erdogan si tiene in linea con la posizione della Nato, cioè degli Usa. Allo stesso tempo il suo paese ha importanti rapporti economici con Mosca – e un accordo di cooperazione, sia pure zoppicante, sulla questione siriana. L’analista Hakan Celik ieri sul giornale Posta invocava un approccio equilibrato. “La Turchia – ha scritto – deve proteggere al massimo i propri interessi adottando un approccio neutrale ed equilibrato nel quadro del diritto internazionale. La Turchia ha relazioni strette, quasi a livello strategico, sia con l’Ucraina che con la Russia. La Russia è un paese da cui la Turchia ottiene la maggior parte delle sue importazioni. Nell’energia, con il gas naturale in testa, si potrebbe dire che c’è un rapporto di quasi dipendenza. Le importazioni della Turchia dalla Russia valgono 29 miliardi di dollari mentre le sue esportazioni si attestano a 5,8 miliardi. In circostanze normali, circa 7 milioni di turisti dalla Russia visitano annualmente la Turchia. In caso di una ulteriore escalation, i costi energetici della Turchia, la fornitura di prodotti agricoli come orzo e grano e il turismo potrebbero essere tutte seriamente a rischio”.
Ankara in ogni caso, non bloccherà il transito delle navi da guerra russe attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli come chiedeva ieri con forza l’Ucraina. La convenzione di Montreux del 1936 assegna ad Ankara il controllo degli stretti e l’autorità per regolamentare il passaggio delle navi. Quelle militari sono soggette a restrizioni ma la Turchia non è in guerra e non può bloccarle e chiudere Bosforo e Dardanelli. Perciò oggi alla riunione della Nato Erdogan sarà seduto sui carboni ardenti.
Non è più semplice la posizione di Israele dove una fetta consistente di popolazione è immigrata da Russia e Ucraina. Per settimane il governo Bennett si è mostrato neutrale pur sostenendo sotto il tavolo Zelensky. Poi martedì sera, al termine di una riunione che ha visto allo stesso tavolo il premier Bennett, il ministro degli esteri Lapid, il ministro della difesa Gantz e il ministro delle finanze Lieberman, Israele espresso sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina. Quindi ieri mattina Lapid ha descritto l’attacco russo «una grave violazione dell’ordine internazionale» e aggiunto che Israele «è pronto a fornire aiuti umanitari ai cittadini ucraini». Il giornalista di Axios Barak Ravid, esperto di diplomazia, ha scritto che la nuova posizione israeliana non è una conseguenza di pressioni statunitensi. I dubbi però non mancano.
Alle dichiarazioni di Lapid, la Russia ha reagito ricordando che lo Stato ebraico occupa, da decine di anni, territori arabi e affermando il suo rifiuto del controllo israeliano del Golan siriano. Tel Aviv ora teme conseguenze. Il ministro Gantz qualche giorno fa parlava di «confine russo» al nord di Israele in riferimento alla presenza di forze aeree russe in Siria e all’alleanza tra Putin e il presidente siriano Bashar Assad. Per anni e fino a oggi la Russia ha lasciato piena libertà all’aviazione israeliana – l’ultima volta martedì notte (tre, forse sei soldati siriani uccisi) – di colpire «obiettivi» in Siria. Le cose potrebbero cambiare.
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