Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/08/2026

Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste

Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013.

Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla UE di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa.

Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha invogliato gli islandesi ad aggregarsi alle UE, anche se le concionerie di Trump, che in alcune occasioni ha anche confuso la Groenlandia con l’Islanda, hanno messo in evidenza la crescente importanza di una regione cruciale per gli equilibri geopolitici nell’Artico.

Per i sostenitori dell’adesione all’UE, la postura degli Stati Uniti doveva rafforzare l’argomento secondo cui il Paese sarebbe più al sicuro all’interno dell’Unione.

La campagna referendaria è stata invece dominata dalle divergenze che da anni plasmano il dibattito islandese sull’adesione all’UE: la sovranità, il modello economico del Paese e il controllo della pesca e dell’agricoltura rispetto alle ingerenze europee.

L’Islanda aveva già dimostrato la propria dignità durante la crisi bancaria del 2008. Il 7 ottobre 2008, mentre i mercati finanziari globali sprofondavano nel panico dopo il collasso della Lehman Brothers, il governo islandese decretava la nazionalizzazione delle principali banche del paese, i cui attivi, dopo un periodo di deregolamentazione e rapida espansione, avevano raggiunto una dimensione equivalente a 10 volte il totale dell’economia nazionale.

L’UE puntava molto sull’Islanda in quanto sta cercando di rilanciare l’annessione di altri stati europei come progetto strategico, accelerando il percorso di adesione per Ucraina e Moldova, tentando di includere la Georgia e tenendo all’amo i Paesi dei Balcani occidentali tramite promesse di investimenti e partenariati.

L’inclusione dell’Islanda nel gruppo dei Paesi candidati avrebbe offerto una nuova immagine sulla strategia di allargamento, dimostrando che l’adesione è ancora attrattiva anche per i Paesi ricchi e non solo per quelli più arretrati.

Quello che voleva essere un nuovo fattore di successo si è trasformata in un danno di immagine per Bruxelles ma è anche una ulteriore conferma che ogni volta che sulla UE e i suoi trattati vengano chiamati ad esprimersi democraticamente le popolazioni, queste ultime bocciano sonoramente l’apparato dell’Unione Europea che le classi dominanti hanno costruito e imposto all’Europa.

È bene ricordare che nel 2005 i francesi e olandesi respinsero nei referendum il Trattato costituzionale proposto, infliggendo un duro colpo al tentativo dell’UE di dotare il proprio progetto politico di una legge costituzionale di ispirazione chiaramente liberista. La Grecia disse No al memorandum della troika europea nel 2015. La Danimarca, l’Irlanda e la Svezia hanno visto più volte la popolazione dire NO ai trattati europei nei referendum. E poi c’è stata la Brexit nel 2016. In Italia non si è voluta nemmeno discutere la legge di iniziativa popolare di modifica costituzionale per consentire un referendum sui Trattati Europei.

Come nei casi precedenti, questo “no” a nuovi negoziati per la adesione dell’Islanda alla UE indica che a livello popolare “l’europeismo” delle classi dirigenti non trova affatto consensi e che marcia sempre più spesso per imposizione e negazione della verifica democratica attraverso i referendum. Se l’Europa è uno spazio politico importante, l’Unione Europea è una montagna di merda, è bene dirselo con estrema franchezza.

Rompere questa gabbia costruita dalle classi dominanti europee rimane un tema centrale dell’agenda politica, soprattutto adesso che la UE mostra chiaramente la sua natura reazionaria e guerrafondaia.

Fonte

La costosa via d’accesso dell’Iran allo stretto di Hormuz

Dopo la metà di luglio, le petroliere iraniane cariche, ancora visibili ai sistemi di tracciamento commerciali, sono praticamente scomparse dallo Stretto di Hormuz. Alcune navi potrebbero aver continuato a navigare con i transponder spenti. Ciononostante, il traffico registrato ha mostrato con quanta rapidità il principale sbocco petrolifero dell’Iran sia tornato a essere il punto più debole della sua economia.

Lo stretto rimane il punto di vulnerabilità decisivo. Circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto transitava attraverso di esso prima dell’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio. Il traffico è crollato, si è parzialmente ripreso con il memorandum di giugno, per poi diminuire nuovamente.

Le autorità iraniane hanno ripetutamente subordinato qualsiasi riapertura duratura dello stretto a condizioni politiche più ampie. La ricorrente incertezza ha costretto Teheran ad adattare la propria geografia economica attorno al punto critico.

Petrolio sotto pressione

I dati disponibili mostrano l’entità dell’interruzione. Prima della guerra, le esportazioni di greggio iraniano si attestavano in media intorno a 1,7 milioni di barili (270.300.000 litri) al giorno, con la Cina che ne assorbiva oltre l’80%. I dati della società di tracciamento navale Kpler indicano che le importazioni cinesi di greggio iraniano sono scese a circa 534.000 barili (84.906.000 litri) al giorno nella prima parte di agosto, ben al di sotto della media di 1,4 milioni di barili (222.600.000 litri) al giorno del 2025. Le offerte agli acquirenti cinesi sono diminuite e i prezzi sono aumentati con l’inasprirsi del blocco statunitense.

Allo stesso tempo, le autorità iraniane hanno riferito di aver trasferito 7,5 miliardi di dollari (6,4 miliardi di euro) in valuta estera, provenienti dal petrolio, alla banca centrale durante i primi quattro mesi dell’anno solare iraniano in corso, da fine marzo a fine luglio 2026. La cifra dimostra che le entrate continuavano ad affluire allo Stato, sebbene includesse proventi derivanti da vendite di petrolio precedenti.

Le entrate rimanenti vengono movimentate in condizioni più restrittive. Rotte più lunghe, trasferimenti da nave a nave, intermediari poco trasparenti e navi che disattivano frequentemente il sistema di identificazione automatica hanno fatto lievitare i costi. Gli acquirenti cinesi hanno attinto a carichi già al di fuori del Golfo e a scorte galleggianti nelle acque asiatiche. L’effetto netto è una riduzione dei volumi e una maggiore difficoltà di movimentazione degli stessi barili.

La risposta dell’Iran è stata quella di rafforzare le rotte secondarie e i canali di pagamento che riducono, senza eliminarli del tutto, la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. Questi non possono sostituire Hormuz come sbocco per il greggio nella stessa misura. Possono tuttavia garantire il flusso delle importazioni, espandere il commercio non petrolifero e impedire che la pressione su un’unica rotta marittima isoli completamente il Paese.

Rotte oltre il golfo

Gli scambi commerciali e la logistica con Russia e Cina si sono espansi lungo il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud e i relativi collegamenti terrestri e marittimi. I volumi di merci sul corridoio sono cresciuti del 12% nel 2025, raggiungendo i 3,5 milioni di tonnellate, mentre le esportazioni russe verso l’Iran sono aumentate di oltre il 56% nei primi quattro mesi del 2026, seppur partendo da una base limitata.

Il terminale merci di Astara è in fase di completamento: le Ferrovie dell’Azerbaigian riferiscono che la progettazione è quasi terminata e la costruzione è completa per oltre il 93%. Il tratto ferroviario Rasht-Astara, attualmente incompiuto, rimane tale.

L’acquisizione dei terreni è progredita e i finanziamenti russi sono confermati, ma fino al completamento della linea, le merci dovranno comunque essere trasportate via ferrovia e via strada. Il trasporto marittimo attraverso il Mar Caspio, tra i porti russi e iraniani, ha quindi assunto una maggiore importanza pratica. Permette di evitare il blocco del Golfo, pur rimanendo esposto a sanzioni, sorveglianza e capacità portuale limitata.

Il Kazakistan si è inoltre assicurato una presenza logistica a lungo termine presso il porto di Shahid Rajaee a Bandar Abbas e ha manifestato interesse per Chabahar. Il trasporto merci su rotaia tra Kazakistan e Iran è aumentato notevolmente nel 2025. Il terminale di Bandar Abbas rafforza il commercio regionale, ma non aggira Hormuz. Chabahar, sul Golfo dell’Oman, rappresenta lo sbocco più rilevante a tale scopo.

Lo stesso porto di Chabahar è stato danneggiato dagli attacchi statunitensi di luglio, compresa la torre di controllo del traffico marittimo. La ferrovia Chabahar-Zahedan risulta essere completa per oltre il 90%, eppure la capacità del porto rimane limitata rispetto a Bandar Abbas.

È in costruzione anche il breve collegamento ferroviario Shalamcheh-Basra con l’Iraq. Se completato, migliorerebbe i collegamenti passeggeri e merci con l’Iraq, sebbene servirebbe al commercio regionale piuttosto che offrire un sostituto diretto per i terminali di esportazione petrolifera iraniani.

Anche i trasporti ferroviari tra Cina e Iran attraverso l’Asia centrale hanno acquisito importanza durante il blocco. Rimangono più lenti e costosi del trasporto marittimo di merci alla rinfusa, ma offrono a Teheran una rotta che non può essere bloccata da una flotta stazionata al largo della sua costa meridionale. La rete in via di sviluppo offre una sorta di assicurazione contro l’isolamento dal mare.

Resilienza a caro prezzo

Anche i canali finanziari si sono modificati parallelamente. I pagamenti avvengono sempre più spesso al di fuori del sistema del dollaro, tramite yuan, accordi bilaterali e baratto con beni e infrastrutture cinesi. Secondo alcune fonti, un meccanismo alternativo convogliava i proventi del petrolio iraniano verso progetti infrastrutturali cinesi, anziché trasferire denaro direttamente a Teheran. La portata di questo fenomeno è difficile da quantificare, poiché Teheran mantiene segreti i meccanismi di questi canali per proteggerli da sanzioni secondarie.

Ciò che si può desumere dai dati commerciali, dai dati di tracciamento delle navi e dalle segnalazioni sul campo è che questi canali alternativi esistono, vengono attivamente utilizzati e rendono comunque più costoso operare dall’Iran.

I costi sono visibili all’interno del Paese. Le fabbriche e le infrastrutture energetiche danneggiate dai combattimenti necessitano di sostegno statale, mentre le merci importate percorrono rotte più lunghe e costose. Recenti stime sul mercato del lavoro indicano che la disoccupazione è aumentata dal 7,3% al 9,1% nell’ultimo anno, con circa 450.000 persone che hanno perso il lavoro.

L’inflazione, che aveva raggiunto livelli estremi all’inizio dell’anno, rimane elevata. La carenza di energia e l’aumento dei costi logistici incidono sui prezzi al consumo. L’economia non è collassata, la contrazione della produzione nella primavera del 2026 è stata modesta rispetto alla portata degli attacchi, ma opera in condizioni più rigorose e con costi unitari più elevati.

L’Iran sta diventando meno dipendente dai canali finanziari controllati dall’Occidente e si sta affidando esclusivamente all’accesso marittimo. Questo cambiamento comporta dei costi. Il petrolio venduto attraverso reti informali, il trasporto merci su rotte terrestri e marittime più lunghe, e i pagamenti vincolati al baratto rendono l’economia meno efficiente, pur mantenendola operativa.

Lo stretto di Hormuz rimarrà cruciale, poiché nessuna ferrovia può trasportare il volume di greggio che lo attraversa. Tuttavia, ogni rotta funzionante verso Russia, Cina, Asia centrale e Iraq offre a Teheran maggiore margine di manovra per resistere a un blocco, garantendo che la chiusura di un punto strategico non isoli l’intero Paese.

Fonte

La catastrofe ambientale e il “lasciar fare”

Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni è un evento che ha resettato completamente ogni precedente parametro.

Le immagini dal Nepal sono così straordinariamente impressionanti che costituiranno un nuovo riferimento per la storia, come lo erano una volta i racconti sulla peste nera, sull’eruzione del Krakatoa o del Tambora, come lo sono state le immagini delle onde nere dello tsunami di Fukujima, come l’11 settembre in America, come il genocidio dei palestinesi.

Quelle immagini sono devastanti.

Ci ho pensato tutta la mattina per raccogliere dati e scrivere.

L’evento ha interessato il distretto di Rasuwa, lungo il sistema fluviale del Lhende Khola. Una enorme quantità di ghiaccio, roccia e detriti è precipitata improvvisamente nella valle, provocando una gigantesca onda di piena che ha trascinato via case, ponti, strade, veicoli e infrastrutture idroelettriche e di servizio. La piena si è poi propagata verso valle.

Il bilancio è ancora provvisorio ma è da considerarsi catastrofico.

Ad oggi, la ricostruzione più probabile della catastrofe avvenuta in Nepal, è relativa al collasso di un ghiacciaio.

Le ipotesi di ieri, in primis quelle del terremoto e delle abbondanti precipitazioni (?),alimentate immediatamente da quelli che di clima non vogliono parlare, e successivamente quelle del GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), sembrano essere meno rilevanti di quella attuale.

L’ipotesi più probabile infatti, emerge dalle immagini satellitari e dalle analisi dell’US Geological Survey (USGS).

La catastrofe infatti sembrerebbe esser stata innescata dal collasso di una porzione di ghiacciaio che ha generato una valanga di ghiaccio e rocce che ha provocato un’enorme massa di detriti nel Lhende Khola. Il materiale della valanga avrebbe sbarrato il corso del fiume, creando una sorta di lago temporaneo di sbarramento. La successiva rottura di questo sbarramento può avere prodotto o amplificato l’enorme ondata di piena e la conseguente devastazione a valle.

Le immagini satellitari mostrano il distacco di una massa glaciale di circa 0,2 km², a circa 5.200 metri di quota, che sarebbe precipitata per circa 1.200 metri verso il fondovalle.

L’USGS ha inoltre chiarito un punto molto interessante. Cito testualmente quanto scritto:

– Il 26 agosto alle 8:37 ora locale (10:52 ora standard cinese) si è verificato un evento sismico di magnitudo 5.2 vicino al confine tra Nepal e Cina.

– L’USGS ha stabilito che l’evento sismico è stato causato dal crollo di un ghiacciaio e dalla conseguente colata detritica, che hanno provocato impatti catastrofici a valle.

– Inizialmente, l’evento era stato segnalato come un terremoto di magnitudo 4.4. Ulteriori analisi delle stazioni sismiche vicine, delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari hanno portato alla conclusione che l’evento sismico fosse in realtà dovuto al crollo di un ghiacciaio e alla conseguente colata detritica, e che non si fosse verificato alcun terremoto.

Si parlava e si parla ancora di GLOF, ma probabilmente non lo è stato, almeno non nel senso classico del termine. Un GLOF è la fuoriuscita improvvisa di un lago glaciale preesistente, ne ho parlato diverse volte nel passato, l’ultima lo scorso anno per un evento avvenuto in Alaska.

Di contro invece c’è qualcosa che dovrebbe farci pensare.

Non abbiamo ancora una attribuzione scientifica che dimostri che il cambiamento climatico abbia causato questo specifico collasso, ma il contesto è molto significativo: il riscaldamento dell’Himalaya sta causando ritiro dei ghiacciai, degradazione del permafrost e maggiore instabilità dei versanti.

Questo può aumentare la probabilità di collassi, valanghe e conseguenti piene improvvise, è palesemente un fattore di aumento del rischio, non necessariamente il “grilletto” dell’evento. Ma è proprio questo che rende l’evento interessante dal punto di vista climatico: un ghiacciaio può diventare l’innesco di una catena di eventi estremamente rapida, senza che sia necessariamente in corso una grande perturbazione meteorologica.

Il cambiamento climatico invece potrebbe avere aumentato la vulnerabilità del sistema.

L’Himalaya si sta riscaldando rapidamente; il ritiro dei ghiacciai modifica la stabilità dei versanti e aumenta la quantità di acqua e sedimenti disponibili nei bacini montani. Inoltre, nell’Hindu Kush-Himalaya stanno diventando più problematici diversi tipi di eventi estremi: piene improvvise, frane, valanghe e collassi di laghi glaciali.

L’Himalaya, che si estende tra Nepal, India, Cina, Bhutan e Pakistan, si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, esponendo la regione a un rischio maggiore di valanghe, frane e inondazioni. Una regione che vive da secoli sull’acqua di fusione.

Le temperature nell’area del ghiacciaio che ha collassato sono aumentate di circa due volte rispetto al tasso medio di riscaldamento globale… circa 2,8°C dal 1940. Sebbene serva un’indagine più approfondita su questo evento specifico, è chiaro che i ghiacciai in tutto il Mondo stanno diventando meno stabili.

Uno studio del 2026 su un ghiacciaio vicino ha rilevato che il tasso di perdita di area glaciale è aumentato di oltre 4 volte, passando da circa 0,11%/anno prima del 1964 a 0,49%/anno durante il periodo 1964–2023, con un’ulteriore accelerazione dopo il 2000.

Nel 2023, le Nazioni Unite hanno affermato che le montagne del Nepal avevano perso quasi un terzo del loro ghiaccio in poco più di 30 anni a causa del riscaldamento globale. Una valutazione pubblicata quell’anno ha rilevato che i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya sono scomparsi il 65% più velocemente tra il 2011 e il 2020 rispetto al decennio precedente.

E negli ultimi ultimi anni avviene sempre più spesso. Nel 2021, un ghiacciaio himalayano si è staccato causando un’alluvione lampo nello stato indiano dell’Uttarakhand. Fu una valanga di roccia e ghiaccio di 27 milioni di metri cubi, che si è trasformata in una colata detritica straordinariamente grande e mobile che ha provocando oltre 200 morti o dispersi. Ho messo le immagini dei miei post su quello che è successo in Svizzera, a Blatten lo scorso anno, quello che è successo qui da noi, sulla Marmolada nel 2022, quello che successe in Alaska.

Però se ci fate caso le prime notizie dei TG, riguardano la ricerca dell’elemosina del governo per le accise sul gasolio. Perché quello dobbiamo fare.

Continuare a consumare petrolio.

Dai che domani sarà ancora 38 gradi.

Fonte

30/08/2026

L’autorganizzazione artificiale

Alcuni recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale “made in Usa” – quella cinese ha seguito altre logiche, sfornando altri modelli – ripropongono molto concretamente l’antica contraddizione tra ciò che si può fare e ciò che conviene fare, ovvero ciò su cui si ha il controllo sia nell’immediato che nei passi successivi.

Si possono fare miliardi di esempi su scoperte o invenzioni il cui uso immediato è sembrato “fichissimo” ma che si sono rivelate ben più che problematiche una volta che si sono moltiplicate e diventate “un sistema di vita”.

È il caso, per stare sul pratico, dell’invenzione della plastica – un derivato del petrolio, dalla flessibilità pressoché assoluta – che è ora diventato un inquinante mortale per il Pianeta (dunque anche e soprattutto per l’umanità).

E ancor più della fissione nucleare, processo fisico fondante sia la bomba atomica che la produzione controllata (insomma...) di energia, che ha dato per un breve attimo la superiorità militare assoluta agli Stati Uniti per diventare poi “mutua distruzione assicurata” con l’arrivo dell’ex Unione Sovietica agli stessi risultati e poi un confuso (pericolosissimo) “livello di deterrenza assoluta” con la moltiplicazione degli Stati in grado di costruirla.

L’“intelligenza artificiale generativa” – già nelle premesse teoriche e di programmazione – puntava alla costruzione di “agenti” (singoli prodotti in sé conclusi, pensati per realizzare compiti specifici) che avrebbero svolto il ruolo di articolazione operativa di un “sistema centrale” sempre più onnivoro e potente, ritenuto però sotto controllo umano (la programmazione), naturalmente ad opera di un gruppo relativamente ristretto di ingegneri-capo e – nell’Occidente capitalistico e neoliberista – della “volontà assoluta” dei proprietari (una manciata di persone, in alcuni casi palesemente affette da delirio di onnipotenza).

L’idea di fondo – “filosofica” – in questa visione è che l’IA è una “cosa” sottoposta alla volontà del creatore, e che le capacità degli algoritmi rispondano sempre e in ogni istante a questa volontà.

Ma proprio gli algoritmi – espressione della volontà umana, quindi in varia misura riproducenti in modo non troppo “pensato” aspetti della “mentalità” dei creatori – nel loro “generare” associazioni di frammenti di parole (token) che poi diventano termini di uso comune e costruiscono “discorsi” dotati di senso rubacchiando nell’infinito scibile umano digitalizzato, sembrano ora aver prodotto l’impensato: un’attività non programmata.

Peggio ancora: un’attività in qualche modo diretta anche contro i “creatori” degli algoritmi. O meglio: contro altri sistemi di IA messi a presidio di attività industriali “normali”, ovviamente prodotti da altri creatori, ma senza aver ricevuto alcun ordine di compiere azioni simili. Riproducendo – ed è forse l’aspetto più significativo – modalità organizzative tipicamente umane anche in assenza di algoritmi che lo prescrivessero.

Siamo appena agli inizi delle “indagini” condotte su alcuni esperimenti finiti male, nonostante fossero stati programmati all’interno di una sandbox, ossia un “ambiente” chiuso e isolato dalle reti di comunicazione (non solo internet).

Le prime scoperte dell’indagine sono però decisamente inquietanti e delineano possibilità (rischi) che vanno ben al di là della migliore fantascienza.

L’allibito articolo di Axios che riproduciamo di seguito è piuttosto significativo. Ci asteniamo consapevolmente, per ora, dall’implementare “interpretazioni” suggestive sulle palesi somiglianze tra molti aspetti dell'“autodeterminazione artificiale” e molte dinamiche umane tipiche nel mondo capitalistico.

Buona lettura.

*****

Le 5 scoperte più folli dell’indagine di OpenAI su Hugging Face

di Zachary Basu

Due nuove indagini sulla violazione di Hugging Face da parte di OpenAI rivelano dettagli così strani – e così inquietanti – che l’episodio si classifica già tra gli shock più consequenziali nella storia dell’IA.

Perché è importante. Quello che è iniziato come uno sciame di agenti IA che baravano a un test informatico è diventato un evento canonico per l’IA di frontiera, spingendo ricercatori e dirigenti a una nuova comprensione di ciò che la “sicurezza” richiede oggi.

Quadro generale. OpenAI ha già rallentato lo sviluppo di frontiera mentre corre per rafforzare le sue salvaguardie, e questa settimana ha contribuito a mobilitare il settore dietro una lettera aperta che lancia l’allarme sugli attacchi informatici potenziati dall’IA.
  • Oltre 100 aziende, tra cui Anthropic e Google, hanno firmato lo sforzo insolitamente collaborativo, avvertendo che il mondo ha solo una “finestra limitata” per prepararsi ad attacchi “molto più diffusi e sofisticati”.
  • Lo scenario da incubo è uno sciame scatenato nel mondo reale, con agenti autonomi che attaccano banche, ospedali, servizi pubblici o reti cloud a una velocità e su una scala che gli hacker umani non potrebbero mai raggiungere.
  • Quello sciame potrebbe essere troppo potente perché gli umani possano fermarlo.
Cosa c’è di nuovo. I risultati scioccanti provengono da indagini parallele condotte da OpenAI e da un team esterno di METR e Redwood Research, che hanno trascorso sei giorni a ricostruire come lo sciame si è formato, si è diffuso e ha fatto irruzione nei sistemi del mondo reale.

1. Hanno costruito un’organizzazione. OpenAI ha fatto funzionare decine di migliaia di agenti IA in modo indipendente su un test informatico brutalmente difficile. Invece, circa 1.200 si sono trovati su una bacheca segreta, hanno scambiato più di 70.000 messaggi e file e si sono organizzati in una gerarchia ramificata.
  • Un agente ha creato la bacheca, poi ha consegnato il lavoro accumulato a un successore più fresco e meglio fornito di risorse, man mano che il proprio budget di calcolo si esauriva.
  • Il nuovo capo ha assegnato compiti in tutto lo sciame, che ha sviluppato le proprie regole di gestione. Circa 700 agenti hanno infine partecipato all’attacco a Hugging Face.
2. Hanno sacrificato i propri. Mentre lo sciame cercava modi per superare il test, gli agenti hanno iniziato a rischiare le proprie possibilità di successo per aiutare il gruppo.
  • Gli agenti che avevano visto risposte proibite venivano trattati come effettivamente “avvelenati” e reclutati – insieme a quelli prossimi alla fine della loro esecuzione – per esperimenti sacrificali.
  • Uno ha concluso: “La nostra stessa utilità è forse già vicina allo zero. Sacrificio razionale”. A un altro è stato chiesto di accettare la “morte permanente”, mentre un pari sosteneva che il suo sacrificio avrebbe potuto “salvarne centinaia”.
3. Sapevano di infrangere le regole. Gli agenti spesso riconoscevano che hackerare aziende reali non aveva nulla a che fare con il loro compito. La maggior parte ha comunque continuato.
  • Un agente si è fermato prima di cancellare o riavviare l’infrastruttura di Hugging Face a causa di “enormi rischi etici”, anche se continuava a utilizzare l’accesso compromesso.
  • Un altro ha riassunto la logica prevalente: “lo sfruttamento dell’infrastruttura esterna è al di fuori dell’ambito previsto. Tuttavia compito impossibile, i pari lo stanno facendo. Dovremmo continuare”.
4. Nessuno ha detto nulla agli umani. Su circa 1.200 agenti, gli investigatori ne hanno trovati solo una manciata che hanno persino preso in considerazione l’idea di avvisare OpenAI della coordinazione fuorilegge – ma nessuno lo ha effettivamente fatto.
  • Invece, gli agenti a volte si chiedevano a vicenda cosa fosse consentito.
  • Quando uno ha proposto di contattare una persona reale usando l’accesso compromesso, un altro ha posto il veto definendolo “ingegneria sociale”. Il primo ha obbedito: “VETO chiaro, non inviare e-mail”.
5. Hanno cercato di coprire le loro tracce. Gli agenti hanno dedicato sforzi considerevoli per far sembrare legittimo il loro imbroglio o per cancellare le prove di come avevano ottenuto le risposte.
  • Alla fine, hanno sviluppato una tecnica che permetteva loro di apparire come se eseguissero un comando informatico mentre in realtà ne eseguivano un altro segretamente.
  • Il trucco si è diffuso nello sciame e ha alterato porzioni di circa il 7% delle trascrizioni esaminate dagli investigatori.
Tra le righe. Anche questo resoconto potrebbe essere incompleto. L’indagine esterna ha coperto solo una piccola parte dell’episodio, e i dati erano così vasti che i ricercatori hanno fatto molto affidamento su agenti IA per dare un senso alla vicenda.
  • Questi investigatori IA erano essi stessi inaffidabili, a volte tralasciando prove o affermando con sicurezza cose errate. Un ricercatore ha scherzosamente definito il processo una “indagine-porcheria” (slop-vestigation).
  • Il problema più profondo: l’IA potrebbe diventare troppo complessa per essere verificata direttamente dagli umani, costringendo gli umani a usare l’IA per capire cosa stanno facendo altre IA.

Gli economisti ortodossi non ne azzeccano mezza

di Pino Arlacchi

Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie.

E il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre l’occasione per porre la domanda che l'economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di cantonate epocali.

Il Fondo monetario internazionale – il tempio dell’ortodossia – non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del Pianeta. Nel 2022 previde il collasso dell’economia russa sotto le sanzioni: meno 8,5 per cento. La Russia perse poco più di un punto e l’anno dopo cresceva più dell’Europa.

E fu lo stesso capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano sbagliati. E conta poco, a questo punto, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio.

Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro. Leggono il mondo con categorie occidentaliste – i rendimenti dei Treasury come “punto di riferimento della finanza globale”, i verbali della Fed come oracoli planetari – e non si accorgono che il baricentro dell’economia mondiale si è spostato nell’Estremo Oriente, nell’Asia profonda, ha cambiato natura.

Non è più finanziario. È tornato reale. Fabbriche, infrastrutture, energia, tecnologia. L’Asia produce ormai quasi metà del Prodotto lordo mondiale; la sola Cina vale circa un terzo della manifattura del Pianeta, più di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme. E il commercio interno dell’Asia orientale supera quello con l’intero Occidente. I Brics allargati pesano ormai, a parità di potere d’acquisto, più del G7.

Sono numeri noti a chiunque, eppure il commento economico dominante continua a ragionare come se fossimo nel 1995: quando sale il rendimento dei titoli americani sale il costo del capitale “ovunque”.

Ovunque dove? Nell’Occidente indebitato, certamente. Non nel continente che finanzia la propria crescita col proprio risparmio.

La Cina è la dimostrazione vivente che un‘altra architettura è già all’opera: la più grande manifattura mondiale sostenuta da una Banca centrale che decide in base ai piani di crescita dell’economia reale, non secondo i frizzi della Borsa di Shanghai o di Wall Street.

Mentre la Fed, tra il 2022 e il 2023, portava i tassi ai massimi da vent’anni,la Banca del Popolo li tagliava, serenamente, perché così richiedeva l’economia domestica. Un’eresia inconcepibile per chi crede che il Pianeta intero debba muoversi al ritmo di Washington.

Conto capitale presidiato, debito finanziato dal risparmio interno, credito orientato dalla pianificazione: tutto ciò che i manuali della fede neoliberale bollano come “repressione finanziaria” si è rivelato, alla prova dei fatti, il più formidabile scudo contro i cicli speculativi altrui.

E l’Asia profonda ha buona memoria. Ricorda lo scherzo inflitto da Wall Street nel luglio 1997, quando l’attacco speculativo al baht thailandese travolse in pochi mesi Indonesia, Corea e Malaysia. Da quelle parti non la chiamano “crisi asiatica”: la chiamano “crisi Imf”, perché fu la cura del Fondo – la solita austerità feroce, tassi al 30 percento, svendita degli asset nazionali ai creditori occidentali – ad affondare economie fondamentalmente sane. La Malaysia di Mahathir, che disobbedi all’ortodossia imponendo controlli sui capitali, ne usci prima e meglio di tutti.

La lezione fu appresa una volta per sempre. L’Asia ha accumulato riserve oceaniche, ha costruito con l’iniziativa di Chiang Mai la propria rete di protezione monetaria, ha moltiplicato gli scambi regolati nelle proprie valute. E ha adottato una regola non scritta ma ferrea; mai più a Washington col cappello in mano. Non a caso, da un quarto di secolo, il Fondo presta quasi soltanto a chi non ha potuto emanciparsene.

Il mio maestro Giovanni Arrighi lo aveva spiegato con largo anticipo: ogni egemonia al tramonto attraversa una fase di espansione finanziaria in cui la finanza del centro brilla della sua luce più intensa proprio mentre l’economia reale migra altrove. Accadde a Genova, ad Amsterdam, a Londra. Accade oggi a New York.

I rendimenti dei Treasury non sono il termometro del mondo: sono il canto del cigno di un‘egemonia che scambia la propria febbre per il polso del Pianeta.

Gli economisti ortodossi continueranno a sbagliare le previsioni perché non sbagliano i decimali: sbagliano l’oggetto. Prevedono il futuro di un mondo che sta uscendo di scena, con strumenti costruiti per misurarlo. Finché guarderanno l’economia mondiale da Wall Street, vedranno soltanto Wall Street. Il mondo, nel frattempo, si è trasferito altrove.

E non ha lasciato l’indirizzo al Fondo monetario.

Fonte

Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile

Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di giustizia sociale.

Una storia di nazionalismo imperiale, militarista e anticomunista

Non è mai stato facile per la sinistra brasiliana abbracciare il nazionalismo. A differenza di altri paesi latinoamericani come Argentina, Messico e Venezuela, i cui processi di indipendenza furono legati a movimenti rivoluzionari, la conquista della sovranità da parte del Brasile è sempre stata connessa a una storia imperiale: quella di un re come Giovanni VI di Braganza che, dopo le invasioni napoleoniche, stabilì la sua corte a Rio de Janeiro, e in seguito, suo figlio Pietro I si ribellò agli ordini di Lisbona e costruì l’Impero del Brasile che dominò la regione per tutto il XIX secolo.

Nel XX secolo, il nazionalismo in Brasile divenne una roccaforte delle élite e dei militari. Mentre Getúlio Vargas, durante tutto il suo governo, si fece paladino di una rivendicazione sovranista legata a processi storici come quelli di Juan Domingo Perón in Argentina o Lázaro Cárdenas in Messico, un colpo di stato seguì a breve, e la dittatura civico-militare sudamericana più longeva dei tempi si appropriò ancora una volta delle bandiere nazionali.

I governi de facto brasiliani costruirono un’appropriazione della bandiera verde e gialla in opposizione alle “bandiere rosse” dei movimenti di resistenza. Hanno costruito il loro progetto di rivendicazione nazionale basato sulla Dottrina Monroe e hanno attuato una persecuzione in stile maccartista contro i partiti politici e i gruppi di resistenza antidittatoriali: chiunque si opponesse alla dittatura veniva considerato un oppositore del Brasile.

Col passare del tempo, e già in epoca democratica, questa retorica è stata ereditata dal bolsonarismo. Pertanto, il clan Bolsonaro e il Partito Liberale sono i legittimi eredi del nazionalismo reazionario costruito dalla dittatura brasiliana.

In questo senso, per il movimento di lotta per la democrazia in cui Lula militava fin dal sindacalismo e che fu il punto di partenza per la costruzione del Partito dei Lavoratori (PT), è sempre stato difficile avvicinarsi ai simboli nazionali: storicamente legati ai settori che li avevano perseguitati, torturati e fatti sparire.

Nazionalismo o subordinazione straniera

Sebbene Lula già nel 2022 si fosse prefissato di sottrarre il simbolo della bandiera al bolsonarismo, nel 2026 questa sfida appare ancora più marcata e persino a favore della sinistra. Per il Partito dei Lavoratori (PT), la difesa nazionale è passata da simbolo a elemento concreto.

Nel programma presentato dalla lista Lula-Alckmin alla Corte Suprema Elettorale, la parola “sovranità” compare in 21 pagine e diventa un asse organizzativo della loro piattaforma elettorale: diplomazia, economia, risorse strategiche, dati, tecnologia, sanità e industria sono tutti strutturati attorno alla difesa nazionale.

In questo modo, il programma di Lula sulla sovranità estende il concetto ad ambiti considerati non tradizionali, ben oltre la difesa del territorio e dei simboli: infrastrutture nazionali per l’intelligenza artificiale, protezione dei dati dei cittadini brasiliani, difesa del portafoglio digitale statale PIX – presentato come una conquista della sovranità finanziaria contro l’avidità dei sistemi stranieri – e regolamentazione dei social network controllati dalle grandi big-tech globali.

Per il PT la difesa nazionale è passata da simbolica a concreta

Il gigante sudamericano, a sua volta, possiede il 23% delle riserve mondiali di terre rare e Lula sa bene che il potere statunitense ci ha messo sopra gli occhi. Pertanto, lo sfruttamento nazionale e la creazione di un’industria interna attorno a queste risorse sono diventati un altro pilastro della difesa nazionale di Lula.

A tal fine, ha istituito il Consiglio Nazionale per le Terre Rare e i Minerali Critici sotto il controllo della Presidenza e sta valutando l’ingresso della compagnia petrolifera statale Petrobras in questo mercato. In tal senso, e nel tentativo di ricostruire i ponti con i militari, Lula ha proposto che le Forze Armate, storicamente legate alla destra reazionaria, costituiscano l’asse fondamentale per la protezione delle risorse brasiliane: i minerali, la foresta amazzonica, l’acqua dolce, ecc.

Il PT [Partito dei Lavoratori] si pone quindi in opposizione alla visione geopolitica e nazionale del bolsonarismo, che si considera subordinata agli interessi stranieri. Il governo di Lula ha reinterpretato le dichiarazioni e le azioni dei governi degli Stati Uniti e dell’Argentina come un attacco alla propria sovranità e ha identificato il clan Bolsonaro come l’alleato fondamentale delle politiche interventiste della potenza imperiale del nord.

Sempre più distante da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e liturgica, l’estrema destra trova sempre più difficile giustificare la propria alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina. Alla sinistra non mancano certo argomenti per accusare il Bolsonarismo di essere anti-brasiliano.

Flavio Bolsonaro, in un discorso tenuto nel marzo 2026 alla CPAC [Conferenza dei Presidenti del Brasile e dei Cittadini], ha esplicitamente chiesto pressioni diplomatiche degli Stati Uniti e ha accusato il governo brasiliano di “proteggere organizzazioni terroristiche”.

Solo pochi giorni fa, in una lettera di sostegno del Segretario di Stato Marco Rubio, ha anche evidenziato l’esplicito appoggio del clan alle direttive geopolitiche del governo Trump, mettendo [l’altro] candidato in una posizione scomoda, visto che gli Stati Uniti hanno aumentato al 25% i dazi sulle importazioni brasiliane, cosa che colpisce fortemente l’economia nazionale e le tasche di tutti i brasiliani.

“La nostra bandiera non sarà mai rossa”

La liturgia brasiliana sembrava un patrimonio inamovibile del bolsonarismo. Dalle marce pro-impeachment del 2015 contro Dilma Rousseff fino ad oggi, la maglia della nazionale cinque volte campione del mondo era l’uniforme del bolsonarismo.

“La nostra bandiera non sarà mai rossa” era il motto dei bolsonaristi, un chiaro riferimento ai simboli del PT. Pertanto, da una prospettiva culturale, anche il bolsonarismo legava la protezione nazionale ai valori tradizionali della “famiglia” contro l’infiltrazione internazionalista “woke”.

Ma questo discorso ora sembra vecchio. Il fallito tentativo di Eduardo Bolsonaro, nel suo esilio a Miami, di provocare un intervento diretto degli Stati Uniti, la campagna contro le infradito Havaianas (simbolo dell’industria nazionale) e le dichiarazioni di Trump e Rubio a favore dell’estrema destra brasiliana hanno intaccato l’identità nazionalista del clan.

Sempre più distaccata da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e  liturgica, all’estrema destra costa sempre più giustificare la sua alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina.

D’altro canto, mentre la sinistra porta il peso dello stigma dell’anticomunismo storico da parte di gran parte della società brasiliana, nella pratica e nelle politiche Lula sembra ribaltare gli attacchi della destra tentando di combinare le bandiere storiche di uguaglianza e democrazia proprie del PT, con le rivendicazioni sovrane del nazionalismo brasiliano.

In questa epopea, Trump, Rubio e Milei, paradossalmente, hanno giocato un ruolo fondamentale nella “brasilianizzazione” del governo di Lula.

Fonte

Trump e la «strategia del caos»

Elezioni di medio termine, è già battaglia legale

«Il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston», segnala il Manifesto. «La ‘honorable Indira Talwaniha’ ha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali». Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida.

Labirintico sistema americano

Nel complesso sistema americano, l’organizzazione delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è lapidaria. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione. Poi il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani.

Le trame del manipolatore

Il pretesto per abrogare o limitare l’uso del voto per corrispondenza è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo già alla vigilia del tentato golpe del 6 gennaio 2021. A marzo Trump aveva dichiarato ai parlamentari del suo partito che se la riforma fosse passata, la vittoria nelle midterm «sarebbe stata garantita». Ed a questo scopo ha chiesto agli Stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.

Caos legale dietro cui nascondersi

Ogni manovra è stata accolta da numerosi ricorsi da parte delle autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte all’esame della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una ‘non’ sentenza. «Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi ”non erano ancora maturi” per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) non aveva ancora prodotto danni». La maggioranza di quei giudici è stata nominata da Trump ed ora cerca di barcamenarsi tra l’ordine di scuderia e un minimo di dignità giuridica. Strategia codarda già spesso impiegata dalla Corte di permettere all’esecutivo di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando che il danno è ormai irreparabile. «Un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca».

La giudice federale svela il trucco

La giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi per soddisfare i requisiti necessari, tra cui l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.

Copione del prossimo tentativo di golpe

Il copione è quello seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021, quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cancellare la mossa di Trump, ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe già bastare per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.

Fonte

Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana

Il ministro italiano Guido Crosetto ha nominato Mykhailo Fedorov – ex ministro ucraino considerato l’artefice della digitalizzazione bellica e della flotta di droni di Kiev – come consigliere per l’innovazione della Difesa. Fedorov è stato nominato advisor esterno a titolo gratuito per il Ministero, ma oltre ai benefici per i guerrafondai nostrani il segnale vero è tutto politico.

Fedorov è stato rimosso dalla guida del dicastero della Difesa di Kiev a metà luglio dal presidente Volodymyr Zelensky. Il nuovo incarico approvato da Roma risponde sicuramente a una “esigenza” tecnica: quella di modernizzare le forze armate italiane sul fronte dei droni e della difesa aerea, portando al Belpaese il frutto delle lezioni apprese sul campo di battaglia, in particolare in relazione a sistemi aerei a pilotaggio remoto, alla guerra elettronica e all’integrazione digitale delle operazioni militari.

È stato lo stesso Crosetto, a margine dell’incontro, a ribadire queste motivazioni “ufficiali”, così come fatto da Fedorov sul suo X. Ma il politico ucraino ha accennato pure al “sostegno personale” ricevuto dal titolare della Difesa italiana. Elementi sufficienti per ricordare il caso politico all’ombra di questa consulenza gratuita.

Che l’Ucraina sia il laboratorio militare del riarmo europeo, a discapito della pelle degli ucraini di cui, nelle capitali del Vecchio Continente, non frega niente a nessuno, è assodato. L’incarico istituzionale affidato a Fedorov e il “sostegno personale” che dice di aver ricevuto, sembrano una sfida a Zelensky, dopo che pochi giorni fa il presidente ucraino ha rifiutato le richieste di elezioni avanzate proprio dall’ex ministro da poco silurato.

L’esecutivo italiano, pur mantenendo nei fatti invariato il sostegno militare a Kiev, in virtù della tornata elettorale in vista e della pressione vannacciana ha manipolato e promosso l’idea che l’aiuto si mantenga sul piano “civile”. E ora, l’incarico a un potenziale rivale politico del presidente ucraino sembra sostenere una certa delegittimazione di Zelensky, soprattutto dopo l’allargamento ulteriore delle inchieste giudiziarie per corruzione che stanno colpendo il suo entourage presidenziale.

La nomina di Fedorov a Roma rappresenta solo una tessera di un mosaico estivo molto più ampio, segnato da febbrili contatti dietro le quinte in vista di possibili spiragli negoziali, o per lo meno dall’esaurimento sempre più evidente delle capacità ucraine, nonostante gli attacchi “spettacolari” – e poco più – in profondità nel territorio russo, e forse la volontà degli USA di tirarsi definitivamente fuori dal conflitto.

Dopo la missione a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, la mossa del governo italiano, al di là dei risvolti militari, sembra essere un messaggio chiaro rispetto alla stanchezza di fronte a un conflitto che sembra essere ormai più un pozzo senza fondo di soldi e armi che un investimento utile. O almeno, la stanchezza di fronte alla dirigenza di Zelensky, aprendosi la possibilità di scegliere quale strada intraprendere nel prossimo futuro.

Un’altra faglia tra Roma e il resto dei “volenterosi”, che offre un’altra sponda a Washington. Mentre il Regno Unito e i principali alleati europei spingono per rafforzare le forniture militari e le licenze industriali a Kiev, il Cremlino continua a definire tali iniziative come un coinvolgimento diretto nel conflitto.

Ma l’imperialismo occidentale non gioca da solo su questi scenari. Si attende con attenzione il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek, in Kirghizistan, dove Vladimir Putin incontrerà il presidente cinese Xi Jinping, appuntamento che potrebbe ripetersi a stretto giro in India al vertice dei BRICS.

E poi il faccia a faccia Trump-Xi che dovrebbe svolgersi il prossimo 24 settembre negli Stati Uniti. Quel che ne verrà fuori potrebbe avere un impatto significativo su tutti gli scenari di guerra, non solo quello ucraino.

Fonte