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venerdì 3 febbraio 2017

Dove cadono le macerie dell’11 settembre del calcio italiano

Sono ormai passati dieci anni dagli scontri allo stadio di Catania del febbraio 2007, nei quali morì l’ispettore Filippo Raciti. A nostro avviso, quindi, sono passati dieci anni dall’undici settembre del calcio italiano. Un evento spettacolare e traumatico che ha cambiato in peggio il calcio del nostro paese. Basta vedere gli stadi durante i weekend di campionato: impianti svuotati, partite prive di senso, attenzione appannata, stanchi riti della sicurezza. Già perché sulle ceneri degli scontri di Catania, se si seguono le intenzioni della politica dell’epoca (il presidente del consiglio era Romano Prodi), sarebbe dovuta prima passare la repressione poi la ristrutturazione. Modello inglese ripetuto in Italia: via gli hooligans dentro un nuovo tipo di tifoso, da merchandising e acquisti prima e dopo la partita. Non andò così: la repressione fu assicurata, con il voto di fiducia di tutte le sinistre al pacchetto di norme Amato, mentre gli stadi, salvo poche eccezioni, sono rimasti sempre gli stessi con un calo vertiginoso di spettatori. Il problema di Amato era di prendersela con la cultura (provvedimenti su striscioni, tamburi, bandiere) e gli spostamenti (biglietti nominali, tornelli, stretta sui daspo etc.) dei tifosi. Per poi aspettare che il mercato costruisse un mondo nuovo del calcio italiano. E’ finita che la gente si è allontanata dal calcio e che la ristrutturazione del calcio (meno male) non c’è mai stata. Rimangono i personaggi folcloristici, Tavecchio, le reti di potere da prima repubblica. E anche le televisioni arretrano.

Mediaset ha annunciato di voler fortemente ridurre la propria presenza nel calcio, Sky ristruttura ferocemente per garantirsi investimenti nel futuro. Insomma, i tempi dei diritti televisivi con incassi stellari per le società di calcio sembrano avviarsi alla fine. Nel calcio rimane un po' di finanza di rischio, come si è visto nelle due trattative sul Milan, rimangono i procuratori che fanno plusvalenze movimentando un po' di cartellini, rimangono le scommesse che paiono la vera infrastruttura economica del calcio di oggi. Poi ci sono Speziale e Micale, rispettivamente condannati a 9 e 11 anni per la morte di Filippo Raciti. I fortissimi dubbi sul loro reale coinvolgimento nella morte di Raciti rimangono. Ma la sinistra istituzionale di allora è come il suo residuo che sopravvive oggi: attenta al presunto ritorno d'immagine dovuto alla repressione, inesistente nella difesa dei diritti civili. Sotto pubblichiamo il nostro articolo di dieci anni fa sulla vicenda.

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Il nostro articolo del 2007:

Chiunque ricordi i più recenti fatti riguardanti gli episodi di turbativa dell’ordine pubblico provenienti dal mondo del calcio dagli incidenti di Avellino del 2003, provocati dalla reazione alla morte di un giovane napoletano, non può non rimanere impressionato da alcuni caratteri di guerriglia urbana presenti in questi fenomeni. Aggressioni di massa alle forze dell’ordine, blocchi stradali, ferroviari, navali, cortei notturni con incidenti programmati e questo per parlare solamente degli episodi di rilievo che da Avellino a Catania, passando per Firenze o Genova o Messina, sono circolati impetuosamente sui circuiti delle notizie.

E si tratta di episodi che non hanno riguardato solamente l’area dello stadio, come a Catania ed Avellino, ma si sono diffusi esportando disordini su diversi canali del territorio urbano. Questo fenomeno, legato sia a dinamiche conflittuali tra gruppi, quando esplode allo stadio, che, negli altri casi, alla necessità di far valere il peso simbolico della tifoseria in vicende amministrative e disciplinari della squadra, ha caratteri permanenti. Nel senso che ha fasi culminanti, spettacolari e visibili il cui ritorno nel cono d’ombra prefigura una riemersione: magari con nuovi attori, organizzati diversamente o attorno ad un simbolico nuovo o con altre pratiche ma sempre con la caratteristica della convergenza tra gruppi che trovano un momento fusionale nella rottura dell’ordine pubblico. Se si guarda con occhio storiografico a queste vicende si vede, a partire dal ritrovamento di una bomba allo stadio di Verona nel ’77 e alla morte di Vincenzo Paparelli nel ’79, che fasi culminanti e coni d’ombra hanno di fatto costituito questa trentennale continuità nella produzione di continui momenti di rottura, anche spettacolare, delle dinamiche di ordine pubblico.

E’ un qualcosa al quale si può applicare grosso modo lo schema lotte/ristrutturazione/ lotte che la storiografia operaista applicava sul proprio oggetto di studio: a un periodo di rottura delle dinamiche dell’ordine pubblico corrisponde uno di ristrutturazione sociale e normativa che sfocia in un nuovo periodo di rottura. In questo senso finché lo schema tiene, e fino ad adesso ha tenuto, possiamo parlare di un fenomeno permanente.

Non si deve però avere un’idea del fenomeno come quella di uno sciame che cresce, nonostante le ristrutturazioni, magari fino al collasso di un mondo come avviene per il pulviscolo di alieni in Ghost of Mars di Carpenter. Rispetto alla lunga storia di incidenti legati al mondo del calcio dell’epoca industriale la rottura dell’ordine pubblico nelle nostre società post-industriali del continente avviene su un terreno urbanisticamente contenuto, perimetrato ed in episodi quantitativamente più ridotti nel numero di persone coinvolte e nella tipologia di gravità degli episodi. Con la differenza che la spettacolarizzazione del gesto della rottura dell’ordine pubblico tramite la pluralità di piani mediali pone questi episodi non tanto al centro dell’immaginario delle tifoserie ma di quello del cervello sociale.

Queste affermazioni potranno risuonare strane a chi si trova investito da sequenze di piani immagine riguardanti gli scontri come quelli di Catania, montate con un commento ansiogeno o partecipativo del lutto di chi è rimasto vittima degli incidenti: l’impressione che se ne ricava è che la “violenza” sia dappertutto. Ma tra le modalità di diffusione degli incidenti provocati da tifoserie nell’epoca industriale e quelle del post-industriale la differenza è enorme: nel primo caso sul piano urbanistico veniva investito fisicamente il territorio anche nella sua interezza e in una parte significativa della sua popolazione, nel secondo ad essere investiti sono, anche in caso di incidenti al di fuori dello stadio, settori “specializzati” di popolazione e operatori professionali dell’ordine pubblico, in canali in qualche modo dedicati a queste pratiche in un territorio perimetrato, compartimentato dalle varie funzioni d’uso sociale o da pratiche di controllo. Il rimando ai circuiti delle immagini nel momento degli incidenti è sia l’altra grande differenza rispetto all’epoca industriale che l’aspetto profondamente delegittimatorio del sistema sociale attraverso il quale circolano queste immagini. Infatti, per quanto possa sembrare paradossale gli incidenti tra tifoserie dell’epoca industriale che potevano investire, agli albori del ‘900, intere città ma non l’immaginario di una nazione. Oggi investono, oltre allo stadio, zone “dedicate” del tessuto urbano ma, grazie alla produzione di immagini su una molteplicità di canali ad impatto capillare, finiscono per circolare dritto nel cervello sociale. E questo avviene nel momento in cui la produzione di simbolico a causa questi eventi è quanto mai delegittimante per una società di controllo: là dove il consenso lo si ottiene tramite le politiche securitarie, la diffusione spettacolare dell’impotenza degli operatori dell’ordine pubblico diviene un problema che riguarda la stessa messa in crisi della legittimazione della forza dello stato che altri non è che la fonte in ultima istanza del giuridico e del politico.


Ecco quindi che gruppi di ultras impolitici, o di gruppi politicizzati in modo ideologicamente minoritario rispetto al corpo della società, finiscono per produrre eventi che mettono in discussione la legittimazione stessa degli apparati amministrativi e istituzionali proprio perché oggi questa si dà prevalentemente in quanto capacità di erogazione di “sicurezza” e non di diritti o di servizi sociali.

In questo contesto gli stadi, in quanto zone di produzione di grandi eventi nelle quali convergono quote significative di popolazione, sono zone di massimo controllo e di diffusa elusione del controllo, zone dove si cerca di esercitare le tecnologie della pacificazione e dove si pratica un livello di scontro. E non deve neanche stupire il fatto che l’ottica del potere, che oggi si concretizza nelle tecnologie televisive sia a circuito chiuso (per l’esercizio di pratiche di polizia) che in chiaro o criptato (per la riproduzione delle pratiche mediali di legittimazione) si focalizzi su dettagli microfisici o insignificanti. Quando sulle prime pagine dei giornali e nelle edizioni dei tg finiscono per essere rappresentate come un pericolo anche isolate scritte sui muri, e provenienti da città medio-piccole, riguardanti le vicende di Catania significa che l’ottica del potere si fa microfisica ben oltre la mera necessità del controllo: perché quando un potere non è più in grado di erogare diritti e servizi ma solo “sicurezza” non resta che l’ossessione della vigilanza ben oltre il suo concreto significato.

Stiamo parlando quindi di un contesto dove convergono anche convulsamente le necessità di rappresentazione degli incidenti sui circuiti mediali, gli effetti della messa in discussione simbolica della forza legittimante dello stato, e le esigenze di espansione dell’ottica del potere fino all’inutilmente microfisico. Sono tutti fenomeni che egualmente appartengono alle dinamiche di comportamento dei poteri amministrativi e statuali, quando non dello stato come soggetto politico, di fronte alle dinamiche di rottura dell’ordine pubblico negli stadi o grazie alle tifoserie. L’ansia da parte dello stato nell’erogazione, quasi sempre solo simbolica, di “sicurezza” fa parte sia delle risposte istituzionali a questi fenomeni che dei tentativi di sostituzione di una politica dei diritti e dei servizi di fatto inderogabile in una società neoliberista.

Viene inoltre da dire che se qualcuno in queste dinamiche da stadio di rottura dell’ordine pubblico, vi cerca le banlieue italiane le trova. Le trova sicuramente sul piano della morfologia sociale, ogni periferia è la spina dorsale di una curva in una città italiana, e su un piano della capacità di attrarre nelle proprie pratiche ampi strati “centristi” della società cosa che alla banlieue francese non riesce più di tanto in quanto perimetrata fisicamente nella struttura delle città.

Quello che diversifica le dinamiche da stadio italiane dalla banlieue francese è l’armamentario culturale: innestato nella società dei consumi o spoliticizzato, o politicizzato prevalentemente dentro un vuoto simbolico di destra, quello italiano e pienamente immerso nelle dinamiche della autoproduzione delle culture musicali quello francese. In questo modo la stessa contrapposizione italiana tra periferie e istituzioni, che si gioca negli scontri sul piano concreto come su quello simbolico, non ha la forza di farsi riconoscere né la qualità necessaria per essere ancora effettivamente riconosciuta come tale. Per quando si giochi concretamente la contrapposizione con la polizia, che è ben più di una “banda” sul territorio rappresentando simbolicamente lo stato, per quanto sia evidente l’uso della cultura dello spettacolo, nel caso italiano il calcio in quello francese la musica, come veicolo di un confronto che va oltre lo spettacolo nello specifico italiano i significati di questa contrapposizione con l’autorità non hanno ancora raggiunto quello possibile di “una generazione di esclusi contro il potere” come in Francia.

E questo avviene prima di tutto perché il livello di autoproduzione della cultura calcistica italiana, condizionata dai grandi stili di consumo, non è ancora paragonabile in termini di qualità, che genera intensità di comportamenti e riconoscimento dall’esterno, con la scena musicale francese.

Ma ci sono anche altri due fenomeni che spiegano lo specifico culturale delle curve e introducono al rischio che queste vicende della rottura dell’ordine pubblico da stadio rimangano entro dinamiche esclusivamente repressive con una profonda ricaduta sull’intera società. Questi due fenomeni sono la pluridecennale spoliticizzazione e riduzione ad enclave di consumo delle periferie italiane, quelle complessive non solo quelle da stadio, e il netto spostamento della sinistra italiana verso il linguaggio, i temi culturali e politici dei ceti medi e medio-alti “civilizzati”.

Le profonde mutazioni del politico in Italia, proprio a partire dall’avvento della società post-industriale, hanno talmente allontanato la sinistra, di tutti i generi, dalle periferie che se questa decidesse di penetrarci di nuovo avrebbe di fronte a sé un lavoro politico di mappatura, di acquisizione dei linguaggi, di metabolizzazione dei comportamenti che non potrebbe dare frutti che nel prossimo trentennio. In questo modo pur producendo fenomeni di scontro che riguardano la sfera politica, sul piano della delegittimazione simbolica dello stato, le periferie non solo non sono neanche in grado di capire effettivamente cosa stiano facendo mentre la sinistra, di ogni genere, temendo di perdere contatto con i ceti medi e medio-alti impauriti dal comportamento delle periferie si mantiene ben lontana dal delegittimare le pratiche securitarie.

Insomma, in vicende come quella di Catania si riflette la deriva delle periferie italiane: impoverite economicamente e cognitivamente, lontane da un linguaggio collettivo, anche nello scontro simbolico con lo stato che avviene su terreni generati dallo spettacolo, abbandonate dalla stessa sinistra che ha altri livelli strategici di rappresentanza, l’opinione pubblica come sostituzione del radicamento sociale in epoca mediale, si ritrovano avvolte da dinamiche sempre più securitarie e tecnologiche nel silenzio e nella mancanza di concettualizzazione di questo problema da parte delle sinistre.

Il problema sta tutto nel fatto che la società di controllo, il disciplinamento e la privazione tecnologica delle libertà complessive sul piano universale della norma, alimenta la propria presa sull’intera morfologia sociale proprio a partire da scontri simbolici, e mediatici, come quelli aperti a Catania. E che quindi la sinistra non è attualmente in grado, proprio perché segue le evoluzioni di una opinione pubblica impaurita dall’ossessione dalla “sicurezza” prodotta da un piano mediale che oltretutto non governa, di produrre efficaci anticorpi e zone di resistenza all’evoluzione della società di controllo.

Eppure se la vicenda del poliziotto ucciso a Catania è una sorta di 11 settembre del calcio italiano, di un crollo improvviso di un’architettura dell’organizzazione dello spettacolo e del rapporto sociale, la tifoseria del Catania rappresenta una sorta di Al-Qaeda. Non tanto in una qualche fantascientifica idea di sfida allo stato intrapresa da qualche tifoseria. Ma in quello che vuole la tifoseria catanese in un rapporto contrattuale e di cooperazione con istituzioni e ceti politici del suo territorio. Insomma la tifoseria catanese sarebbe, in questo senso, una sorta di Al-Qaeda sfuggita di mano agli stessi referenti politici ed istituzionali che comunque o l’anno coltivata o ne hanno riconosciuta la presenza. Lontana dall’idea d’essere una scheggia impazzita del mondo giovanile aliena dal territorio e dal rapporto con partiti ed istituzioni la tifoseria catanese, e su questo facciamo fede a numerose fonti empiriche anche di tipo scientifico, sarebbe piuttosto un elemento regolatore dei rapporti di potere in quella città e sul territorio sfuggito nel giorno del derby allo stesso ambiente di regolazione.

Allo stesso tempo non è da sottovalutare il clima politico, e l’idea che il ceto politico ha della società in questo contesto. Le affermazioni del presidente del consiglio sul “paese impazzito”, in quanto refrattario alla ristrutturazione finanziaria, non possono non trovare uno sbocco sul piano delle politiche sociali. E lo sbocco lo trovano nella animalizzazione di alcuni settori di società, praticata nella rappresentazione mediale, alla quale corrisponde l’erogazione di pratiche e di normative d’emergenza.

E si tratta di politiche di emergenza che quanto più provengono da settori amministrativi e politici in crisi, la federcalcio commissariata e il governo sul filo del consenso, tanto più cercano di mostrarsi radicali come strumento di risoluzione della crisi delle istituzioni che le promuovono.

Al momento i tentativi di promozione di politiche di emergenza, che finiscono per valere sul piano normativo e delle politiche concrete su tutta la società, si appoggiano molto sul mito inglese. Sull’idea cioè che una profonda ristrutturazione urbanistica degli stadi e un pacchetto di leggi d’emergenza finisca per stroncare il fenomeno. A parte il rischio per la vita di tutti di una impetuosa crescita delle tecnologie e delle normative di controllo, il caso inglese è differente dall’attuale italiano. Le tifoserie britanniche hanno subito un processo di adattamento di pratiche nate durante l’epoca industriale poi scontratesi con i processi di ristrutturazione securitaria dell’Inghilterra post-industriale della Thatcher. L’Italia, anche per la differente organizzazione interna delle forze securitarie, sembra essere un caso differente molto di più di quanto la retorica sul caso inglese faccia pensare.

In una situazione come questa, ove si chieda che fare, la risposta non può che essere: neutralizzare le funzioni del controllo ovunque ci si trovi e cooperare per questo scopo e lavorare per intrecciare quel tessuto di anticorpi al controllo fatto di intreccio tra culture “alte” sul piano critico e culture underground. Si tratta di produrre dal piano linguistico a quello politico, ogni dispositivo simbolico che non permetta di funzionare ai dispositivi di potere e, soprattutto, alle loro evoluzioni tecnologiche. Chi sa guardare oltre l’apparenza dei fenomeni, senza cedere alle retoriche del dolore e a quelle dei barbari alle porte può intraprendere questa strada. Ne va delle garanzie reali alle nostre libertà collettive.

Mc Silvan 5 febbraio 2007

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