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martedì 22 agosto 2017

Pacifico orientale: incidenti provocati e provocazioni Usa non incidentali

C’è solo da sperare che gli ufficiali yankee addetti alle armi di bordo della US Navy siano più accorti dei loro colleghi responsabili di rotta e tengano gli occhi più aperti delle vedette alle ali di bordo. In caso contrario, il rischio che “semplici” esercitazioni si trasformino in qualcosa di molto grave si fa davvero reale, soprattutto in certe zone calde dei mari orientali.

La collisione di ieri mattina, nello stretto di Malacca (che poi, si tratta comunque di alcune decine di miglia, anche nel punto più stretto) del cacciatorpediniere lanciamissili “John McCain” con la petroliera “Alnic MC” è il secondo episodio nel giro di poco più di un mese e il quarto dall’inizio dell’anno, che vede coinvolte unità militari USA nella regione. A metà giugno, il caccia “Fitzgerald” si era scontrato nel mar del Giappone con un portacontainer filippino e sette marinai statunitensi erano morti: la commissione d’inchiesta aveva giudicato “inadeguata la squadra di comando” del caccia ed esautorato gli ufficiali superiori. A maggio, l’incrociatore lanciamissili “Lake Champlain” aveva fatto collisione con un peschereccio sudcoreano al largo della penisola coreana e, in gennaio, l’incrociatore lanciamissili “Antietam” aveva sversato oltre mille galloni di olio nella baia di Tokyo.

Sia il “McCain” che il “Fitzgerald”, unità della 7° flotta del Pacifico, sono di stanza nella base di Yokosuka, una cinquantina di km a sudovest di Tokyo. Il “McCain” – classe “Arleigh Burke”, 6.600 tonnellate di stazza, due sistemi lanciamissili “Aegis”, artiglierie e armamento antinave – seriamente danneggiato (cinque marinai sono rimasti feriti nell’impatto e dieci risultano dispersi) è arrivato ieri pomeriggio alla base di Changi a Singapore. Una decina di giorni fa, il Ministero degli esteri cinese aveva inviato una nota di protesta a Washington contro la violazione del diritto internazionale e della sovranità del paese, dopo che proprio il “McCain” aveva incrociato in prossimità delle isole Nansha (Spratly), nel mar Cinese Meridionale, considerate da Pechino territorio cinese, al pari delle isole Xīshā (Paracel), nel cui specchio di mare era transitato qualche giorno prima il caccia “Stethem”.

Il capo delle operazioni navali USA, ammiraglio John Richardson, che ieri aveva parlato di una “tendenza” (il primo passo verso una deviazione, avrebbe detto Lenin...) alle collisioni e aveva sospeso tutte le operazioni delle unità americane in tutto il mondo, ha oggi aggiustato il tiro (delle parole) e ha parlato di un possibile attacco cibernetico russo (e chi altri?) ai sistemi di bordo del “McCain”, che avrebbe provocato l’incidente. Sentito dal canale del Ministero della difesa russo tvzvezda.ru, l’osservatore Dmitrij Litovkin ha parlato senza mezzi termini di “manifesta incompetenza degli ufficiali di marina USA”. Gli incidenti degli ultimi due mesi, ha detto Litovkin “si sono verificati a causa di collisioni con navi mercantili. Ciò testimonia del fatto che i militari americani o ignorano coscientemente le norme di sicurezza internazionali in mare, oppure pensano di avere ogni diritto e tutti debbano fargli strada: la qual cosa, in mare, di norma non funziona”.

La sospensione delle operazioni navali annunciata da Richardson sembra tuttavia riguardare solo le operazioni in alto mare: non risulta che siano state interrotte le esercitazioni “Ulchi-Freedom Guardian” (UFG), iniziate ieri in Corea del Sud (dal 1976, si ripetono ogni anno, in agosto e settembre) con la partecipazione di 17.500 marines USA, reparti sudcoreani, britannici, australiani, canadesi, colombiani, danesi, olandesi e neozelandesi, per un totale di oltre 50.000 soldati.

“L’arroganza della potenza”, titolava ieri Die Junge Welt, il quotidiano di orientamento marxista della ex DDR, a proposito delle manovre UFG, che simulano apertamente una invasione della Corea del Nord. Da anni si ripetono le esercitazioni USA-sudcoreane in Corea del Sud, scrive Rainer Werning: le maggiori, insieme alle UFG, sono le “Foal Eagle” e le “Key Resolve” tra febbraio e aprile. Oltre 200.000 soldati partecipano alla simulazione di un “incidente” con la Corea del Nord, mentre le “Key Resolve” servono come esercitazione del US Pacific Command alle Hawaii. Mentre Washington e Seoul “giustificano” le manovre con una presunta minaccia del nord, Pyongyang parla di aperte provocazioni e in Corea del Sud sono sempre più numerosi coloro che le considerano anacronistiche, perché interferiscono con il dialogo inter-coreano. In sostanza, si tratta di una gigantesca dimostrazione di “arroganza della potenza”: un’espressione usata dal senatore William Fulbright durante la guerra del Vietnam, nota Werning, che ricorda anche come la guerra di Corea avesse causato oltre quattro milioni di morti, con il capo del comando aereo strategico USA, Curtis LeMay, che dichiarava trattarsi del 20% della popolazione nord-coreana. Con 635.000 tonnellate di bombe esplosive e incendiarie – tra cui oltre 32.000 tonnellate di napalm, usato per la prima volta – le città della Corea del Nord furono devastate più di quelle tedesche e giapponesi durante la seconda guerra mondiale.

Le esercitazioni congiunte UFG, scriveva ieri la nordcoreana KCNA, “con un coinvolgimento militare statunitense molto superiore a quello dello scorso anno”, hanno gettato la penisola coreana in una fase critica. “Ancora più grave, è che gli alti comandi USA, i comandanti delle forze USA nel Pacifico e delle Forze Strategiche, abbiano visitato la Corea del Sud alla vigilia delle manovre”, scriveva la KCNA, ricordando che, per esse, Pyongyang ha promesso una “punizione spietata” su USA e Corea del Sud.

Si è sentito in dovere di spendere qualche parola di circostanza il presidente sudcoreano Mun Zhe Ying, forse spaventato dalla reazione nordcoreana: “si tratta di manovre annuali a carattere difensivo” ha farfugliato, a fronte di 50.000 soldati che simulano l’invasione della Corea del Nord, “e noi non tendiamo affatto ad alimentare la tensione”. Seoul, ha detto Mun, “in stretta alleanza con gli Stati Uniti, collaborerà con la comunità internazionale per garantire che la situazione attuale non evolva in una guerra”, aggiungendo che “le porte del dialogo sono sempre aperte” e che – da copione – è la RDPC a dover “cessare le provocazioni”.

Guarda caso, proprio in questi giorni, Seoul ha acconsentito all’installazione di ulteriori quattro piattaforme di lancio del sistema THAAD, col pretesto, ovviamente, della minaccia dei missili nordcoreani.

L’organo del Partito del Lavoro, Rodong Simnun, scrive che la decisione sudcoreana costituisce “un atto imperdonabile contro la nazione, volto ad accettare incondizionatamente la richiesta del suo padrone USA, anche col sacrificio del destino e degli interessi del popolo sudcoreano”. Il Ministero della difesa di Seoul, scrive la cinese Xinhua, la scorsa settimana ha addirittura deciso di accelerare il dispiegamento del sistema THAAD e ha condotto una prova di impatto ambientale, su scala ridotta, per tentare di rigettare le proteste dei gruppi anti-THAAD sudcoreani circa la nocività del sistema sull’ambiente.

“A Delfi gli oracoli tacciono e la caligine che avvolge il futuro preme sul genere umano”, sospirava Giovenale.

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