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sabato 26 agosto 2017

Yemen - Massacri sauditi e fronti in sgretolamento

di Chiara Cruciati   il Manifesto

Il tetto dell’hotel di Arhab, alle porte di Sana’a, è collassato: le bombe sganciate da un jet saudita hanno distrutto il primo piano della struttura, piccola, in cemento, adibita ad albergo per combattenti Houthi (che si addestrano nei vicini campi di al Sama e Frija), operai di una fabbrica a poca distanza e coltivatori di qat.

Il raid è stato lanciato all’alba, quando molti ospiti ancora dormivano. Le immagini, terribili, mostrano l’edificio di due piani ripiegato su stesso, il tetto che ha schiacciato chi c’era dentro, brandelli di corpi che spuntano dalle macerie.

Il bilancio definitivo non c’è: 40 morti, forse 60. Almeno 30 civili. Secondo il medico Ali al-Rakmi, erano almeno cento gli ospiti dell’hotel; il direttore dell’ospedale di Umrah, a 10 km dal luogo dell’attacco, affievolisce le speranze di trovare sopravvissuti: non ci sono feriti, dice ad al Jazeera, solo morti.

I giornalisti presenti lo descrivono come uno dei peggiori massacri di Riyadh in Yemen, che di stragi ne ha subite tante: la più pesante è dello scorso ottobre quando un raid uccise 140 persone riunite per il funerale del padre del ministro dell’Interno Houthi.

Quella di martedì è stata una notte di morte in tutta la capitale, i raid sauditi hanno colpito senza sosta. Come accade da due anni e mezzo e con ancora maggiore intensità da gennaio: secondo l’organizzazione Protection Cluster, nel 2017 lo Yemen è stato colpito da 5.676 bombardamenti, quasi il doppio di tutto il 2016 quando se ne registrarono 3.936.

E il conflitto nato dagli interessi egemonici dell’Arabia Saudita indebolita sul fronte siriano e costretta ad assistere all’avanzata diplomatica e militare dell’Iran, rischia di inasprirsi ancora.

Perché i tre fronti della guerra si stanno sgretolando: la coalizione di «volenterosi» sunniti guidata da Riyadh è indebolita dalla crisi qatariota; l’alleanza di comodo tra il presidente ufficiale Hadi e i movimenti secessionisti meridionali è ormai un ricordo, con il primo che ha allontanato i governatori legati ai separatisti; e l’asse Houthi-Saleh, l’ex presidente deposto nel 2012, perde pezzi.

A dare la misura delle crepe nella strana alleanza tra ribelli sciiti e Congresso Generale del Popolo sarà la giornata di oggi. Saleh ha organizzato a Sana’a una manifestazione ad Al-Sabeen Street per celebrare i 35 anni dalla fondazione del partito.

Gli Houthi risponderanno con contro-manifestazioni agli ingressi della capitale, probabilmente per bloccare i sostenitori di Saleh. E, con uomini armati di entrambe le fazioni che già affollano la città, cresce il timore di scontri interni a un asse nato per mera convenienza: l’ex dittatore ha potuto godere della forza militare Houthi, i ribelli della struttura di potere del partito. Mettendo da parte sei guerre e 30 anni di repressione subiti dagli Houthi sotto la presidenza Saleh, prima dello Yemen del nord e poi dello Yemen unito.

La rottura è di qualche giorno fa, apparentemente esplosa perché Saleh ha definito la leadership Houthi «milizia» e l’ha accusata di incapacità nell’amministrare i territori controllati e nel pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici. I ribelli hanno reagito: sei un traditore, «pagherai le conseguenze».

Dietro c’è, ovviamente, di più: consapevole dello stallo, l’ex presidente starebbe lavorando ad un’eventuale exit strategy. Da ex alleato di ferro saudita, avrebbe avviato una trattativa segreta con le petromonarchie per modellare una transizione senza gli Houthi.

A dargli la spinta necessaria potrebbero essere state le dichiarazioni trapelate da Riyadh: durante un incontro con l’ex ambasciatore israeliano negli Usa Indyk e l’ex consigliere di Bush Hadley, l’erede al trono Mohammed bin Salman – altrettanto consapevole della potenza distruttrice del pantano yemenita e delle crescenti critiche internazionali (l’Onu una settimana fa ha accusato l’Arabia Saudita di aver ucciso oltre la metà dei bambini vittime della guerra) – avrebbe detto di voler uscire dal conflitto il prima possibile.

Una mezza conferma l’ha data il ministro degli Esteri emiratino che lunedì ha lodato il discorso di Saleh: «Può rappresentare l’opportunità di uscire dallo stallo politico dovuto all’intransigenza Houthi». Dimenticando quella dei Saud che dal 2015 fanno saltare ogni negoziato.

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