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01/09/2012

Bersani, l'antifascista

Pensare che le dichiarazioni di Pierluigi Bersani sul fascismo di Grillo appartengano esclusivamente ad un catalogo, oltretutto piuttosto ristretto, di banalità non significa solo trascurare l’importanza che ha la produzione di parole sui media. Anche se già qui sarebbe come pensare che Facebook è uno strumento banale, e non una complessa infrastruttura di reti sociali, solo perchè non è raro trovarci delle banalità. Bisogna piuttosto leggere le dichiarazioni di Bersani come una modalità di funzionamento della politica istituzionale. Un dispositivo da smontare piuttosto che qualcosa da ignorare o da insultare.

In questo senso l’accusa di “fascismo”, poi vedremo in che modo, lanciata da Bersani sostanzialmente contro Grillo e Di Pietro è qualcosa che merita un livello minimo di analisi. Facciamo un passo indietro: da tempo circola un video, commentato da Grillo e Di Pietro, dove Bersani, assieme ad altri protagonisti della politica istituzionale, è raffigurato come uno zombie. E qui bisogna vincere la voglia di affermare la verità, e cioè che Bersani e gli altri non sono solo dei morti viventi ma ne rappresentano l’epifania, e guardare alle reazioni del segretario del Pd.  Bersani ha infatti accusato chi dà dello zombie ai dirigenti del Pd di essere un “fascista”, anzi un “fascista del web” che sta cercando di riproporre al paese una nuova stagione diciannovista. Tutte la categorie usate meritano attenzione. Vediamo come.

L’uso dell’accusa di fascismo all’interno della sinistra, e poi del centrosinistra, è vecchio più o meno quanto le camice nere. A lungo, entro modi e linguaggi molto diversi, l’accusa di fascismo è servita per indicare un pericolo esterno (il fascismo, appunto, in molteplici forme) ma anche quello di un forte autoritarismo interno alla sinistra (ed è qui che l’accusa di fascismo è stata scambiata, poi sostituita, con quella di stalinismo). La novità storica, preceduta da significative censure contro singole lotte all’epoca dell’occupazione delle terre in Sicilia, irrompe con il ’77 quando il Pci costruisce l’accusa di “diciannovismo” nei confronti del movimento. E’ la prima volta in cui un movimento di sinistra viene accusato, dal maggior partito della sinistra, di contribuire a generare il fascismo. Accusa, quella di diciannovismo, che non è di poco conto nella cultura antifascista ma, cosa spesso dimenticata, ricavata da un concetto che nasce da un libro di Pietro Nenni (“Il diciannovismo”, uscito nel quarantennale della marcia su Roma). Le tesi di Nenni sono piuttosto chiare: l’ascesa del fascismo è stata favorita dall’estremismo di destra e dal massimalismo di sinistra, e anche da ibridazioni tra questi due estremi, che hanno delegittimato il parlamento, isolato la sinistra riformista, spaccato in due la classe operaia. Nenni scrive all’epoca dell’accordo storico tra Dc e Psi ed è evidente l’uso politico, proprio perchè Nenni aveva anche la stoffa dello storico, di queste concezioni: mentre il Psi va al governo con la Dc, chi lo critica rischia di guardare oggettivamente al massimalismo genere 1919, facendo il gioco delle destre. Un modo, all’epoca elegante, per pararsi a sinistra mentre ci si alleava con la Dc, un partito che pochissimi anni prima, proprio grazie all’intesa con le destre, aveva costituito il governo Tambroni. L’accusa di diciannovismo rivolta dal Pci, all’epoca nell’area di governo della Dc di Andreotti, nei confronti del movimento del’77 non sarà però una polemica politica nascosta sotto le pieghe di significato costruite dalla storiografia. Si tratterà di una accusa, diretta, sul campo contro un’area politica ed una generazione. L’accusa di preparare il fascismo, grazie alla quale il Pci si comportò di conseguenza con una stagione di leggi speciali “a difesa della democrazia”. E che il lessico e i riti di quella stagione siano ancora celebrati oggi dalle  istituzioni deve essere oggetto di riflessione.

Il diciannovismo del ’77 marca però uno spartiacque storico: da quel momento in poi l’accusa di fascismo, o di connivenza con le destre pericolose per la democrazia, sarà rivolta in maniera quasi esclusiva verso sinistra. Le polemiche sul rischio di fascismo saranno rivolte contro quei soggetti di sinistra non riconducibili alle strategie della sinistra istituzionale prima o del centrosinistra poi. Non è finita: chi, da quel momento in poi e specie dagli anni ‘80, leggerà la storia in modo diverso da quella del principale partito del centrosinistra sarà accusato di revisionismo. Come per i Nolte o i Faurisson. Verso il resto della società italiana, specie verso destra, dopo la fine del Pci il centrosinistra non sarà così intransigente. Da Luciano Violante che, aprendo la legislatura della bicamerale (quella delle “riforme” da fare con Berlusconi) parlò apertamente e pubblicamente di comprensione delle ragioni ideali dei “ragazzi di Salò” (usando praticamente le stesse espressioni di uno scritto di Giovanni Gentile sulle ragioni dell’adesione al fascismo repubblichino) alla istituzione della festa della memoria sulle foibe (comunque la si veda, tema caro alla destra italiana del dopoguerra) all’azzeramento della memoria delle stragi coloniali italiane in Africa e Dalmazia, alla riduzione ai minimi termini del ruolo dell’antifascismo nella vita pubblica etc.

Per arrivare alla cronaca si capisce perché Bersani accusi di fascismo, e di diciannovismo, Grillo e Di Pietro mentre esponenti nazionali del Pd allegramente presentano (alle feste democratiche) i libri sulla sessualità del Duce (scritto così come fanno a destra). E mentre si tace, al livello politico nazionale che conta, sulla rete di camerati messa in piedi dal sindaco Alemanno per governare Roma, sulle aggressioni che i fascisti (quelli veri) non mancano mai di fare, sulle recenti e gravi commemorazioni pubbliche al generale Graziani (fascista e autore di gravissime stragi, anche con uso massiccio di gas, in Libia e in Abissinia). La spiegazione di tutto questo non è certo difficile: l’accusa di fascismo oggi va spesa solo verso chi si pensa essere qualcuno che ti sottrae i consensi che hai all’interno. Serve quindi per accumulare pressione politica nel processo di costruzione, o di rigenerazione, della propria superiorità morale, delegittimare i propri competitor politici di area, compattare il proprio elettorato ed evitare, ammonendolo implicitamente, che si senta tentato da un nuovo tipo di rappresentanza.

Allo stesso tempo, verso l’esterno, la legittimazione di temi, fatti, argomenti e concetti di destra (sulla naturalizzazione nel Pd del decisionismo, che è una mistica politica della destra, traghettata in “democrazia” anche qui dal Psi ci sarebbe molto da dire) serve non solo per mantenere un livello diplomatico con l’avversario (non più nemico, anzi alleato vista la composizione del governo di oggi) ma anche per attirarne gli elettori. Secondo la logica del partito generalista, il catch-all-party del marketing politico americano (del resto dalle primarie al nome, nel Pd si è importato molto da oltreoceano, in passato anche qualche costoso consulente) per cui per vincere (concetto ripetuto fino all’ossessione dal Pd, rimuovendo il nome di chi nella politica italiana ha costruito la propria fama sull’uso di quel concetto) bisogna saper pescare elettori anche nello schieramento avversario. E se accusi gli elettori di destra di essere fascisti, specie quando lo sono, si sentiranno talmente stigmatizzati e disprezzati da non votarti mai. Perchè hai delimitato nettamente il campo, provando ad emarginare gli altri, mentre, per attirare voti dall’altra parte, devi confondere i confini. Strategia consapevolmente diciannovista quella del Pd, confondere i confini, ma guai ad ammetterlo. Bisogna, appunto, vincere e per questo ci vogliono anche i voti della destra. I cui elettori saranno sempre rappresentati come “moderati”, secondo la strana bussola della politica italiana di oggi in cui gli estremisti pericolosi stanno a sinistra o in chi critica il centrosinistra ma non è di destra. Già perchè in tutto questo antifascismo del Pd, è impossibile trovare una campagna, ma neanche una parola, sulle nuove destre quelle vere. Non a caso quindi, al momento della stesura della carta dei valori fondativi del Pd, l’antifascismo non trovò posto. Seguirono polemiche, aggiustamenti, ma il dato parlava, e parla, da solo.

Il Pd è quindi un partito sia “antifascista” che postdemocratico, sia vigile nei confronti del diciannovismo che revisionista e silenzioso, a livello nazionale, rispetto agli eccessi delle destre. Come devono esserlo i cartelli elettorali, che prendono voti sapendo intercettare i flussi di opinione pubblica usando le categorie in quel momento utili per intercettarli. Con una regola aurea tutta italiana: usare la categoria di fascismo all’interno del proprio campo elettorale (centrosinistra, sinistre, elettori in uscita) e mai verso i fascisti. Non è poi nemmeno da trascurare la categoria di “fascista del web” che, per quanto assurda e usata per temperare l’accusa di fascismo a Di Pietro e Grillo, svela quel sottofondo di cultura della fobia della rete ormai preda del gruppo dirigente del Pd. Intendiamoci, dopo i primi entusiasmi dell’epoca della fondazione del partito, i social network si sono rivelati per il Pd un vero e proprio, continuo Vietnam. La rete in Italia si esprime come una critica infinita ad ogni aspetto del Pd, le stesse pagine Facebook del partito democratico servono più come critica che come sostegno. Meglio allora accoppiare il sostantivo “web” all’aggettivo “fascista” nel tentativo di far scattare, con il meccanismo del sospetto, tattiche di controllo dell’elettorato. Dietro Bersani, che parla in tv contro il pericoli di fascismo provenienti dal web, c’è il tentativo di rilegittimare la credibilità di uno strumento oggi regressivo della comunicazione politica, la televisione, perché è l’unico che è in mano al ceto politico istituzionale.

Ma sia il Pd che Di Pietro o Grillo sono i prodotti di una lunga stagione, detta “della fine delle ideologie” (riprendendo, ben oltre il contesto storico che le hanno prodotte, le teorie di Daniel Bell) che i confini tra destra e sinistra li ha smontati quanto possibile. Ma si tratta, al momento, di prodotti diversi. Quello Pd, che si esercita in nome del “non ci sono alternative” cerca di produrre argomenti validi per creare consenso attorno alla più cruda stagione di neoliberismo di questo paese. Quello di Grillo e Di Pietro si esercita parlando a chi è “effetto collaterale” di queste politiche, che ha persino possibilità di diventare maggioritario. Si tratta, ogni modo, di differenti tipi di catch-all-party, destinati a riprodurre stratificazione e verticalizzazione sociale proprio perché sovrappongono tipi di elettorato socialmente molto diversi tra di loro. Le accuse di “corruzione” o di “populismo”, la prima rivolta da Grillo al Pd la seconda a ruoli di accusa invertiti, sono quindi speculari perché rivolte tra cartelli elettorali generalisti. Che si contendono non solo fasce di elettorato ma anche un metodo: accumulare consenso sovrapponendo strati di società diversi provenienti indifferentemente da destra o da sinistra.
Certo, dall’accusa di diciannovismo rivolta al movimento dal Pci, mentre faceva l’accordo con la Dc di Andreotti, e quella rivolta a Grillo, mentre il Pd ha l’accordo di governo con l’Udc, siamo all’ennesima conferma dell’analisi marxiana che vede la storia accadere come tragedia per ripetersi poi come farsa. Del resto l’accumulazione della politica come spettacolo, con un comico che va contro un segretario di partito che ha fatto da spalla ad un altro comico (un successone su youtube), si riproduce proprio in questi passaggi. Ma non va affatto sottovalutata la concretezza che sta dietro questa continua accumulazione di spettacolo propedeutica alla estrazione di consenso politico. Il Pd cerca la vittoria elettorale per garantire la più pericolosa e letale, persino rispetto alle precedenti, ristrutturazione liberista della società italiana. Al netto della propaganda dove il partito democratico si è smarcato dal linguaggio liberista, per raccogliere consensi in chi ha subito le stesse politiche che il Pd ha votato, si tratta di un disegno criminale che garantirebbe a questo paese di percorrere fino in fondo un decennio perduto che lo stesso Fmi, guardiano del liberismo mondiale, esplicitamente vede per le stesse politiche liberiste in Europa. Bersani quindi non è tanto un fallito, come dice Grillo, ma quel genere di disperato che, per mantenere gli assetti di potere di cui fa parte, è disposto a cacciare un intero paese in un ulteriore decennio di disgrazie già previste e analizzate come tali. Strepitoso che la propaganda Pd chiami tutto questo “senso di responsabilità”. E che diversi residui della sinistra sperino, in qualche modo, di allearsi con questo genere di disperati.
 Grillo rappresenta invece la malattia di un sistema politico che, per quello che può accadere, può anche candidarsi ad uccidere il malato. Soprattutto se si tratta di quel genere di malattia che si riproduce velocemente senza che il malato che la ospita possa efficacemente produrre anticorpi, magari grazie ad una cura. Probabilmente, senza aderire a nessuna delle offerte politiche in campo, c’è però da augurarsi che la malattia faccia velocemente, soprattutto in modo virulento, il suo corso. In politica bisogna affrontare un problema alla volta.

Ed oggi la possibilità che il Pd trascini il paese nell’abisso, possibilità concreta dietro la fraseologia banale di un partito senza alcun spessore culturale e umano, è il primo vero problema da affrontare. Di antifascisti come Bersani gli antifascisti reali non solo non sanno che farsene. Ma soprattutto vedono il pericolo nero del fascismo liberista delle procedure, dei protocolli, dei trattati di cui il Pd è spontaneo portatore.

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