Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/02/2013

Rivoluzione Civile: un suicidio in 8 mosse

Rivoluzione Civile ha fatto flop, in maniera forse inattesa visto che i sondaggi pre-elettorali davano pronostici diversi che parlavano di percentuali basse ma comunque sufficienti per entrare almeno in Parlamento. L'apparato politico che componeva il cartello elettorale a sostegno di Ingroia cercherà colpe ovunque al di fuori delle proprie stanze (proprio l'ex magistrato ha già dichiarato che "è colpa di Bersani che non si è voluto alleare con noi"...), ma la sostanza è che le responsabilità sono tutte da addebitare proprio alla proposta politica messa in campo da Rivoluzione Civile. Un'offerta elettorale pessima per tanti motivi, racchiudibili in 8 punti principali. Vediamoli.

1 - Progetto di emergenza elettorale calato dall'alto
Dopo il fallimento dell'Arcobaleno nel 2008, la sinistra aveva una sola cosa da fare: iniziare a lavorare alla creazione di un nuovo soggetto politico, con facce diverse, parole d'ordine diverse, progettualità e prospettive diverse. Doveva farlo subito, il giorno dopo le elezioni (visto che fra l'altro non aveva neanche impegni istituzionali). Invece non solo non l'ha fatto subito, ma si è ritrovata a ridosso delle elezioni di cinque anni dopo a mettere in piedi un progetto che è apparso a tutti solo come un cartello elettorale di raccattati messi insieme per entrare in Parlamento. Progetto che poteva anche essere sensato nella sua idea di fondo (offrire una alternativa a chi voleva dare un voto di rottura mantenendo un'identità di sinistra che Grillo non dava) ma appunto se costruito nel tempo e dal basso. Invece, anziché nel tempo e dal basso, è stato messo in piedi ad appena un mese dalle elezioni e calato dall'alto dalle segreterie di 4 partitini, risultando incomprensibile e quasi sconosciuto all'elettorato.

2 - Disponibilità alla sottomissione
Quando i giornalisti ponevano ad Ingroia la fatidica domanda "ma così non portate via i voti al Pd?", lui rispondeva che era il contrario, perché Rivoluzione Civile avrebbe portato in Parlamento i voti necessari affinché, quando Bersani avesse avuto bisogno dei numeri per governare, anziché guardare a Monti avrebbe guardato a sinistra. Un autogol strategico e comunicativo pazzesco: perché io elettore di sinistra anti-Pd dovrei votare per una lista che si dichiara già in partenza disponibile alla sottomissione? Magari in cambio di qualche puzzolente poltrona fra l'altro. Se voto per una lista alternativa al Pd, è chiaro che NON voglio che governi il Pd. E Grillo in questo senso dava maggiori garanzie (se saranno certezze lo vedremo già dai prossimi giorni). In quella scienza impietosa che è la politica, la disponibilità alla sottomissione emana debolezza e allontana l'elettore.

3 - Impronta fortemente legalitaria
Magistrati e poliziotti. Questo l'impatto, secco, tranciante, che ha avuto Rivoluzione Civile sull'elettorato. Ci vuole poco a capire che sono categorie che a sinistra piacciono a pochi. Che poi effettivamente non c'erano solo loro, ma chi studia comunicazione politica sa bene che il gossip amplifica la portata di cose che da marginali diventano caratterizzanti: in Rivoluzione Civile c'è un poliziotto che è contrario ai numeri identificativi sui caschi e sulle divise, quindi per l'impatto complessivo sulla gente, Rivoluzione Civile è il movimento che è per la repressione poliziesca. Non è così in verità, ma è così per i media e la rete che trasmettono il concetto in maniera virale. Quindi, anche se non è verità, lo diventa. L'impronta legalitaria era stata pensata per sfondare almeno nelle regioni del sud tipo Campania e Sicilia, ma alla prova dei numeri è stato un fallimento anche lì.

4 - Assenza di idee nuove e mancanza di parole contro la Casta
L'approssimazione dal punto di vista della comunicazione politica si è vista anche dall'assenza di proposte nuove, d'impatto, rivoluzionarie ma per davvero. Berlusconi si è inventato la restituzione dell'Imu, ben sapendo che in campagna elettorale vale tutto e che tanto gli italiani hanno la memoria corta. Ad Ingroia bastava anche una sola proposta rumorosa, ma non l'ha trovata. Paradossalmente sarebbe bastato copiarne alcune di Grillo sull'antipolitica, magari personalizzandole con un vestito di sinistra, invece niente. Bastava dire che anche Rivoluzione Civile è per la restituzione dei rimborsi elettorali e per il limite a due mandati in Parlamento, magari aggiungendoci idee sulla partecipazione diretta e non solo virtuale della gente alle decisioni da prendere nel corso della legislatura. Invece nulla, tabula rasa.

5 - Nome debole
Rivoluzione Civile è un ossimoro. Puntigliosità linguistica dei rivoluzionari duri e puri? No, verità assoluta che a livello di comunicazione politica ha un effetto latente, inconscio, penetrante nelle menti delle persone. La Rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao. Ingroia e compagni hanno dato invece l'idea che volevano andare al buffet di Montecitorio a farsi una bella mangiata. L'impatto del brand "Rivoluzione Civile" è praticamente lo stesso del "metteremo dei fiori nei vostri cannoni", il proseguimento del noioso filone arcobalenista. Perdente.

6 - Candidature di dinosauri impresentabili
Diliberto, Di Pietro, Ferrero, Bonelli. Pensavano forse che gli elettori non si sarebbero accorti che dietro ad Ingroia c'erano comunque loro? Diliberto è quello della scissione cossuttiana voluta perché i "comunisti-italiani" ci tenevano un sacco a fare le guerre in giro per il mondo insieme al governo D'Alema. Ma è anche quello del sostegno ufficiale a Bersani nella campagna per le primarie (!), che poi quando lui non li ha ringraziati dopo la vittoria si è anche offeso (incredibile, ma vero). Come può un elettore pensare che appena seduto sul seggiolone parlamentare Diliberto non avrebbe iniziato subito ad elemosinare un posto da alleato di Bersani? Di Pietro, dopo la famosa inchiesta di Report, è diventato il simbolo dei privilegi della Casta. E in quanto tale destinato ad essere polverizzato in un momento come questo in cui la congiuntura politica parla il linguaggio di Grillo.

7 - Assenza di carisma e di una rappresentazione della rabbia sociale
Ingroia è Crozza che fa Ingroia. Giusto? Sbagliato? Non importa, è così. In una campagna elettorale contano (molto più di quanto si pensi) anche le caricature, la satira, le prese in giro. Crozza ha fatto l'imitazione di tutti i leader tranne Grillo (perché lui è già la caricatura di sé stesso, o forse più semplicemente perché non lo sappiamo ma Crozza parteggia per Grillo). Berlusconi era lo strafottente, Monti era il robot, Bersani era l'uomo delle metafore di provincia. E Ingroia? Era lo svogliato. Sì, lo svogliato. Cioè, il leader della parte politica che doveva rappresentare la rabbia sociale, la rivoluzione, il grido di opposizione, non ne aveva voglia. Parodia ingenerosa quella di Crozza? Forse un po' sì, ma è innegabile che il carisma Ingroia o non ce l'ha o l'ha lasciato a casa durante tutta la campagna elettorale. Ci voleva un leader che parla alla pancia della gente, che fa sussultare il cuore e fa vibrare le emozioni. Una mente appassionata e che appassiona. Invece no, candidano l'addormentato.

8 - Mancanza di un rapporto diretto con i movimenti e col mondo del lavoro
E questo è il punto che viene per ultimo ma probabilmente è il più importante. Da una proposta politica di sinistra vorremmo aspettarci tutto ciò che il Pd non offre. In primis una riforma strutturale, organica, nuova, coraggiosa, del diritto del lavoro e del welfare. Una prospettiva per i giovani disoccupati, per i licenziati che non trovano più lavoro, per i precari, gli atipici, i sottopagati. Ma una proposta vera, credibile, concreta, con cui identificarsi per anni fino al suo ottenimento. Possibile che non siano riusciti a partorire niente in questo senso? A pensarci bene è incredibile. Non basta parlare in termini generici su quell'argomento, ti devi differenziare con proposte che non produce nessun altro. Deve essere quello il cambio di passo, altrimenti perché la gente ti dovrebbe votare? E andando al di là del lavoro, su tutti gli altri temi fondamentali come l'ambiente, le battaglie contro le grandi opere inutili tipo la Tav, contro le privatizzazioni dei beni comuni (acqua, scuola, sanità, trasporti), contro le guerre, contro l'emergenza abitativa, perché non è stata percepita la vicinanza da parte dei movimenti? Non era difficile fra l'altro, perché la piattaforma politica era già scritta da chi ogni giorno combatte nelle trincee dei luoghi di lavoro e dei territori.
Da domani avranno cinque anni di tempo per costruire tutto questo. Scommettiamo che non lo faranno?

redazione

26 febbraio 2013

03/09/2012

L'affare Napolitano

Di seguito propongo due corposi articoli utili a sviscerare almeno superficialmente i movimenti e gli interessi che hanno dato forma e stanno animando l'estate del presidente della Repubblica.
Mi auguro ci sia qualcuno in grado di trarne qualche conclusione certamente parziale ma costruttiva.


Napolitano e le intercettazioni: che sta succedendo?
di Aldo Giannuli

Con la pubblicazione su “Panorama” di alcune indiscrezioni sulle telefonate fra Napolitano e Mancino, la polemica sulle intercettazioni è diventata incandescente e si torna a parlare di trame, di piani di destabilizzazione, di complotti ecc.  Per inciso: è strano come tante persone prontissime a gridare alla complottomania al grido di “dagli al dietrologo!” poi gridano al complotto ed al piano destabilizzante appena qualcosa le riguarda personalmente… La gente è strana! Ed allora, c’è un complotto o no? Come spesso ho avuto modo di dire, complotto è una parola che ormai non significa più niente e serve solo a confondere le idee. Parliamo in termini più appropriati: c’è o no una manovra politica o forse finanziaria dietro questa faccenda? Per rispondere alla domanda non possiamo fare a meno di notare diversi segnali di un crescente nervosismo negli ambienti altolocati di questo paese anche su sollecitazione esterna. Un ex rappresentate diplomatico americano a Roma tira fuori all’improvviso la storia dei suoi incontri con Di Pietro ai tempi di “Mani Pulite”, lasciando intendere che loro erano i burattinai. Perché lo dice proprio ora?
La Merkel incontra Monti e gli chiede chi sarà il suo successore: una uscita quantomeno inconsueta. Ve lo immaginate cosa sarebbe successo se Monti le avesse chiesto se le elezioni di primavera le vincerà lei o la Spd? Magari aggiungendo: “Perché, sai, non vorremmo che vincessero quelli della Linke che sono dei populisti con cui non si può ragionare!” A parte il fatto che un certo far play vorrebbe che un capo di Stato o di Governo eviti cose che possono sembrare indebite interferenze nelle questioni interne di un altro paese (ma la Merkel già si era esibita in ben altro show in occasione delle elezioni francesi), di solito a stabilire chi guiderà un governo sono le elezioni, per caso la Merkel vuole che le comunichiamo i risultati prima di farle?
Poi Bersani, sollecitato non si capisce da cosa, si precipita a dire che “i mercati” (i mitici “mercati finanziari”) non  hanno paura della loro vittoria perché “la sinistra ha già governato e si è visto come”. E su questo ha ragione, lo riconosciamo lealmente: il capitale finanziario non avrebbe potuto trovare esecutori più diligenti di quei governi.
Berlusconi è improvvisamente tornato a parlare di elezioni in autunno. E via di questo passo. In questo quadro va inserita anche la vicenda delle intercettazioni a Napolitano e Mancino che, evidentemente, non hanno un senso da sole, ma in un quadro più generale che potrebbe essere quello di un attacco al Quirinale e, attraverso esso, a Monti. In questo senso, lo scontro con la Procura palermitana e le violentissime polemiche seguite alla reazione decisamente sopra le righe del Quirinale, che ha promosso il conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale, lasciano intendere che sia in pieno svolgimento una “battaglia intorno al Colle”.
Il clima generale è molto torbido e la politica e l’economia hanno raggiunto livelli di opacità insostenibile, per cui orientarsi è molto complicato perché mancano troppe informazioni, ma qualcosa possiamo tentare di comprendere facendo qualche ipotesi che poi verificheremo man mano che i fatti renderanno più intellegibili giochi e tendenze.
Il principale indiziato è certamente Berlusconi. Il giornale appartiene al suo gruppo (ed è difficile immaginare che il direttore si sia preso una gatta così difficile da pelare senza avvisare la proprietà di qualcosa). Per di più il Cavaliere ha interesse immediato e chiarissimo a fare pressioni sul Colle per avere subito le elezioni, a far approvare in men che non si dica la legge sulle intercettazioni ed a spaccare la convergenza fra magistratura e Pd: questo incidente si presta magnificamente per tutte e tre le cose. Peraltro, sulla stessa lunghezza d’onda troviamo tanto “il Giornale” quanto “Libero” e soprattutto “Il Foglio”, che sta lavorando di ricamo sulla spaccatura di “Repubblica” fra amici del Colle e amici delle Procure. Per di più, Berlusconi ha detto di non saperne nulla e questa è la migliore conferma che è proprio questa la pista giusta. Dunque, la cosa calzerebbe perfettamente, ma ci sono altre considerazioni che lasciano perplessi.
Una manovra del genere, oltre che mettere in braghe di tela Napolitano, comporta anche il tagliare le gambe a Monti, esattamente come dicevamo all’inizio. Ma Berlusconi sa che molto difficilmente vincerà le elezioni e quello che può sperare è che non le vinca nemmeno il Pd (battuto al Senato) e si torni ad un nuovo governo Monti o simile, quel che gli consentirebbe di non essere estromesso dai giochi. Una mossa così può rivelarsi controproducente, anche perché, di fronte ad una evoluzione di questo tipo, Napolitano -sempre che possa permettersi questo lusso- potrebbe anche decidere di rendere pubbliche le famose telefonate, tanto per rompere il giocattolo in mano ai suoi avversari e non siamo affatto sicuri che dentro non ci siano cose molto scomode anche per il Cavaliere che, esattamente in quella stagione di “trattativa”, muoveva i primi passi della sua avventura politica. Quello dei rapporti fra mafia e politica, in quella particolarissima stagione, non è un vaso nel quale al Cavaliere convenga che si rimesti.
Ma, soprattutto, la pubblicazione di queste indiscrezioni (forse presunte) si iscrive nel generale clima di manovre coperte, ma non esaurisce il problema e questa, proprio per le ragioni esposte prima, sarebbe una mossa troppo scoperta, tanto da potersi ritorcere come un  boomerang sul suo promotore. Insomma, Berlusconi può avere interesse a fare pressioni su Napolitano e Monti, ma non alla loro sconfitta e tantomeno ad esserne indicato come il responsabile.
La cosa più probabile è che Berlusconi sia un “avventore occasionale” che bagna il pane in una zuppa preparata da altri. E’ credibile che lui ne sapesse qualcosa di quanto stava bollendo nella pentola di “Panorama” ed abbia pensato di trarne qualche beneficio, ma la “battaglia intorno al Colle” è cosa più ampia che coinvolge molta altra gente.
In questo senso l’indagine palermitana può essere stata un ottimo spunto per aprire le ostilità che la reazione sbagliata del Quirinale ha favorito enormemente. Non entriamo nel merito giuridico-costituzionale della faccenda che ci porterebbe troppo lontano (lo faremo prossimamente), ma ci limitiamo ad osservarne il lato schiettamente politico: quali che siano le immunità presidenziali, è accettabile che possano esserci dubbi sull’imparzialità e la correttezza del Capo dello Stato in una materia come i rapporto politica-Mafia? Probabilmente nella trattativa fra stato e Mafia di cui abbiamo diversi indizi che ci sia stata davvero, non c’è un rilievo propriamente penale, però c’è di mezzo l’assassinio di Paolo Borsellino sul quale aleggia un deciso odore di Sisde, quantomeno  in termini di “volontà permissiva” e questa è materia penale. Ma anche non ci fosse il caso Borsellino, è accettabile sul piano politico che possa esserci stata una trattativa del genere e che, per di più, non se ne sappia nulla neanche dopo? Sono questioni che mettono in discussione la legittimazione delle istituzioni repubblicane, ed in materia di questa gravità, il segreto di Stato non è ammissibile -se non giuridicamente- politicamente. Il Presidente, non per obbligo giuridico, ma per un senso di sostanziale lealtà nei confronti della Repubblica, deve (sottolineo: deve) impedire che sia messa in pericolo la credibilità delle istituzioni e, quindi, dovrebbe essere il primo a chiedere di rendere pubblico il contenuto delle telefonate. Invece, non solo non fa questo, ma addirittura solleva un conflitto costituzionale con la magistratura, il che autorizza a pensare che chissà cosa c’è di così grave in quelle comunicazioni e non deve trattarsi di materia che riguarda la sicurezza dello Stato (perché, in quel caso, la Presidenza del Consiglio dovrebbe eccepire il Segreto di Stato). Con questo sono autorizzati i peggiori sospetti.
Insomma, Napolitano è andato da solo sulle sabbie mobili e più si agita e più sprofonda.
Ma quali sono i possibili interessi di una eventuale regia occulta di questi attacchi? Non credo che la risposta stia nei confini nazionali e non credo che tutto vada ridotto all’azione dei giudici palermitani come longa manus della  “sinistra manettara” contro il governo sostenuto da Berlusconi e presieduto da Monti (il “governo Berlusmonti” come è stato detto da Travaglio). Conosco personalmente Antonio Ingroia (di cui sono stato consulente tecnico) e non mi convince l’idea che usi il potere giudiziario per giochi politici in proprio e ancor meno conto terzi. Ma naturalmente, questo genere di assicurazioni valgono quel che valgono e chi mi legge può benissimo non tenerne alcun conto. Resta il fatto che ci sarebbe una sproporzione evidente fra  gli attori dello scontro: la Presidenza della Repubblica ed il governo da una parte, ed una singola Procura della Repubblica appoggiata da pochissimi giornali (e nessuna televisione) dall’altra. Se le cose stessero in questi termini, la cosa avrebbe avuto un ventesimo dell’eco che ha avuto.
E a chi vedesse in questo una riedizione dello scontro magistratura-politica del 1992-93, ricordiamo che all’epoca l’attacco veniva dalla magistratura inquirente di tutta Italia, con l’appoggio quasi unanime della stampa e delle televisioni berlusconiane. Non mi pare ci siano paragoni.
Di fatto, dell’attacco contro il Quirinale abbiamo avuto avvisaglie a gennaio (quando per un attimo si tornò a parlare del ruolo di una società nella quale era interessato il figlio del Presidente nella questione della raccolta dei rifiuti a Napoli). La cosa durò meno di 24 ore, ma subito dopo iniziò la serie di attacchi ad esponenti del governo Monti, non proprio scandali ma rivelazioni di incompatibilità o semplici figuracce che misero nei guai qualche ministro e diversi sottosegretari poi costretti alle dimissioni. Nello stesso periodo era possibile leggere articoli non proprio cordiali verso Monti tanto sul “Corriere della Sera” quanto sul “Sole 24ore”. In particolare, si avvertivano diversi attriti sulla questione delle Assicurazioni Generali, dove il partito di Bollorè non sembrava soddisfatto dal comportamento del governo. E in un contesto che già segnava le nuove fiammate dello spread, Monti si lasciò scappare una frase molto interessante “Non ho più il sostegno dei poteri forti”. Queste cose hanno un senso o no? O vogliamo ridurre sempre tutto al solito “complotto delle toghe rosse”?
Nello stesso periodo sono iniziate spallate vigorose contro i titoli italiani e spagnoli, al punto che siamo tornati a parlare di possibile collasso e fine dell’Euro.
Ora, va detto che da una caduta del governo Monti (che, in sé, non sarebbe affatto un disastro) molti potrebbero pensare di trarre vantaggio. Ad esempio, il partito rigorista europeo anti-Fed, quello che vede Draghi come il fumo negli occhi, gioirebbe per la caduta di un governo molto (troppo) vicino al governatore della Bce. Ma anche quei poteri finanziari che lavorano al crack dell’Euro potrebbero pensare di giovarsi della situazione di vuoto di potere che potrebbe determinarsi e senza neanche aspettare le elezioni. E poi si prepara il banchetto delle alienazioni dei beni pubblici (Ferrovie, Eni, Finmeccanica, immobili, ecc.) e gli appetiti sono molti sia in Italia che fuori. Magari ci sono concorrenti ad uno stesso piatto ed uno dei due pensa che si troverebbe meglio con un governo diverso da questo.
Dunque, c’è un quadro nel quale c’è solo l’imbarazzo della scelta e la cosa più probabile è che le mani che si agitano sono molte.  Questa delle intercettazioni può essere la pietra di inciampo, ma la partita è molto più grande e complessa.
D’altra parte, quando il Capo dello Stato si mette a fare il super-Presidente del Consiglio, non può lamentarsi se poi finisce nel tritacarne. L’arbitro deve restare arbitro, non può mettersi a fare il centrattacco di una delle due squadre, vi pare?


Stato e mafia, la trattativa infinita. Cosa copre Napolitano?
per Senza Soste, Terry McDermott

Le polemiche sul servizio di Panorama dedicato alle telefonate tra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e l'ex vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, rischiano di far perdere di vista il contesto politico in cui si svolge una vicenda come questa.
Il contesto riguarda la trattativa tra stato e mafia avvenuta nei primi anni '90 e le inchieste su questa trattativa che hanno avuto un punto di svolta alla fine degli anni duemila. Trattativa e inchieste marcano due momenti storici di questo paese: la fine della prima repubblica, e quindi dell'egemonia Dc, e quella della seconda, con l'esaurirsi dell'alternanza centrodestra-centrosinistra. C'è un altro tratto di continuità tra trattativa e inchieste: entrambe attraversano un periodo di profonda ristrutturazione dei poteri dello stato, di dismissione e ricollocamento dei poteri pubblici.
Certo, ci sarebbe da definire cosa sia effettivamente "mafia" e cosa "stato" in questa vicenda, le articolazioni dell'una o dell'altro spesso finiscono per confondersi. E non è un gioco di parole. Senza andare nella storia del passato remoto basti vedere vicende e curriculum dell'ex ministro Saverio Romano e dell'ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro, o dell'ex numero tre del Sismi Bruno Contrada, per capire in quale modo i due fenomeni si intrecciano. Allo stesso tempo bisogna evitare di darsi risposte semplificatorie per cui stato e mafia sono la stessa cosa. Le bombe, le stragi, gli omicidi dei magistrati, la guerra dei dossier avvengono quando ci sono conflitti reali in atto. Basta capire quali.
In estrema sintesi, tutto comincia dagli anni '80, quando, dopo decenni in cui le questioni tra mafia e politica venivano regolate semplicemente entro la Dc siciliana e nazionale (quelle che non finivano a colpi di lupara, s'intende), i vertici di Cosa Nostra finiscono in un maxiprocesso. E' l'epoca immediatamente successiva agli anni di piombo, quella nella quale lo stato ristruttura la propria forza interna dandosi articolazioni di potere, in Sicilia e a Roma, autonome dalla mafia. Nel mondo che sta emergendo con la società postindustriale, ma anche con la ristrutturazione della finanza e l'emergere di nuovi poteri transnazionali, la mafia non può più essere semplicemente ignorata o automaticamente alleata. Deve trovare un potere regolatore esterno alla Dc siciliana e nazionale. E' la stagione di Giovanni Falcone e del maxiprocesso a Palermo. La prima trattativa stato-mafia avviene in quel periodo specie dopo la prima sentenza del maxiprocesso degli anni '80, in modo da compensare la durezza delle pene al processo. Per prevenire l'eventuale reazione della mafia e salvaguardare nuovi e vecchi assetti di potere nei rapporti tra mafia e stato. L'uccisione di Salvo Lima, plenipotenziario della Dc andreottiana in Sicilia, marca però uno spartiacque. La mafia, cioè Cosa Nostra, fa capire che la Dc non è più in grado di garantire i vecchi equilibri di potere e nemmeno di prefigurarne dei nuovi. In quest'ottica, stabilire nuovi equilibri di potere tra stato e mafia in Sicilia, comincia una strategia stragista: Falcone, Borsellino, Georgofili. La seconda trattativa stato-mafia avviene quindi nel contesto delle stragi degli anni '90 portandosi dietro gli strascichi, in termini di richieste della mafia, della prima trattativa degli anni '80.
Improvvisamente, come erano cominciate, le stragi cessano.
L'Italia politica non è più quella della Dc agonizzante, c'è un nuovo soggetto politico al governo, referente diretto dell'isola, che durerà tanto da fare cappotto (61 parlamentari su 61 per Forza Italia) nelle circoscrizioni siciliane alle politiche del 2001. Ma cosa è successo in queste due trattative? Chi ha trattato per chi e quali sono i responsabili?

Prima di tutto bisogna ricordare che nella sentenza sulla strage dei Georgofili del marzo 2012 si menziona esplicitamente l'esistenza di una trattativa stato-mafia. Anzi i due terzi della sentenza sono dedicati alla ricostruzione storica di questa trattativa. Non solo: nella sentenza si afferma che fu lo stato a cominciare la trattativa. E quando si producono le verità giuridiche su un fenomeno così complesso le indagini, i processi, e quindi gli scontri tra poteri dello stato, si moltiplicano. Infatti, nel giugno di quest'anno, l'ex presidente del Consiglio Superiore della magistratura, Nicola Mancino, viene indagato per falsa testimonianza nell'ambito dell'inchiesta su questa trattativa.

Tra i tanti nodi da sciogliere in questa vicenda due sono di particolare rilievo 1) stabilire per quale motivo le istituzioni scelsero di trattare con la mafia, con quali persone, e quale fu il livello di accordo raggiunto (compresi quelli eventualmente raggiunti da Marcello Dell'Utri) 2) stabilire se l'uccisione di Paolo Borsellino, nella strage di via d'Amelio, avvenne, con il concorso di settori dello stato, per favorire l'eliminazione di un avversario importante della trattativa stato-mafia. Già perché c'è il particolare del fratello di Borsellino che chiama in causa direttamente Nicola Mancino. Per chi non conoscesse la vicenda merita una lettura

http://it.ibtimes.com/articles/32218/20120626/salvatore-borsellino-trattativa-stato-mafia.htm

Come nel periodo del maxiprocesso, o delle stragi degli anni '90, tutto questo avviene nel contesto di un periodo di profonda ristrutturazione dei poteri e delle articolazioni dello stato. E di crisi del sistema politico. Ci sarebbe anche da capire come cambiano referenti e rapporti tra mafia e sistema finanziario ma fermarsi al livello politico già fa capire molte cose. Nello scontro attuale si giocano quindi i nuovi livelli di rapporto tra mafia e stato, quelli all'interno dello stato (nell'esecutivo come all'interno del potere giudiziario e anche tra i due poteri)e anche quelli di rappresentanza politica.
E cosa avviene nella primavera di quest'anno?
Che nell'ambito delle indagini sulla trattativa stato-mafia vengono intercettate una serie di telefonate di Nicola Mancino a Giorgio Napolitano, dopo che il presidente della repubblica aveva inviato un suo emissario in aiuto dell'ex presidente del Csm . Apriti cielo: Napolitano si muove, e con lui il Csm e tutte le istituzioni della repubblica (con l'appoggio dei maggiori media) per bloccare pubblicazione ed uso di quelle telefonate.
Ma cosa contengono di così scottante queste telefonate?
Visto lo scenario che si è delineato qualsiasi parola contengano è destinata ad alimentare gli scontri in atto. Eppure, è cronaca di questi giorni, Panorama (del gruppo Berlusconi), pubblica una serie di ricostruzioni sul contenuto di queste telefonate. Nonostante i media del centrodestra, sulla vicenda delle telefonate Mancino-Napolitano, fino a quel momento avessero attaccato esclusivamente la magistratura palermitana (autrice delle intercettazioni). Segno che Berlusconi ha mandato un avvertimento per far capire che vuol evitare di separare il proprio destino da quello delle istituzioni (non solo la persona fisica di Napolitano). Poi ci sono anche questioni di condizionamento elettorale ma la sostanza è quella, che va ben oltre una elezione.
E cosa dice il Pd? Semplice: "basta con gli attacchi populisti a Napolitano". Con la cortina fumogena del "populismo" il Pd nasconde un contesto, come abbiamo visto, particolarmente insidioso. Nella speranza di poter tenere il gioco della ristrutturazione, quella vera, dei poteri attorno a questa vicenda. Del resto un partito che ha subito infiltrazioni (basta leggere le inchieste) da camorra, 'ndrangheta e mafia pugliese, che ha espresso le vicende Enac, Penati (queste due vicende chiamano in causa collaboratori strettissimi di Bersani) e Lusi non può dire molto di diverso.

In un recente sondaggio su internet riportato su diversi siti, Napolitano è stato votato come il peggior presidente della repubblica italiana. Visti i campioni con i quali si è confrontato (Leone, Cossiga) sembrava un giudizio troppo schiacciato sul presente. Ma il tentativo di Napolitano di coprire la trattativa stato-mafia, simile alla storia del segreto di stato apposto da Moro sul tentativo di golpe di De Lorenzo, fa rivedere il giudizio. Anche perché Napolitano ha anche la responsabilità di aver favorito la liquidazione liberista del paese, e di parte della sovranità nazionale (con tanto di teorizzazione di questo in un discorso a Bruges), con la nascita del governo Monti.

D'altronde chi, da destra, serviva il Migliore, applaudendo ai carri armati in Ungheria e Cecoslovacchia (caso unico nei presidenti della repubblica di tutto l'occidente) non può che rivelarsi il peggiore. Ma questa è un'altra storia.

01/09/2012

Bersani, l'antifascista

Pensare che le dichiarazioni di Pierluigi Bersani sul fascismo di Grillo appartengano esclusivamente ad un catalogo, oltretutto piuttosto ristretto, di banalità non significa solo trascurare l’importanza che ha la produzione di parole sui media. Anche se già qui sarebbe come pensare che Facebook è uno strumento banale, e non una complessa infrastruttura di reti sociali, solo perchè non è raro trovarci delle banalità. Bisogna piuttosto leggere le dichiarazioni di Bersani come una modalità di funzionamento della politica istituzionale. Un dispositivo da smontare piuttosto che qualcosa da ignorare o da insultare.

In questo senso l’accusa di “fascismo”, poi vedremo in che modo, lanciata da Bersani sostanzialmente contro Grillo e Di Pietro è qualcosa che merita un livello minimo di analisi. Facciamo un passo indietro: da tempo circola un video, commentato da Grillo e Di Pietro, dove Bersani, assieme ad altri protagonisti della politica istituzionale, è raffigurato come uno zombie. E qui bisogna vincere la voglia di affermare la verità, e cioè che Bersani e gli altri non sono solo dei morti viventi ma ne rappresentano l’epifania, e guardare alle reazioni del segretario del Pd.  Bersani ha infatti accusato chi dà dello zombie ai dirigenti del Pd di essere un “fascista”, anzi un “fascista del web” che sta cercando di riproporre al paese una nuova stagione diciannovista. Tutte la categorie usate meritano attenzione. Vediamo come.

L’uso dell’accusa di fascismo all’interno della sinistra, e poi del centrosinistra, è vecchio più o meno quanto le camice nere. A lungo, entro modi e linguaggi molto diversi, l’accusa di fascismo è servita per indicare un pericolo esterno (il fascismo, appunto, in molteplici forme) ma anche quello di un forte autoritarismo interno alla sinistra (ed è qui che l’accusa di fascismo è stata scambiata, poi sostituita, con quella di stalinismo). La novità storica, preceduta da significative censure contro singole lotte all’epoca dell’occupazione delle terre in Sicilia, irrompe con il ’77 quando il Pci costruisce l’accusa di “diciannovismo” nei confronti del movimento. E’ la prima volta in cui un movimento di sinistra viene accusato, dal maggior partito della sinistra, di contribuire a generare il fascismo. Accusa, quella di diciannovismo, che non è di poco conto nella cultura antifascista ma, cosa spesso dimenticata, ricavata da un concetto che nasce da un libro di Pietro Nenni (“Il diciannovismo”, uscito nel quarantennale della marcia su Roma). Le tesi di Nenni sono piuttosto chiare: l’ascesa del fascismo è stata favorita dall’estremismo di destra e dal massimalismo di sinistra, e anche da ibridazioni tra questi due estremi, che hanno delegittimato il parlamento, isolato la sinistra riformista, spaccato in due la classe operaia. Nenni scrive all’epoca dell’accordo storico tra Dc e Psi ed è evidente l’uso politico, proprio perchè Nenni aveva anche la stoffa dello storico, di queste concezioni: mentre il Psi va al governo con la Dc, chi lo critica rischia di guardare oggettivamente al massimalismo genere 1919, facendo il gioco delle destre. Un modo, all’epoca elegante, per pararsi a sinistra mentre ci si alleava con la Dc, un partito che pochissimi anni prima, proprio grazie all’intesa con le destre, aveva costituito il governo Tambroni. L’accusa di diciannovismo rivolta dal Pci, all’epoca nell’area di governo della Dc di Andreotti, nei confronti del movimento del’77 non sarà però una polemica politica nascosta sotto le pieghe di significato costruite dalla storiografia. Si tratterà di una accusa, diretta, sul campo contro un’area politica ed una generazione. L’accusa di preparare il fascismo, grazie alla quale il Pci si comportò di conseguenza con una stagione di leggi speciali “a difesa della democrazia”. E che il lessico e i riti di quella stagione siano ancora celebrati oggi dalle  istituzioni deve essere oggetto di riflessione.

Il diciannovismo del ’77 marca però uno spartiacque storico: da quel momento in poi l’accusa di fascismo, o di connivenza con le destre pericolose per la democrazia, sarà rivolta in maniera quasi esclusiva verso sinistra. Le polemiche sul rischio di fascismo saranno rivolte contro quei soggetti di sinistra non riconducibili alle strategie della sinistra istituzionale prima o del centrosinistra poi. Non è finita: chi, da quel momento in poi e specie dagli anni ‘80, leggerà la storia in modo diverso da quella del principale partito del centrosinistra sarà accusato di revisionismo. Come per i Nolte o i Faurisson. Verso il resto della società italiana, specie verso destra, dopo la fine del Pci il centrosinistra non sarà così intransigente. Da Luciano Violante che, aprendo la legislatura della bicamerale (quella delle “riforme” da fare con Berlusconi) parlò apertamente e pubblicamente di comprensione delle ragioni ideali dei “ragazzi di Salò” (usando praticamente le stesse espressioni di uno scritto di Giovanni Gentile sulle ragioni dell’adesione al fascismo repubblichino) alla istituzione della festa della memoria sulle foibe (comunque la si veda, tema caro alla destra italiana del dopoguerra) all’azzeramento della memoria delle stragi coloniali italiane in Africa e Dalmazia, alla riduzione ai minimi termini del ruolo dell’antifascismo nella vita pubblica etc.

Per arrivare alla cronaca si capisce perché Bersani accusi di fascismo, e di diciannovismo, Grillo e Di Pietro mentre esponenti nazionali del Pd allegramente presentano (alle feste democratiche) i libri sulla sessualità del Duce (scritto così come fanno a destra). E mentre si tace, al livello politico nazionale che conta, sulla rete di camerati messa in piedi dal sindaco Alemanno per governare Roma, sulle aggressioni che i fascisti (quelli veri) non mancano mai di fare, sulle recenti e gravi commemorazioni pubbliche al generale Graziani (fascista e autore di gravissime stragi, anche con uso massiccio di gas, in Libia e in Abissinia). La spiegazione di tutto questo non è certo difficile: l’accusa di fascismo oggi va spesa solo verso chi si pensa essere qualcuno che ti sottrae i consensi che hai all’interno. Serve quindi per accumulare pressione politica nel processo di costruzione, o di rigenerazione, della propria superiorità morale, delegittimare i propri competitor politici di area, compattare il proprio elettorato ed evitare, ammonendolo implicitamente, che si senta tentato da un nuovo tipo di rappresentanza.

Allo stesso tempo, verso l’esterno, la legittimazione di temi, fatti, argomenti e concetti di destra (sulla naturalizzazione nel Pd del decisionismo, che è una mistica politica della destra, traghettata in “democrazia” anche qui dal Psi ci sarebbe molto da dire) serve non solo per mantenere un livello diplomatico con l’avversario (non più nemico, anzi alleato vista la composizione del governo di oggi) ma anche per attirarne gli elettori. Secondo la logica del partito generalista, il catch-all-party del marketing politico americano (del resto dalle primarie al nome, nel Pd si è importato molto da oltreoceano, in passato anche qualche costoso consulente) per cui per vincere (concetto ripetuto fino all’ossessione dal Pd, rimuovendo il nome di chi nella politica italiana ha costruito la propria fama sull’uso di quel concetto) bisogna saper pescare elettori anche nello schieramento avversario. E se accusi gli elettori di destra di essere fascisti, specie quando lo sono, si sentiranno talmente stigmatizzati e disprezzati da non votarti mai. Perchè hai delimitato nettamente il campo, provando ad emarginare gli altri, mentre, per attirare voti dall’altra parte, devi confondere i confini. Strategia consapevolmente diciannovista quella del Pd, confondere i confini, ma guai ad ammetterlo. Bisogna, appunto, vincere e per questo ci vogliono anche i voti della destra. I cui elettori saranno sempre rappresentati come “moderati”, secondo la strana bussola della politica italiana di oggi in cui gli estremisti pericolosi stanno a sinistra o in chi critica il centrosinistra ma non è di destra. Già perchè in tutto questo antifascismo del Pd, è impossibile trovare una campagna, ma neanche una parola, sulle nuove destre quelle vere. Non a caso quindi, al momento della stesura della carta dei valori fondativi del Pd, l’antifascismo non trovò posto. Seguirono polemiche, aggiustamenti, ma il dato parlava, e parla, da solo.

Il Pd è quindi un partito sia “antifascista” che postdemocratico, sia vigile nei confronti del diciannovismo che revisionista e silenzioso, a livello nazionale, rispetto agli eccessi delle destre. Come devono esserlo i cartelli elettorali, che prendono voti sapendo intercettare i flussi di opinione pubblica usando le categorie in quel momento utili per intercettarli. Con una regola aurea tutta italiana: usare la categoria di fascismo all’interno del proprio campo elettorale (centrosinistra, sinistre, elettori in uscita) e mai verso i fascisti. Non è poi nemmeno da trascurare la categoria di “fascista del web” che, per quanto assurda e usata per temperare l’accusa di fascismo a Di Pietro e Grillo, svela quel sottofondo di cultura della fobia della rete ormai preda del gruppo dirigente del Pd. Intendiamoci, dopo i primi entusiasmi dell’epoca della fondazione del partito, i social network si sono rivelati per il Pd un vero e proprio, continuo Vietnam. La rete in Italia si esprime come una critica infinita ad ogni aspetto del Pd, le stesse pagine Facebook del partito democratico servono più come critica che come sostegno. Meglio allora accoppiare il sostantivo “web” all’aggettivo “fascista” nel tentativo di far scattare, con il meccanismo del sospetto, tattiche di controllo dell’elettorato. Dietro Bersani, che parla in tv contro il pericoli di fascismo provenienti dal web, c’è il tentativo di rilegittimare la credibilità di uno strumento oggi regressivo della comunicazione politica, la televisione, perché è l’unico che è in mano al ceto politico istituzionale.

Ma sia il Pd che Di Pietro o Grillo sono i prodotti di una lunga stagione, detta “della fine delle ideologie” (riprendendo, ben oltre il contesto storico che le hanno prodotte, le teorie di Daniel Bell) che i confini tra destra e sinistra li ha smontati quanto possibile. Ma si tratta, al momento, di prodotti diversi. Quello Pd, che si esercita in nome del “non ci sono alternative” cerca di produrre argomenti validi per creare consenso attorno alla più cruda stagione di neoliberismo di questo paese. Quello di Grillo e Di Pietro si esercita parlando a chi è “effetto collaterale” di queste politiche, che ha persino possibilità di diventare maggioritario. Si tratta, ogni modo, di differenti tipi di catch-all-party, destinati a riprodurre stratificazione e verticalizzazione sociale proprio perché sovrappongono tipi di elettorato socialmente molto diversi tra di loro. Le accuse di “corruzione” o di “populismo”, la prima rivolta da Grillo al Pd la seconda a ruoli di accusa invertiti, sono quindi speculari perché rivolte tra cartelli elettorali generalisti. Che si contendono non solo fasce di elettorato ma anche un metodo: accumulare consenso sovrapponendo strati di società diversi provenienti indifferentemente da destra o da sinistra.
Certo, dall’accusa di diciannovismo rivolta al movimento dal Pci, mentre faceva l’accordo con la Dc di Andreotti, e quella rivolta a Grillo, mentre il Pd ha l’accordo di governo con l’Udc, siamo all’ennesima conferma dell’analisi marxiana che vede la storia accadere come tragedia per ripetersi poi come farsa. Del resto l’accumulazione della politica come spettacolo, con un comico che va contro un segretario di partito che ha fatto da spalla ad un altro comico (un successone su youtube), si riproduce proprio in questi passaggi. Ma non va affatto sottovalutata la concretezza che sta dietro questa continua accumulazione di spettacolo propedeutica alla estrazione di consenso politico. Il Pd cerca la vittoria elettorale per garantire la più pericolosa e letale, persino rispetto alle precedenti, ristrutturazione liberista della società italiana. Al netto della propaganda dove il partito democratico si è smarcato dal linguaggio liberista, per raccogliere consensi in chi ha subito le stesse politiche che il Pd ha votato, si tratta di un disegno criminale che garantirebbe a questo paese di percorrere fino in fondo un decennio perduto che lo stesso Fmi, guardiano del liberismo mondiale, esplicitamente vede per le stesse politiche liberiste in Europa. Bersani quindi non è tanto un fallito, come dice Grillo, ma quel genere di disperato che, per mantenere gli assetti di potere di cui fa parte, è disposto a cacciare un intero paese in un ulteriore decennio di disgrazie già previste e analizzate come tali. Strepitoso che la propaganda Pd chiami tutto questo “senso di responsabilità”. E che diversi residui della sinistra sperino, in qualche modo, di allearsi con questo genere di disperati.
 Grillo rappresenta invece la malattia di un sistema politico che, per quello che può accadere, può anche candidarsi ad uccidere il malato. Soprattutto se si tratta di quel genere di malattia che si riproduce velocemente senza che il malato che la ospita possa efficacemente produrre anticorpi, magari grazie ad una cura. Probabilmente, senza aderire a nessuna delle offerte politiche in campo, c’è però da augurarsi che la malattia faccia velocemente, soprattutto in modo virulento, il suo corso. In politica bisogna affrontare un problema alla volta.

Ed oggi la possibilità che il Pd trascini il paese nell’abisso, possibilità concreta dietro la fraseologia banale di un partito senza alcun spessore culturale e umano, è il primo vero problema da affrontare. Di antifascisti come Bersani gli antifascisti reali non solo non sanno che farsene. Ma soprattutto vedono il pericolo nero del fascismo liberista delle procedure, dei protocolli, dei trattati di cui il Pd è spontaneo portatore.

21/02/2012

Tangentopoli: vent'anni di menzogne

Sono passati vent’anni da Mani Pulite eppure la cronaca giudiziaria riesce ad avere ancora la meglio sull’analisi storica dei fatti accaduti e mai pienamente chiariti. Ma la storia raccontata dai giudici non è tutta la storia di quel periodo caotico e devastante che spazzò via un’intera classe dirigente, dall’oggi al domani. I protagonisti, magistrati inquirenti e giudicanti di quella fase, tra lacrime finte e ammiccamenti alla pubblica opinione, sono tutti intervenuti sui giornali per proseguire nella mistificazione della realtà con i loro raccontini moralistici su corruzione e ruberie che divennero intollerabili ed esondarono dai confini della legalità soltanto in quel preciso momento epocale, laddove quegli stessi togati avevano chiuso gli occhi per decenni sugli abusi dei partiti essendo tutti legati a qualche santo politico al quale dovevano la loro brillante carriera.

Il pool di Milano ed i suoi antichi membri cercano ancora di oscurare la verità di una operazione internazionale che si servì della magistratura, la cui insincerità e doppiezza morale diviene più intollerabile man mano che vengono a galla retroscena sconcertanti, per curvare il destino di una nazione che stava perdendo il suo status di bastione avanzato contro il comunismo dell’est.

Tangentopoli nasce proprio in questo clima di riassestamento geopolitico seguito alla caduta dell’URSS che imponeva una modifica degli assetti interni di quegli Stati, come l’Italia ma non solo, i quali, fino a quegli eventi, avevano fatto da cuscinetto e da piazzeforti collocate in prima linea a protezione dell’Occidente, per necessità degli Usa. L’unico non unitosi al coro delle esaltazioni alla caduta del Muro di Berlino fu Giulio Andreotti il quale, evidentemente, intuì subito che quella sarebbe stata la rovina della DC e degli equilibri europei e mondiali emersi dopo la 2 guerra mondiale, i quali contemplavano la DC al centro dell’arco costituzionale italiano in funzione anticomunista. Ma osserviamoli da vicino questi insigni uomini del pool di Milano, dal principale simbolo Antonio Di Pietro ai vari Davigo, D’Ambrosio, Colombo, Borrelli ecc. ecc.

Di Pietro ebbe una carriera in magistratura davvero folgorante, da ex poliziotto un po’ 007 (si cerca ancora di capire la natura dei suoi viaggi non autorizzati alle Seychelles alle calcagna del faccendiere Francesco Pazienza ricercato dall’intelligence di mezzo mondo ( www.ilgiornale.it ) alle frequentazioni, anche da PM, delle barbe finte come attesta la famosa foto che lo ritrae insieme a Bruno Contrada (il quale sarà arrestato qualche giorno dopo il banchetto di cui si parla) ed altri soggetti della CIA ( www.corriere.it ). Tonino da Montenero di Bisaccia prende la laurea “breve” in giurisprudenza in meno di tre anni ( www.ilgiornale.it), un fulmine del diritto che dà esami difficili a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro (1). Non ci sarebbe nulla di sospetto se non fosse che Tonino litiga con l’italiano come un ragazzo delle elementari. Poi riesce ad entrare in magistratura nonostante la Commissione esaminatrice inizialmente lo escluda.

Come racconta il Presidente della stessa, il giudice Carnevale, Di Pietro fu fatto passare per motivi diversi dalla preparazione richiesta ad un futuro magistrato: «Avevo letto il curriculum di Antonio Di Pietro: era stato emigrante, si era arrabattato molto, questo mi indusse a essere clemente. Se devo pentirmi di tutto, come pretendono molti, mi pento anche di aver fatto promuovere Di Pietro. Nei concorsi per magistrati non bisognerebbe tenere conto di considerazioni pietistiche. In base all’esame però non avrebbe meritato il voto minimo che gli abbiamo attribuito…». La verità è però un’altra, qualcuno di piuttosto influente suggerì a Carnevale e agli altri componenti della Commissione di essere buoni col contadino in cerca di fortuna e di farlo “come un favore che non si può rifiutare”. I verbali della pessima prova di Tonino furono pertanto stracciati e sostituiti con altri favorevoli al candidato (leggete le dichiarazioni dei chiamati in causa: qui ).

Dunque, Il Pubblico Ministero più giusto e irreprensibile d’Italia inizia la professione con una bella spintarella. Poi c’è Gerardo D’ambrosio il cui nome è tristemente legato alla storia dell’anarchico Giuseppe Pinelli, “suicidato” il 15 dicembre ’69, da una finestra della questura di Milano. Pinelli era stato accusato della strage di Piazza Fontana in seguito ad una montatura che aveva spinto la polizia a seguire la pista dei circoli sovversivi di estrema sinistra. Pinelli però da quella Questura, dove lo stavano interrogando, uscirà soltanto morto, dopo un salto dal 4° Piano. Successivamente vi fu una inchiesta ed un processo che terminò nel 1975. Il giudice asseverò la versione secondo cui Pinelli, sotto stress per gli interrogatori subiti, “si sarebbe sentito male e, invece di accasciarsi al suolo, avrebbe spiccato un “involontario balzo” fuori dalla finestra (???)” ( www.comedonchisciotte.org).

Il famigerato “malore attivo” attribuito all’anarchico milanese fu una bella trovata, indovinate di chi? Ma di Gerardo D’Ambrosio of course, il quale adesso sostiene che il pool non fece mai politica. Peccato che il succitato venga immediatamente smentito da un’altra sua collega all’interno dell’equipe milanese, Tiziana Parenti, presto allontanata dalla squadra dei vendicatori della legge per aver osato indagare sulle tangenti del PCI. Fu proprio D’Ambrosio a suggerirle di considerare un “vagone staccato” quello degli illeciti a sinistra, ma in sostanza non si voleva toccare quella parte politica per ragioni ancora tutte da sceverare. Infatti, dopo quella breve parentesi nessuno andò più a fondo in tale direzione ( rassegna.camera.it ). Ma D’Ambrosio non s’immischia di politica e difende il ruolo imparziale della magistratura, e poco vale se, con Saverio Borrelli, si ritrovò a firmare l’appello per la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico.

Quanto a Gherardo Colombo forse è l’uomo che sapeva meglio degli altri le finalità di tangentopoli. Quest’ultimo dirà al suo omologo Misiani che la competenza di Milano sulle inchieste non era una questione giuridica. E se non era una questione giuridica di che natura era allora questa competenza? Forse politica?

Infine, Camillo Davigo che ora piange per una corruzione anche più vasta di prima e che sente sprecato il suo lavoro di ripulitura della società italiana dal ladrocinio pubblico e privato. E’ così risentito Davigo che ironizza su coloro i quali hanno in mano molti elementi per adombrare l’ipotesi del complotto internazionale che lui definisce pura stravaganza. Sarà, ma se un magistrato come lui sostiene che tali episodi di corruzione non erano risaputi dimostra esclusivamente due cose incontrovertibili: o che i giudici non sapevano fare il loro lavoro oppure, molto più semplicemente, che fingessero di non vedere così tanti reati per non inimicarsi una classe dirigente non ancora indebolita dagli avvenimenti mondiali. Ma non appena quest’ultima si è ritrovata nel vortice di una vertenzialità geopolitica che le voltava le spalle, costoro, irreprensibili tutori della legge quando conviene, le hanno dato il colpo di grazia. Non vorrà mica Davigo darci a bere la favoletta secondo cui “Né i miei colleghi né io, pur avendo la percezione che i reati di concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti politici e false comunicazioni sociali fossero ben più numerosi di quanto risultava dalle statistiche giudiziarie, immaginavamo le dimensioni dell’illegalità, quali emersero dalle indagini” ( www.ilquotidianoweb.it ). E come mai Mani Pulite improvvisamente si arrestò sul più bello, proprio mentre era giunto il momento di fare chiarezza sulle compartecipazioni oscure del PCI al potere consociativo, cosa che gli permetteva di entrare a piene mani nelle logiche spartitorie di quei tempi.

Noi invece pensiamo che non si era voluto coinvolgere il Partito Comunista, ormai non più tale dopo la svolta della Bolognina, per non far saltare l’intero sistema e questo, probabilmente, su consiglio degli stessi soggetti o gruppi che avevano dato il via libera ai magistrati per sferrare l’attacco alle basi dello Stato italiano. Tutti gli elementi qui elencati rafforzano la nostra convinzione circa l’esistenza di un’altra versione dei fatti che condussero a Mani Pulite. La chiameremo la versione Formica, sia perché questa sta emergendo lentamente da dietro la cortina fumogena delle versione ufficiale, sia in quanto la esplicita senza tentennamenti uno degli attori principali di quella stagione, l’ex ministro socialista Rino Formica ( rassegna.camera.it).

Costui parla di un vero colpo di Stato organizzato dalla CIA e dall’FBI in Italia subito dopo “Berlino ’89". Dice Formica: “L’intreccio tra politica, affari e partiti durava da cinquant’anni ma la questione morale diventa questione politica quando cambia la storia: fino al 1989 Italia e Germania avevano presidiato la frontiera ma con la caduta del Muro si comincia a temere per la stabilità dell’Italia”. In questa situazione i servizi segreti americani decidono che è il momento di liberarsi di gente troppo compromessa con assetti di potere ormai superati dagli eventi. Dopo mezzo secolo di cecità assoluta la magistratura riacquista improvvisamente la vista, ma Davigo ed i suoi colleghi non erano a conoscenza di tutto ciò perché probabilmente lui e gli altri vivevano su un pianeta dorato dove regnavano da sempre ordine, disciplina e bendaggi gratis per tutti i togati.

La smetta dunque di prenderci in giro e di lamentarsi dell’attuale putrefazione nazionale, perché questo è il premio ricevuto dagli italiani per aver creduto alle frottole giudiziarie di chi, volendo mondare i peccati della politica, si è liberto della seconda lasciandoci in eredità i primi quadruplicati. Ora siamo messi molto peggio di allora. Ai tempi della DC e del PSI, seppur sporche, avevamo ancora le mani per maneggiare il nostro destino.

Mani pulite ci ha segato le braccia e le gambe riducendoci ad una provincia oscura dell’impero senza più speranze. E’ dagli anni novanta che privati degli organi prensili offriamo il sedere al mondo affinché tutti, ma proprio tutti, possano prenderci a pedate sul di dietro. Bella rivoluzione del piffero!

Fonte.

Un'interpretazione davvero interessate di quegli anni, se ne potrebbe dibattere per ore e a buon senso concludere che la narrazione ufficiale, come in molti altri casi, non torna.

22/09/2011

La polemica.

Quando mancano le capacità di replica due sono le strade percorribili: il silenzio e la polemica.
La classe dirigente italiana è egualmente abile in entrambe le discipline, in buona sostanza perché non ha mai un cazzo di valido e produttivo da dire alla gente.
Viste le condizioni generali (manca giusto che ci frani la terra sotto i piedi poi il quadro sarà completo) quella del silenzio è una strategia non più produttiva per soffocare le voci del dissenso proveniente dal basso, domina quindi la polemica più o meno chiassosa che sia.
E' il caso di questi ultimi giorni, in cui, nella bolgia delle ennesime intercettazioni indecorose con protagonista Berlusconi, è tornata a far parlare di se la TAV della Val di Susa, a seguito dell'incontro che Fazio ha tenuto nella sua trasmissione con Luca Mercalli. Il meteorologo, dissertando di clima e riscaldamento globale parla per 60 secondi di TAV e il giorno dopo parte la caciara politica, PD in  prima fila, che deve avere le mani ben in pasta in quest'affare da 20 miliardi di euro per brandire nei confronti di Fazio le medesime invettive che fino alla scorsa stagione il PDL scaricava sui Santoro o Floris di turno.
Ennesima dimostrazione che la sinistra, in Italia, non è più tale da almeno 20 anni.

Chetatasi la questione TAV, lo scontro verbale s'è inasprito con l'approssimarsi del voto sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Milanese, il pupillo di Tremonti indagato nell'ennesima inchiesta di corruzione. Il più "estremo" sulla faccenda è stato Di Pietro che in un video messaggio ha esortato il Presidente del Consiglio a dimettersi al fine di sfrondare le tensioni sociali che montano nel Paese "prima che ci scappi il morto". L'aspra condanna in merito all'infausto presagio evocato dal segretario dell'IDV non sì è fatta attendere, anche questa volta prima di tutti è arrivato il PD.
Personalmente non credo che la moderazione dei toni sia stata invocata e imposta solo per salvaguardare la coesione nazionale, ma anche e soprattutto perché la classe dirigente (Di Pietro compreso)  ha sentore che il morto potrebbe scappare proprio tra le sue fila piuttosto che tra quelle dei "soliti" pezzenti.

Della serie "paura eh?"