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mercoledì 23 aprile 2014

Ucraina: Kiev ordina l'attacco, Mosca minaccia l'intervento militare

La tregua raggiunta nell’ambito dell’accordo della scorsa settimana a Ginevra era già stata più volte violata proprio dalla giunta di Kiev e dai neonazisti di Pravyi Sektor, ma oggi è stato il presidente ad interim dell’Ucraina a darla definitivamente per morta, annunciando la ripresa di quella che viene ipocritamente definita ‘l’operazione antiterrorista’ contro i separatisti che nelle regioni orientali, armi alla mano, si sono impossessati di fatto del potere disconoscendo quello delle autorità centrali.

A giustificazione di una decisione presa in realtà durante la visita a Kiev del vicepresidente statunitense Joe Biden il capo del parlamento ucraino ha citato il ritrovamento, nei pressi della località di Slaviansk, dei cadaveri di due persone “selvaggiamente torturate”. Uno di questi sarebbe un consigliere comunale di Górlovka, Vladímir Ribak, aderente al partito nazionalista al governo Patria (Batkivschina, lo stesso di Turchinov e di Yulia Timoshenko) che era sparito ieri dopo esser stato prelevato dai “terroristi”, cioè da miliziani agli ordini delle autorità parallele separatiste. “I terroristi hanno praticamente sequestrato tutta la regione del Donetsk e adesso si dedicano a torturare e ad assassinare i patrioti ucraini” ha tuonato Turchinov, secondo il quale tali crimini vengono compiuti “con il pieno appoggio e la connivenza della Federazione Russa”. Il presidente ad interim ha accusato le milizie popolari delle regioni orientali di violare sistematicamente gli accordi di Ginevra dopo aver occupato un commissariato a Kramatorsk e aver arrestato il locale capo della polizia. Inoltre il Ministero della Difesa di Kiev ha denunciato sul suo sito ufficiale che “un aereo militare Antonov-30 ucraino è stato colpito da diversi proiettili mentre compiva un volo di osservazione a Sloviansk”. Il velivolo avrebbe comunque fatto ritorno alla base senza conseguenze.

Da parte loro i governi locali creati dalle comunità russofone dell’est dell’Ucraina hanno chiesto a Putin di inviare truppe russe per difendere le repubbliche separatiste dall’assalto delle milizie neonaziste e delle forze di sicurezza agli ordini di Kiev. Il “governatore popolare” di Donetsk, Pavel Gubarev, ha proposto la creazione di uno Stato Federale che includa i vari territori dell’Ucraina meridionale e orientale abitanti da russi e russofoni, naturalmente indipendente da Kiev, mentre rimangono fissati per il prossimo 11 maggio i referendum autonomisti nel Donbass e a Lugansk. Già pronto anche il nome per la nuova entità statale che dovrebbe chiamarsi Novorossiya, mutuando il termine usato durante l’Impero Zarista per denominare i territori dell’Ucraina orientale. E che dovrebbe integrare nell’Unione Doganale e nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva capitanati da Mosca e rientrando all’interno dello spazio militare russo. Ma naturalmente i nazionalisti ucraini considerano farneticazioni quelle espresse da Gubarev, che lo scorso 7 marzo è stato arrestato per alcuni giorni dalle forze di sicurezza e condannato a due mesi di carcere.

Intanto, dopo le dichiarazioni belluine dei governanti di Kiev e il viaggio di Biden in Ucraina, il ministro degli Esteri Russo Sergej Lavrov ha per la prima volta esplicitamente avvisato oggi che Mosca potrebbe, nel caso in cui gli interessi russi siano apertamente minacciati in Ucraina, intervenire militarmente così come avvenne nel 2008 in Georgia. “Ogni attacco contro cittadini russi è da considerarsi un attacco contro la Federazione Russa” ha tuonato Lavrov, che ha accusato gli Stati Uniti di teleguidare il governo ucraino e di aver ispirato il riavvio delle operazioni militari di Kiev contro le comunità russofone. “Non c’è alcuna ragione per non credere che gli americani non stiano conducendo lo show” ha affermato il leader russo riferendosi alle recenti visite nel paese conteso del direttore della Cia John Brennon e poi del vice di Obama Biden. "L'Ucraina - ha detto Lavrov - è solo una manifestazione della riluttanza degli americani a cedere nella lotta geopolitica. Gli americani non sono pronti ad ammettere che non possono gestire la situazione in ogni parte del mondo solo da Washington".

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