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mercoledì 30 aprile 2014

Polizia di Stato. Europeo

C'è chi si sorprende perché Renzi, Alfano e il capo della polizia Pansa condannano duramente l'ovazione con cui i poliziotti del Sap hanno accolto tre dei quattro “colleghi” che avevano ucciso Federico Aldrovandi. Ma come? Con una faccia organizzano la “tonnara” del 12 aprile o gli sgomberi durissimi di molte occupazioni (non solo abitative) e con un'altra stigmatizzano l'esaltazione della violenza omicida di alcuni poliziotti?

Non c'è contraddizione. Chi si stupisce non ha ancora compreso la “novità” rappresentata dal governo Renzi come terminale fedele dell'Unione Europea.

Sappiamo per lunga esperienza diretta quanto i governi di questo paese – in linea generale democristiani, anche quando ci sono stati ministri dell'interno “ex comunisti”, come Giorgio Napolitano – abbiano sempre mediato con l'anima fascista delle “forze dell'ordine”; quella certificata fin dal primo dopoguerra, quando gli ex partigiani furono “licenziati” e Guido Leto, regista dell'Ovra fascista, “riabilitato” come direttore tecnico delle scuole di polizia nell'Italia repubblicana. Una mediazione tra la fedeltà a governanti visti con qualche sospetto in quanto “democratici” e la tolleranza verso “eccessi” di violenza esibiti da singoli poliziotti o da interi reparti (la Celere non è mai cambiata, da Scelba in poi). Tolleranza che si è tradotta sempre in impunità totale, sia sul piano giudiziario che delle carriere.

Sul versante militare si tratta della stessa mediazione stabilita con pezzi di blocco sociale “reazionario” sul piano politico e improduttivo su quello economico (clientele, appalti, criminalità organizzata, ecc), indispensabile per creare consenso sociale al tempo del mondo diviso in due. Un blocco sociale rimasto intatto anche quando – dopo il crollo del Muro – era diventato palesemente un costo inutile.

Sappiamo che Berlusconi e gli ex fascisti di An hanno capitalizzato e tutelato questi interessi, e naturalmente anche quelli di “forze dell'ordine” refrattarie a far proprie le regole di comportamento di un paese liberale. La presenza di La Russa e Gasparri al congresso del Sap, nonché all'applauso per gli assassini di Aldrovandi, non è una coincidenza sfortunata.

Ma oggi comanda l'Unione Europea. C'è un nuovo ordine, con altre regole. È un ordine che ha problemi enormi di consenso sociale a causa della crisi e che deve quindi disporre della “forza” necessaria a reprimere ogni manifestazione conflittuale.

Contemporaneamente, però, questa “forza” deve dismettere ogni comportamento “spontaneo” o “eccedente”, che può solo mettere in imbarazzo un ordine che deve descriversi come “democratico” nel mentre scardina gli istituti della democrazia parlamentare e rappresentativa.

Anche le varie polizie italiane, insomma, devono “diventare europee”.

Non mancano, nell'Unione Europea, modelli di riferimento più “presentabili”. Dai bobbies inglesi ai flic francesi possono arrivare esempi di durezza repressiva senza pari, ma anche senza sbavature “individuali”. E quindi – dicono all'unisono il capo del governo e quello della polizia – basta con i poliziotti che ammazzano disgraziati a casaccio, poveri cristi che “danno in escandescenze” per qualcuno dei tanti problemi che colpiscono un'umanità senza più prospettive e speranze, ma che non hanno mai rappresentato un problema per l'ordine. Solo poliziotti capaci di garantire l'autocontrollo potranno “legittimamente” reprimere le manifestazioni di conflitto sociale.

Solo una polizia (e una magistratura) attenta alle regole formali può ambire a sostituire “la politica” nella relazione con i problemi sociali. Come si va sperimentando in queste settimane a Roma.

Questo era andato a dire Pansa ieri mattina al congresso del Sap. “Nuove regole d'ingaggio”, decise dall'alto, centralizzate, unitarie su tutto il territorio, contro nemici individuati e segnalati. Basta camminare sugli “zaini” umani quando ti viene in testa, sì alle “tonnare” e alle mazzate. Ma nella misura e nelle forme decise in sede governativa.

Una “ripresa di controllo” della polizia che – hanno subito dopo dimostrato dirigenti e iscritti al Sap – sembra incontrare più di una resistenza.

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