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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2017

Caso Aldrovandi: amnistia amministrativa per i poliziotti. Una storia vergognosa

Il giorno 3 febbraio 2017 è stato riconosciuto l’indulto amministrativo verso i quattro poliziotti che uccisero Federico Aldrovandi. Lo sconto sulla pena dei quattro agenti, era stato richiesto precedentemente da Eugenio Pini, avvocati difensore di Monica Segatto.

Ma facciamo un breve passo indietro nell’omicidio di Federico Aldrovandi. Molti, sicuramente i più, conosceranno la storia di quel giovane ragazzo che il giorno 25 settembre 2005 alle 5 del mattino, tornando a casa dopo una serata al Link di Bologna, incontrò in via Ippodromo di Ferrara quattro agenti delle forze dell’ordine: Paolo Forlani, Monica Segatto , Enzo Pontani e Luca Pollastri.

Luca Pollastri e Enzo Pontani, Alfa 3, furono i primi ad arrivare in via Ippodromo ed a iniziare la colluttazione col giovane Federico. Paolo Forlani e Monica Segatto, Alfa 2, furono il rinforzo, richiesto dalla prima pattuglia in via Ippodromo.

Federico, come ricorda suo papà, Lino Giuliano Aldrovandi, durante la giornata “ Sulle note di Federico”, ne uscì con 54 lesioni in tutto il corpo, alcune devastanti nella parte anatomica genitale maschile e alla rottura del suo cuore per una forte compressione o per un forte colpo. Compressione o colpo derivanti dall’abuso su lui esercitato quella mattina, dai quattro agenti. I bulbi dei suoi capelli furono ritrovati all’interno del suo cappuccio e due manganelli della polizia furono ritrovati rotti .

All’inizio del suo caso, il silenzio echeggiò non solamente sulla stampa locale, ma pure sulla legge e sulla questura, non si aveva altro che silenzio. Fu grazie al blog, aperto dalla madre di Federico, che portò luce, anche di diversi programmi televisivi, sulla morte di Federico. Nei primi momenti la stampa locale parlò di un drogato, pericoloso a se stesso e agli altri, mentre la legge giocava a nascondino con il silenzio. Il silenzio contava, la legge si nascondeva. Ma le voci girano in fretta e Ferrara è una città piccola, dove si fa presto a capire .

Federico, nonostante la minima sostanza da lui assunta, come confermato dalle analisi e dall’autopsia, non poteva avere nessun tipo di alterazione e nessun tipo di violenza verso il prossimo. Era semplicemente seduto su una panchina . Federico era nel posto sbagliato nel momento sbagliato? Oppure erano nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, in vesti sbagliate quattro “persone” che hanno determinato la fine per un ragazzo di 18 anni?

Verso la sua giovane vita sono state fatte accuse spietate, condanne e sentenze “era un drogato, fatti suoi … i genitori imparino a tenerlo a casa”, dicevano. Ma poi è emersa un’altra verità “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso non so, è mezzo morto…”. Ma di questo non se ne parlava.

La colluttazione durò mezz’ora, quaranta minuti. Federico, fra tutte quelle botte che piovevano , una dietro l’altra era ovviamente solo e cercava aiuto. Lo cercava urlando e opponendo tutta la sua forza per proteggere la sua vita. “Basta, non respiro, basta!”. Il suo basta si alzava ad alta voce in quella via. E in quella via c’è chi scelse di girarsi nel piumone, chi scelse di vedere e poi testimoniare , e infine c’è chi scelse di accusare quella giovane vita. Perché si sa, omertà e paura vanno molto a braccetto.

Le telefonate, da parte degli agenti verso i soccorsi, partirono alle 06.04 (quando Federico già dava segni di incoscienza) e le ambulanze arrivarono alle 06.15 e alle 06.18. Numerosi furono i tentativi di rianimazione ma purtroppo, nonostante le manovre di soccorso, la vita di Federico si era fermata in quella via con ” le mani ammanettate dietro la schiena, prono riverso a terra”, come dichiarato da chi era in servizio sulle ambulanze. Non fu mai utilizzato dagli agenti il defibrillatore automatico in dotazione, perché come da loro affermato il ragazzo non dava segni di sofferenza.

Lunghi processi, accuse, querele, depistaggi ed omertà rendono la storia di Federico Aldrovandi una fine spietata, crudele e piena di violenza. Una violenza non voluta da chi, quella sera, decise di farsi un percorso a piedi, rientrando a casa con le sua amatissima musica. Ma bensì una fine dettata da chi invece quella notte svolgeva un ruolo, armato, di servizio pubblico. Di ordine pubblico, non di morte.

Dalle telefonate , e dalle registrazioni fatte quella mattina fra Questura e pattuglie sul posto, emergono strane conversazioni: “Dite che era solo e che è morto da solo”. Oppure, durante le mille telefonate dei suoi genitori per sentire Federico che ancora non era rientrato si scopre che il telefono del loro figlio, era stato lasciato sotto gli occhi di tutti gli agenti che erano in via Ippodromo.

Un telefono che squilla con due voci: mamma e Lino. Alla scritta mamma nessuno rispose, al nome Lino invece sì e, come emerge dai rintracciati, fu chiaro il no autoritario dettato da alcuni agenti “No! Il padre no!”.

Solamente molte ore dopo la morte di Federico, i genitori vengono informati che Federico, non c’era più. Federico era rimasto steso, sotto un lenzuolo bianco, fino alle 12 pomeridiane. Sul luogo venne chiamata anche la Digos ed in servizio vi era un caro amico della famiglia Aldrovandi. Amico che riconobbe subito Federico come figlio di Lino Aldrovandi. Ma questo Federico già lo aveva detto quella notte, mentre urlava: “Mi chiamo Federico!”. Enessun poliziotto che causò la sua morte si fermò, nemmeno difronte al suo nome. Si giustificarono per questo: “Pensavamo non fosse italiano”. Come se questo potesse portare alla morte di un ragazzo, italiano o non.

Le lunghe sentenze portano ai quattro poliziotti, pene di tre anni e otto mesi. Che poi furono ridotte, attraverso l’indulto e mai scontate in maniera definitiva. Nel luglio del 2013 la corte di appello chiese per “danno erariale e danno di immagine” 467.000 euro a ogni poliziotto che quella mattina incontrò la giovane vita di Federico. Ma queste sentenze furono diminuite drasticamente , tanto che ad oggi i poliziotti devono pagare solamente i 128 euro di giudizio. 128 euro . Ecco che cosa rimane di quei 18 anni che invece volevano vivere.

Pestaggi e depistaggi , manganelli rotti , omertà, dolore e una vita spezzata che invece doveva vivere . Oggi la giustizia ha dato il permesso ad abusi di questo tipo ma a tutti quelli che si perpetuano nel nostro presente e che sono anche quelli di Carlo, Stefano, Marcello, Giuseppe, Franco e così via. Un presente e una vita che doveva esser vissuta da tutti quei ragazzi, figli, persone come noi. In Italia stiamo lottando per ottenere il reato di tortura, ma nel frattempo ci soffermiamo di fronte a queste sentenze, difronte a questi articoli e difronte a queste accuse .

Federico era un ragazzo e come tutti i ragazzi doveva viversi la sua vita. La sua vita doveva esser vissuta e non doveva esser strappata via da quattro a-persone. Perché tolta la divisa rimangono persone (almeno dovrebbero) , Come ci ricorda l’avvocato difensore della famiglia Aldrovandi

“Se una persona sta male si chiama un’ambulanza, non un rinforzo. Un rinforzo, rinforza con la forza“.

Federico in ogni caso era seduto su quella panchina, senza far del male a nessuno. E purtroppo ce ne sono troppi di questi casi. Giustamente, ci interroghiamo su una mala polizia. Ma semplicemente dobbiamo interrogarci sul perché fattori del genere avvengono, sul perché la legge fatica a rendere giustizia all’ingiustizia subita. Dobbiamo interrogarci e lottare affinchè questi abomini siano strappati dalle nostre vie e dai nostri corpi, perché Federico alla fine siamo tutti noi. L’ingiustizia verso uno è l’ingiustizia verso tutti, ma l’unica giustizia possibile è di render possibile un cambiamento radicale e totale, condannando questi atti, pretendendo nuove leggi e pene severe per questi omicidi. Questo per formulare, nel concreto, quella bellissima frase: “Mai più”. Ma per far sì che sia mai più bisogna lottare affinché non ci siano più possibilità di farlo avvenire , e affinché quello che di disumano è avvenuto.. possa solamente portare silenzio, nei confronti di così tanto dolore.

Purtroppo ci ritroviamo difronte non solamente ad una malapolizia, ma ad una malalegge e ad una malapolitica, una malaItalia, che deve esser cambiata radicalmente.

Porteremo avanti il nome di chi ha subito questi abusi, difendendolo da chi ha sottratto loro la gioia più bella: poter vivere.

Link: I poliziotti che uccisero Aldrovandi beneficiati dalla Finanziaria

Link: “E’ stato morto un ragazzo”. Il docufilm su Federico Aldrovandi




25 settembre 2005,una serata tranquilla, ci siamo divertiti…

Insomma, il concerto è stato annullato, io mi sono bevuto due birre, ho assunto qualcosina ma la serata non è un gran che. Sono qui con i miei amici.. e questo già la rende perfetta. Insomma sì la serata è andata bene. Adesso però mi sono preso un momento per me, l’introspezione sai com’è …io la amo.

Sono qui, seduto su questa panchina, gli alberi mi sembrano un soffitto. Un soffitto che mi protegge. Vedo tante luci e disconnessione intorno a me . Vedo luci e forme bellissime, io sono felice. Stavo camminando per tornare a casa ma poi questa panchina mi ha chiamato. insomma è la mia panchina. Mi siedo qui e penso, penso ad un mondo che voglio

Cos’è quella?

Quella luce sembra meno illusoria rispetto le altre, è vera e qualcuno viene verso me. E’ vera. E’ troppo vera, per questo mi rifugio nel mio mondo. Perché la realtà di oggi ammazza.

Ma cosa vogliono ora?.

“Sì, sono qui seduto…”

“Come ti chiami?”

“Federico“

“Documenti?”

“Li ho lasciati a casa…”

E poi non ricordo bene, giù botte, io ve lo giuro. Ho provato a difendermi con tutto me stesso. Ma loro erano in quattro, e io ero solo. Tante persone abitano nelle case intorno a me, molti hanno sicuramente paura.

La paura ammazza, già da vivi. Ma nessuno che si alza e corre a difendermi…

Io sono solo…

Io sono Federico, e ve lo ripeto insieme al mio “basta!“ Io, sono Federico…e i morti siete voi.

Io, invece, mi chiamo Irene, non sono una giornalista, sono una foto reporter, generalmente fotografo e basta. Con leggi, numeri e soldi non mi oriento molto bene. Non sono bravissima a scrivere articoli, diciamo che mi perdo nello scrivere pensieri.

E il mio pensiero va a chi è stato privato ancora una volta di poter vivere per colpa di qualcuno che, autorizzato, ha potuto abusare della sua posizione così tanto fino ad uccidere giovani vite.

La storia di Federico Aldrovandi è una delle tante storie italiane piene di menzogne e omertà, ma noi siamo qui che con tutte le nostre forme urliamo e pretendiamo solo una cosa: verità e giustizia.

Sarò sempre a fianco della famiglia Aldrovandi, come a fianco di tutte quelle altre famiglie che sono state private ingiustamente, da dinamiche di potere e di abuso di divisa, dei propri padri, figli, fratelli, dei propri amici.

Aldro vive.

Inviato a Senza Soste da Irene Carmassi
4 febbraio 2017


Fonte

27/09/2015

Aldrovandi. L'omicidio dieci anni dopo

Sono passati dieci anni da quella maledetta mattina in cui quattro individui in divisa hanno deciso di togliere a suon di botte la vita ad un ragazzo appena diventato maggiorenne. Questi individui in divisa, dopo aver scontato una parte della pena di tre anni e sei mesi in carcere (la maggior parte dei quali indultati), sono di nuovo in servizio.
Perché ricordare tutto questo? Perché a dieci anni da una morte così insensata e crudele, interrogarsi su cosa sia cambiato e su cosa, chi si batte per arrivare ad avere verità e giustizia nei casi di malapolizia, abbia ottenuto?
Principalmente, perché ogni minimo passo, per quanto infinitesimo o simbolico possa essere, è un passo in avanti per i diritti individuali e collettivi, è un passo avanti per la tutela dei singoli contro gli abusi dello stato e del suo lato più violento, il braccio repressivo.

La vicenda di Federico ha aperto un vulnus nel precedente generale senso di impotenza e accettazione passiva di questi casi. I casi Cucchi, Uva, Magherini, Scaroni, Gugliotta, hanno avuto una forte rilevanza mediatica anche grazie al martirio di Federico e della sua famiglia. È grazie ad una tenacia e ad una costanza mai venute meno nel pretendere verità e giustizia per un figlio strappato in modo infame alla vita che molte altre persone, molte altre situazioni simili, sono emerse dall'oblio in cui altrimenti sarebbero potute rimanere relegate per sempre.

Il coraggio che ha avuto la famiglia Aldrovandi nel denunciare, nel non fermarsi alla versione preconfezionata fornita dalla questura, nel disvelare quella cappa di omertà, di depistaggi dettati da un corporativismo fascista che da sempre permea le forze dell’ordine e che rende nei fatti intoccabili e spesso impunibili i loro membri, ha dato una svolta a questi casi e a proposte riguardanti la democratizzazione e la “normalizzazione” delle FdO che erano impensabili solamente fino a pochi anni fa.

Come dimenticare quanto successe a Genova nel 2001 e quel che ne seguì? Il muro mediatico eretto a difesa dell’operato delle forze dell’ordine fu enorme e vergognoso. E così avvenne per ogni successivo caso di malapolizia.
E quindi chiunque subisca abusi, chiunque venga selvaggiamente pestato durante un banale controllo, chiunque muoia in carcere o in una stanza di una qualsiasi questura italiana, diventa improvvisamente un personaggio borderline: uno spostato, un alcolizzato, un tossico. E quel che è peggio è che anche le loro famiglie vengono messe sotto processo. Quello che hanno dovuto passare le famiglie di Carlo, Federico, Stefano, Giuseppe, Riccardo, e di decine di altri è inimmaginabile per chi non l’ha subito. E questo solo per voler legittimamente pretendere che lo stato, quello stato che dovrebbe essere al servizio dei cittadini, faccia giustizia.

Quanto è emerso dalla due giorni organizzata a Ferrara per celebrare il decennale della morte di Federico Aldrovandi apre molti spunti, talvolta con esiti contraddittori. Indubbiamente molto si è costruito in questi anni, grazie e attorno alla tenacia di queste famiglie. La nascita di associazioni come ACAD non può che aiutare a porre le basi perché questi episodi divengano sempre più rari e le condanne agli abusi di polizia sempre più frequenti ed incisive.
Ma, allo stesso tempo, è evidente quanta strada ci sia ancora da fare e quanti ostacoli, quante difficoltà si debbano superare.

È innegabile che ancora oggi, l’omertà e i depistaggi, per non parlare delle minacce contro chi ha il coraggio di denunciare e di uscire allo scoperto, costituiscano la normalità. E questo va di pari passo con l’impunibilità degli abusi commessi dalle forze dell’ordine.

Basta vedere quanto in questi anni la repressione si accanisca su militanti ed attivisti sociali e politici; pensiamo ai processi contro i No Tav, alle vessazioni e alle provocazioni che quotidianamente subiscono singoli attivisti, al trattamento riservato loro nelle carceri o agli infami provvedimenti come i fogli di via e i divieti/obblighi di dimora, misure figlie dell’epoca fascista che spesso costringono militanti e attivisti politici e sociali ad allontanarsi dalle loro famiglie, dalle loro città, dai loro affetti.

Se vogliamo arrivare ad una democratizzazione e ad una normalizzazione delle FdO, occorre aprire un discorso a 360° che si batta su più fronti: da una parte è necessario far emergere questi casi individuali e creare reti grazie alle quali possano emergere non solo le colpe dei singoli ma anche le storture del sistema nel suo complesso, dalle omertà ai depistaggi, alle minacce personali, alle campagne diffamatorie a mezzo stampa. Dall’altra è altresì fondamentale che ci si continui a battere e pretendere che l’Italia introduca nel proprio ordinamento il reato di tortura (cosa che viene sistematicamente rimandata dal 1988) e che le forze dell’ordine dispongano di numeri identificativi su caschi e divise.

Di tutto questo si è parlato nella due giorni in ricordo di Federico Aldrovandi, una due giorni non retorica o celebrativa, ma propositiva e dinamica, che ha saputo marcare il punto su quanto è stato fatto e su quanto sia ancora da fare per fare in modo che nessuna famiglia debba mai più piangere un figlio, un fratello, un padre a causa dell'intervento di presunti servitori dello stato.

Fonte

26/09/2015

Aldrovandi 10 anni dopo. E' stato morto un ragazzo

Federico Aldrovandi è stato ucciso il 25 settembre del 2005.
Il modo migliore per ricordarlo ci sembra il documentario che ricostruisce la sua ignobile uccisione da parte di quattro poliziotti che sono rimasti in divisa nonostante la condanna definitiva. Ovviamente molto lieve...


17/09/2015

Su Contropiano Patrizia Aldrovandi accusò il Coisp di stalking. Il gip: “legittima difesa”

Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, non diffamò affatto il segretario nazionale del Coisp – minuscolo ma aggressivo sindacato di estrema destra della Polizia – definendolo uno “stalker”.

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ferrara, Silvia Marini, ha infatti deciso di archiviare la querela per diffamazione presentata nel luglio dello scorso anno da Franco Maccari nei confronti di Patrizia Moretti dopo che in un’intervista concessa a Contropiano la donna aveva definito il “sindacalista” “uno stalker” e “un vero torturatore morale”. “Non scendo a indagare le motivazioni dei suoi assurdi comportamenti. Penso sia un vero torturatore morale, che non ha mai avuto scrupoli nei confronti della mia famiglia. Com’è possibile che una persona così rappresenti qualcuno di onesto? Forse rappresenta le persone come lui” aveva affermato Moretti rispondendo a una domanda di Adriano Chiarelli.

Secondo la Gip, Patrizia Moretti, pur essendosi lasciata andare a una definizione “potenzialmente diffamatoria”, ha solo esercitato il proprio diritto di critica e di opinione. Nelle motivazioni della decisione Marini ricorda come la diffusione a mezzo stampa di una opinione “potenzialmente diffamatoria” non sia da considerare diffamazione “quando la notizia sia vera, si connoti di pubblico interesse e di continenza formale, non trasmodando la comunicazione in attacchi personali”. E non si può certo negare che il Coisp e in particolare il suo portavoce non si siano dedicati negli ultimi anni, anima e corpo, ad una insistente campagna fatta di continue dichiarazioni, iniziative e atti giudiziari miranti a contrastare la richiesta di verità e giustizia proveniente dalla madre della vittima dei poliziotti condannati nel 2009 per l’omicidio del ragazzo. Tutti – ed anche il gip Marini, che lo cita esplicitamente nelle motivazioni – ricordano il provocatorio presidio organizzato nel marzo del 2013 proprio dal Coisp in solidarietà con i quattro agenti ritenuti colpevoli del delitto, organizzato addirittura sotto le finestre dell’ufficio del comune di Ferrara dove la donna lavora, provocazione alla quale Patrizia Moretti rispose con dignità e fermezza esponendo la foto del corpo martoriato di suo figlio a poca distanza dal capannello di sindacalisti guidati proprio da Maccari.

Ma lo stalking nei confronti della donna da parte di certi ambienti reazionari interni alla Polizia continuò tanto da convincere Patrizia Moretti, proprio dopo l’intervista concessa a Contropiano e alla querela per diffamazione depositata dal Coisp, ad annunciare la chiusura del suo account su Facebook: “Ho chiuso l’account perché tutto è già stato detto. Le sentenze sono definitive. Chi vuol capire ha capito. Agli altri addio. Io torno ad essere mamma privata” scrisse la donna nella pagina del social media dedicata al ragazzo morto nel 2005 a Ferrara in conseguenza delle percosse ricevute dagli agenti che lo avevano fermato.

Molto male fecero alla famiglia Aldrovandi le dichiarazioni di Maccari che accusò Patrizia Moretti di “trincerarsi dietro il dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide”, di “spargere veleno a profusione sul Coisp”, di “sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle” e di combattere una campagna contro le forze dell’ordine di tipo politico.

Al termine di indagini che hanno portato a “conclusione irrilevanti”, nel valutare la richiesta di condanna per diffamazione spiccata nei confronti della madre di Federico Aldrovandi, il giudice ha quindi ritenuto al contrario la donna “oggetto di attacchi indirizzati alla sua persona e non espressi nell’esercizio della critica sindacale” e quindi non passibile di querela “pur utilizzando nel suo intervento espressioni e toni forti, ma rispettosi del limite della continenza, perché non volgari, né gratuiti, né contenenti attacchi personali”. Le espressioni potenzialmente diffamatorie si inquadrano quindi come “reazione difensiva del soggetto ingiustamente attaccato”. Secondo il gip – che accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Stefano Longhi – il sindacato Coisp “non si limitava alla contestazione dei provvedimenti della magistratura di sorveglianza in relazione ai quali alcuni dei condannati erano stati condotti in carcere ovvero alla decisione della Corte dei Conti sulla riscossione del risarcimento in favore delle parti civili direttamente dai condannati, ma coinvolgeva, attaccandola direttamente, la madre di Federico, che veniva accusata ‘di trincerarsi dietro il dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide’, ‘di spargere veleno a profusione sul Coisp’, di ‘sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle’, di combattere una campagna politica contro la Polizia […], nonché offendendo la memoria del figlio definito ‘drogofilo‘”.

Fra una settimana, il 25 settembre, si svolgeranno a Ferrara manifestazioni e celebrazioni in occasione del decimo anniversario dell’omicidio. Sarà il caso che a stringersi attorno a Patrizia Moretti e a tutte le altre vittime di malapolizia presenti all’appuntamento ci sia una folla numerosa e determinata.

Fonte

07/07/2014

Il Coisp querela Patrizia Moretti per un’intervista a Contropiano

Franco Maccari querela Patrizia Moretti. Il segretario generale del Coisp – il sindacato di polizia degli applausi agli assassini di Federico Aldrovandi, solo per citare l’episodio che li ha resi noti alle cronache mainstream – ha deciso di denunciare per diffamazione la mamma di Federico. E’ soltanto l’ultimo atto di una lunga serie di querele annunciate e depositate. Il motivo? Un’intervista che Patrizia ha rilasciato ad Adriano Chiarelli per Contropiano.org. Lei aveva definito Maccari «uno stalker», lui l’ha presa male. D’altra parte va detto che, lo scorso mese di settembre, la donna aveva denunciato il sindacalista proprio per stalking.

La sigla sindacale della polizia ha deciso così di contrattaccare: «Nonostante le ripetute gravissime offese, le sue continue strumentalizzazioni di ogni nostro gesto e l’atteggiamento altamente aggressivo ed intimidatorio che ha sempre tenuto verso un’organizzazione sindacale che ha sempre correttamente svolto la propria attività, e contro di me in particolare, che in tempi non sospetti ho cercato persino un dialogo e un incontro con lei venendo puntualmente schifato!», così parlò Franco Maccari.

E ancora: «Abbiamo sempre espresso il nostro rispetto per lei, precisando che ci correva e ci corre l’obbligo di intervenire sulle questioni di principio, come certamente è il fatto che non ci si può e non ci si deve accanire contro chi svolgendo il nostro difficile lavoro, in condizioni proibitive e senza i mezzi e gli strumenti adeguati, può incappare in situazioni di ogni genere, comprese le tragedie come quella capitata al giovane Federico Aldrovandi». Quelle di Patrizia Moretti, per Maccari, sono «ingiustificate, gratuite e immotivate cattiverie». Le parole, non le botte che hanno ammazzato Federico. Patrizia, dal canto suo, ha deciso di abbandonare Facebook, teatro degli scontri e non luogo in cui ogni parola diventa peccato capitale: «Ho chiuso l’account perché tutto è già stato detto. Le sentenze sono definitive. Chi vuol capire ha capito. Agli altri addio. Io torno ad essere mamma privata. Federico adesso ha moltissime voci che ringrazio una per una. L’Associazione prosegue sulla strada di Federico e su questa pagina. Ciao». La dignità non si querela.

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03/07/2014

La Corte dei Conti chiede due milioni agli agenti che uccisero Aldrovandi

La Corte dei Conti colpisce ancora. In un paese in cui le inchieste sui sempre più numerosi e gravi casi di ‘malapolizia’ durano anni e quasi mai approdano ad una condanna dei responsabili, la magistratura contabile sembra l’unica in grado di fare un po’ di ‘giustizia’.
Dopo i cinque tra dirigenti e agenti della Digos che durante il G8 di Genova del 2001 pestarono e minacciarono un adolescente colpevole di manifestare contro i grandi della terra – ai quali la Corte dei Conti ha chiesto un risarcimento di 1 milione e 120 mila euro – ieri è stata la volta dei quattro poliziotti condannati per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi subire le attenzioni della magistratura contabile. La cui sezione emiliano-romagnola ha disposto il sequestro in via conservativa dei beni di Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri ed Enzo Pontani, autori dell’intervento che nel settembre del 2005 costò la vita al giovane ferrarese. Secondo la Corte dei Conti i quattro agenti di polizia – che dopo la condanna hanno comunque ripreso regolarmente servizio tornando ad indossare la loro divisa – sono accusati di un danno erariale di quasi due milioni di euro. Cioè il risarcimento che dopo la condanna in primo grado del luglio del 2009 il Ministero degli Interni offrì alla famiglia della vittima a titolo di risarcimento e che ora la Corte dei Conti è intenzionata a chiedere agli agenti. Che, in vista della decisione finale della magistratura contabile – l'udienza di comparizione davanti alla Sezione giurisdizionale della Corte dei Conti per l'Emilia Romagna è fissata per il 9 luglio – si sono visti notificare da alcuni loro colleghi della Guardia di Finanza un provvedimento di blocco del quinto dello stipendio, dei loro beni immobili.

Una piccola ma importante soddisfazione per la famiglia del giovanissimo Federico Aldrovandi, reduce da anni di battaglie legali, manifestazioni, appelli e contro la quale le forze dell’ordine e una parte del mondo politico hanno da subito messo in campo una campagna di minacce e di querele nel tentativo di impedire che la loro sua battaglia di verità e giustizia andasse a buon fine. Anche in questi giorni, proprio quando Patrizia Moretti ha saputo del provvedimento cautelare emesso nei confronti degli assassini del figlio, la madre di Federico è in attesa dell’udienza del processo per diffamazione da lei intentato contro Paolo Forlani che nel 2012 la insultò pesantemente su Facebook. “È la vera giustizia che cammina, che va avanti, fa i suoi passi e mette a poco a poco a posto le cose” commenta Patrizia Moretti anche a proposito della analoga decisione adottata nei confronti dei 5 agenti della Digos liguri. Una linea definita da lei corretta “perché quanto fatto da queste persone rappresenta un danno enorme al corpo cui appartengono, ben al di là di un semplice danno di immagine. Alla fine anche i poliziotti vengono messi di fronte alle loro responsabilità. E questo è semplicemente giusto”.

Così come i loro colleghi del Sap avevano denunciato la richiesta di risarcimento nei confronti dei cinque agenti condannati per le violenze durante la contestazione al G8 di Genova del 2001, i sindacalisti del Coisp hanno subito ululato appena arrivata la notizia delle misure contro i loro eroi.
“Tutto il senso del dovere e di responsabilità non riuscirà ad attenuare il senso di smarrimento e desolazione che da oggi accompagnerà in maniera ancora più pressante ciascuno delle migliaia di poliziotti che ogni giorno è chiamato a svolgere il proprio lavoro per i cittadini” ha tuonato Franco Maccari, segretario generale della sigla sindacale di estrema destra che ha espresso il “grave rammarico per la totale opera di distruzione delle vite dei colleghi coinvolti nei fatti di Ferrara, capri espiatori della pressante necessità di mostrare che l’onore della divisa si difende lapidando chi la porta, pur se egli incorre in mera colpa”. Secondo Maccari i quattro colleghi “Hanno pagato tutto e anche molto di più. Hanno subito punizioni che sono andate oltre quanto previsto dalla stessa legge. Hanno pagato con la vita personale, familiare, lavorativa. Hanno speso tutto il poco che avevano – e che non arriverà mai, è bene chiarirlo, alle cifre pretese – senza riuscire a garantirsi la tutela che spetta a tutti i cittadini comuni, e senza che valessero per loro le garanzie e la pietà che si riservano, oggigiorno, persino ai più brutali criminali”. “Questo strano Paese – conclude il leader del Coisp –, che riserva cattedre all’università, poltrone pubbliche e colonne per editoriali sui giornali agli ex terroristi, continua a perseguitarli spingendoli pericolosamente verso l’orlo di un baratro da cui non poter più fare ritorno. Forse questo gioverà alla sete di vendetta di alcuni, forse gioverà all’immagine politica di altri, forse gioverà al mantenimento dell’indirizzo impresso da sempre a questo caso dalle campagne mediatiche. Ma non gioverà mai alla motivazione ed alla dedizione necessarie per svolgere un lavoro che nessuno, è bene dirlo lasciando da parte l’ipocrisia, riuscirà mai più a fare come dovrebbe in un clima di criminalizzazione completamente fuori misura, ben sapendo che sbagliare si può perché siamo umani, ma per questo nostro sistema chi porta la divisa umano non è”.

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05/06/2014

Omicidio Aldrovandi: una condanna (minima) e una prescrizione per gli agenti che depistarono

Un passo avanti e due indietro oggi nell’inchiesta sull’uccisione del giovanissimo Federico Aldrovandi ucciso a Ferrara da quattro poliziotti nel corso di un fermo all’alba del 25 settembre del 2005.

All’esame della Corte di Cassazione due agenti accusati di aver depistato le indagini sui quattro colleghi responsabili dell’accaduto e poi condannati a 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo.
La Suprema Corte ha annullato oggi, in quanto caduta in prescrizione, la condanna a 10 mesi di reclusione per favoreggiamento e omissione di atti di ufficio inflitti all’agente di polizia Marcello Bulgarelli, accusato, come addetto alla centrale del 113 la mattina del 25 settembre 2005, di aver interrotto su richiesta di un collega la registrazione in cui questi gli aveva raccontato la dinamica reale dei fatti.

La VI Sezione Penale della Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna a 8 mesi per l’altro poliziotto imputato, Marco Pirani, dichiarando “inammissibile per tardività” il ricorso presentato dalla difesa dell’ispettore  di polizia giudiziaria in servizio alla Procura di Ferrara durante le indagini tra 2005 e 2006, contro la condanna emessa dalla Corte d’Appello di Bologna il 9 luglio 2012. A Pirani era contestato di non aver inserito nel fascicolo del Pm il registro delle telefonate arrivate al 113 quando Aldovrandi morì in seguito al pestaggio in strada.

Di fatto, paradossalmente, anche se la Cassazione ha riconosciuto che sulle indagini depistaggi e inquinamenti delle prove ci furono, nessuno dei due agenti ritenuti responsabili farà un solo giorno di carcere e tantomeno perderà la sua divisa, andando a fare compagnia ai quattro colleghi pure riconosciuti colpevoli della morte di Federico Aldrovandi e che tanto si prodigarono di difendere.
Patrizia Moretti, la mamma del ragazzo ucciso e tra le principali animatrici della battaglia per la verità e la giustizia per le vittime di ‘malapolizia’, non ha potuto che esprimere la propria “Grandissima delusione”. “Purtroppo i tempi della giustizia sono lesivi per la giustizia stessa – ha detto all’agenzia Adnkronos la madre di Federico – La giustizia è la vera vittima della prescrizione, che arriva dopo anni di lavoro per i tribunali oltre che per le persone coinvolte che si sono spese per far emergere la verità. Tuttavia il resto è confermato”, aggiunge. La madre di Federico esclude di rivolgersi anche alla giustizia europea. “Io volevo che si conoscesse la verità e direi che ormai si sa bene cosa è accaduto. Di tribunali ne ho abbastanza”.

Fonte

09/05/2014

L’oro del sindacato di polizia

Il segretario provinciale del Sap di Ferrara si chiama Luca di nome e Caprini di cognome. Ieri si è fatto largo tra le cronache italiane per un gesto che voleva essere, nelle sue intenzioni, molto forte: la riconsegna della medaglia di bronzo al valore civile e del titolo di cavaliere della Repubblica a Giorgio Napolitano. La lettera con cui il sindacalista in divisa ha mandato indietro il tutto è eloquente: «Io sono tra quelli che hanno applaudito – riferito all’episodio che ha visto protagonisti gli assassini di Federico Aldrovandi, la settimana scorsa, durante l’assemblea del sindacato a Rimini –, l’applauso nulla aveva a che vedere con quanto a loro contestato e, se così fosse, sarei giustamente da considerare un essere dall’animo mostruoso e di nessun onore. A lei valutare se io sia ancora degno di appuntare queste onorificenze sul mio petto». In Italia, più o meno dall’alba dei tempi, funziona così: uno ci prova, se poi le cose si mettono male, esce fuori la storia dell’equivoco. Da notare che nessuno si è prodigato a fare tanti distinguo con Genny ‘a carogna e la sua maglietta «Speziale libero»: anche lì si parla di una sentenza, non del fatto in sé. E se qualcuno si fosse preso la briga di dare un’occhiata alle sentenze, si renderebbe conto che i dubbi sulla colpevolezza del ragazzo sono parecchi.

La differenza tra le due situazioni è tuttavia sostanziale: Speziale è in galera, chi è stato condannato per l’omicidio di Aldrovandi no. E qui viene fuori un altro punto centrale dell’italico costume: il mitico «due pesi e due misure». Nel paese in cui gli ex terroristi neri sono tutti vittime di errori giudiziari e gli ex brigatisti non possono parlare in pubblico anche se si sono fatti trent’anni dietro le sbarre, dove per gli amici si è garantisti a oltranza e per i nemici si insapona la corda, appare lecita una domanda: non è che i perseguitati sono i nostri ragazzi che prestano servizio in polizia o tra i carabinieri?  La risposta è un altro topos antropologico di questo paese: nel dubbio, “la si butta in caciara”.

Se la nostra richiesta al signor Caprini è di dare indietro la divisa e magari di tenersi il pezzo di latta in una bacheca dentro casa, non possiamo che fare anche una piccola notazione sul valore, di queste medaglie: ma se il bronzo va a chi accoglie dei colleghi assassini con un applauso, l’argento a chi spetterebbe? E l’oro?

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06/05/2014

Omicidio Aldrovandi, giornalisti sul banco degli imputati

Paolo Boldrini e Daniele Prediare della Nuova Ferrara accusati di aver diffamato il pm Guerra. Chiesto anche un risarcimento da un milione e mezzo di euro.

Il caso Aldrovandi va avanti anche in tribunale. A Mantova si ritroveranno sul banco degli imputati due giornalisti: Paolo Boldrini e Daniele Prediare, rispettivamente ex direttore e cronista della Nuova Ferrara. L’accusa? Diffamazione nei confronti della pm Maria Emanuela Guerra, che seguì le fasi iniziali dell’inchiesta sulla morte del giovane Federico. Prediari avrebbe utilizzato «termini impropri» e Boldrini non avrebbe sorvegliato da buon direttore responsabile. Il processo avrà luogo a Mantova perché lì la Nuova Ferrara ha la tipografia e la geografia giudiziaria, su casi del genere, quello guarda, non l’indirizzo della redazione.

I fatti riguardano due articoli pubblicati nel febbraio del 2010, questo per quanto riguarda la parte penale. Ma c’è anche una questione di giurisprudenza civile, nel mezzo: il quotidiano ferrarese è stato anche citato per danni, con una richiesta di risarcimento di un milione e mezzo di euro. Una cifra che metterebbe in ginocchio qualsiasi prodotto editoriale. Patrizia Moretti, madre di Federico, non esitò a dire che «Nella tragedia che ha sconvolto la nostra famiglia, i giornalisti finiti sul banco degli imputati hanno avuto un ruolo fondamentale per far emergere la verità. La società dovrebbe ringraziare i cronisti che hanno avuto il coraggio di andare avanti tra mille ostacoli, creati anche da uomini dello Stato che hanno abusato del loro potere. Io e la mia famiglia abbiamo raccolto i frutti del loro impegno civile, quando i responsabili sono stati condannati». Spiegarlo a un pm, evidentemente, è tempo perso. Per capire bene la dinamica dei fatti, però, bisogna tornare al clima che per anni si è respirato a Ferrara, dopo l’omicidio Aldrovandi. Inizialmente, infatti, tutta la stampa mainstream si era schierata con gli investigatori e con la loro versione ufficiale, poi seccamente smentita da tre gradi di giudizio. Soltanto con il trascorrere del tempo – e con il prezioso lavoro di colleghi come Checchino Antonini di Liberazione, su tutti – la verità comunemente accettata ha cominciato a scricchiolare: non si era trattato di un incidente, Federico non andava sbattendo da solo contro pali della luce e oggetti vari. Era stato pestato, il ragazzo, riempito di botte fino a che il suo cuore ha smesso di battere. Tutto questo, però, nel processo che vede coinvolti i due giornalisti della Nuova Ferrara, non conta. Conta invece l’orgoglio ferito di una pm. La stessa che disse a Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi che «Io so sempre dov’è mio figlio». Risposta sbagliata: la fedina penale del di lei pargolo non è immacolata, in realtà, per una condanna in primo grado scaturita dall’inchiesta «Bad Boys» sullo spaccio di droga ai minorenni. Niente di particolare, a dirla tutta: si trattò di un’operazione colossale per un piccolo giro di hascisc. Ad ogni buon conto, vogliamo sperare che la dottoressa Guerra non sapesse dove fosse suo figlio, in certi momenti.

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30/04/2014

Polizia di Stato. Europeo

C'è chi si sorprende perché Renzi, Alfano e il capo della polizia Pansa condannano duramente l'ovazione con cui i poliziotti del Sap hanno accolto tre dei quattro “colleghi” che avevano ucciso Federico Aldrovandi. Ma come? Con una faccia organizzano la “tonnara” del 12 aprile o gli sgomberi durissimi di molte occupazioni (non solo abitative) e con un'altra stigmatizzano l'esaltazione della violenza omicida di alcuni poliziotti?

Non c'è contraddizione. Chi si stupisce non ha ancora compreso la “novità” rappresentata dal governo Renzi come terminale fedele dell'Unione Europea.

Sappiamo per lunga esperienza diretta quanto i governi di questo paese – in linea generale democristiani, anche quando ci sono stati ministri dell'interno “ex comunisti”, come Giorgio Napolitano – abbiano sempre mediato con l'anima fascista delle “forze dell'ordine”; quella certificata fin dal primo dopoguerra, quando gli ex partigiani furono “licenziati” e Guido Leto, regista dell'Ovra fascista, “riabilitato” come direttore tecnico delle scuole di polizia nell'Italia repubblicana. Una mediazione tra la fedeltà a governanti visti con qualche sospetto in quanto “democratici” e la tolleranza verso “eccessi” di violenza esibiti da singoli poliziotti o da interi reparti (la Celere non è mai cambiata, da Scelba in poi). Tolleranza che si è tradotta sempre in impunità totale, sia sul piano giudiziario che delle carriere.

Sul versante militare si tratta della stessa mediazione stabilita con pezzi di blocco sociale “reazionario” sul piano politico e improduttivo su quello economico (clientele, appalti, criminalità organizzata, ecc), indispensabile per creare consenso sociale al tempo del mondo diviso in due. Un blocco sociale rimasto intatto anche quando – dopo il crollo del Muro – era diventato palesemente un costo inutile.

Sappiamo che Berlusconi e gli ex fascisti di An hanno capitalizzato e tutelato questi interessi, e naturalmente anche quelli di “forze dell'ordine” refrattarie a far proprie le regole di comportamento di un paese liberale. La presenza di La Russa e Gasparri al congresso del Sap, nonché all'applauso per gli assassini di Aldrovandi, non è una coincidenza sfortunata.

Ma oggi comanda l'Unione Europea. C'è un nuovo ordine, con altre regole. È un ordine che ha problemi enormi di consenso sociale a causa della crisi e che deve quindi disporre della “forza” necessaria a reprimere ogni manifestazione conflittuale.

Contemporaneamente, però, questa “forza” deve dismettere ogni comportamento “spontaneo” o “eccedente”, che può solo mettere in imbarazzo un ordine che deve descriversi come “democratico” nel mentre scardina gli istituti della democrazia parlamentare e rappresentativa.

Anche le varie polizie italiane, insomma, devono “diventare europee”.

Non mancano, nell'Unione Europea, modelli di riferimento più “presentabili”. Dai bobbies inglesi ai flic francesi possono arrivare esempi di durezza repressiva senza pari, ma anche senza sbavature “individuali”. E quindi – dicono all'unisono il capo del governo e quello della polizia – basta con i poliziotti che ammazzano disgraziati a casaccio, poveri cristi che “danno in escandescenze” per qualcuno dei tanti problemi che colpiscono un'umanità senza più prospettive e speranze, ma che non hanno mai rappresentato un problema per l'ordine. Solo poliziotti capaci di garantire l'autocontrollo potranno “legittimamente” reprimere le manifestazioni di conflitto sociale.

Solo una polizia (e una magistratura) attenta alle regole formali può ambire a sostituire “la politica” nella relazione con i problemi sociali. Come si va sperimentando in queste settimane a Roma.

Questo era andato a dire Pansa ieri mattina al congresso del Sap. “Nuove regole d'ingaggio”, decise dall'alto, centralizzate, unitarie su tutto il territorio, contro nemici individuati e segnalati. Basta camminare sugli “zaini” umani quando ti viene in testa, sì alle “tonnare” e alle mazzate. Ma nella misura e nelle forme decise in sede governativa.

Una “ripresa di controllo” della polizia che – hanno subito dopo dimostrato dirigenti e iscritti al Sap – sembra incontrare più di una resistenza.

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17/02/2014

Ferrara, migliaia con Patrizia: “togliete le divise agli assassini di mio figlio”


Patrizia Moretti il suo compleanno, lo sta passando in piazza a Ferrara, attorniata e circondata dall’affetto, dalla solidarietà e dalla complicità di migliaia di persone.

Alcuni di coloro che oggi pomeriggio si sono stretti attorno alla mamma di Federico Aldrovandi sono anche loro vittime o parenti di vittime di ‘malapolizia’, arrivati da tutta Italia per testimoniare che Patrizia non è solo nella sua battaglia contro l’omertà all’interno degli apparati dello stato. Quell’omertà e quell’impunità che permettono che oggi, dopo aver scontato solo sei mesi di carcere, i quattro agenti condannati per la morte di suo figlio possano indossare di nuovo la loro divisa e tornare nelle strade a rappresentare lo stato.

Alla manifestazione, in prima fila dietro lo striscione di apertura, ci sono come sempre Lucia Uva, Domenica Ferulli, Ilaria Cucchi, ma anche Arnaldo Cestaro, vicentino che durante il G8 di Genova si trovava all'interno della scuola Diaz. La polizia, in quell’irruzione forsennata del luglio del 2001, gli ruppe un braccio e varie costole.

Quando hanno scoperto l’ennesimo colpo di spugna, l’ennesimo affronto nei confronti del loro dolore e del diritto dei cittadini alla verità e alla giustizia, Patrizia e Lino, assieme alla vasta rete di sostegno che si è creata da quando loro figlio morì per le percosse la notte del 25 settembre 2005, hanno deciso di tornare in piazza. Oggi alle 15 via Ippodromo, il luogo scelto per il concentramento perché lì Federico fu intercettato e ucciso mentre tornava a casa, era già strapiena di gente. Il corteo si è mosso poco dopo, diretto verso la Prefettura. Con un messaggio semplice per le istituzioni: “via la divisa”. No al reintegro di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri all’interno della Polizia di Stato, come se nulla fosse accaduto, come se lo Stato reputasse una marachella, un banale incidente di percorso da dimenticare, da accantonare la morte di un ragazzo diciottenne, ‘colpevole’ di essere incappato in un controllo di polizia nel posto sbagliato e nel momento sbagliato.

Nei giorni scorsi – lo ha detto il ministero degli Interni rispondendo a un’interrogazione dei deputati Vittorio Ferraresi e Paolo Bernini (5 Stelle) – Forlani, Segatto, Pontani e Pollastri sono rientrati in servizio nelle loro nuove sedi: alla dogana di Tarvisio, all’aeroporto di Venezia e alle questure di Venezia e Vicenza.
Poco importa se i quattro agenti saranno mandati in altre città a ‘garantire l’ordine pubblico’ e non a Ferrara, il segnale che lo Stato manda ai propri cittadini e alle proprie forze dell’ordine è comunque sbagliato, ha spiegato in queste ore Patrizia Moretti nelle interviste pubblicate o andate in onda in queste ore. Perché il ragazzo fu ucciso da chi dovrebbe avere il compito istituzionale di proteggere i cittadini, non di picchiarli e ucciderli. E anche perché – il che viene spesso dimenticato quando si parla di questa vicenda - i quattro responsabili dell’omicidio di Federico, potendo contare sulla complicità dei propri colleghi e addirittura dei propri superiori, hanno cercato in tutti i modi di sottrarsi alle proprie responsabilità, con veri e propri atti di depistaggio dell’inchiesta. E' per questo che oggi a Ferrara a migliaia hanno manifestato, con determinazione, per chiedere la destituzione di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri.

«Il reintegro nella Polizia dei quattro agenti che hanno ucciso mio figlio è molto triste e deludente. Non è in linea con la giustizia e nemmeno con la morale. Ma ancora una volta non siamo soli. Abbiamo avuto sollecitazioni da tanta gente, ci hanno spinti da tutta Italia a batterci perché questa storia non finisca in una bolla di sapone, e tutto torni come prima» ha detto Patrizia. A nove anni di distanza dalla morte di suo figlio costretta ancora una volta a difendere con le unghie e con i denti verità e giustizia, nonostante due processi e varie condanne.

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09/10/2013

Omicidio Aldrovandi: il Coisp querela tutti

Le oltre 70 denunce presentate nei mesi scorsi contro giornalisti, esponenti politici e attivisti vari non avevano esaurito la lista nera del sindacato di polizia Coisp, che ora annuncia altre querele. Nel mirino ancora coloro che, da vari punti di vista, avrebbero criticato la sigla sindacale o semplicemente informato circa le sue attività in merito alle campagne di solidarietà realizzate nei confronti degli agenti di polizia condannati in via definitiva perché riconosciuti colpevoli dell’omicidio colposo del giovane ferrarese Federico Aldrovandi.

Tutto era cominciato lo scorso 27 marzo, quando poche decine di aderenti alla piccola sigla e alcuni esponenti politici della destra manifestarono in piazza Savonarola a Ferrara, a pochi metri dagli uffici comunali dove lavora la madre della vittima, Patrizia Moretti, dietro uno striscione che recitava “La legge non è uguale per tutti. I poliziotti in carcere, i criminali a casa. Solidarietà, amicizia, speranza, affetto per Luca, Paolo, Monica, Enzo” (i nomi dei quattro agenti condannati, ndr).

In moltissimi, e in maniera trasversale, criticarono aspramente la decisione del Coisp di manifestare in quelle modalità e con quelle parole d’ordine, ed alcuni scrissero e dissero che consideravano l’iniziativa una vera e propria provocazione. In reazione alla quale qualche giorno dopo migliaia di persone scesero in piazza Savonarola per stringersi attorno a Patrizia Moretti e agli altri familiari di Federico. Contro il Coisp si espressero addirittura la ministra Anna Maria Cancellieri e l’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro, oltre che vari esponenti del centrodestra.

Ma alla sigla sindacale dei poliziotti le critiche proprio non vanno giù, ed ora il segretario Maccari annuncia una sfilza di querele nei confronti di tutti coloro che “hanno diffuso notizie fasulle e strumentali” sul suo conto, “un vero festival della menzogna”. “Dopo il diluvio di bugie e falsità che si è scatenato nel ‘dopo Ferrara’ è purtroppo ancora lunga la strada da percorrere per avere verità, ma la pazienza e la tenacia non ci mancano e non ci fermeremo” attacca Franco Maccari.

Nel mirino ci è finito addirittura Renato Brunetta, che all’indomani del sit in definì “indegna” la manifestazione del Coisp, aggiungendo che “un sindacato di polizia non dovrebbe mai permettersi simili violenze, ma dovrebbe in ogni momento rappresentare le forze dell’ordine e le istituzioni del nostro Paese”. Esprimendo solidarietà alla madre di Federico Aldrovandi, Brunetta la descrisse come “vittima di una doppia tragedia: la morte del figlio e l’attacco vergognoso e strumentale di coloro che dovrebbero pensare solo a garantire l’ordine pubblico”.

In compagnia di Brunetta – loro malgrado – secondo quanto rende nota la stampa ci saranno anche il capogruppo del Pd Emilia Romagna Marco Monari, Giuliano Giuliani (il padre di Carlo Giuliani, ucciso durante il g8 di Genova nel 2001), la redazione dell’emittente bolognese Radiocittafujiko, Stefano Anastasia, i giornalisti Adriano Chiarelli (autore di Malapolizia e collaboratore di Contropiano), Liana Milella (Repubblica), Giorgio Salvetti (Il Manifesto), Cinzia Sciuto (Micromega).

“Nelle dichiarazioni che abbiamo evidenziato alla competente autorità – spiega ancora Maccari – abbiamo letto parole che mettono i brividi, per l’incredibile violenza che esse rappresentano considerata la falsità di ciò che asseriscono, per via della loro strumentalità, perché manifestano la chiara intenzione di zittirci e di danneggiarci pesantemente solo perché osiamo chiedere che la legge sia uguale per tutti, e che i poliziotti non vengano sempre considerati al di sotto di essa, che non vengano considerati dei mostri da dare in pasto all’odio generale e da flagellare ben al di là di quanto meritano secondo la legge stessa”.

A noi sembra che il Coisp, nell'impossibilità di poter convincere l’opinione pubblica della giustezza della sue tesi – cioè che i poliziotti vengono sempre trattati peggio dei normali cittadini – ricorra alle querele per cercare di tappare la bocca alle redazioni o ai singoli giornalisti ogni qualvolta si azzardano a dar conto in maniera critica delle attività del sindacato di polizia.

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30/07/2013

Liberi gli assassini di Aldrovandi. Il Coisp: “bentornati”

Per Paolo Forlani e Luca Pollastri, gli unici due tra i quattro poliziotti finiti in carcere perché ritenuti colpevoli dell’omicidio, il 25 settembre del 2005 a Ferrara, del diciottenne Federico Aldrovandi durante un controllo di polizia, il fine pena scatterà domani e dopodomani.

Dopo un lungo e tortuoso processo, e vari tentativi di depistaggio delle indagini da parte anche di loro colleghi, furono condannati a 3 anni e 6 mesi per eccesso colposo nell'omicidio colposo del ragazzo. I due agenti stavano scontando, loro in carcere mentre gli altri due colleghi Monica Segatto ed Enzo Pontani ai domiciliari, i sei mesi di pena residua dopo l'applicazione dello scontro di pena e dell’indulto di tre anni. Dunque dopo le pratiche di rito, con le notifiche dell'ordine di scarcerazione, per il fine pena, usciranno dal carcere dell'Arginone Luca Pollastri (domani) e Paolo Forlani (martedì). Monica Segatto è da tempo agli arresti domiciliari (anche per lei comunque scatterà il fine pena in questi giorni) mentre per Pontani, la cui condanna esecutiva e la conseguente carcerazione scattò quasi un mese dopo gli altri per un cavillo tecnico, la libertà arriverà comunque a fine agosto. Inizialmente tutti e quattro gli agenti erano stati mandati in carcere per decisione del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che ha respinto la richiesta dei loro difensori di concedergli misure alternative. Più tardi però, per due di loro, ci hanno pensato i Tribunali di Sorveglianza di Padova e Milano a concedere i domiciliari in applicazione delle norme del cosiddetto ''svuota-carceri''

Con il fine pena si esaurisce la fase penale (processi, condanne e pene) del caso Aldrovandi, mentre restano ancora da applicare le sanzioni amministrative decise dal ministero degli Interni con il provvedimento disciplinare a carico dei quattro agenti, che prevedeva la sospensione di sei mesi dal servizio. Per i quattro agenti è ancora pendente il giudizio davanti alla Corte dei Conti dell'Emilia-Romagna, poiché la procura regionale della magistratura contabile contesta ai quattro poliziotti un'ipotesi di danno patrimoniale per il risarcimento che il ministero dell'Interno ha pagato ai familiari del giovane ferrarese: una cifra che si avvicina ai due milioni di euro motivata dai danni materiali e di immagine che vi sarebbero stati per la polizia e l'istituzione.

Non si è fatta attendere l’entusiastica reazione al fine pena da parte del sindacato di estrema destra della polizia, il Coisp, che ha sempre sostenuto i quattro agenti condannati per la morte del giovane Aldrovandi. ''Domani sarà un giorno speciale. Non solo perché finalmente torneranno completamente liberi i colleghi travolti dalla drammatica vicenda di Federico Aldrovandi, ma anche perché registreremo il primo caso in Italia di condannati per mera colpa che scontano fino all'ultimo secondo della loro pena non in libertà. Finalmente la storia ha trovato qualcuno a cui far sentire tutta la severità della legge che diventa spietatezza… quando si deve rispondere all'onda emotiva che si leva dalla piazza ed alla voglia di vendetta di qualcuno che evidentemente conta più degli altri''. Questo è stato ciò che è riuscito a scrivere Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, in questi giorni.

''Rimane e rimarrà sempre, come monito per tutti gli altri appartenenti alle Forze dell'Ordine, il trattamento da criminali incalliti riservato ai colleghi'', aggiunge Maccari, ''gli unici entrati in carcere in Italia per scontare una condanna subita per una contestazione colposa negli ultimi 40 anni''. Maccari stigmatizza il trattamento subito dagli agenti ''a fronte di indegne concessioni di agevolazioni e trattamenti benevoli quando non di favore a criminali veri'' mettendo l'accento sulle ''storture di un sistema che sembra governato dai media invece che dalle leggi, un sistema in cui il boss dei boss Provenzano può lasciare il carcere duro (anche se le sue condizioni non cambieranno di fatto perché resterà semplicemente affidato alle cure mediche come già è) perché non ce ne sarebbero più i presupposti, ma quattro Poliziotti possono essere tenuti in carcere anche se non ce ne sono i presupposti''.

Insomma per Maccari e il Coisp la tragedia non è che un ragazzo di diciotto anni sia stato ammazzato di botte senza che ve ne fosse motivo, ma che gli assassini siano stati condannati a scontare nientemeno che sei mesi – sei mesi! – di carcere. E neanche tutti e quattro, ma due soltanto. Davvero un bel modo di concepire la giustizia…

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