Un ragazzo di trent’anni, Roman Horoberts, di origine ucraina, si è ucciso in cella qualche giorno fa, poche ore dopo essere stato arrestato. Perché era finito in cella? Per una crisi nervosa che aveva avuto davanti a una macchina che distribuisce il caffè, nell’atrio di una palestra di Ferrara. Aveva colpito la macchina a pugni, furioso perché gli si era rovesciato addosso un bicchierino di caffè. Qualcuno ha chiamato la polizia e lo hanno arrestato. Il questore dice che si erano accorti che era molto agitato. Allora, perché in cella e non all’ospedale? Si è impiccato alle sbarre verso le 6 della mattina. E’ il ventisettesimo suicidio quest’anno. Uno ogni settimana. Una macelleria.
Se fosse stato portato in ospedale, forse non si sarebbe tolto la vita. Giallo sul suicidio del 30enne ucraino che si è impiccato il 17 luglio scorso nel carcere di Ferrara. Spunta la testimonianza indiretta pubblicata su Facebook, della presidente di Circomassimo e Arcigay Ferrara, Manuela Macario. È operatrice e socia di una cooperativa specializzata in progetti di formazione e inserimento al lavoro dedicati a persone in condizione di svantaggio sociale, con problemi di salute mentale o di tossicodipendenza. Conosce, quindi, molto bene il disagio psichico e sa come ci si debba comportare.
Macario, 45 anni, fa una denuncia forte: «Alcuni presenti (in palestra al momento dell’intervento della polizia, ndr) raccontano di aver visto picchiare il ragazzo e fare anche il segno della vittoria portandolo via. Ancora una volta nessuno è disposto a testimoniare». Secondo la polizia che era intervenuta, il ragazzo sarebbe andato in escandescenze picchiando la macchinetta del caffè situata nella palestra. L’hanno, infatti, tratto in arresto con l’accusa di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e minacce aggravate.
Manuela Macario frequenta una palestra di via Reggiani, McFit, dove Roman Horoberts – il ragazzo suicidato –, domenica mattina, si è rovesciato un caffè addosso e poi ha scatenato la sua rabbia contro la macchinetta distributrice dicendo che il caffè era “troppo caldo” e sollevando le preoccupazioni dei responsabili dell’impianto sportivo, che poi hanno chiamato le forze dell’ordine. «Sono iscritta da poco – ha raccontato Manuela Macario al giornale locale “La Nuova Ferrara” – e al momento dei fatti non ero in palestra». Secondo il racconto fatto dai testimoni e raccolto dalla polizia, Horoberts è andato in escandescenze verso la tarda mattinata di domenica. Gli agenti sono arrivati in palestra qualche minuto dopo la telefonata da parte dei responsabili. «Delle botte sono state 2-3 persone a parlare. Ma riporto cose che mi sono state riferite, voglio che sia chiaro», prosegue Manuela Macario.
Il questore, Antonio Sbordone, si dice stupito delle affermazioni contenute nel post di Manuela Macario. «Quel giovane ha ribadito – è stato portato in questura e appariva effettivamente agitato. In questura è rimasto circa un’ora, non aveva segni di percosse addosso e tutto quello che è avvenuto lì è stato registrato. In effetti sembrava piuttosto su di giri e questo ci ha spinto a chiedere l’intervento di un medico del 118 che l’ha visitato. Il giovane aveva detto che assumeva farmaci, il medico ha escluso però che dovesse essere sedato o ricoverato. È stato quindi affidato al personale del carcere in attesa dell’audienza in tribunale».
Secondo la dinamica riferita dagli operatori penitenziari, il trentenne è entrato in carcere domenica pomeriggio ed è rimasto agitato tutta la notte, tanto che il compagno di cella era riuscito ad addormentarsi solo attorno alle 6, per essere poi svegliato un’ora dopo dall’urlo dell’agente penitenziario che ha ritrovato il ragazzo impiccato. Qualche ora dopo avrebbe dovuto svolgersi l’udienza per direttissima e probabilmente il giovane sarebbe stato liberato.
Nel frattempo, ieri, è stata effettuata l’autopsia che ha confermato la dinamica. Oltre a presentare una lesione nel cranio riconducibile però a giorni prima, vengono riscontrate leggere escoriazioni sul dorso delle mani: sono lievi ferite compatibili con i pugni che il ragazzo diede contro la macchinetta del caffè. Il corpo non presenta altri segni particolari. Per quanto riguarda invece la causa della morte non ci sono dubbi sulla causa: soffocamento.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2017
18/11/2016
Condannata l’Agenzia delle Entrate. “Zelanteria dolosa dei dirigenti”
Non capita tutti i giorni che una struttura abituata a infliggere sanzioni... venga sanzionata. E ancora più raramente accade che venga sanzionata la zelanteria di un dirigente regionale contro un lavoratore che, giustamente, concepisce l'amministrazione pubblica come un servizio ai cittadini.
La vicenda è accaduta a Ferrara dove ieri, alla Agenzia delle Entrate, è arrivato il conto da pagare: 7.295,60 euro di rimborso ad un lavoratore di Ferrara per l’appello vinto in secondo grado, a cui vanno sommati i 3.996,12 già pagati per il primo grado di giudizio.
Il caso in questione risale ormai a diversi anni fa, quando un lavoratore dell’Agenzia delle Entrate della Direzione provinciale di Ferrara, colpevole di aver svolto bene il suo lavoro, con lo spirito del “buon padre di famiglia” sempre sbandierato dai vertici dell’Agenzia, era invece stato punito e condannato ad una sanzione disciplinare di 39 euro perché semplificava e velocizzava la tassazione degli atti pubblici.
“Questa operazione, assolutamente legittima, evitava burocratiche e costose procedure di riscossione a carico del contribuente, a cui sarebbero state applicate multe, interessi, spese di notifica e commissioni”, spiega il sindacalista dell'Usb Paolo Campioni. “Come organizzazione sindacale – ricorda Campioni – avevamo formalmente richiesto di evitare l’appello in secondo grado e allertato anche la Corte dei Conti per verificare sprechi di denaro pubblico. In merito a questa faccenda sono stati organizzati scioperi di protesta ed è partita una raccolta fondi per sostenere il lavoratore che doveva difendersi in secondo grado dall’accanimento dell’Agenzia delle Entrate”.
Ma l'Agenzia delle Entrate si è incaponita ed è ricorsa in appello per non darla vinta al dipendente e ai sindacati di base che lo sostenevano. Ma se una istituzione come l'Agenzia delle Entrate sbaglia, poi chi paga? E qui entrano in ballo altri aspetti che è doveroso segnalare.
Campioni sottolinea a tale proposito che: “Adesso che siamo arrivati alla condanna in appello, la nostra organizzazione sindacale pretende che a pagare non sia l’Agenzia delle Entrate, ovvero i contribuenti, ma il Direttore Regionale che ha determinato questo spreco di risorse pubbliche, rimborsando non solo gli 11.291,72 euro, ma anche le spese relative a tutte le ore perse dall’Avvocatura di Stato per l’appello richiesto. La nostra richiesta è stata inviata direttamente alla Direttrice Orlandi”.
Ma i soldi che l'Agenzia delle Entrate dovrà pagare al lavoratore saranno ben spesi, a dimostrare che tra i dirigenti strapagati e i lavoratori vessati c'è ormai una voragine etica che li differenzia profondamente.
"Ora che i rimborsi sono arrivati, il lavoratore ingiustamente punito ha deciso di donare quanto ricevuto ad una famiglia di Ferrara in difficoltà economiche nonché alla famiglia di Abd Elsalam, il delegato USB della logistica travolto ed ucciso due mesi fa a Piacenza mentre manifestava insieme ai suoi colleghi. Sabato 19 novembre tutti coloro che hanno contribuito ad aiutare la famiglia di Abd Elsalam saranno pubblicamente ringraziati nell’incontro ‘LOGISTICA E VIOLENZA’ che si terrà a Piacenza, presso l’Auditorium Sant’Ilario, in via Garibaldi 17 dalle ore 10.30”, conclude Campioni.
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La vicenda è accaduta a Ferrara dove ieri, alla Agenzia delle Entrate, è arrivato il conto da pagare: 7.295,60 euro di rimborso ad un lavoratore di Ferrara per l’appello vinto in secondo grado, a cui vanno sommati i 3.996,12 già pagati per il primo grado di giudizio.
Il caso in questione risale ormai a diversi anni fa, quando un lavoratore dell’Agenzia delle Entrate della Direzione provinciale di Ferrara, colpevole di aver svolto bene il suo lavoro, con lo spirito del “buon padre di famiglia” sempre sbandierato dai vertici dell’Agenzia, era invece stato punito e condannato ad una sanzione disciplinare di 39 euro perché semplificava e velocizzava la tassazione degli atti pubblici.
“Questa operazione, assolutamente legittima, evitava burocratiche e costose procedure di riscossione a carico del contribuente, a cui sarebbero state applicate multe, interessi, spese di notifica e commissioni”, spiega il sindacalista dell'Usb Paolo Campioni. “Come organizzazione sindacale – ricorda Campioni – avevamo formalmente richiesto di evitare l’appello in secondo grado e allertato anche la Corte dei Conti per verificare sprechi di denaro pubblico. In merito a questa faccenda sono stati organizzati scioperi di protesta ed è partita una raccolta fondi per sostenere il lavoratore che doveva difendersi in secondo grado dall’accanimento dell’Agenzia delle Entrate”.
Ma l'Agenzia delle Entrate si è incaponita ed è ricorsa in appello per non darla vinta al dipendente e ai sindacati di base che lo sostenevano. Ma se una istituzione come l'Agenzia delle Entrate sbaglia, poi chi paga? E qui entrano in ballo altri aspetti che è doveroso segnalare.
Campioni sottolinea a tale proposito che: “Adesso che siamo arrivati alla condanna in appello, la nostra organizzazione sindacale pretende che a pagare non sia l’Agenzia delle Entrate, ovvero i contribuenti, ma il Direttore Regionale che ha determinato questo spreco di risorse pubbliche, rimborsando non solo gli 11.291,72 euro, ma anche le spese relative a tutte le ore perse dall’Avvocatura di Stato per l’appello richiesto. La nostra richiesta è stata inviata direttamente alla Direttrice Orlandi”.
Ma i soldi che l'Agenzia delle Entrate dovrà pagare al lavoratore saranno ben spesi, a dimostrare che tra i dirigenti strapagati e i lavoratori vessati c'è ormai una voragine etica che li differenzia profondamente.
"Ora che i rimborsi sono arrivati, il lavoratore ingiustamente punito ha deciso di donare quanto ricevuto ad una famiglia di Ferrara in difficoltà economiche nonché alla famiglia di Abd Elsalam, il delegato USB della logistica travolto ed ucciso due mesi fa a Piacenza mentre manifestava insieme ai suoi colleghi. Sabato 19 novembre tutti coloro che hanno contribuito ad aiutare la famiglia di Abd Elsalam saranno pubblicamente ringraziati nell’incontro ‘LOGISTICA E VIOLENZA’ che si terrà a Piacenza, presso l’Auditorium Sant’Ilario, in via Garibaldi 17 dalle ore 10.30”, conclude Campioni.
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27/09/2015
Aldrovandi. L'omicidio dieci anni dopo
Sono passati dieci anni da quella maledetta mattina in cui quattro individui in divisa hanno deciso di togliere a suon di botte la vita ad un ragazzo appena diventato maggiorenne. Questi individui in divisa, dopo aver scontato una parte della pena di tre anni e sei mesi in carcere (la maggior parte dei quali indultati), sono di nuovo in servizio.
Perché ricordare tutto questo? Perché a dieci anni da una morte così insensata e crudele, interrogarsi su cosa sia cambiato e su cosa, chi si batte per arrivare ad avere verità e giustizia nei casi di malapolizia, abbia ottenuto?
Principalmente, perché ogni minimo passo, per quanto infinitesimo o simbolico possa essere, è un passo in avanti per i diritti individuali e collettivi, è un passo avanti per la tutela dei singoli contro gli abusi dello stato e del suo lato più violento, il braccio repressivo.
La vicenda di Federico ha aperto un vulnus nel precedente generale senso di impotenza e accettazione passiva di questi casi. I casi Cucchi, Uva, Magherini, Scaroni, Gugliotta, hanno avuto una forte rilevanza mediatica anche grazie al martirio di Federico e della sua famiglia. È grazie ad una tenacia e ad una costanza mai venute meno nel pretendere verità e giustizia per un figlio strappato in modo infame alla vita che molte altre persone, molte altre situazioni simili, sono emerse dall'oblio in cui altrimenti sarebbero potute rimanere relegate per sempre.
Il coraggio che ha avuto la famiglia Aldrovandi nel denunciare, nel non fermarsi alla versione preconfezionata fornita dalla questura, nel disvelare quella cappa di omertà, di depistaggi dettati da un corporativismo fascista che da sempre permea le forze dell’ordine e che rende nei fatti intoccabili e spesso impunibili i loro membri, ha dato una svolta a questi casi e a proposte riguardanti la democratizzazione e la “normalizzazione” delle FdO che erano impensabili solamente fino a pochi anni fa.
Come dimenticare quanto successe a Genova nel 2001 e quel che ne seguì? Il muro mediatico eretto a difesa dell’operato delle forze dell’ordine fu enorme e vergognoso. E così avvenne per ogni successivo caso di malapolizia.
E quindi chiunque subisca abusi, chiunque venga selvaggiamente pestato durante un banale controllo, chiunque muoia in carcere o in una stanza di una qualsiasi questura italiana, diventa improvvisamente un personaggio borderline: uno spostato, un alcolizzato, un tossico. E quel che è peggio è che anche le loro famiglie vengono messe sotto processo. Quello che hanno dovuto passare le famiglie di Carlo, Federico, Stefano, Giuseppe, Riccardo, e di decine di altri è inimmaginabile per chi non l’ha subito. E questo solo per voler legittimamente pretendere che lo stato, quello stato che dovrebbe essere al servizio dei cittadini, faccia giustizia.
Quanto è emerso dalla due giorni organizzata a Ferrara per celebrare il decennale della morte di Federico Aldrovandi apre molti spunti, talvolta con esiti contraddittori. Indubbiamente molto si è costruito in questi anni, grazie e attorno alla tenacia di queste famiglie. La nascita di associazioni come ACAD non può che aiutare a porre le basi perché questi episodi divengano sempre più rari e le condanne agli abusi di polizia sempre più frequenti ed incisive.
Ma, allo stesso tempo, è evidente quanta strada ci sia ancora da fare e quanti ostacoli, quante difficoltà si debbano superare.
È innegabile che ancora oggi, l’omertà e i depistaggi, per non parlare delle minacce contro chi ha il coraggio di denunciare e di uscire allo scoperto, costituiscano la normalità. E questo va di pari passo con l’impunibilità degli abusi commessi dalle forze dell’ordine.
Basta vedere quanto in questi anni la repressione si accanisca su militanti ed attivisti sociali e politici; pensiamo ai processi contro i No Tav, alle vessazioni e alle provocazioni che quotidianamente subiscono singoli attivisti, al trattamento riservato loro nelle carceri o agli infami provvedimenti come i fogli di via e i divieti/obblighi di dimora, misure figlie dell’epoca fascista che spesso costringono militanti e attivisti politici e sociali ad allontanarsi dalle loro famiglie, dalle loro città, dai loro affetti.
Se vogliamo arrivare ad una democratizzazione e ad una normalizzazione delle FdO, occorre aprire un discorso a 360° che si batta su più fronti: da una parte è necessario far emergere questi casi individuali e creare reti grazie alle quali possano emergere non solo le colpe dei singoli ma anche le storture del sistema nel suo complesso, dalle omertà ai depistaggi, alle minacce personali, alle campagne diffamatorie a mezzo stampa. Dall’altra è altresì fondamentale che ci si continui a battere e pretendere che l’Italia introduca nel proprio ordinamento il reato di tortura (cosa che viene sistematicamente rimandata dal 1988) e che le forze dell’ordine dispongano di numeri identificativi su caschi e divise.
Di tutto questo si è parlato nella due giorni in ricordo di Federico Aldrovandi, una due giorni non retorica o celebrativa, ma propositiva e dinamica, che ha saputo marcare il punto su quanto è stato fatto e su quanto sia ancora da fare per fare in modo che nessuna famiglia debba mai più piangere un figlio, un fratello, un padre a causa dell'intervento di presunti servitori dello stato.
Fonte
Perché ricordare tutto questo? Perché a dieci anni da una morte così insensata e crudele, interrogarsi su cosa sia cambiato e su cosa, chi si batte per arrivare ad avere verità e giustizia nei casi di malapolizia, abbia ottenuto?
Principalmente, perché ogni minimo passo, per quanto infinitesimo o simbolico possa essere, è un passo in avanti per i diritti individuali e collettivi, è un passo avanti per la tutela dei singoli contro gli abusi dello stato e del suo lato più violento, il braccio repressivo.
La vicenda di Federico ha aperto un vulnus nel precedente generale senso di impotenza e accettazione passiva di questi casi. I casi Cucchi, Uva, Magherini, Scaroni, Gugliotta, hanno avuto una forte rilevanza mediatica anche grazie al martirio di Federico e della sua famiglia. È grazie ad una tenacia e ad una costanza mai venute meno nel pretendere verità e giustizia per un figlio strappato in modo infame alla vita che molte altre persone, molte altre situazioni simili, sono emerse dall'oblio in cui altrimenti sarebbero potute rimanere relegate per sempre.
Il coraggio che ha avuto la famiglia Aldrovandi nel denunciare, nel non fermarsi alla versione preconfezionata fornita dalla questura, nel disvelare quella cappa di omertà, di depistaggi dettati da un corporativismo fascista che da sempre permea le forze dell’ordine e che rende nei fatti intoccabili e spesso impunibili i loro membri, ha dato una svolta a questi casi e a proposte riguardanti la democratizzazione e la “normalizzazione” delle FdO che erano impensabili solamente fino a pochi anni fa.
Come dimenticare quanto successe a Genova nel 2001 e quel che ne seguì? Il muro mediatico eretto a difesa dell’operato delle forze dell’ordine fu enorme e vergognoso. E così avvenne per ogni successivo caso di malapolizia.
E quindi chiunque subisca abusi, chiunque venga selvaggiamente pestato durante un banale controllo, chiunque muoia in carcere o in una stanza di una qualsiasi questura italiana, diventa improvvisamente un personaggio borderline: uno spostato, un alcolizzato, un tossico. E quel che è peggio è che anche le loro famiglie vengono messe sotto processo. Quello che hanno dovuto passare le famiglie di Carlo, Federico, Stefano, Giuseppe, Riccardo, e di decine di altri è inimmaginabile per chi non l’ha subito. E questo solo per voler legittimamente pretendere che lo stato, quello stato che dovrebbe essere al servizio dei cittadini, faccia giustizia.
Quanto è emerso dalla due giorni organizzata a Ferrara per celebrare il decennale della morte di Federico Aldrovandi apre molti spunti, talvolta con esiti contraddittori. Indubbiamente molto si è costruito in questi anni, grazie e attorno alla tenacia di queste famiglie. La nascita di associazioni come ACAD non può che aiutare a porre le basi perché questi episodi divengano sempre più rari e le condanne agli abusi di polizia sempre più frequenti ed incisive.
Ma, allo stesso tempo, è evidente quanta strada ci sia ancora da fare e quanti ostacoli, quante difficoltà si debbano superare.
È innegabile che ancora oggi, l’omertà e i depistaggi, per non parlare delle minacce contro chi ha il coraggio di denunciare e di uscire allo scoperto, costituiscano la normalità. E questo va di pari passo con l’impunibilità degli abusi commessi dalle forze dell’ordine.
Basta vedere quanto in questi anni la repressione si accanisca su militanti ed attivisti sociali e politici; pensiamo ai processi contro i No Tav, alle vessazioni e alle provocazioni che quotidianamente subiscono singoli attivisti, al trattamento riservato loro nelle carceri o agli infami provvedimenti come i fogli di via e i divieti/obblighi di dimora, misure figlie dell’epoca fascista che spesso costringono militanti e attivisti politici e sociali ad allontanarsi dalle loro famiglie, dalle loro città, dai loro affetti.
Se vogliamo arrivare ad una democratizzazione e ad una normalizzazione delle FdO, occorre aprire un discorso a 360° che si batta su più fronti: da una parte è necessario far emergere questi casi individuali e creare reti grazie alle quali possano emergere non solo le colpe dei singoli ma anche le storture del sistema nel suo complesso, dalle omertà ai depistaggi, alle minacce personali, alle campagne diffamatorie a mezzo stampa. Dall’altra è altresì fondamentale che ci si continui a battere e pretendere che l’Italia introduca nel proprio ordinamento il reato di tortura (cosa che viene sistematicamente rimandata dal 1988) e che le forze dell’ordine dispongano di numeri identificativi su caschi e divise.
Di tutto questo si è parlato nella due giorni in ricordo di Federico Aldrovandi, una due giorni non retorica o celebrativa, ma propositiva e dinamica, che ha saputo marcare il punto su quanto è stato fatto e su quanto sia ancora da fare per fare in modo che nessuna famiglia debba mai più piangere un figlio, un fratello, un padre a causa dell'intervento di presunti servitori dello stato.
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17/09/2015
Su Contropiano Patrizia Aldrovandi accusò il Coisp di stalking. Il gip: “legittima difesa”
Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, non diffamò affatto il segretario nazionale del Coisp – minuscolo ma aggressivo sindacato di estrema destra della Polizia – definendolo uno “stalker”.
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ferrara, Silvia Marini, ha infatti deciso di archiviare la querela per diffamazione presentata nel luglio dello scorso anno da Franco Maccari nei confronti di Patrizia Moretti dopo che in un’intervista concessa a Contropiano la donna aveva definito il “sindacalista” “uno stalker” e “un vero torturatore morale”. “Non scendo a indagare le motivazioni dei suoi assurdi comportamenti. Penso sia un vero torturatore morale, che non ha mai avuto scrupoli nei confronti della mia famiglia. Com’è possibile che una persona così rappresenti qualcuno di onesto? Forse rappresenta le persone come lui” aveva affermato Moretti rispondendo a una domanda di Adriano Chiarelli.
Secondo la Gip, Patrizia Moretti, pur essendosi lasciata andare a una definizione “potenzialmente diffamatoria”, ha solo esercitato il proprio diritto di critica e di opinione. Nelle motivazioni della decisione Marini ricorda come la diffusione a mezzo stampa di una opinione “potenzialmente diffamatoria” non sia da considerare diffamazione “quando la notizia sia vera, si connoti di pubblico interesse e di continenza formale, non trasmodando la comunicazione in attacchi personali”. E non si può certo negare che il Coisp e in particolare il suo portavoce non si siano dedicati negli ultimi anni, anima e corpo, ad una insistente campagna fatta di continue dichiarazioni, iniziative e atti giudiziari miranti a contrastare la richiesta di verità e giustizia proveniente dalla madre della vittima dei poliziotti condannati nel 2009 per l’omicidio del ragazzo. Tutti – ed anche il gip Marini, che lo cita esplicitamente nelle motivazioni – ricordano il provocatorio presidio organizzato nel marzo del 2013 proprio dal Coisp in solidarietà con i quattro agenti ritenuti colpevoli del delitto, organizzato addirittura sotto le finestre dell’ufficio del comune di Ferrara dove la donna lavora, provocazione alla quale Patrizia Moretti rispose con dignità e fermezza esponendo la foto del corpo martoriato di suo figlio a poca distanza dal capannello di sindacalisti guidati proprio da Maccari.
Ma lo stalking nei confronti della donna da parte di certi ambienti reazionari interni alla Polizia continuò tanto da convincere Patrizia Moretti, proprio dopo l’intervista concessa a Contropiano e alla querela per diffamazione depositata dal Coisp, ad annunciare la chiusura del suo account su Facebook: “Ho chiuso l’account perché tutto è già stato detto. Le sentenze sono definitive. Chi vuol capire ha capito. Agli altri addio. Io torno ad essere mamma privata” scrisse la donna nella pagina del social media dedicata al ragazzo morto nel 2005 a Ferrara in conseguenza delle percosse ricevute dagli agenti che lo avevano fermato.
Molto male fecero alla famiglia Aldrovandi le dichiarazioni di Maccari che accusò Patrizia Moretti di “trincerarsi dietro il dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide”, di “spargere veleno a profusione sul Coisp”, di “sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle” e di combattere una campagna contro le forze dell’ordine di tipo politico.
Al termine di indagini che hanno portato a “conclusione irrilevanti”, nel valutare la richiesta di condanna per diffamazione spiccata nei confronti della madre di Federico Aldrovandi, il giudice ha quindi ritenuto al contrario la donna “oggetto di attacchi indirizzati alla sua persona e non espressi nell’esercizio della critica sindacale” e quindi non passibile di querela “pur utilizzando nel suo intervento espressioni e toni forti, ma rispettosi del limite della continenza, perché non volgari, né gratuiti, né contenenti attacchi personali”. Le espressioni potenzialmente diffamatorie si inquadrano quindi come “reazione difensiva del soggetto ingiustamente attaccato”. Secondo il gip – che accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Stefano Longhi – il sindacato Coisp “non si limitava alla contestazione dei provvedimenti della magistratura di sorveglianza in relazione ai quali alcuni dei condannati erano stati condotti in carcere ovvero alla decisione della Corte dei Conti sulla riscossione del risarcimento in favore delle parti civili direttamente dai condannati, ma coinvolgeva, attaccandola direttamente, la madre di Federico, che veniva accusata ‘di trincerarsi dietro il dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide’, ‘di spargere veleno a profusione sul Coisp’, di ‘sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle’, di combattere una campagna politica contro la Polizia […], nonché offendendo la memoria del figlio definito ‘drogofilo‘”.
Fra una settimana, il 25 settembre, si svolgeranno a Ferrara manifestazioni e celebrazioni in occasione del decimo anniversario dell’omicidio. Sarà il caso che a stringersi attorno a Patrizia Moretti e a tutte le altre vittime di malapolizia presenti all’appuntamento ci sia una folla numerosa e determinata.
Fonte
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ferrara, Silvia Marini, ha infatti deciso di archiviare la querela per diffamazione presentata nel luglio dello scorso anno da Franco Maccari nei confronti di Patrizia Moretti dopo che in un’intervista concessa a Contropiano la donna aveva definito il “sindacalista” “uno stalker” e “un vero torturatore morale”. “Non scendo a indagare le motivazioni dei suoi assurdi comportamenti. Penso sia un vero torturatore morale, che non ha mai avuto scrupoli nei confronti della mia famiglia. Com’è possibile che una persona così rappresenti qualcuno di onesto? Forse rappresenta le persone come lui” aveva affermato Moretti rispondendo a una domanda di Adriano Chiarelli.
Secondo la Gip, Patrizia Moretti, pur essendosi lasciata andare a una definizione “potenzialmente diffamatoria”, ha solo esercitato il proprio diritto di critica e di opinione. Nelle motivazioni della decisione Marini ricorda come la diffusione a mezzo stampa di una opinione “potenzialmente diffamatoria” non sia da considerare diffamazione “quando la notizia sia vera, si connoti di pubblico interesse e di continenza formale, non trasmodando la comunicazione in attacchi personali”. E non si può certo negare che il Coisp e in particolare il suo portavoce non si siano dedicati negli ultimi anni, anima e corpo, ad una insistente campagna fatta di continue dichiarazioni, iniziative e atti giudiziari miranti a contrastare la richiesta di verità e giustizia proveniente dalla madre della vittima dei poliziotti condannati nel 2009 per l’omicidio del ragazzo. Tutti – ed anche il gip Marini, che lo cita esplicitamente nelle motivazioni – ricordano il provocatorio presidio organizzato nel marzo del 2013 proprio dal Coisp in solidarietà con i quattro agenti ritenuti colpevoli del delitto, organizzato addirittura sotto le finestre dell’ufficio del comune di Ferrara dove la donna lavora, provocazione alla quale Patrizia Moretti rispose con dignità e fermezza esponendo la foto del corpo martoriato di suo figlio a poca distanza dal capannello di sindacalisti guidati proprio da Maccari.
Ma lo stalking nei confronti della donna da parte di certi ambienti reazionari interni alla Polizia continuò tanto da convincere Patrizia Moretti, proprio dopo l’intervista concessa a Contropiano e alla querela per diffamazione depositata dal Coisp, ad annunciare la chiusura del suo account su Facebook: “Ho chiuso l’account perché tutto è già stato detto. Le sentenze sono definitive. Chi vuol capire ha capito. Agli altri addio. Io torno ad essere mamma privata” scrisse la donna nella pagina del social media dedicata al ragazzo morto nel 2005 a Ferrara in conseguenza delle percosse ricevute dagli agenti che lo avevano fermato.
Molto male fecero alla famiglia Aldrovandi le dichiarazioni di Maccari che accusò Patrizia Moretti di “trincerarsi dietro il dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide”, di “spargere veleno a profusione sul Coisp”, di “sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle” e di combattere una campagna contro le forze dell’ordine di tipo politico.
Al termine di indagini che hanno portato a “conclusione irrilevanti”, nel valutare la richiesta di condanna per diffamazione spiccata nei confronti della madre di Federico Aldrovandi, il giudice ha quindi ritenuto al contrario la donna “oggetto di attacchi indirizzati alla sua persona e non espressi nell’esercizio della critica sindacale” e quindi non passibile di querela “pur utilizzando nel suo intervento espressioni e toni forti, ma rispettosi del limite della continenza, perché non volgari, né gratuiti, né contenenti attacchi personali”. Le espressioni potenzialmente diffamatorie si inquadrano quindi come “reazione difensiva del soggetto ingiustamente attaccato”. Secondo il gip – che accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Stefano Longhi – il sindacato Coisp “non si limitava alla contestazione dei provvedimenti della magistratura di sorveglianza in relazione ai quali alcuni dei condannati erano stati condotti in carcere ovvero alla decisione della Corte dei Conti sulla riscossione del risarcimento in favore delle parti civili direttamente dai condannati, ma coinvolgeva, attaccandola direttamente, la madre di Federico, che veniva accusata ‘di trincerarsi dietro il dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide’, ‘di spargere veleno a profusione sul Coisp’, di ‘sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle’, di combattere una campagna politica contro la Polizia […], nonché offendendo la memoria del figlio definito ‘drogofilo‘”.
Fra una settimana, il 25 settembre, si svolgeranno a Ferrara manifestazioni e celebrazioni in occasione del decimo anniversario dell’omicidio. Sarà il caso che a stringersi attorno a Patrizia Moretti e a tutte le altre vittime di malapolizia presenti all’appuntamento ci sia una folla numerosa e determinata.
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21/07/2015
"I migranti? Ne ammazzerei cento alla volta"
Tutto cominciò con Tangentopoli, quando “la politica” venne travolta, la “fiducia degli italiani” venne fatta riversare sulla magistratura e la legge (due prodotti derivati, non due fondamenti) e infine la società civile pretese di “scendere” in politica.
Il primo pensiero davanti a una notizia come sempre al limite tra il terrificante e l'idiota.
Un tale – Fabrizio Florestano, coordinatore comunale di Fratelli d'Italia a Ferrara – usa come tutti facebook per dire quel che penserebbe se ne avesse la possibilità: "Certo, io ne prendo 100 alla volta: tempo di sparare per farli cadere in una buca e me ne date altri 100. In una giornata ne faccio fuori quanti ne sbarcano". Parla della “soluzione finale” per gli immigrati e spaventa anche i suoi capi nazionali (Meloni, La Russa, ecc, ex fascisti urlatori da talk show che molto hanno lavorato per produrre lobotomizzazione di massa), che lo sospendono dal partito.
Mr. Florestano, al contrario di quel che avviene di solito, non si scusa, non cancella, non si mostra fintamente pentito. Cerca al massimo di minimizzare: ha spiegato di non capire come "una battuta pubblicata come risposta su Facebook al post di un mio amico potesse avere tutto questo risalto e che per quelle parole potessi essere sputtanato su tutti i giornali. Era una battuta e come tale deve essere intesa. Qualcuno a sinistra ha deciso di strumentalizzarla per motivi politici senza considerare che la sua parte politica fa battute pesanti piene di odio e violenza nei confronti dei militanti di destra".
Seguono interviste ai quotidiani locali, inimmaginabili fesserie sui migranti “che ricevono ogni assistenza mentre gli italiani perdono la casa, non arrivano a fine mese e dormono nelle auto”, vaniloqui vari.
Che c'entra Tangentopoli e la “società civile”, dite voi? Beh, diciamo che la classe politica precedente, figlia della guerra mondiale e del necessario compromesso – in Italia – tra l'appartenenza all'area Nato e la presenza di un terzo del popolo che si identificava nel comunismo (senza infilarci in lunghe discussioni sulla vera natura del Pci), aveva dovuto sviluppare un codice linguistico e morale, un immaginario popolato di cose ammissibili e altre vietate. Non che non passassero nella testa della “gente” (pardon, della “società civile”) le stesse idiozie fasciste che più sopra abbiamo registrato. Ma non si potevano dire o scrivere in pubblico, non ci si poteva fare campagna elettorale (non si veniva ospitati nei talk show d'allora, comunque si chiamassero).
Al contrario oggi chiunque si sente in dovere di spararla – letteralmente, secondo mr. Florestano – più grossa di quel che ha sentito. Un po' come le vecchie comari al mercato, per cui una racconta uno sguardo ammiccante a una ragazza e nel passaparola quello sguardo diventa un'orgia. Salvini si diverte con le ruspe? E io gli faccio concorrenza usando direttamente il fucile... Tra una settimana qualcuno rispolvererà le camere a gas per "farne fuori mille alla volta".
I talk show sono tutti uguali, di una noia mortale. Per tenere su l'audience hanno bisogno di urlatori e parole forti, di frasi choc, semplici da mandare a memoria. La soglia del permesso si abbassa continuamente. Ma invece di produrre più libertà fa crescere mentalità dittatoriali o, per i più corti di pensiero, da serial killer (“io ne prendo 100 alla volta: tempo di sparare per farli cadere in una buca e me ne date altri 100. In una giornata ne faccio fuori quanti ne sbarcano").
Avete voluto che ognuno potesse “dire la sua”? Eccoveli...
Fonte
Il primo pensiero davanti a una notizia come sempre al limite tra il terrificante e l'idiota.
Un tale – Fabrizio Florestano, coordinatore comunale di Fratelli d'Italia a Ferrara – usa come tutti facebook per dire quel che penserebbe se ne avesse la possibilità: "Certo, io ne prendo 100 alla volta: tempo di sparare per farli cadere in una buca e me ne date altri 100. In una giornata ne faccio fuori quanti ne sbarcano". Parla della “soluzione finale” per gli immigrati e spaventa anche i suoi capi nazionali (Meloni, La Russa, ecc, ex fascisti urlatori da talk show che molto hanno lavorato per produrre lobotomizzazione di massa), che lo sospendono dal partito.
Mr. Florestano, al contrario di quel che avviene di solito, non si scusa, non cancella, non si mostra fintamente pentito. Cerca al massimo di minimizzare: ha spiegato di non capire come "una battuta pubblicata come risposta su Facebook al post di un mio amico potesse avere tutto questo risalto e che per quelle parole potessi essere sputtanato su tutti i giornali. Era una battuta e come tale deve essere intesa. Qualcuno a sinistra ha deciso di strumentalizzarla per motivi politici senza considerare che la sua parte politica fa battute pesanti piene di odio e violenza nei confronti dei militanti di destra".
Seguono interviste ai quotidiani locali, inimmaginabili fesserie sui migranti “che ricevono ogni assistenza mentre gli italiani perdono la casa, non arrivano a fine mese e dormono nelle auto”, vaniloqui vari.
Che c'entra Tangentopoli e la “società civile”, dite voi? Beh, diciamo che la classe politica precedente, figlia della guerra mondiale e del necessario compromesso – in Italia – tra l'appartenenza all'area Nato e la presenza di un terzo del popolo che si identificava nel comunismo (senza infilarci in lunghe discussioni sulla vera natura del Pci), aveva dovuto sviluppare un codice linguistico e morale, un immaginario popolato di cose ammissibili e altre vietate. Non che non passassero nella testa della “gente” (pardon, della “società civile”) le stesse idiozie fasciste che più sopra abbiamo registrato. Ma non si potevano dire o scrivere in pubblico, non ci si poteva fare campagna elettorale (non si veniva ospitati nei talk show d'allora, comunque si chiamassero).
Al contrario oggi chiunque si sente in dovere di spararla – letteralmente, secondo mr. Florestano – più grossa di quel che ha sentito. Un po' come le vecchie comari al mercato, per cui una racconta uno sguardo ammiccante a una ragazza e nel passaparola quello sguardo diventa un'orgia. Salvini si diverte con le ruspe? E io gli faccio concorrenza usando direttamente il fucile... Tra una settimana qualcuno rispolvererà le camere a gas per "farne fuori mille alla volta".
I talk show sono tutti uguali, di una noia mortale. Per tenere su l'audience hanno bisogno di urlatori e parole forti, di frasi choc, semplici da mandare a memoria. La soglia del permesso si abbassa continuamente. Ma invece di produrre più libertà fa crescere mentalità dittatoriali o, per i più corti di pensiero, da serial killer (“io ne prendo 100 alla volta: tempo di sparare per farli cadere in una buca e me ne date altri 100. In una giornata ne faccio fuori quanti ne sbarcano").
Avete voluto che ognuno potesse “dire la sua”? Eccoveli...
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