di Michele Giorgio – Il Manifesto
Gerusalemme è il ring dove si sfidano israeliani e palestinesi. Sono durissime le accuse che il premier Netanyahu e i suoi ministri hanno rivolto ieri al presidente Abu Mazen,
dopo l’attentato compiuto da un palestinese che, alla guida di un’auto,
nel settore arabo occupato di Gerusalemme, si è lanciato contro alcuni
passanti israeliani uccidendo un ufficiale della guardia di frontiera e
ferendo una dozzina di persone. É avvenuto tutto in due tempi: il
palestinese, Ibrahim al Akkari (fratello di un ex
detenuto di Hamas) ha prima travolto passanti accanto a una fermata del
tram ai margini di una zona abitata da ebrei ortodossi. Poi, a poche
centinaia di metri, ha investito altri israeliani. Infine è sceso
dall’auto ed ha percosso con una sbarra alcune delle persone presenti. A
questo punto è stato colpito a morte da un poliziotto. Subito
dopo Gerusalemme è stata blindata dalla polizia con gruppi di decine di
israeliani, giunti nella zona dell’attacco, che scandivano «Morte agli
arabi». Nel pomeriggio sono riprese le proteste palestinesi,
con scontri tra dimostranti e polizia alla Porta di Damasco, all’interno
delle mura della città vecchia, nei quartieri di Issawiyeh (sigillato
dalla polizia), Wadi al Joz e Shuffat dove viveva Ibrahim al Akkari. Per i suoi funerali, previsti la scorsa notte, la polizia ha imposto la presenza di sole 35 persone.
L’attacco – rivendicato dall’ala militare del movimento islamico
Hamas – è giunto dopo i violenti scontri, con numerosi palestinesi
feriti dalla polizia, divampati ieri mattina sulla Spianata delle
moschee di Gerusalemme dopo il nuovo tentativo di israeliani
dell’estrema destra religiosa di entrare sul sito per pregare per la
salute del rabbino ultranazionalista Yehuda Glick, ferito da un presunto
attentatore palestinese (poi ucciso dalla polizia). Tentativo al quale
la Giordania, custode dei luoghi sacri musulmani a Gerusalemme, ha
risposto richiamando il proprio ambasciatore in Israele per protesta
contro il comportamento del governo Netanyahu.
Nei giorni scorsi si era parlato di un incontro segreto ad
Amman tra re Abdallah e il primo ministro israeliano Netanyahu che
avrebbe garantito una linea volta a placare la tensione. Invece non è
cambiato nulla. D’altronde è difficile credere che un governo
composto in prevalenza da forze di destra, ideologicamente fondate sul
nazionalismo religioso più militante, possa adottare misure di
“contenimento” nei confronti di quei gruppi e di quei parlamentari, come
Moshe Feiglin (Likud), che invocano libero accesso per
gli ebrei sul Monte del Tempio (la Spianata delle moschee) e un
cambiamento radicale dello status di quell’area sacra. Chiedono di
strappare il controllo del sito al Waqf islamico per metterlo sotto la
piena autorità di Israele, in vista, affermano i più fanatici, della
ricostruzione del Tempio. Per Netanyahu la colpa è dei palestinesi e del
loro presidente. «L’ attentato è una conseguenza diretta delle parole
di Abu Mazen e dei suoi partner di Hamas», ha tuonato, addossando al
leader dell’Anp la responsabilità di aver preso parte ad «un incitamento
crescente» contro Israele, in particolare quando ha fatto appello ad
impedire in tutti i modi «le profanazioni della Moschea di al-Aqsa».
Per i dirigenti israeliani le provocazioni dei gruppi
ultranazionalisti non creano tensione. L’annuncio continuo di progetti
di espansione delle colonie ebraiche a Gerusalemme e in Cisgiordania –
criticato ieri da Federica Mogherini – non genera rabbia e frustrazione.
Il problema sono le reazioni palestinesi. Secondo il ministro Naftali
Bennett e capo del partito «Focolare ebraico», braccio politico del
movimento dei coloni, sarebbe lo stesso presidente palestinese «ad
essere alla guida delle macchine della morte a Gerusalemme. I terroristi
sono solo i suoi emissari». Un appello a fermare «l’incitamento di Abu
Mazen alla violenza» è stato lanciato al mondo intero dal ministro degli
esteri Lieberman che, in un comunicato, ha riportato il testo della
lettera di condoglianze indirizzata dal leader dell’Anp alla famiglia di
Muataz Hijazi, il palestinese di Gerusalemme ucciso
dalla polizia e accusato dalle autorità israeliane di essere il
responsabile del ferimento del rabbino Glick.
Considerare questi attacchi come schermaglie tra israeliani e Anp in
corso da mesi, da quando è fallita la mediazione del segretario di stato
John Kerry e Gaza è stata teatro della terza offensiva militare
israeliana in poco più di cinque anni, potrebbe rivelarsi un errore di
valutazione. I palestinesi vedono nelle accuse israeliane il tentativo
di mettere alle corde Abu Mazen, di dipingerlo come un leader non
credibile, fautore dello scontro armato (sempre rifiutato dal presidente
dell’Anp). E non è da escludere che Israele possa procedere alla
rioccupazione delle città autonome palestinesi, come fece nel 2002, se
in futuro Abu Mazen annuncerà, come gli chiedono tutti i palestinesi, la
fine della cooperazione di sicurezza con i servizi segreti israeliani e
smetterà di fare arrestare militanti e simpatizzanti dell’opposizione,
laica e islamica, come invece continua a fare anche in questi giorni.
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