di Chiara Cruciati
Tikrit è quasi libera. Gli
ultimi tre giorni di battaglia hanno permesso alle forze governative e
ai miliziani sciiti e sunniti guidati da Baghdad di assumere il
controllo quasi totale della città natale di Saddam Hussein. Per i generali iracheni è questione di ore prima di ripulire Tikrit dalla presenza jihadista:
“Ora ci stiamo muovendo verso la seconda fase dell’operazione”, ha
detto il ministro della Difesa al-Obeidi dalla provincia di Salah-a-din,
di cui Tikrit è capoluogo. Ovvero assumere il controllo del palazzo
presidenziale.
Il simbolo del potere che fu di Saddam è tuttora circondato
dalle truppe governative, ma lo Stato Islamico è ancora all’interno,
come è ancora presente in altri tre quartieri della città. Per
avanzare Baghdad sta facendo ingente uso di bombe e cecchini. Secondo
l’esercito iracheno, i miliziani di al-Baghdadi resistono solo per
evitare ulteriori vittime tra le loro fila, che aumenterebbero in caso
di fuga.
Ormai il governo iracheno controlla Tikrit su ogni lato e ha
rioccupato villaggi e comunità alla periferia. Una bella vittoria per
Baghdad che ha lanciato la controffensiva sulla città come prova
generale della più ampia operazione per riprendere Mosul. Eppure
i timori della vigilia si stanno già concretizzando: nei giorni scorsi
molti analisti paventavano il rischio di una punizione collettiva
inflitta dalle potenti milizie sciite presenti sul terreno alla
popolazione civile sunnita, che in alcuni casi ha preferito
essere occupata dallo Stato Islamico piuttosto che restare all’angolo in
un governo gestito solo da sciiti.
E se le violenze brutali dell’Isis, l’applicazione folle e personale
della Shari’a nelle comunità occupate ha costretto alla fuga un milione e
mezzo di iracheni nelle regioni controllate dal califfato, alcune
comunità sunnite si sono schierate con gli islamisti, vedendoli come lo
strumento per risalire la china. Così, quando l’esercito o le
milizie sciite hanno riconquistato i villaggi perduti, strappandoli
all’Isis, non sono mancate azioni brutali contro i civili: massacri,
rapimenti, raid, saccheggi.
Il timore che potesse avvenire anche a Tikrit (roccaforte sunnita e
simbolo principe del regime di Saddam) era forte e, secondo gli Stati
Uniti, che hanno preferito non prendere parte all’operazione, concreto.
Se il ministro della Difesa, un sunnita, si è detto impressionato dal
livello di cooperazione tra volontari sciiti e sunniti nella battaglia
di Tikrit, giungono notizie meno confortanti: miliziani sciiti
avrebbero dato alle fiamme molte abitazioni a Tikrit, un abuso di cui
non esistono ancora prove, se non alcuni video pubblicati su internet e
che mostrano edifici bruciati dopo il passaggio delle truppe
governative.
“Quello che sappiamo è che ci sono case andate a fuoco”, ha detto un
funzionario Usa anonimo, che ha aggiunto di non poter dire con certezza
chi ne sia responsabile. Certo è che i settarismi interni sono uno dei
principali freni all’unità del paese e alla sua stabilità con le
comunità sunnite che accusano da un decennio il governo sciita di averle
marginalizzate politicamente e economicamente. Ciò che potrebbe
stupire un osservatore poco attento è il comportamento degli Stati
Uniti, potere occupante per otto anni, dal 2003 al 2011. Washington ha
volutamente soffiato sul fuoco delle divisioni religiose ed etniche
irachene, ha imposto nel dopo-Saddam un repulisti dell’esercito e delle
istituzioni di qualsiasi soggetto vicino al partito Baath o all’ex
regime. Ha posto sulla poltrona di primo ministro il divisivo
al-Maliki che ha lavorato solo per rafforzare il proprio potere
personale attraverso una rete clientelare da far invidia a quella di
Hussein.
E oggi la stessa Casa Bianca usa quella giustificazione, il
timore di settarismi, per non intervenire nella ripresa di una città
simbolo per il paese. Ad avvantaggiarsene sarà sicuramente l’Isis che
non sta vivendo un periodo di particolare splendore: dopo la
sconfitta cocente subita a Kobane, ora lo Stato Islamico sta perdendo
Tikrit. Eppure tale atteggiamento da parte statunitense potrebbe
rafforzare l’Isis tra la popolazione sunnita che ancora una volta
potrebbe vederlo come l’unica barriera al potere sciita.
Per adesso, l’Isis reagisce con una maggiore violenza, sia
militare che “civile”. All’avanzata dell’esercito iracheno i miliziani
rispondono, dicono fonti locali, con il cloro: starebbero
lasciando lungo la strada che i militari governativi percorreranno a
Tikrit bombe piene di gas. Sul piano amministrativo, il califfato
stringe la morsa sui residenti di Mosul: per evitare che i
civili, in previsione dell’arrivo dell’esercito di Baghdad, fuggano o si
uniscano al governo, gli islamisti hanno posto una sorta di ipoteca su
case e automobili e chi fugge perde la proprietà. Regole più
strette per ex soldati e ex poliziotti, per i quali lasciare la città
anche per un giorno solo è strettamente vietato. Prigionieri a casa
loro.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento