Celeberrime sono state le verità
per i militanti del Pci ai quali veniva raccontato di essere in fase di
preparazione della rivoluzione mentre, nella propria cerchia interna di
discussione, la dirigenza sapeva benissimo di andare in ben altra
direzione. Erano verità custodite bene, non c’erano i social a
velocizzare i tempi di logoramento delle versioni di comodo, tanto che
le ammissioni del gruppo dirigente che praticava questa gestione delle
narrazioni sono arrivate ben dopo lo scioglimento del Pci di Occhetto.
Addirittura si è trattato di verità per militanti utili, per quanto il
potenziale eversivo del Pci fosse spento da decenni prima della
Bolognina, anche agli avversari della sinistra. Tanto che Berlusconi,
facendo finta che fossero vere, se ne è servito per molti anni. Parlando
di una Italia piena di comunisti pronti a fare chissà cosa nel paese a
partire dai primi anni ’90. Per non parlare delle sceneggiate di
replica dello spettacolo originale di Occhetto, a partire dagli anni
2000, delle prese di distanza dal “comunismo”, mimando temi di congresso
da anni ’50, di diversi partiti della sinistra. Partiti, sempre più
piccoli, che ripetevano riti di esecuzione di un simulacro di
radicalismo che sui media, comunque, funzionavano bene. La riposta del
blog di Beppe Grillo, alla mancata accettazione nel gruppo dei liberali
europei del movimento 5 stelle, ha ricordato proprio l’epopea della
verità per militanti.
Parlare di quanto accaduto a
Strasburgo come del momento in cui “il sistema ha tremato”, per poi
colpire i pentastellati, è infatti il classico processo di
insettarimento della base, in modo che si chiuda in sé stessa contro il
mondo esterno grazie alla narrazione di un mondo ostile. E si
tratta di una base alla quale si racconta pure di essere andata vicino
al bersaglio del colpo al cuore del sistema. E’ un modo consolidato per
mangiarsi il consenso costruito attorno al proprio progetto: gli
strati di militanti più critici e intelligenti capiscono subito che
qualcosa non va e arretrano, mentre avanzano coloro che sono disposti,
per vari motivi, a credere a qualsiasi versione militante della verità.
Per un gruppo dirigente la cosa funziona nell’immediato, i militanti
riflessivi vengono sconfitti dalla massa di chi accetta la verità
militante anche solo per conservare l’organizzazione, poi il tutto
finisce per disgregarsi. E’ solo questione di tempo. Farlo lentamente,
per un gruppo dirigente, può essere oro. Perché permette, al gruppo
dirigente, di posizionare i propri interessi di ceto a prescindere dai
motivi per cui è stato eletto dalla base. Ad ogni momento critico ci
saranno comunque sempre meno persone a credere alle verità militanti.
Certo, cercare di mantenere il
potere raccontando qualcosa alla base rafforza tendenze oligarchiche
degli aggregati politici già oggetto di pubblicazioni consolidate nel
’12. Ma non intendiamo il 2012, quanto il 1912. Quando Robert
Michels aggiornò, con nuove annotazioni, il suo celebre saggio, stampato
a Roma e in italiano, “La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia”
del 1910. E qui, ci venga perdonata la franchezza, qualcuno, prima di
proclamarsi straordinariamente nuovo magari non farebbe male a evitare
di somigliare a qualcosa di straordinariamente vecchio.
Certo, ci sarebbe anche un’altra strada:
quella di crescere, ed innovare nelle difficoltà, diventando qualcosa
di più robusto perché in grado di sintetizzare il nuovo con elementi
tradizionali che permangono nelle società. Strada, anche quella già
praticata anche con successo. Ma il movimento 5 stelle, per adesso, sta scegliendo abbondantemente la strada della produzione di verità militanti,
come già visto nella saga romana, per preservare la propria struttura
al presentarsi di ogni seria difficoltà o controverso atto
amministrativo. Il problema è che i media conoscono l’arte di
macinare nel ridicolo la costruzione di queste verità da qualche
decennio. Oggi, con l’aggiunta dei social, questo processo di
macinazione della verità militante si fa anche più incisivo.
Andando ai fatti,
quanto accaduto nei giorni scorsi ha dell’incredibile, anche per una
politica italiana rotta a tante vicende. Nel fine settimana dal blog di
Grillo era stata annunciata la votazione sul cambio di gruppo
parlamentare all’europarlamento di Strasburgo. Votazione da farsi
espresso, dalle 10 alle 12 del lunedì sulla piattaforma per iscritti Rousseau
(sulla quale non mancherà, in futuro, una nostra analisi). Orario e
tempi di votazione per iniziati, quando il processo politico di adesione
al gruppo dei liberali europei era tutto, come è naturale, fuorché solo
un fatto meramente tecnico. E tantomeno una cosa da assimilare in poche
ore. In politica, per cambiare linea così vistosamente, si
fanno i congressi. Si coinvolgono, in discussioni lunghe e documenti di
analisi, decine di migliaia di persone se il partito è di massa.
Altrimenti con le votazioni online da fare in poco tempo, non si
convincono le persone, si alimentano le polemiche e si perdono pezzi.
Il movimento grillino non ha, invece,
mai fatto un congresso, dove la centralità della presenza è degli
iscritti che si confrontano entro un processo politico, ma solo
convention, riunioni di cerchie e democrazia da meetup. Entro una
concezione ufficiale della politica da primi anni ’90 quella un po’
grossolana da visionari degli incubatori di impresa, che poi è
l’ideologia da venture capitalism milanese della Casaleggio, che voleva
la democrazia online come sostituto, e liquidatore, delle altre forme di
democrazia. Insomma l’idea grezza dell’immateriale che si sostituisce al
reale, anche in democrazia, quando invece, con l’avvento delle
tecnologie digitali la politica è diventata un’altra cosa: un processo
dove si sono intrecciate forme fisiche, sul campo, di democrazia e forme
digitali, a distanza, di informazione e deliberazione. Sottrarre a
questo intreccio le forme digitali è produrre una procedura archeologica
di democrazia inadatta all’oggi; sottrarre invece le forme fisiche, e
simboliche, dell’agonismo democratico a tutto questo significa
riprodurre una sterile, solitaria deliberazione plebiscitaria digitale. Infatti,
come è avvenuto per il mancato cambio di gruppo parlamentare a
Strasburgo, alcuni gruppi in assoluta discrezione trattano con i nuovi
referenti, neanche tutti i parlamentari sanno e poi, a cose fatte,
arriva internet a dover decidere se bere o affogare. Quando Grillo dice
“decide la rete” è questo il processo che accade. Non proprio la
realizzazione dell’utopia digitale, insomma.
Diciamoci poi la verità: qualcuno di questa redazione ha frequentato, a suo tempo, Indymedia. E ha conosciuto in prima persona il funzionamento della democrazia digitale, l’assoluta trasparenza dei passaggi tecnici, di produzione di contenuti e decisionali, persino nella confusione e negli scazzi. Una piattaforma, come Rousseau dei grillini, dove domina la gestione discrezionale di una azienda, la Casaleggio, in questo senso assomiglia alla gestione democratica dal basso di Indymedia quanto un Big Mac ad un panino fresco direttamente comprato dal norcino.
E la prova del nove, di questi
ragionamenti, la si ha quando si osserva che mai, nel movimento 5
stelle, la “rete” ha portato avanti una proposta, un progetto che conta,
in autonomia da Grillo facendoselo votare e praticandolo. Solo
qualche voto contrario, come per l’immigrazione, poi riarrangiato dai
vertici pentastellati entro la loro versione di come devono essere fatte
le espulsioni dei profughi. Onestamente, siamo ad un deficit di
democrazia pesante, in una società italiana già messa sotto silenzio per
anni. Se poi si pensa che la democrazia sia la polemica su Facebook,
ovvero una produzione di dati ricca di informazioni per i mercati del
profiling, magari questa concezione la si può vendere ai renziani. Ma
nel mondo reale certe cose sono sempre più difficili da vendere.
E’ naturale che il tentativo di
svolta dei pentastellati in Europa preluda a qualcosa in Italia.
Qualcosa che assomiglia a un tentativo, per adesso fallito, di
accreditamento nel continente come partito di governo. E’ bene
ricordare che nelle retoriche del movimento 5 stelle si accavallano
continuamente, anche nelle stesse persone fisiche, argomenti
ultraliberisti di destra e temi peronisti di sinistra. E’ l’ala
liberista che ha promosso, in accordo con la Casaleggio e con Grillo,
questo tentativo di scalata a Bruxelles. Si tratta dell’ala, oggi
rappresentata dall’assessore alle partecipate del comune di Roma, delle
piccole e medie imprese che, in qualche modo, in “Europa” si vogliono
adattare. E il ceto politico che le rappresenta non ha alcun interesse, e
tantomeno voglia, di trovarsi un domani a dover fare un frontale con la
Ue come quello fatto a suo tempo da Varoufakis.
Il tentativo di accordo con i
liberali europei viene da quest’ala, a diretto contatto con la
Casaleggio e con Grillo. E non si tratta di roba che arriva
all’improvviso. Gli elogi di Grillo al modello
Germania, compreso Hartz IV, non sono di oggi. Si sposano con un’idea
della piccola e media impresa che venga avanti tutto, figuriamoci dello
stato sociale, e che viene a patti con tutti a qualunque costo. Basta
lasciarla al governo. E se questo significa un patto con i liberisti
tedeschi va benone. Eppure le cose non sono andate nel modo desiderato. Grillo
non è mai piaciuto sui media tedeschi, l’intervista di Di Battista a
Die Welt è stata un boomerang e i pentastellati sono stati respinti,
all’europarlamento, proprio dai tedeschi.
Ieri erano stati quelli del gruppo verde, oggi i liberali. Il tentativo di mostrarsi, per galleggiare politicamente, più realisti del re, quello di Berlino, al momento è fallito. Il ritorno con Nigel Farage, dopo essere stati respinti dai liberali, per i grillini ha il sapore del mesto ritorno nella baracca. Evitiamo di parlare dei costi, in termini di finanziamenti diretti persi dal M5S in caso di confluenza nel gruppo misto, che hanno suggerito il ritorno a Farage. Ci fermiamo ad un dato politico: la mancata ammissione nel gruppo dei liberali europei è, in Europa e in Italia, una severa sconfitta per il movimento 5 stelle. Il tempo ci dirà se questa sconfitta apre una crisi di crescita o una strutturale. Certo che se continuerà la prassi di affrontare le crisi raccontando verità militanti, il movimento pentastellato si avvierà a rimanere una parentesi nella storia della politica italiana. Facendo la fine dei tanto vituperati partiti “ideologici” del ‘900.
Redazione, 10 gennaio 2017
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