Per comprendere la crisi del sistema imperialista mondiale del ventunesimo secolo, è fondamentale considerarla nei termini di presente come storia, cioè come conseguenza di un processo storico durato secoli (Paul M. Sweezy, The Present as History, Monthly Review Press, 1953, trad. it. Il presente come storia, Einaudi, 1970).
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Il capitalismo sorse nell'Europa occidentale nel lungo XVI secolo (1450-1650), come un sistema di classe, di nazione e di impero coloniale, radicato nello sfruttamento economico della classe lavoratrice, nella conquista e nello sterminio delle popolazioni indigene e nella tratta transatlantica degli schiavi. Come evidenziò Karl Marx, le potenze coloniali europee combatterono una «guerra commerciale», con «l’orbe terracqueo come teatro», che assunse «un’ampiezza gigantesca nella guerra antigiacobina dell'Inghilterra» contro la Francia. La Gran Bretagna primeggiò attraverso la propria Rivoluzione industriale, emergendo come potenza egemone dell'economia mondiale capitalista durante l'era della libera concorrenza del XIX secolo (Karl Marx, Il capitale, Libro 1, Einaudi, Torino, 2024, p. 757).
Nell'ultimo quarto del XIX secolo, il capitalismo passò dalla sua fase di libera concorrenza a quella di monopolio o imperialismo, come descritto da V.I. Lenin nel 1916 in L'imperialismo, fase suprema del capitalismo. L'egemonia britannica diminuì e diverse grandi potenze imperialiste – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone – lottarono per ottenere il controllo delle restanti aree del globo, con il mondo intero ormai diviso tra centro e periferia. Un'aristocrazia operaia emerse ai vertici del movimento operaio nei principali stati imperialisti, spostando il movimento socialista da una lotta per il cambiamento rivoluzionario a una di socialdemocrazia riformista, indebolendo la solidarietà internazionale della classe operaia (con il risultato che nella Prima Guerra Mondiale i vari partiti socialdemocratici europei si allinearono ai rispettivi stati nazionali) (V.I. Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo).
Alla famigerata Conferenza di Berlino del 1884, le principali potenze europee, agendo come "fratelli in guerra", si spartirono l'Africa. In un'analoga azione congiunta, un'alleanza di otto grandi potenze invase la Cina nel 1900 durante la Rivolta dei Boxer (o Movimento Yihetuan), imponendo trattati ineguali (una componente del cosiddetto "secolo dell’umiliazione" cinese, iniziato nel 1839 con le invasioni anglo-francesi durante le Guerre dell'Oppio). La competizione tra le grandi potenze per il predominio nelle periferie fu la causa principale della Prima Guerra Mondiale, da cui nacquero la Rivoluzione Russa e l'Unione Sovietica come primo stato moderno a guida socialista, che si industrializzò rapidamente attraverso un'economia pianificata. Nella Seconda Guerra Mondiale, le potenze imperiali (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) – insieme all'URSS – combatterono contro le potenze imperiali (fasciste) (Germania, Italia e Giappone) per il dominio del mondo. La Germania nazista fu sconfitta principalmente dall'URSS, che perse oltre venticinque milioni di vite in guerra. Nella fase finale del conflitto, gli Stati Uniti sganciarono senza pietà due bombe nucleari sul Giappone.
Quando la Seconda Guerra Mondiale terminò, gli Stati Uniti emersero come la potenza egemonica indiscussa dell'economia capitalista mondiale e la principale forza controrivoluzionaria a livello globale, con le potenze europee ed il Giappone ridotti a partner minori. Washington costituì attorno a sé un ordine internazionale "basato su regole", istituì una "Caccia alle streghe anticomunista" nazionale durante l'era McCarthy, e avviò una Guerra Fredda che comprendeva la creazione della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) contro l’Unione Sovietica. La Guerra Fredda mirava al "contenimento" economico dell'URSS, congiuntamente a innumerevoli guerre calde contro le rivoluzioni in tutto il mondo. Successive ondate di rivoluzioni sorsero nella periferia, durante e dopo le due Guerre Mondiali, segnate dalla Rivoluzione Cinese (1949) e dalla Rivoluzione Cubana (1959). Tuttavia, in quello che è noto come "secondo dopoguerra", gli Stati Uniti, insieme alle altre potenze imperialiste, riuscirono a soffocare nel sangue la maggior parte delle lotte di liberazione nazionale nel mondo, causando milioni di morti (mentre l'esercito statunitense subiva una notevole sconfitta nella guerra del Vietnam).
La dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991 introdusse un momento unipolare, o era di “naked imperialism” [imperialismo nudo], durante il quale Washington e i suoi alleati europei portarono a termine operazioni di cambio di regime in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Somalia, Libia, Siria e altrove, espandendo contemporaneamente la NATO verso est, con l'obiettivo di indebolire/distruggere permanentemente la Russia come grande potenza (vedi John Bellamy Foster, Naked Imperialism, Monthly Review Press, New York, 2006).
Niente di tutto ciò, tuttavia, servì a modificare la realtà del declino dell'egemonia economica statunitense, iniziato nei primi anni Settanta. La sconfitta del Vietnam (che evidenziò la vulnerabilità dell'impero), la stagnazione economica, la finanziarizzazione, la globalizzazione, la deindustrializzazione e l'ascesa della Cina hanno indebolito il potere globale degli Stati Uniti nel corso dell'ultimo secolo, mentre le potenze dell'Europa occidentale e del Giappone sperimentarono un declino economico ancora più precipitoso, rispetto al mondo nel suo complesso. Nel 1960, gli Stati Uniti rappresentavano il 40% del PIL mondiale in termini nominali; nel 1985, questa percentuale scese al 34%. Ora è al 26% (15% a parità di potere d'acquisto [PPA]). Al contrario, la Cina, successivamente al “secolo dell’umiliazione” per mano dell’Occidente, vide scendere la sua quota di potenziale industriale mondiale dal 33,3% che aveva nel 1800, al 2,3% al tempo della Rivoluzione cinese nel 1949, per poi sperimentare un’ascesa fulminea fino al 18% del PIL mondiale odierno (20% in termini di PPA) grazie alla Rivoluzione – sebbene il suo PIL pro capite rimanga molto al di sotto di quello occidentale (Govind Bhutada, The US Share of Global GDP Over Time, Visual Capitalist, 14.01.2021; US GDP as % of World GDP, Ycharts, ycharts.co; David Christian, Maps of Time, University of California Press, Berkley, 2004, pp. 406-409; Paul Bairoch, The Main Trends in National Economic Disparity Since the Industrial Revolution, in Disparities in Economic Development Since the Industrial Revolution, a cura di Paul Bairoch e Maurice Lévy-Leboyer, St. Martin's Press, New York, 1981, pp. 7-8; Ruhchir Sharma, China’s Rise Is Reversing, Financial Times, 19.11.2023).
Sebbene negli anni '70 si sia aperta all'economia mondiale e abbia incorporato elementi delle relazioni sociali capitalistiche, la Cina ha mantenuto componenti fondamentali della sua economia post-rivoluzionaria, tra cui la leadership del Partito Comunista Cinese (PCC), la proprietà collettiva della terra nelle aree rurali, un ampio settore statale nell'economia, il controllo delle banche, della finanza interna e della valuta, e una serie di piani quinquennali che offrono una guida strategica all'economia. Ha continuato a perseguire il suo obiettivo di una transizione a lungo termine verso una società socialista ben sviluppata, in linea con il "socialismo con caratteristiche cinesi". Nel 2013, Pechino ha introdotto la Belt and Road Initiative [Nuova via della seta], volta alla cooperazione Sud-Sud. Il lancio nel 2009 del BRICS (originariamente Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) – ampliato successivamente più volte, e ora noto come BRICS+ – ha rappresentato un'altra svolta economica Sud-Sud, in cui la Cina ha ricoperto un ruolo cruciale.
Negli ultimi decenni, la crescita delle economie emergenti è stata sostenuta dalla globalizzazione della produzione, con lo spostamento delle fabbriche nel Sud globale da parte delle multinazionali, per sfruttare i minori costi salariali unitari ed avere maggiori margini di profitto. Ciononostante, i paesi sottosviluppati continuano ad essere sovrasfruttati dal sistema mondiale imperialista, alla cui testa ci sono le stesse potenze capitaliste monopolistiche dei tempi di Lenin: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone. Questi paesi, insieme al Canada, costituiscono ora il G7. Pur mantenendo la sua immensa potenza militare distruttiva a livello globale, l'Occidente/Nord sta assistendo a una diminuzione del suo potere economico, un fatto reso evidente dalla Grande Crisi Finanziaria del 2008, durante la quale le economie del G7 sono entrate in una profonda recessione, o depressione, mentre l'economia cinese ha continuato a crescere con tassi record.
Sono stati questi sviluppi, visti come una minaccia all'egemonia globale degli Stati Uniti, a spingere gli U.S.A. a lanciare nel 2011 il loro "Pivot to Asia", volto a contenere strategicamente la Cina. Questo progetto fu tuttavia sospeso nei primi anni successivi al cambio di leadership cinese del 2012, con l'apparato di sicurezza nazionale statunitense che sperava di trovare un "Gorbaciov cinese" in Xi Jinping. Una volta diventato evidente che la Cina, sotto la sua nuova leadership, avrebbe continuato a promuovere il "socialismo con caratteristiche cinesi", gli Stati Uniti lanciarono nel 2017 la loro Nuova Guerra Fredda contro la Cina. Come nella precedente Guerra Fredda con l'Unione Sovietica, la Nuova Guerra Fredda non è rivolta semplicemente alla Cina, designata come principale rivale degli Stati Uniti, ma a tutte le rotture rivoluzionarie, le sfide e i tentativi di sganciarsi (parzialmente o totalmente) dall'ordine imperiale "basato su regole" incentrato sugli Stati Uniti. In questo contesto, gli Stati Uniti/NATO stanno attualmente conducendo in Ucraina una guerra per procura con la Russia, sostenendo il genocidio dei palestinesi da parte di Israele, preparando una guerra con la Cina per Taiwan (riconosciuta a livello internazionale come parte della Cina, ma sotto un governo separato) e istituendo una guerra tariffaria contro il mondo intero, sebbene sia principalmente rivolta alla Cina.
Come osservato un anno fa da Matthew Read su International Forschungsstelle DDR, «La lotta antimperialista del secolo scorso è stata quasi capovolta: mentre in precedenza l'antimperialismo era guidato da forti forze soggettive fortemente limitate dalle loro realtà economiche, oggi le economie rafforzate di alcuni stati del 'Sud globale' stanno oggettivamente limitando la portata dell'imperialismo senza essere guidate da governi esplicitamente antimperialisti e anticapitalisti. Questa situazione, piuttosto paradossale, è un sintomo della profonda crisi in cui i movimenti comunisti e operai sono impantanati dal 1990». Con l'approfondirsi delle basi materiali oggettive dell'antimperialismo, la questione principale diventa, oggi, quella delle basi materiali soggettive, ovvero: il soggetto rivoluzionario. Senza di esso, la lotta antimperialista fallirà. Tuttavia, il soggetto rivoluzionario sta iniziando a riemergere in modi nuovi e potenti, in risposta alla crisi planetaria senza precedenti dei nostri tempi. Ciò che è chiaro è che la base necessaria della lotta globale anti-imperialista/anticapitalista risiede nello sviluppo storico di un nuovo e più ampio internazionalismo operaio per il ventunesimo secolo (Matthew Read, “The 'Global South': Analyses from the Socialist World”, Internationale Forschungsstelle DDR , 26.06.2024, ifddr.org).
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