Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/12/2019

Da Taranto a Rosignano: i veleni capitali

Nel bel mezzo della Toscana costiera, nel livornese, in località Rosignano Marittimo, vi è una spiaggia dai colori caraibici, sabbia bianca e mare cristallino. A chiunque verrebbe voglia di farsi un lungo bagno ristoratore su quei lidi, ma meglio fermarsi prima ancora di arrivare...

Quei colori cristallini sono prodotti dai materiali di scarico di una multinazionale chimica, la Solvay, che riversa in mare ogni giorno enormi quantità di sostanze chimiche e scarti di produzione che fanno virare i colori naturali della costa verso quel candido bianco bicarbonato velenoso.

Solvay è una azienda multinazionale chimica fondata in Belgio nel 1863 da Ernest Solvay che si insedia nel territorio italiano nel 1912 in provincia di Livorno sul Mar Tirreno nello stabilimento di Rosignano Marittimo. La società realizza diversi prodotti chimici fondamentali per l’industria delle materie plastiche, aerospaziale, petrolifera e medica, nonché il famoso bicarbonato di sodio.

Attualmente Solvay ha 7 siti produttivi in Italia – Ospiate (Milano), Spinetta Marengo (Alessandria), Mondovì (Cuneo), Livorno, Massa, Rosignano Solvay (Livorno) e Bollate (Milano) – occupa su tutto il territorio peninsulare 1900 persone e ha un fatturato a livello mondiale di circa 10 miliardi di euro annui.

Le inchieste giornalistiche si concentrano principalmente sull’inquinamento, sfruttamento del suolo e danni ai lavoratori e abitanti che risiedono nelle vicinanze dei siti di Rosignano e Spinetta Marengo. Proprio a Rosignano, la Solvay produce il bicarbonato di sodio per la cui produzione servono sale e acqua. Mentre il primo viene estratto dal vicino comune di Volterra tramite una concessione esclusiva concessa dallo Stato, 10 milioni di metri cubi d’acqua vengono estratti ogni anno dal fiume Cecina e pagati allo stato un’irrisoria cifra di 4 centesimi al metro cubo (mentre, ad oggi, l’acqua costa più di un’euro al metro cubo). Risultato: il Cecina è perennemente prosciugato e il comune di Volterra in continuo e permanente dissesto idrogeologico. A tale situazione si aggiunge che lo stabilimento di Rosignano è autorizzato a scaricare in mare in deroga alla legge. Come mostra l’attualissimo caso dell’Ilva di Taranto le deroghe alla legge in tema di diritto ambientale sono evidentemente all’ordine del giorno, a dimostrazione di come la legge stessa sia un apparato di regole flessibili ad uso e consumo di chi detiene il coltello dalla parte del manico nei rapporti di forza.

Analisi condotte dall’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA) e riconosciute dalla stessa Solvay, mostrano che le acque nelle vicinanze della spiaggia caraibica siano ricche di sostanze altamente inquinanti. In 50 anni, si ritiene che l’azienda chimica abbia riversato un quantitativo di 400 tonnellate di mercurio e altri materiali nocivi quali arsenico, nichel, selenio, piombo e cromo. Proprio i residui della produzione di bicarbonato riversati in mare hanno portato alla devastazione della flora e fauna marina, ma anche alla creazione di quelle spiagge bianche che ricordano tanto i mari caraibici.

Sebbene nel 2003 per contrastare la situazione allarmante sia stato firmato un accordo tra Regione Toscana, provincia Livorno e Ministero dell’Ambiente che prevedeva una soglia massima di riversamenti in mare di 60mila tonnellate l’anno, tale limite non fu mai rispettato e la soglia massima fu alzata ad un limite di 250mila tonnellate annue nel 2015 (ossia la quantità che l’azienda necessitava di buttare in mare). Non soddisfatta del devastante impatto ambientale, Solvay ha fatto seppellire ulteriori fanghi e residui chimici (ad esempio il Cloruro di Vinile, scarto di lavorazione della plastica) nella zona del ferrarese dove aveva aperto un sito produttivo attivo fino al 1998. Ridicolo, preoccupante e drammatico è il caso di Ferrara dove il comune sembra ignaro dei riversamenti di scorie della produzione Solvay su alcuni terreni che oggi sono stati adibiti alla produzione di grano che finisce quotidianamente sulle nostre tavole.

Per pulirsi la coscienza e farsi accettare dalla società di Rosignano, Solvay costruisce una città attorno alla fabbrica nella frazione intitolata proprio alla medesima industria (Rosignano Solvay). Riempie questa frazione di case per operai e per dirigenti, uno stadio di calcio, delle scuole elementari, medie un liceo e un cinema. Persino la chiesa è dedicata a Solvay. Un capolavoro succede in quel di Rosignano: lo sfruttatore e inquinatore Solvay, responsabile di malanni e della morte di decine di lavoratori e abitanti delle zone limitrofi alla fabbrica, con un comportamento che ha un carattere puramente mafioso, si sostituisce allo Stato e fa opere pubbliche per essere accettato e lenire un eventuale malcontento cittadino. Sa di sfruttare, inquinare e uccidere, ma bada all’apparenza e alla pace sociale, figurando davanti alla gente di Rosignano come il padrone benevolo che dona lavoro e crea una società armoniosa che nemmeno uno Stato sarebbe in grado di garantirgli. Ancor più subdola e grave è la situazione che si è venuta a creare a Spinetta Marengo in provincia di Alessandria dove Solvay ha rilevato un sito industriale (ex Montecatini) per la produzione di polimeri. A differenza di Rosignano, dove Solvay costruì un’intera città attorno al polo industriale, a Spinetta Marengo trovò abitazioni e quartieri costruiti. Qua – continuando con le pratiche iniziate dalla Montecatini nel 1946 – Solvay regalò l’acqua alle abitazioni prossime al sito industriale sotto la condizione contrattuale che era ‘vietato lamentarsi’. Questo contratto, inizialmente proposto nel 1946 e rimasto in essere fino al 2008, obbligava i contraenti a “rinunciare a qualsiasi pretesa in ordine a danni e molestie […] da esalazioni gassose o pulverolente e da inquinamento di acque di acque del sottosuolo in dipendenza dell’esercizio del nostro Stabilimento di Spinetta Marengo”.

Si scoprì che le falde e l’acqua erano inquinate (anche dal tanto temuto cromo esavalente) e numerose gravi patologie colpirono gli abitanti che risiedevano nelle vicinanze della fabbrica, per lo più operai che lavoravano all’interno del sito industriale di Spinetta Marengo. Nonostante i valori delle sostanze tossiche trovate nelle falde sottostanti il polo chimico fossero di decine e centinaia di volte superiori a quelli consentiti, il processo volto a fare chiarezza sui responsabili del disastro ambientale non ha stabilito nessun nesso di causalità tra acque inquinate e decessi. Attualmente ARPA e Regione non sembrano interessate a risolvere il problema ambientale e sanitario della zona di Spinetta Marengo a tal punto che non sono neppure in grado di accertare lo stato di inquinamento delle acque. I controlli sui prodotti chimici creati da queste società non possono essere fatti dallo Stato italiano ma solo ed esclusivamente da un’agenzia che rappresenta l’occhio dell’Europa nel settore chimico: l’European Chemicals Agency (ECHA). Tuttavia, gli unici controlli fatti sulle nuove sostanze chimiche dipendono esclusivamente da autocertificazioni che le aziende stesse fornisco all’ECHA.

Il caso di Solvay, come i casi di Gela, degli scarti radioattivi in Lombardia e del Veneto, il recente caso dell’ex-ILVA di Taranto e altri numerosi casi simili esplosi nel corso degli ultimi decenni, mette a nudo una realtà assai scomoda del capitalismo. I grandi gruppi industriali privati hanno un unico interesse: la massimizzazione dei profitti, a qualsiasi costo umano, sociale e ambientale. Ingenti profitti vengono macinati attraverso una gigantesca compressione dei costi che, oltre allo sfruttamento del lavoro, fa leva sullo sfruttamento del territorio, dallo sversamento degli scarti industriali in mare sino ad arrivare all’inquinamento delle falde acquifere che portano l’acqua nelle case degli stessi lavoratori che vengono impiegati dalla Solvay nella produzione di prodotti chimici. I profitti, i padroni e l’assenza di uno Stato forte capace di controllare sono i principali responsabili dei disastri ambientali. Non ha quindi alcun senso immaginare che una riconversione industriale rispettosa dell’ambiente passi attraverso la libera azione dei privati, a meno che il privato non fiuti un potenziale affare garantito da politiche di incentivi e contributi pubblici a carico della collettività – proprio quel capitalismo “verde” che da qualche anno caratterizza diversi settori fortemente sussidiati.

Cosa ci permette di comprendere il caso Solvay e quali strumenti possiamo utilizzare per creare un’economia più sostenibile?

- Noi comuni cittadini attraverso scelte di consumo ‘ecosostenibili’ abbiamo poco impatto sulle capacità di riconversione di un’economia. Per quanto noi decidiamo di mangiare pomodori rispettosi dell’ambiente e indossare vestiti di canapa, beni prodotti da settori come quello della chimica entrano nella produzione di tutti i beni che compriamo quotidianamente. Di conseguenza, la sacrosanta (e lo ripetiamo, sacrosanta) battaglia per un’economia ecosostenibile va fatta dal lato della produzione e non dal lato del consumo.

- La battaglia dal lato della produzione avviene tramite l’introduzione di metodi di produzione rispettosi dell’ambiente attraverso grossi investimenti capaci di salvaguardare l’ambiente bandendo pratiche nocive come lo sversamento di materiali inquinanti nei mari, nelle falde acquifere e nei sottosuoli. Tuttavia, i veri investimenti (e non quelli di facciata per pulirsi le coscienze) non verranno mai fatti dalle imprese private perché il loro compito è sempre e solo quello di abbattere i costi e aumentare i profitti. Alle imprese, investimenti per la salvaguardia dell’ambiente costerebbero troppo e minerebbero la redditività.

- L’unico grande attore capace di praticare una riconversione industriale sarebbe lo Stato tramite grandi investimenti pubblici e imprese pubbliche in settori strategici dell’economia quali la chimica, i trasporti, la medicina e il comparto aerospaziale. Il privato, se lasciato operare da solo, non fa altro che aumentare i propri profitti anche a costo di far ammalare e morire la gente, di solito lavoratori dentro le fabbriche non a norma di legge o nelle case circostanti i siti industriali. Dall’altra parte, la chiusura di poli industriali non è di certo auspicabile perché lascerebbe intere famiglie senza lavoro e dunque non più a morire di malattie ma di fame.

- Solo attraverso il rifiuto delle logiche di mercato e la presenza di uno Stato pianificatore, si può pensare una riconversione industriale rispettosa dell’ambiente, dei lavoratori e di tutte le popolazioni che vivono a contatto con i siti produttivi.

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13/05/2018

Solvay S.A: l’inquietante storia di una società anonima

La storia della società belga Solvay è lunga ed è stata determinante nella estrazione e trasformazione di materie alla base dello sviluppo delle produzioni industriali di beni. E’ una storia recente che non la legittima ad avere nessun diritto su niente e nessuno. Il diritto che vanta è quello di proprietà, avvantaggiandosi sempre però anche della proprietà degli altri. Non è un caso che i suoi disastri ambientali siano a spese degli altri. E come sempre ci si arricchisce mentre qualcuno invece perde qualcosa. Il rapporto di Solvay con i territori dove ha avuto il vantaggio di produrre è sempre stato così, accettato e rafforzato da popolazioni che lo hanno legittimato, lavorandoci e tirando a campare. Non è un caso che in molti affermano sempre: “Ma se non ci fosse stata Solvay su questo territorio non ci sarebbe stato nulla”. Una frase molto frequente e anche disarmante.

Questa è la dinamica sociale di Solvay nel suo rapporto con i territori da sempre e i danni protratti nel tempo sono sopportabili e riducibili al prezzo che paghiamo per il progresso.

Metto in evidenza un elemento che ritengo significativo, quello di Società Anonima, perché la lunga vita di questa società di proprietà di alcune famiglie aristocratiche belghe è contrassegnata da una gestione anonima, dove tutto si è mosso come nell’organizzazione di una realtà sociale artificiale, studiata in laboratorio. La società anonima nell’ordinamento giuridico belga è semplicemente quel che noi in Italia chiamiamo società di capitali, quindi Spa o Srl. Ma il termine anonimo fa scattare in me una sensazione di freddezza anche piuttosto inquietante se rivista nel danno procurato all’ambiente nel tempo.

Non sappiamo cosa uscirà dall’indagine della Commissione Parlamentare sul sito di Rosignano, forse qualche multa, forse qualche bonifica dei terreni superficiali o forse anche nulla. Sarà importante? Non ne sono convinto tanto è il radicamento di questo tipo di industria nella nostra società: è un male sopportabile.

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Per la lettura della relazione della Commissione Parlamentare vi rimandiamo al sito di Medicina Democratica Livorno dove è caricato il documento da leggere in particolare a pag.143

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E’ per questo che personalmente sono contro la proprietà privata, perché è un inganno per tutti, anche per chi ci fa i miliardi e si sente un Dio. Uomini primitivi in un piccolo meraviglioso pianeta.

Ma come in molti casi accade c’è poi un lavaggio di coscienza, dove alcuni personaggi chiave nella gestione di certi tipi di industria sono anche presenti in organizzazioni di questo tipo: Mouvement des entreprises de France (MEDEF) per progetti meritevoli come quelli organizzati dal Sustainable Development Commission of the MEDEF.

Sarebbe interessante capire come un colosso produttivo di plastiche e compositi, del genere, si rapporti al problema delle plastiche nell’ambiente e soprattutto nei mari di tutto il mondo. L’essere anonimo è forse un altro modo per togliersi d’impaccio e per godersi la propria proprietà. Purtroppo per loro, i privatisti intendo, il mare è di tutti, anche loro.

per Senza Soste, Jack RR
11 maggio 2018

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21/01/2016

Mesotelioma: il triplo dei casi a Rosignano

I dati saranno resi noti ufficialmente il 22 gennaio dall’Osservatorio nazionale sull’amianto (Ona) a Rosignano Solvay, già oggetto di un ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo. Dal 2001 al 2010 sono stati censiti 24 decessi (6 femmine e 18 maschi) rispetto agli 8 attesi (2 femmine e 6 maschi).
 
L’Ona renderà pubblici tutti i dati che riguardano l’incidenza dell’amianto tra i cittadini di Rosignano Solvay nel corso di un conferenza stampa che si terrà il 22 gennaio alle 16:30 presso la Sala Vigili in Piazza del Mercato. “L’Ona – afferma il presidente della onlus, l’avvocato Ezio Bonanni – ha già da tempo chiesto l’adozione di presidi di prevenzione primaria (evitare ogni forma di esposizione), secondaria (attivare dei controlli sanitari nei lavoratori e cittadini esposti per la diagnosi precoce) e terziaria (puntuale costituzione di rendita Inail, prepensionamento e risarcimento dei danni). Tutte le richieste Ona formulate alle autorità non hanno ottenuto riscontro. Conseguentemente l’associazione ha già formalizzato il ricorso alla Corte europea per chiedere la condanna della Repubblica italiana per la mancata adozione di concrete misure per limitare l’incidenza epidemiologica delle patologie asbesto correlate in Rosignano e in tutto il comprensorio.

L’Ona torna a chiedere che in ambito comunitario si sanzioni l’Italia anche per l’operato della Regione Toscana e del Comune di Rosignano.

Si vuol anche obbligare lo Stato all’adozione di strumenti legislativi e tecnico normativi per preservare il territorio del comune di Rosignano e delle zone limitrofe rispetto al rischio amianto e degli altri agenti patogeni e cancerogeni. “Rosignano è ai primi posti in Italia per i casi di mesotelioma in rapporto alla popolazione, e il trend è tale anche per le altre patologie tumorali“.

20 gennaio 2016

23/10/2014

Solvay, “troppo mercurio in mare”: il rapporto Arpat sugli scarichi dello stabilimento chimico


Secondo la relazione lo stato chimico dell'acqua "non è buono". L'area di influenza è su un tratto di costa lungo circa 7 chilometri chilometri, da Castiglioncello a Rosignano.

“Uno stato chimico non buono” a causa di un’eccessiva concentrazione di mercurio e tributilstagno: è la diagnosi che l’Arpa Toscana ha fatto per un tratto di mare nell’area di fronte a Rosignano Solvay, dove si trovano le Spiagge bianche, meta ogni estate di migliaia di bagnanti malgrado il divieto di balneazione per la vicinanza dello stabilimento chimico Solvay. E l’esito della relazione dell’Arpat si riferisce proprio alla “Qualità delle acque marino costiere prospicienti lo scarico Solvay”. Nel dossier redatto su richiesta del ministero dell’Ambiente si accendono ancora una volta i riflettori sullo stabilimento chimico (produzione di carbonato di sodio, circa 800 dipendenti) della multinazionale, bersaglio da anni degli attacchi degli ambientalisti (secondo alcune fonti, dal 1912 sono state scaricate in mare circa 13 milioni di tonnellate di solidi sospesi) e recentemente al centro di indagini giudiziarie, proprio per un problema di scarichi ritenuti fuori norma.
Secondo il rapporto dell’Arpat l’anomala concentrazione di mercurio sarebbe da imputare “in maniera determinante” alla vicinanza dello stabilimento. Discorso diverso invece per la concentrazione del tributilstagno “che non sembra ascrivibile allo scarico Solvay”. Il quadro delineato – aggiunge comunque l’Arpat – si ripresenta anche “per gran parte degli altri corpi idrici della costa toscana, ad esclusione della Costa dell’Argentario. Non sono però soltanto le Spiagge Bianche (caraibiche per modo dire: il colore della sabbia è generato dai reflui della produzione scaricati a mare) a risentire della vicinanza degli impianti Solvay: le numerose mappature sulla “presenza di una contaminazione da mercurio nei sedimenti” realizzate negli anni passati evidenziano infatti come “l’area d’influenza” dello scarico si estenda a nord-ovest fino a Castiglioncello, la cosiddetta perla del Tirreno, località balneare un tempo meta di attori e registi.
Nel dossier si definisce comunque “buono” lo “stato ecologico” ma soprattutto si evidenziano “livelli di tossicità assente o trascurabile”. Lo studio ricorda però come la prateria di Posidonia oceanica abbia subito nel tempo “una regressione verso il largo del proprio limite superiore causata dall’elevato apporto di sedimenti presenti nello scarico”. Nessun allarmismo e nessun rischio tossicità quindi, ma la guardia delle istituzioni locali resta alta: “Lo studio effettuato da Arpat  non dice cose nuove – dichiara ailfattoquotidiano.it il sindaco Pd di Rosignano Marittimo e presidente della Provincia di Livorno, Alessandro Franchi – si tratta soltanto di un aggiornamento degli studi in corso. Viene perciò confermato che non c’è quindi alcun rischio né dal punto di vista sanitario, né da quello ambientale: stiamo parlando infatti soltanto di sedimenti insabbiati che non generano alcun pericolo”. Franchi ricorda inoltre che “il mercurio dagli anni Settanta non viene più scaricato in mare e che dal 2007 esso non fa più parte dei processi produttivi legati all’elettrolisi“. A tal proposito è lo stesso rapporto a ricordare che le “celle a mercurio” sono state sostituite con le “celle a membrana”. “Comune e Provincia – conclude il sindaco – continueranno a vigilare con tutti i loro mezzi sulla questione”.

Fonte

Stranamente il sindaco di Rosignano non fa il minimo accenno ad una possibile bonifica e sti gran cazzi dei sedimenti che non generano alcun preicolo.

31/07/2013

Solvay, il caso Rosignano sul tavolo del governo: “I ministri intervengano”

L'inchiesta sugli scarichi irregolari si è chiusa: l'azienda ha chiesto il patteggiamento e la Procura ha dato l'ok, a patto che si proceda con il risanamento. Ma Zaccagnini (ex M5S) presenta un'interrogazione: "Come vuole agire l'esecutivo?"

La paura di una “Ilva toscana” finisce sul tavolo del governo. Ci finisce di nuovo e tutto sta nel capire se questa volta qualche ministero risponderà, al contrario di quanto accaduto durante i governi di Silvio Berlusconi e Mario Monti. L’inchiesta della Procura di Livorno ha chiamato la Solvay ad agire il prima possibile sullo stabilimento di Rosignano. Secondo i magistrati le indagini della Guardia di Finanza e dell’Arpat avevano messo in luce procedure di scarico irregolari. Ora è il deputato Adriano Zaccagnini, ex Cinque Stelle e ora nel gruppo misto, che cita proprio ilfattoquotidiano.it, a chiedere a 4 ministri (dello Sviluppo, dell’Ambiente, della Salute e della Giustizia) se siano a conoscenza di una situazione che sotto il profilo ambientale resta delicata e come abbiano intenzione di agire.

Al termine dell’inchiesta, conclusa nella primavera scorsa, a finire nel registro degli indagati sono stati l’ex direttrice dello stabilimento Michéle Huart e altri tre dirigenti responsabili della sodiera, dell’elettrolisi e dei perossidati (Fabio Taddei, Davide Mantione e Massimo Iacoponi). I reati contestati: getto di cose pericolose e il superamento dei valori fissati per legge per gli scarichi. L’azienda ha deciso di patteggiare e la Procura ha accettato. Ma i pm avevano fissato un paletto: l’accoglimento della richiesta di accordo sulla pena era condizionato all’esecuzione dei primi interventi di bonifica e riqualificazione e alla presentazione di un piano da 6,7 milioni di euro che sarà testato a fine 2014. Le pene sulle quali si sono accordati magistrati e avvocati sono pecuniarie, ma alla Solvay il sì dei pm è stato vitale perché il rischio è che se tutto non torna a una completa riambientalizzazione si potrebbe arrivare al sequestro di alcuni impianti dello stabilimento già nel 2015.

L’accostamento all’Ilva di Taranto è anche e soprattutto dovuto all’importanza che questo insediamento industriale ha per l’occupazione dell’intero territorio e si capisce dal fatto che il nome della fabbrica è diventato quello del paese: Rosignano Solvay. La multinazionale belga è sbarcata in provincia di Livorno oltre 70 anni fa: negli ultimi venti sta producendo tra l’altro carbonato e bicarbonato di sodio, cloro, soda caustica e acqua ossigenata.

Tuttavia a preoccupare non è solo il presente. Ma anche il passato. Scrive Zaccagnini nella sua interrogazione che i risultati della produzione degli ultimi 20 anni da parte della Solvay hanno rappresentato “un costo enorme in termini ambientali: un visibile degrado del mare, enormi consumi di acqua e l’estrazione di salgemma nella Val di Cecina fino alle saline di Volterra”. Mentre nel mare, come verbalizzato in una conferenza dei servizi del 2009, sono presenti almeno 400 tonnellate di mercurio. Eppure lì la gente fa il bagno e sulle Spiagge bianche (si chiamano così) prende il sole. Secondo l’ex M5s “i dati sulla salute della popolazione locale sono preoccupanti: un esubero di tumori indica chiaramente quanto la situazione sia drammatica”. Più le altre questioni già sollevate negli anni da comitati locali, associazioni, partiti. Il Pd aveva presentato un’interrogazione durante la scorsa legislatura, ma non ha mai ricevuto una risposta che fosse una.

Intanto, nel giugno scorso, la Regione Toscana ha promosso le Spiagge bianche: “Non sono mai stati rilevati scarichi a mare con livelli di arsenico superiori ai limiti di legge da parte della Solvay” ha detto l’assessore all’Ambiente Vittorio Bugli rispondendo in consiglio a un’interrogazione di Italia dei Valori e Centro Democratico. Anche l’Arpat, all’indomani dei primi articoli del Tirreno, si era affrettata a precisare che – come era emerso in un primo momento – non c’erano scarichi abusivi e ignoti all’Agenzia regionale per l’ambiente.

Insomma Zaccagnini chiede ai ministri cosa sappiano e se ritengano necessario intervenire in qualche modo, per esempio – tra l’altro – con un’indagine epidemiologica in accordo con la Regione, con l’interdizione delle Spiagge bianche, con la chiusura degli scarichi a mare (depurati o meno) o magari con un obbligo per lo stabilimento di dotarsi di un impianto a circuito chiuso dell’acqua.

Fonte

15/06/2013

Scarichi Solvay, il regime copre la multinazionale, ma anche se stesso


Un profondo senso di disgusto prende qualunque persona onesta che legga le dichiarazioni degli amministratori toscani. Cercando di superare questo disgusto, entriamo brevemente nel merito, nella speranza di fare chiarezza, non tanto tra gli amministratori (non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire), quanto tra la gente onesta ed inquinata.
Dunque, la Solvay di Rosignano scarica in mare i propri rifiuti speciali gratuitamente da sempre. Ad un prezzo prudente di 300 euro a tonnellata (tanto costerebbe un corretto smaltimento in discarica autorizzata) Solvay ha risparmiato negli ultimi 40 anni (dalla legge Merli) almeno 1.400 milioni di euro. Solo questo lascia intendere il motivo del consenso che si è creata tra gli amministratori.
Ma andiamo con ordine: Solvay scarica in mare, in deroga ai limiti della legge Merli (1976), della Delibera dei Ministri 4.2.77, del Decreto legislativo 152/99 gli scarichi bianchi, o solidi sospesi, che trasportano - secondo l’ultima dichiarazione Solvay al Ministero dell’ambiente - 1.449 kg di arsenico e composti, 91 Kg di cadmio e composti, 1.540 kg di cromo e composti, 1.868 kg di rame e composti, 71 kg di mercurio e composti, 1.766 kg di nichel e composti, 3.218 kg di piombo e composti, 15.049 kg di zinco e composti, 145 kg di diclorometano, 3 kg di tetraclorometano, 73 kg di triclorometano, 350 kg di fenoli, 327 kg di fosforo, 5,5 tonnellate di azoto, e addirittura 717.000 tonnellate di cloruri.
Negli anni ’70 il comune di Rosignano “le venne incontro”, scaricando nel fosso bianco le proprie fogne, raffreddandolo e diluendolo. Non bastava. Dagli anni ’90 ASA scarica i reflui del depuratore nel solito fosso bianco, poi anche quelli del depuratore Aretusa, che Solvay periodicamente non preleva e non riutilizza come concordato, ad ulteriore danno della popolazione e della parte pubblica, che lo hanno pagato.
Ma non basta ancora, com’era prevedibile. Ma dove non si arriva rispettando la legge, si arriva con i cosidetti “accordi di programma”. Nel 2003 con la regìa del ministro Altero Matteoli – ex verniciatore Solvay/Consonni -  si stipulava un accordo di programma che prevedeva, tra l’altro, di ridurre gli scarichi bianchi da 200mila tonnellate/anno a 60 mila entro il 2007. Tutte le tappe intermedie di riduzione (2004-2006) furono fallite, ma  la Regione erogava ugualmente 30 milioni di euro pubblici a Solvay “a stato di avanzamento lavori”. Insomma, la Regione sapeva dell’inadempienza, ma pagava lo stesso. Qualunque persona onesta penserebbe ad una truffa combinata ai danni dello Stato.
Oggi gli scarichi bianchi sono ancora almeno 120 mila tonnellate l’anno, il doppio di quanto concordato nel famoso accordo del 2003, e quel che è più grave trasportano il doppio di arsenico, il doppio di mercurio, il doppio di cadmio, di cromo, di piombo, di nichel, di zinco ecc di quanti ne avrebbero “dovuto” trasportare in mare.
Di quali limiti rispettati parlano  i nostri amministratori? Come sarà possibile raggiungere la qualità “buono” del nostro mare nel 2015, con questi incredibili ritardi? Di quale non pericolosità parla il sindaco di Rosignano? Che dovrebbe sapere che i metalli pesanti si accumulano nell’ambiente, e che se una  spruzzata occasionale di arsenico può essere poco nociva, tutt’altra cosa è l’accumulo ormai secolare di metalli pesanti, che oltretutto  colpiscono in sinergia tossica, moltiplicando i danni alla salute.
Occorre chiudere subito  gli scandalosi scarichi Solvay,  prima che diventino per la Toscana l’equivalente degli alberi da tagliare a Istambul.
 
14/6/2013
Maurizio Marchi
Medicina Democratica - Sezione di Livorno e della Val di Cecina
www.medicinademocraticalivorno.it