Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/10/2014

Solvay, “troppo mercurio in mare”: il rapporto Arpat sugli scarichi dello stabilimento chimico


Secondo la relazione lo stato chimico dell'acqua "non è buono". L'area di influenza è su un tratto di costa lungo circa 7 chilometri chilometri, da Castiglioncello a Rosignano.

“Uno stato chimico non buono” a causa di un’eccessiva concentrazione di mercurio e tributilstagno: è la diagnosi che l’Arpa Toscana ha fatto per un tratto di mare nell’area di fronte a Rosignano Solvay, dove si trovano le Spiagge bianche, meta ogni estate di migliaia di bagnanti malgrado il divieto di balneazione per la vicinanza dello stabilimento chimico Solvay. E l’esito della relazione dell’Arpat si riferisce proprio alla “Qualità delle acque marino costiere prospicienti lo scarico Solvay”. Nel dossier redatto su richiesta del ministero dell’Ambiente si accendono ancora una volta i riflettori sullo stabilimento chimico (produzione di carbonato di sodio, circa 800 dipendenti) della multinazionale, bersaglio da anni degli attacchi degli ambientalisti (secondo alcune fonti, dal 1912 sono state scaricate in mare circa 13 milioni di tonnellate di solidi sospesi) e recentemente al centro di indagini giudiziarie, proprio per un problema di scarichi ritenuti fuori norma.
Secondo il rapporto dell’Arpat l’anomala concentrazione di mercurio sarebbe da imputare “in maniera determinante” alla vicinanza dello stabilimento. Discorso diverso invece per la concentrazione del tributilstagno “che non sembra ascrivibile allo scarico Solvay”. Il quadro delineato – aggiunge comunque l’Arpat – si ripresenta anche “per gran parte degli altri corpi idrici della costa toscana, ad esclusione della Costa dell’Argentario. Non sono però soltanto le Spiagge Bianche (caraibiche per modo dire: il colore della sabbia è generato dai reflui della produzione scaricati a mare) a risentire della vicinanza degli impianti Solvay: le numerose mappature sulla “presenza di una contaminazione da mercurio nei sedimenti” realizzate negli anni passati evidenziano infatti come “l’area d’influenza” dello scarico si estenda a nord-ovest fino a Castiglioncello, la cosiddetta perla del Tirreno, località balneare un tempo meta di attori e registi.
Nel dossier si definisce comunque “buono” lo “stato ecologico” ma soprattutto si evidenziano “livelli di tossicità assente o trascurabile”. Lo studio ricorda però come la prateria di Posidonia oceanica abbia subito nel tempo “una regressione verso il largo del proprio limite superiore causata dall’elevato apporto di sedimenti presenti nello scarico”. Nessun allarmismo e nessun rischio tossicità quindi, ma la guardia delle istituzioni locali resta alta: “Lo studio effettuato da Arpat  non dice cose nuove – dichiara ailfattoquotidiano.it il sindaco Pd di Rosignano Marittimo e presidente della Provincia di Livorno, Alessandro Franchi – si tratta soltanto di un aggiornamento degli studi in corso. Viene perciò confermato che non c’è quindi alcun rischio né dal punto di vista sanitario, né da quello ambientale: stiamo parlando infatti soltanto di sedimenti insabbiati che non generano alcun pericolo”. Franchi ricorda inoltre che “il mercurio dagli anni Settanta non viene più scaricato in mare e che dal 2007 esso non fa più parte dei processi produttivi legati all’elettrolisi“. A tal proposito è lo stesso rapporto a ricordare che le “celle a mercurio” sono state sostituite con le “celle a membrana”. “Comune e Provincia – conclude il sindaco – continueranno a vigilare con tutti i loro mezzi sulla questione”.

Fonte

Stranamente il sindaco di Rosignano non fa il minimo accenno ad una possibile bonifica e sti gran cazzi dei sedimenti che non generano alcun preicolo.

18/07/2013

Arpat: “La diossina c’è ma non quella tossica”. I professionisti della disinformazione al servizio degli avvelenatori

1) L’ARPAT e la sindrome Nimby

Se si ritenesse l’ARPAT (agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) solo un organismo tecnico gli si farebbe un grave torto. La vera missione che essa stessa si pone è infatti di carattere prettamente politico: quella di lavorare all’azzeramento della conflittualità ambientale sul territorio.

Basta dare un’occhiata al sito per capire che la nostra non è una semplice battuta polemica. Un ampio spazio è infatti dedicato ai materiali del “Nimby forum”, un progetto patrocinato dai Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico con la partecipazione dei soliti falsi-verdi piddini della Legambiente e gestito da un’associazione di Milano che si chiama Aris (Agenzia di Ricerche, Informazione e Società).

L’Aris ha lo scopo di organizzare eventi che favoriscano la cultura della “modernizzazione”, in poche parole la realizzazione di grandi opere a forte impatto ambientale, superando l’opposizione dei cittadini. Com’è noto Nimby è una sigla che significa Not in my backyard (Non nel mio cortile), ed ha un carattere fortemente dispregiativo: le lotte ambientaliste sarebbero frutto di una cittadinanza poco colta, poco informata e incline a piccoli egoismi locali. Si parla infatti di sindrome Nimby a sottolineare l’aspetto patologico di questa opposizione. Il progetto “Nimby forum” ha lo scopo di monitorare e censire queste lotte per definire strategie comunicative in grado di appianarle. Da notare che tutte le lotte registratesi in Italia vengono qui automaticamente classificate come Nimby e inserite nel database, nessuna esclusa. Al Convegno 2012 del forum hanno partecipato personaggi del calibro di Corrado Clini (ex Ministro dell’Ambiente) Chicco Testa per l’Assoelettrica, Adolfo Spaziani della Federutility ed Ermete Realacci di Legambiente. Tra i sostenitori compaiono l’Enel e altre organizzazioni imprenditoriali, a partire naturalmente da quelle che, costruendo gli impianti più problematici, hanno il maggiore interesse a superare ogni opposizione.

In Italia, si legge in uno degli articoli reperibili sul sito dell’ARPAT, ”emerge un’opinione pubblica contraria a qualsiasi installazione ed impianto, a prescindere dalle valutazioni di rischio e di impatto ambientale. (...) Secondo alcuni studi è soprattutto la carenza di informazione ai cittadini la causa principale delle opposizioni ad un progetto: se i rapporti con questi ultimi fossero impostati in maniera più aperta, probabilmente molte contestazioni verrebbero mitigate. In questa prospettiva diventa essenziale il ruolo dei soggetti terzi che garantiscano le informazioni, la disponibilità dei dati, i monitoraggi e i controlli: questo è il ruolo della moderna Pubblica Amministrazione, e quindi anche di ARPAT”.

L’ARPAT, qui tramite una delle sue addette stampa, rivendica quindi in maniera del tutto esplicita un ruolo assolutamente politico, cioè quello di appianare le vertenze ambientali. Ne prendiamo atto. Forse sarebbe opportuno però che questa pregevole missione venisse svolta con i soldi delle imprese di cui sopra e non con quelli dei cittadini. A voler essere pignoli ricordiamo pure che l’ARPAT dipende dalla Regione ed è la Regione che stabilisce dove devono essere collocati gli impianti di trattamento dei rifiuti e altre attività produttive potenzialmente nocive. Ma non guardiamo il pelo nell’uovo.

2) ARPAT, Tirreno, Nazione e la diossina della Galletti

8 luglio 2013, Livorno. Un incendio distrugge un’ingente quantità di materiali stoccati nel piazzale della ditta Galletti, in Via dell’Ecologia, tra Pian di Rota e Stagno. Una delle tante ditte che trattano rifiuti in convenzione con l’AAMPS e che periodicamente prendono fuoco. La Lonzi Metalli di Via del Limone “vanta” sette incendi in undici anni. Come quello del 2009, nella notte in cui Livorno festeggiava la vittoria nei playoff e il ritorno in serie A, in cui presero fuoco 5.000 tonnellate di rifiuti. Per l’ARPAT in quel caso la diossina sarebbe rimasta nei mitici “limiti di legge” e fu rilevato solo un eccessivo stoccaggio di materiali a causa del quale svolazzavano buste e cartacce.

La nube nera che dalla Galletti si allarga a tutta la zona nord della città, le testimonianze e il materiale fotografico e video disponibile in rete non lasciano dubbi: tra i materiali bruciati c’è della plastica. In queste condizioni è quasi impossibile che non si sia prodotta diossina.

E infatti dai risultati delle analisi, effettuate dall’ARPAT abbastanza celermente e rese note una settimana dopo l’incendio, risulta la presenza della temutissima diossina. Qualcuno probabilmente si sarà posto il problema di come comunicarlo alla popolazione senza fomentare la sindrome Nimby.

L’ARPAT, nel suo comunicato, informa che “i valori di tossicità equivalente fatti registrare risultano dello stesso ordine dei valori di fondo delle aree urbane lontane da potenziali sorgenti di emissione del Nord America”. In poche parole, l’incendio non avrebbe prodotto alcun “surplus” di diossina e quella che c’è si troverebbe lì per caso.

A partire da questo ambiguo comunicato si scatenano i professionisti della disinformazione e dobbiamo dire che anche stavolta fanno davvero un ottimo lavoro. Dal sito de Il Tirreno: “Trovate diossine, non tossiche”. Da La Nazione: “Scongiurato il pericolo diossina”. Titoli talmente assurdi che perfino l’ARPAT si sente in dovere di precisare. In realtà, scrive, “le analisi non rilevano la formazione di Tetra Cloro Dibenzo para Diossina (TCDD), ovvero la più pericolosa tra le 210 molecole appartenenti alla classe chimica denominata diossine, di cui 17 aventi tossicità apprezzabile”. E le altre 16?

Giri di parole e titoli scritti ad arte per nascondere la realtà, cioè che per il profitto di pochi siamo in presenza di un avvelenamento di massa i cui effetti poi si ritrovano puntualmente nei dati sanitari della popolazione livornese e in particolare in quella dei quartieri nord. La stampa locale la conosciamo, ma i funzionari pubblici non dovrebbero avere come unico scopo quello di tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini?

Per Senzasoste Ciro Bilardi, 16.7.2013

Nella foto l'incendio alla ditta Galletti di Via dell'Ecologia

Fonte