Il rapporto tra marketing e politica è sempre stato
visto come quello tra due soci di cui il primo conosce le tecniche di
sviluppo aziendali mentre il secondo è più interessato ad acquisirle che
a promuoverle. In parte questo luogo comune è vero in parte le cose
funzionano in altro modo. In questo scenario, ciò che oggi assume
indubbio interesse è il fatto che la politica non ha una propria
autonoma strategia di comunicazione e di sviluppo di un linguaggio, e
ha naturalizzato l’adattamento delle proprie esigenze a
stili, strategie e piattaforme di comunicazione sviluppati dal
marketing.
È un fenomeno curioso, dagli esiti culturali più strani: da
una parte il linguaggio del marketing, quando usato dalla politica, si politicizza dall’altra, nel momento in cui il linguaggio della politica è adatto a esigenze di marketing, tende a depoliticizzarsi. In generale si tratta del prodotto culturale comune a operatori di
mercato e cordate politiche ovvero soggetti che tendono a utilizzare i
flussi di comunicazione della società in modi differenti. Nell’ultima
decade questo prodotto fa parte, a pieno titolo, della data-driven economy
in diverse forme (dalla produzione di dati alla circolazione di merci
oltre che, naturalmente, di consenso). Il fatto però che la politica
tenda a perdere una propria autonoma originalità in questi processi – egemonizzati dalle tecniche di marketing e dalle esigenze delle data-driven economy
– non rimane senza conseguenze. Basta vedere il processi di
comunicazione collettiva durante il periodo più duro dell’emergenza covid:
scomparso il ruolo comunicativo guida dei partiti (a parte qualche
pagina facebook che, ricordiamo, è un prodotto di marketing), ingessata
la comunicazione istituzionale (per motivi di equilibrio di potere ma
anche per esigenze comunicative delle figure tecniche durante la crisi) è
la pubblicità che ha fatto la parte del leone nella propaganda dei
comportamenti, e dei sentimenti, da suggerire alla popolazione nelle
fasi dell’epidemia. E così il ruolo politico della propaganda è passato
alle mozzarelle, alle fabbriche di divani, ai supermercati, alla
comunicazione della filiera agroalimentare che hanno inondato il corpo
sociale, come i social e i media, di proposte di stili di atteggiamenti
positivi, solidali, patriottici quelli che fanno una nazione una e
unica, con una identità da adottare durante e dopo il lockdown.
Non sono mancate, negli spot, le citazioni di Martin Luther King per
dare un ruolo pastorale e di guida politico-spirituale al messaggio di
marketing. Alla politica, quindi, la comunicazione ingessata e le
polemiche velenose, alla pubblicità il ruolo guida della comunicazione
politica, quello che definisce, tramite la propaganda, il modo con il quale una nazione si mobilita.
Un caso tipicamente italiano? No, se andiamo a vedere cosa è accaduto,
anche se in forme diverse, negli Usa in queste settimane:
l’esternalizzazione delle tecniche di comunicazione politica verso il
marketing ha ottenuto, quasi ovunque, l’effetto di lasciare al mercato
la produzione del linguaggio politico che parla alla popolazione. Quindi
se Apple, Nike, Adidas e IBM si schierano,
in forme diverse, a favore dei manifestanti contro Trump non fanno altro
che tutelare la quota di linguaggio politico che detengono sul mercato.
Ma in Usa, di cosa stiamo parlando? Della presa di posizione delle
aziende citate contro le misure di Trump adottate verso i manifestanti
dopo l’uccisione di Floyd: tweet e retweet, tra Adidas e Nike, dichiarazioni del CEO, nel caso di Apple,
prese di posizioni ufficiali del consiglio di amministrazione nel caso
di IBM. Tutte a favore dei manifestanti, IBM addirittura contro i
software di riconoscimento facciale (usabili contro chi scende in
piazza) già fortemente criticati in USA poco prima della crisi a causa
della vicenda Clearview (citata qui). Ma perché accade tutto questo? Per una serie di motivi che vanno elencati brevemente.
1) Si tratta di multinazionali non soddisfatte di Trump. Basta
pensare alle criticità permanenti tra governo cinese e presidenza Trump
e realizzare che IBM è in Cina dal 1995, Apple ha nel paese asiatico sia fabbriche che un importante mercato strategico e Nike esternalizza, anche oggi, la produzione in Cina. Come avviene per Adidas,
che è tedesca, ma che in Cina ha quasi 130 fabbriche e, con queste
posizioni, mette in difficoltà una amministrazione americana sgradita al
governo di Berlino, un modo di fare politica estera efficace senza creare frizioni visibili tra le cancellerie. In questo modo, e noi con Mediaset
che a suo tempo si fece partito politico ne dovremmo sapere qualcosa,
chi detiene quote di linguaggio politico grazie agli investimenti in
marketing decide di intervenire in prima persona per rappresentare
direttamente i propri interessi.
2) Un modo particolare di fare marketing e customer care: se il problema di IBM è stato quello di aggiornare la propria immagine usando la questione del riconoscimento facciale, per Apple, Nike e Adidas – che sono parte degli oggetti quotidiani usati da milioni di manifestanti – si tratta di un tipo di customer care
dove il prodotto fornisce, tramite la comunicazione che viene fatta
nella sfera pubblica, il valore aggiunto della dignità e del rispetto
del manifestante. Insomma, il cliente Apple è seguito e curato ovunque,
non come quello della ormai distrutta Blackberry che, strumento principe nei riot
inglesi del 2011, non ha mai potuto usare questo genere di valore d’uso
per il proprio marketing ed è finita sotto attacco in India e in
Sudafrica come elemento di violazione della sicurezza nazionale. Per Nike e Adidas la customer care di questo tipo assume la funzionalità di un nuovo genere di street marketing, legato alle rivolte da strada.
Dal punto di vista più strettamente legato alle teorie del marketing
bisogna dire che, guardando ai classici del settore, l’obiettivo Guerrilla Marketing, nelle strategie comunicative delle multinazioni qui citate è pienamente centrato.
Ma cosa è il Guerriglia Marketing? Prima di
tutto si tratta di una concezione aziendale, quindi pienamente interna
al mercato, tratta dall’omonimo testo di Jay Levinson che si riassume
così: usare tattiche non convenzionali rispetto a quelle più praticate nella propria epoca per fare marketing anche con piccoli budget
a disposizione. Da notare come gli esempi proposti siano tutti di
eventi comunicativi a basso, bassissimo budget, con grande effetto
sul pubblico e sulla politica, espressi con tweet e comunicati
e ramificatisi in rete con spontaneità virale. Tutta roba che non
stravolge certo i grandi programmi di spesa, e le politiche ufficiali di
queste aziende ma che, quando è usata con intelligenza come in questo
caso, centra tutti gli obiettivi di questo genere di comunicazione
agile: selezionare il target e colpirlo, parlare con linguaggio
chiaro al proprio pubblico, creare attenzione generalizzata senza
perdere l’identità del proprio business anzi, rafforzandola.
Vista
l’entità delle rivolte in USA nei giorni scorsi si può dire che siamo di
fronte ad un passaggio intelligente del Guerrilla Marketing: fare marketing sulla guerriglia
urbana. L’esternalizzazione delle tecniche di comunicazione politica
verso il marketing ha quindi ottenuto, in Usa come in Italia, l’effetto
di lasciare al mercato la produzione del linguaggio politico che parla
alla popolazione. Con una differenza fondamentale, come si è visto, in
questo genere di produzione: in Italia la comunicazione politica, che
promuove un prodotto, ha un budget tradizionale e si vuole sinergica con
quella istituzionale; negli Usa si tratta di guerriglia marketing, a basso budget, che genera l’effetto di togliere credibilità al presidenza in carica.
C’è inoltre un effetto su cui il comportamento dei movimenti, escludendo i copycat dell’estetica della protesta proveniente da oltreoceano, devono fare una riflessione: l’agitazione in forma di rivolta è sempre produzione di utopia ed è in nome di questa forza sociale dirompente che chi scende in piazza è davvero disposto a tutto. L’utopia è anche il grande valore aggiunto delle strategie di marketing
nel momento in cui un prodotto da lanciare deve rompere con l’ordine
esistente e rivoluzionare il mercato. Lo vediamo nel marketing delle
tecnologie della comunicazione (con l’idea della libertà del
comunicare-vivere rilanciata ad ogni nuova linea di prodotto di smartphone o abbonamenti flat),
come in quello dell’abbigliamento sportivo (che si aggancia da tempo al
linguaggio del mondo senza barriere razziali). In questo senso
l’utopia è sia la connessione collettiva di cui i movimenti fanno parte
che il know-how di chi deve lanciare un prodotto che
rivoluziona il mercato.
Fare quindi marketing sulla guerriglia non è
solo sperimentare linguaggi ma anche alimentare know-how
aziendali di grande importanza commerciale. È contrastabile questo modo
di procedere? Solo i movimenti, le culture più affini al concetto di
guerriglia lo possono destabilizzare, guardando all’unico modo in cui la
politica è efficace: quando trova la forza di emanciparsi dal
marketing. Il resto, come si vede tutti i giorni, è già assorbito nel mainstream o, come nel caso della fase vincente della comunicazione di Salvini, fa guerrilla marketing per crescere nel mondo istituzionale senza mai uscire da quelle logiche.
Infine vale la pena ricordare La democrazia in America
anche se chi scrive ha un retropensiero: quello che vuole che
Tocqueville non si sia mai fatto una grossa idea di cosa fossero
effettivamente gli Stati Uniti che ha visitato. Tocqueville parla di
democrazia in America come di un regime abbandonato ai propri istinti
senza una reale regolazione giuridica e costituzionale. Sembra strano
ma dopo quasi due secoli di iperfetazione giuridica dell’America su sé
stessa successivi al libro di Tocqueville, che esce nel 1835, quest’idea del rapporto tra circolazione degli istinti e debolezza della
democrazia pare proprio vada fatto uscire dagli archivi. Perché il rapporto tra istinto e utopia, connessi nelle tecnologie della comunicazione,
è di quelli in grado di mettere in discussione le forme della
democrazia. C’è solo da chiedersi se, in un senso, questo rapporto viene
cavalcato dal marketing o, in un altro, dai movimenti.
per codice rosso, nique la police
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/06/2020
05/02/2016
Le solite utopie letali: un populismo di sinistra
Duccio Sorbini per CortocircuitO
Alcune settimane fa in un articolo pubblicato su Contropiano (qui) Guido Lutrario auspicava l’affermarsi anche in Italia di una forza populista di sinistra. Premesso come qualsiasi speranza sia lecita e non meriti affatto di essere denigrata a priori, a noi sembra che un simile sviluppo non sia né probabile né desiderabile. Prima di procedere però nel nostro argomentare, permetteteci una
precisazione. Nell’articolo in questione c’è un generico e costante
riferimento alla “sinistra”. Il termine – come tutti sappiamo – è
problematico sotto molti punti di vista. Nel caso specifico però, la
difficoltà di inquadramento riguarda specificatamente l’obiettivo ultimo
dell’azione politica che ci si prefigge. Detto altrimenti, se la
finalità è la costruzione di una nuova forza nel campo riformista della
sinistra socialdemocratica, probabilmente ha ragione Christian Raimo a
dichiarare che “c’è bisogno di un populismo di sinistra”, magari proprio
sulla scia di quanto fatto da Syriza in Grecia oppure Podemos in
Spagna. In tal caso però il nostro interesse si esaurirebbe qui. Al
contrario, se come sembra possibile dedurre dal media sul quale è stato
pubblicato l’articolo così come dal riferimento di Lutrario stesso ad un
radicale “cambiamento di sistema” l’attenzione è rivolta verso un
superamento dell’esistente, allora la strada proposta dall’autore ci
sembra sbagliata e pericolosa.
L’articolo ha indubbiamente il merito di
cogliere alcune nostre debolezze presenti. Tra queste ci sembrano
particolarmente significative la nostra incapacità di giungere
ad una chiara individuazione di un nemico, attraverso l’attivazione di
una forte dicotomia noi-loro, e la perdurante sterilità di tutte quelle
proposte generali che hanno provato ad andare oltre le singole vertenze
per ricomporle in un quadro d’insieme più ampio. Detto questo, immaginare che la “costruzione del popolo” possa essere la soluzione rimane alquanto dubbio.
Il pensiero di Lutrario muove dalla
suggestione che ci sia stata negli ultimi decenni una considerevole
riduzione – il riferimento è chiaramente occidente centrico – del peso
specifico del proletariato industriale. Questo, a sua volta, avrebbe
quindi determinato l’indebolimento della componente centrale del blocco
storico anticapitalista, portando alla conseguente necessità di spostare
l’attenzione dalle classi al “popolo”. Recentemente, i Clash City
Workers hanno mostrato nel loro libro d’esordio (qui)
come una simile tendenza sia effettivamente presente, anche se a conti
fatti il fenomeno appare – rispetto alla sua reale portata – molto
ingigantito nella percezione comune. Quello che a noi interessa qui non è
però una guerra di cifre. Al contrario, ci teniamo a ribadire come
l’attenzione che studiosi e militanti marxisti hanno dedicato ai
lavoratori non risieda né nelle loro misere condizioni di vita né
tantomeno nel fatto che gli operai siano soggetto preponderante – dal
punto di vista numerico – nella società. Il presupposto è un
altro e deriva dal fatto che l’attuale sistema sociale di produzione e
scambio è innervato e guidato da una sola finalità: la costante
necessità del capitale di valorizzarsi. Questo, come Lutrario sa bene, è
possibile solo attraverso l’appropriazione da parte dei non-produttori
di quanto fatto da chi quotidianamente è costretto a prestare la propria
forza-lavoro in cambio di un salario. Proprio questo ruolo di
assoluta centralità nel processo di valorizzazione del capitale rende i
lavoratori depositari – potenzialmente, si intende – di una forza che
nessun altro gruppo nella società può possedere. L’aspetto centrale non è
quindi quello quantitativo, ma bensì quello qualitativo. D’altro canto,
a nessuno sfugge come grandi concentrazioni operaie in giganteschi
stabilimenti di produzione creino delle condizioni indiscutibilmente più
favorevoli alla nostra causa, ma sarebbe forse il parziale venir meno
di queste per dichiarare la teoria marxiana del valore superata?
Inoltre, delocalizzazioni tout court e parziali
esternalizzazioni di tutti quei processi che alcuni decenni fa erano
tutti interni alla grande fabbrica fordista hanno indiscutibilmente
incrementato la centralità della logistica come settore non direttamente
produttivo ma cruciale per la valorizzazione del capitale. L’emersione
proprio qui di uno dei più avanzati ed interessanti confronti di classe dovrebbe quanto meno far riflettere chi sbandiera il “popolo” come exit strategy di fronte alla nostra inadeguatezza.
In conclusione, ci sembra importante
notare come nessun marxista abbia mai creduto che un processo
rivoluzionario possa essere il portato della sola classe operaia. In tal
senso qualsiasi grande trasformazione deve vedere necessariamente il
mettersi in moto di tutti i settori della società. Al tempo stesso però,
proprio per quanto detto prima, i lavoratori non possono non svolgere un ruolo decisivo nel processo stesso.
Di più, questi ne devono assumere la guida, precipitando nel proprio
movimento tutti gli altri settori sociali, che ne diventano così
comprimari. Fateci chiarire quanto detto con un esempio. Quando il
Coordinamento Lavoratori Livornesi chiama una grande manifestazione
cittadina allo scopo di far guadagnare forza alle varie vertenze in atto
ed i commercianti labronici decidono di buttare giù le saracinesche dei
loro negozi in solidarietà con la manifestazione, il movimento operaio
ingloba al proprio interno il malessere sociale e le difficoltà
economiche degli “agenti del capitale”, accodandoli nel proprio
movimento ed evitando che questi assumano posizioni reazionarie. Per
questo quello di cui necessitiamo non è un nuovo populismo di sinistra,
ma un chiaro, forte, vibrante, e combattivo movimento di classe.
21/06/2015
La rete dall’utopia al mercato
Fare i conti con la Rete vuol dire addentrarsi su un terreno
scivoloso, dove i limiti della cassetta degli attrezzi dell’autore di
turno vengono impietosamente evidenziati. Non sfugge alla regola il
saggio di Benedetto Vecchi, La Rete dall’utopia al mercato (manifestolibri - ecommons, 2015).
Vecchi non affronta di petto il tema annunciato dal titolo, ma tenta di
farlo emergere progressivamente, costruendo un mosaico fatto di decine
di tessere, ognuna delle quali prende in esame le idee di uno dei tanti
autori che si sono occupati di Internet dagli anni Novanta a oggi.
Evitando di seguirlo su questo terreno, mi concentrerò sui nodi
fondamentali del suo discorso e, per agevolare il compito al lettore,
anticipo il punto di vista da cui prende le mosse la mia analisi
critica: le tesi postoperaiste – campo teorico nel quale si inscrive il
contributo di Vecchi – scontano, fra le altre, tre evidenti aporie
associate alla nostalgia nei confronti di altrettanti “paradisi
perduti”.
Il primo lutto è ascrivibile alla perdita delle speranze – stroncate dall’uso capitalistico dell’innovazione digitale – che l’utopia hacker aveva suscitato fra la seconda metà degli anni Novanta e i primi anni del Duemila. Del resto il distacco di Vecchi da ciò che avrebbe potuto essere e non è stato (l’utopia che si è fatta mercato) non è mai definitivo, per cui il retrogusto di quella speranza, ancorché fondata oramai solo sull’immaginario, continua ad aleggiare fra le righe, smentendo il senso del titolo. Il secondo lutto mancato si riferisce a un evento ben più lontano nel tempo ma ancora tanto attuale da sovradeterminare ogni passaggio del discorso: in barba alle impietose smentite della storia, i postoperaisti (né Vecchi fa eccezione) restano abbarbicati al dogma secondo cui il lavoro vivo, lungi dall’essere oggetto passivo dell’accumulazione capitalistica, ne determina costantemente la direzione di sviluppo. Di qui il disorientamento per il venir meno di una figura centrale dell’antagonismo di classe quale è stato l’operaio massa, e il tentativo di riesumarne la funzione raggruppando le proliferanti identità del nuovo proletariato sotto la categoria di moltitudine. Infine il terzo lutto mancato, il più paradossale, nella misura in cui riguarda un approccio teorico che dichiara d’aver preso congedo dalla dialettica storicista: mi riferisco al persistente riferimento alla tesi marxiana secondo cui la contraddizione fra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione è destinata a raggiungere il punto di rottura nel momento in cui la potenza del general intellect divenga tale da svelare la “miseria” della legge del valore – momento che si ritiene superato con l’avvento dell’economia della conoscenza. Questo evento, che negli anni Sessanta e Settanta veniva inquadrato nel concetto di tendenza, viene ora considerato come pienamente realizzato, al punto da determinare la forma stessa degli attuali rapporti di produzione, i quali possono apparirci ancora capitalisti solo in ragione della costituiva ambivalenza della realtà sociale in cui viviamo. Vediamo ora di districare i tre nodi in questione seguendo l’ordine appena elencato.
A tratti Vecchi sembra ammettere che la transizione dall’utopia al mercato (che personalmente definirei come la metamorfosi dell’originaria narrativa hacker – fondata sui principi della condivisione delle conoscenze e della collaborazione competitiva fra tecnici informatici professionali e amatoriali – nell’attuale narrativa neomanageriale) è un processo compiuto e irreversibile. Ciò avviene, per esempio, laddove afferma che, dietro a un cybercapitalismo che si basa sulle nuove tipologie di “lavoro libero”, si annida in realtà un modo di produzione in cui l’unica libertà concessa resta quella di vendere la propria forza lavoro. Oppure laddove allude al “patto luciferino” che lega imprese e professional, accomunati da un unico obiettivo: garantire una crescita di produttività in grado di tradursi in costante aumento del valore delle azioni (passaggio in cui si avverte un’eco delle tesi di Dardot e Laval sulla costruzione dell’homo competitivus come soggetto antropologico neoliberista). O infine laddove, nel contesto di un’analisi del mondo Apple, si parla di convivenza fra forme di lavoro servile e militarizzato con i knowledge workers e la potenza della cooperazione sociale messa a profitto (colpisce però la mancata analisi del conflitto di interessi fra questi diversi strati di classe).
Eppure Vecchi non riesce a dare per chiusa la partita. Al contrario: è evidente come restino potenti le seduzioni che continua a subire sia da parte delle sirene anarcocapitaliste di Yochai Benkler, sia degli annunci di democrazia diretta e partecipativa di Manuel Castells (il guru della “autocomunicazione di massa”). Così, quando si misura con il discorso di Benkler, non resta insensibile alla tesi secondo cui il fatto che la conoscenza sia divenuta il principale mezzo di produzione comporterebbe automaticamente la messa in discussione della sua appropriazione privata. Per Benkler – che rivendica esplicitamente la propria vicinanza alle visioni “libertariane” degli anarco capitalisti – ciò significa postulare la possibile transizione a un “capitalismo senza proprietà”, fondato sulla cooperazione/competizione fra piccoli produttori indipendenti, disponibili a condividere conoscenze sulla base di un’inedita economia del dono. Vecchi, pur non sposando esplicitamente tale tesi, sembra concordare sul fatto che le strategie di enclosure dei beni immateriali “non riescono a bloccare la condivisone del sapere in quanto tratto distintivo di Internet”. Al contempo tenta di tradurre la visione di Benkler nel lessico marxiano, postulando “l’intrinseca eccedenza” di saperi e conoscenze rispetto alle norme imposte dai rapporti di produzione vigenti.
Come conciliare queste oscillazioni con la presa d’atto della resa dell’utopia hacker al patto luciferino con il capitale? Semplice: basta postulare la “assoluta ambivalenza” dell’attitudine hacker. Ambivalenza che viene chiamata in causa anche laddove Vecchi, dialogando con Castells, ne rilancia l’idea secondo cui “lo spazio dei flussi” (cioè lo spazio virtuale delle relazioni sociali mediate dalla Rete) sarebbe il contesto in cui “prendono forma nuove procedure per la decisione politica al di fuori del monopolio dello stato”. Eppure Vecchi non ignora le analisi critiche – che cita del resto ampiamente – di Evgenj Morozov e altri autori (compreso il sottoscritto) nei confronti della presunta vocazione democratica della Rete; ciò non gli impedisce di sostenere che, pur essendosi convertita in una tecnologia di controllo sociale, la Rete resterebbe il contesto dove poter immaginare sia una politica di riappropriazione della ricchezza sia un modello alternativo di organizzazione politica. Immaginare è sempre lecito, resta da stabilire se, prima di assumere la Rete a modello, anche solo immaginario, non convenga appurare se gli algoritmi che governano lo spazio dei flussi siano strumenti neutri, dei quali basterebbe riappropriarsi per rovesciarne senso e funzione (ma di questo più avanti).
Passiamo al secondo nodo. L’idea che la direzione di sviluppo dell’accumulazione capitalista sia interamente determinata dalla necessità di superare la resistenza operaia, è un dogma fondativo dell’operaismo, per cui si capisce come risulti difficile prendere atto della disfatta del lavoro vivo nei decenni successivi al ciclo di lotte conclusosi con gli anni Settanta. Pur di non riconoscere che l’inversione del rapporto di forze fra lavoro vivo e capitale è stato il frutto storicamente determinato e contingente del modello produttivo fordista, ci si è arrampicati sugli specchi per identificare, di volta in volta, nuove figure in grado di incarnare la tendenza: operaio sociale, lavoratori della conoscenza, lavoro autonomo di seconda generazione sono stati variamente convocati per recitare la parte del nuovo soggetto in grado di esercitare pratiche autonome di “autovalorizzazione”.
Di fronte all’irriducibile polimorfismo della nuova forza lavoro globale, invece di analizzarne nei dettagli la composizione, stabilendo una gerarchia fra i diversi strati in base al tasso di antagonismo praticato (e non virtuale!), si è preferito ricorrere alla categoria passepartout di moltitudine. Un concetto privo di ogni concreta determinazione sociale e politica, in cui si tenta di insufflare vita definendone un’improbabile identità produttiva. Ciò emerge con particolare chiarezza quando ci si misura con la sfida della produzione in Rete, e infatti Vecchi – consapevole dell’impossibilità di attribuire un ruolo di “avanguardia” alle addomesticatissime schiere dei knowledge workers impiegati nel ciclo high tech – se la cava estendendo illimitatamente il concetto di lavoro cognitivo, per cui la totalità delle relazioni sociali mediate dalla Rete diventa cooperazione sociale produttiva di saperi sans phrase. Peccato che il concetto di produttività sociale diffusa – assieme a quello secondo cui l’accumulazione originaria non è un evento storico puntuale, bensì un processo ricorsivo di estensione degli ambiti di vita subordinati al rapporto di capitale – siano stati tematizzati da Marx secoli prima dalla rivoluzione digitale né costituiscano, di per sé, il presupposto di un processo di soggettivazione antagonista (ma sono al contrario utilizzabili, vedi Dardot e Laval, come materiali per la costruzione del soggetto neoliberista).
Veniamo ora al terzo nodo, il più aggrovigliato, per cui sarò costretto ad accennarvi sinteticamente semplificando drasticamente i termini della questione. Come ho già sostenuto in scritti precedenti, sono convinto che, se c’è una categoria marxiana che occorre relegare in soffitta, è proprio quella della presunta contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione. Residuo di una visione hegeliana della storia, e di una fiducia positivista nel ruolo progressivo della scienza e della tecnica, tale visione, tanto ottimista da avvicinarsi pericolosamente a una teoria del crollo, dovrebbe apparire superata a chiunque nutra una sia pur minima consapevolezza che le innovazioni scientifiche e tecnologiche, non solo non sfuggono alla sovradeterminazione da parte dei rapporti di dominio della classe capitalistica sulle classi subordinate, ma li incarnano in modo diretto ed esplicito.
Non lo hanno compreso Lenin e Gramsci, affascinati dall’organizzazione “scientifica” del lavoro, al punto da vedere nel fordismo/taylorismo uno strumento di cui il proletariato avrebbe potuto impadronirsi per volgerlo ai propri fini. Non lo capiscono i postoperaisti che, in alcuni scritti raccolti nel volume Gli algoritmi del capitale (ombre corte, 2014), arrivano a teorizzare che gli algoritmi che governano i flussi dei dati in Rete non sono “del” capitale perché ne incarnano la logica di razionalizzazione e dominio della produzione sociale, ma solo perché i rapporti di forza impediscono ai lavoratori della conoscenza di farne buon uso.
Non lo capisce Vecchi, il quale partendo dal presupposto neoschumpeteriano che l’innovazione – nella misura in cui è oggi frutto di un processo collettivo e sociale – sia di per sé positiva, denuncia il tentativo di stati e imprese di frenarla e dirottarla dagli indirizzi che tenderebbe a seguire spontaneamente ove “liberata” dalla governance capitalista. Dal che discende che “la mossa migliore è sempre quella di stare dentro e contro il regine di accumulazione capitalistico”. Detto altrimenti: l’ambivalenza dell’attuale modo di produrre genera continuamente le condizioni del suo superamento. Con buona pace del detto gramsciano che invita ad associare l’ottimismo della volontà al pessimismo della ragione.
Fonte
Il primo lutto è ascrivibile alla perdita delle speranze – stroncate dall’uso capitalistico dell’innovazione digitale – che l’utopia hacker aveva suscitato fra la seconda metà degli anni Novanta e i primi anni del Duemila. Del resto il distacco di Vecchi da ciò che avrebbe potuto essere e non è stato (l’utopia che si è fatta mercato) non è mai definitivo, per cui il retrogusto di quella speranza, ancorché fondata oramai solo sull’immaginario, continua ad aleggiare fra le righe, smentendo il senso del titolo. Il secondo lutto mancato si riferisce a un evento ben più lontano nel tempo ma ancora tanto attuale da sovradeterminare ogni passaggio del discorso: in barba alle impietose smentite della storia, i postoperaisti (né Vecchi fa eccezione) restano abbarbicati al dogma secondo cui il lavoro vivo, lungi dall’essere oggetto passivo dell’accumulazione capitalistica, ne determina costantemente la direzione di sviluppo. Di qui il disorientamento per il venir meno di una figura centrale dell’antagonismo di classe quale è stato l’operaio massa, e il tentativo di riesumarne la funzione raggruppando le proliferanti identità del nuovo proletariato sotto la categoria di moltitudine. Infine il terzo lutto mancato, il più paradossale, nella misura in cui riguarda un approccio teorico che dichiara d’aver preso congedo dalla dialettica storicista: mi riferisco al persistente riferimento alla tesi marxiana secondo cui la contraddizione fra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione è destinata a raggiungere il punto di rottura nel momento in cui la potenza del general intellect divenga tale da svelare la “miseria” della legge del valore – momento che si ritiene superato con l’avvento dell’economia della conoscenza. Questo evento, che negli anni Sessanta e Settanta veniva inquadrato nel concetto di tendenza, viene ora considerato come pienamente realizzato, al punto da determinare la forma stessa degli attuali rapporti di produzione, i quali possono apparirci ancora capitalisti solo in ragione della costituiva ambivalenza della realtà sociale in cui viviamo. Vediamo ora di districare i tre nodi in questione seguendo l’ordine appena elencato.
A tratti Vecchi sembra ammettere che la transizione dall’utopia al mercato (che personalmente definirei come la metamorfosi dell’originaria narrativa hacker – fondata sui principi della condivisione delle conoscenze e della collaborazione competitiva fra tecnici informatici professionali e amatoriali – nell’attuale narrativa neomanageriale) è un processo compiuto e irreversibile. Ciò avviene, per esempio, laddove afferma che, dietro a un cybercapitalismo che si basa sulle nuove tipologie di “lavoro libero”, si annida in realtà un modo di produzione in cui l’unica libertà concessa resta quella di vendere la propria forza lavoro. Oppure laddove allude al “patto luciferino” che lega imprese e professional, accomunati da un unico obiettivo: garantire una crescita di produttività in grado di tradursi in costante aumento del valore delle azioni (passaggio in cui si avverte un’eco delle tesi di Dardot e Laval sulla costruzione dell’homo competitivus come soggetto antropologico neoliberista). O infine laddove, nel contesto di un’analisi del mondo Apple, si parla di convivenza fra forme di lavoro servile e militarizzato con i knowledge workers e la potenza della cooperazione sociale messa a profitto (colpisce però la mancata analisi del conflitto di interessi fra questi diversi strati di classe).
Eppure Vecchi non riesce a dare per chiusa la partita. Al contrario: è evidente come restino potenti le seduzioni che continua a subire sia da parte delle sirene anarcocapitaliste di Yochai Benkler, sia degli annunci di democrazia diretta e partecipativa di Manuel Castells (il guru della “autocomunicazione di massa”). Così, quando si misura con il discorso di Benkler, non resta insensibile alla tesi secondo cui il fatto che la conoscenza sia divenuta il principale mezzo di produzione comporterebbe automaticamente la messa in discussione della sua appropriazione privata. Per Benkler – che rivendica esplicitamente la propria vicinanza alle visioni “libertariane” degli anarco capitalisti – ciò significa postulare la possibile transizione a un “capitalismo senza proprietà”, fondato sulla cooperazione/competizione fra piccoli produttori indipendenti, disponibili a condividere conoscenze sulla base di un’inedita economia del dono. Vecchi, pur non sposando esplicitamente tale tesi, sembra concordare sul fatto che le strategie di enclosure dei beni immateriali “non riescono a bloccare la condivisone del sapere in quanto tratto distintivo di Internet”. Al contempo tenta di tradurre la visione di Benkler nel lessico marxiano, postulando “l’intrinseca eccedenza” di saperi e conoscenze rispetto alle norme imposte dai rapporti di produzione vigenti.
Come conciliare queste oscillazioni con la presa d’atto della resa dell’utopia hacker al patto luciferino con il capitale? Semplice: basta postulare la “assoluta ambivalenza” dell’attitudine hacker. Ambivalenza che viene chiamata in causa anche laddove Vecchi, dialogando con Castells, ne rilancia l’idea secondo cui “lo spazio dei flussi” (cioè lo spazio virtuale delle relazioni sociali mediate dalla Rete) sarebbe il contesto in cui “prendono forma nuove procedure per la decisione politica al di fuori del monopolio dello stato”. Eppure Vecchi non ignora le analisi critiche – che cita del resto ampiamente – di Evgenj Morozov e altri autori (compreso il sottoscritto) nei confronti della presunta vocazione democratica della Rete; ciò non gli impedisce di sostenere che, pur essendosi convertita in una tecnologia di controllo sociale, la Rete resterebbe il contesto dove poter immaginare sia una politica di riappropriazione della ricchezza sia un modello alternativo di organizzazione politica. Immaginare è sempre lecito, resta da stabilire se, prima di assumere la Rete a modello, anche solo immaginario, non convenga appurare se gli algoritmi che governano lo spazio dei flussi siano strumenti neutri, dei quali basterebbe riappropriarsi per rovesciarne senso e funzione (ma di questo più avanti).
Passiamo al secondo nodo. L’idea che la direzione di sviluppo dell’accumulazione capitalista sia interamente determinata dalla necessità di superare la resistenza operaia, è un dogma fondativo dell’operaismo, per cui si capisce come risulti difficile prendere atto della disfatta del lavoro vivo nei decenni successivi al ciclo di lotte conclusosi con gli anni Settanta. Pur di non riconoscere che l’inversione del rapporto di forze fra lavoro vivo e capitale è stato il frutto storicamente determinato e contingente del modello produttivo fordista, ci si è arrampicati sugli specchi per identificare, di volta in volta, nuove figure in grado di incarnare la tendenza: operaio sociale, lavoratori della conoscenza, lavoro autonomo di seconda generazione sono stati variamente convocati per recitare la parte del nuovo soggetto in grado di esercitare pratiche autonome di “autovalorizzazione”.
Di fronte all’irriducibile polimorfismo della nuova forza lavoro globale, invece di analizzarne nei dettagli la composizione, stabilendo una gerarchia fra i diversi strati in base al tasso di antagonismo praticato (e non virtuale!), si è preferito ricorrere alla categoria passepartout di moltitudine. Un concetto privo di ogni concreta determinazione sociale e politica, in cui si tenta di insufflare vita definendone un’improbabile identità produttiva. Ciò emerge con particolare chiarezza quando ci si misura con la sfida della produzione in Rete, e infatti Vecchi – consapevole dell’impossibilità di attribuire un ruolo di “avanguardia” alle addomesticatissime schiere dei knowledge workers impiegati nel ciclo high tech – se la cava estendendo illimitatamente il concetto di lavoro cognitivo, per cui la totalità delle relazioni sociali mediate dalla Rete diventa cooperazione sociale produttiva di saperi sans phrase. Peccato che il concetto di produttività sociale diffusa – assieme a quello secondo cui l’accumulazione originaria non è un evento storico puntuale, bensì un processo ricorsivo di estensione degli ambiti di vita subordinati al rapporto di capitale – siano stati tematizzati da Marx secoli prima dalla rivoluzione digitale né costituiscano, di per sé, il presupposto di un processo di soggettivazione antagonista (ma sono al contrario utilizzabili, vedi Dardot e Laval, come materiali per la costruzione del soggetto neoliberista).
Veniamo ora al terzo nodo, il più aggrovigliato, per cui sarò costretto ad accennarvi sinteticamente semplificando drasticamente i termini della questione. Come ho già sostenuto in scritti precedenti, sono convinto che, se c’è una categoria marxiana che occorre relegare in soffitta, è proprio quella della presunta contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione. Residuo di una visione hegeliana della storia, e di una fiducia positivista nel ruolo progressivo della scienza e della tecnica, tale visione, tanto ottimista da avvicinarsi pericolosamente a una teoria del crollo, dovrebbe apparire superata a chiunque nutra una sia pur minima consapevolezza che le innovazioni scientifiche e tecnologiche, non solo non sfuggono alla sovradeterminazione da parte dei rapporti di dominio della classe capitalistica sulle classi subordinate, ma li incarnano in modo diretto ed esplicito.
Non lo hanno compreso Lenin e Gramsci, affascinati dall’organizzazione “scientifica” del lavoro, al punto da vedere nel fordismo/taylorismo uno strumento di cui il proletariato avrebbe potuto impadronirsi per volgerlo ai propri fini. Non lo capiscono i postoperaisti che, in alcuni scritti raccolti nel volume Gli algoritmi del capitale (ombre corte, 2014), arrivano a teorizzare che gli algoritmi che governano i flussi dei dati in Rete non sono “del” capitale perché ne incarnano la logica di razionalizzazione e dominio della produzione sociale, ma solo perché i rapporti di forza impediscono ai lavoratori della conoscenza di farne buon uso.
Non lo capisce Vecchi, il quale partendo dal presupposto neoschumpeteriano che l’innovazione – nella misura in cui è oggi frutto di un processo collettivo e sociale – sia di per sé positiva, denuncia il tentativo di stati e imprese di frenarla e dirottarla dagli indirizzi che tenderebbe a seguire spontaneamente ove “liberata” dalla governance capitalista. Dal che discende che “la mossa migliore è sempre quella di stare dentro e contro il regine di accumulazione capitalistico”. Detto altrimenti: l’ambivalenza dell’attuale modo di produrre genera continuamente le condizioni del suo superamento. Con buona pace del detto gramsciano che invita ad associare l’ottimismo della volontà al pessimismo della ragione.
Fonte
18/05/2014
Il coraggio di cambiare paradigma per una nuova stagione politica: Utopie Letali di Carlo Formenti
Con la caduta dei
socialismi reali nell’89 e la conseguente scomparsa o ridimensionamento
dei partiti comunisti legati a quell’esperienza, la sinistra –
soprattutto italiana – è stata egemonizzata di fatto da un insieme di
teorie e suggestioni definite, per necessità di sintesi, post-operaismo. Un
insieme politico in realtà abbastanza eterogeneo, ma che ha saputo
ricostruire una narrazione conflittuale di fronte alla sconfitta storica
del movimento operaio e delle sue avanguardie politiche degli anni
ottanta. Per meglio dire, il post-operaismo è figlio diretto di quella
sconfitta, e allo stesso tempo la sua rimozione. Nonostante le
differenze, anche grandi, insite nei diversi filoni post-operaisti e fra
le diverse città, alcuni punti fermi tuttavia sono riscontrabili.
Soprattutto, comune alle varie tendenze è la rottura con il Novecento
quale secolo del primato del politico e della “parzialità organizzata”
in vista di una fuoriuscita dal controllo capitalistico della
produzione, in favore di un discorso tendenzialmente interclassista in
cui viene esaltata la diretta politicità dei soggetti sociali, che
assumono centralità politica non in base al proprio ruolo nella
produzione ma piuttosto in base alla propria coscienza di sé e alla loro
percezione antagonistica.
Su questa visione delle cose si innesta il discorso foucaultiano del potere pervasivo del capitale non più nella
produzione, ma nella vita. Il rapporto subalterno-antagonistico non è
più tra lavoro e capitale, ma tra vita e capitalismo, che eserciterebbe
un biopotere totalizzante dal quale non è possibile uscire se non
direttamente, rendendo vana ogni transizione che
non sia direttamente la società comunista. Questa visione delle cose ha
impedito sul nascere ogni discorso attorno al potere, al farsi Stato
delle classi subalterne, e di conseguenza rifiutando a prescindere il
momento dell’organizzazione politica separata dal momento sociale. E’
esattamente da qui che vogliamo partire, perché è qui che c’entra il
punto Carlo Formenti con il suo ultimo libro, e soprattutto perché è ancora da qui
che si deve ragionare per rompere con quella tradizione teorica, per
costruire un nuovo modello politico nel quale inserire le lotte di
classe di questo paese.
Il libro di Formenti è
un libro importante, per vari motivi. Viene da un (ex) esponente di
quell’area, che con coraggio raro fra gli intellettuali, opera una
decisa autocritica nei suoi confronti, nonché una sacrosanta critica nei
confronti dei suoi compagni di un tempo. Non ci attarderemo sui pregi
del libro, che mira a smontare pezzo per pezzo quelle utopie letali del
paradigma post-operaista, oggi rese obsolete non tanto da una nuova
coscienza politica, ma da una crisi economica che ha rimesso al centro
le questioni sostanziali del nostro agire politico, facendo pulizia
delle mode filosofiche legate a quella visione del mondo. Non ci
attarderemo perché le ripetiamo da anni, e perché su di esse già abbiamo
pubblicato un testo, e cioè Noi Saremo Tutto,
che nel contributo di Paolo Cassetta punta proprio a smontare
politicamente quella visione delle cose. Vogliamo partire dal testo, non
analizzarlo, per comprendere come può essere utile ad un dibattito
necessario, oggi più che mai, per capire che tipo di dimensione politica costruire
nel breve e nel lungo periodo. In questo senso, il grande successo che
il libro ha trovato tra i compagni, e soprattutto fra ex o ancora
appartenenti a quell’area, la dice lunga sulla necessità, magari non
esplicitata, di fuoriuscire da un modello politico ormai inservibile.
Nonostante sia un libro necessario, apparentemente
giunge in ritardo. Oggi i movimenti non subiscono più l’egemonia di
organizzazioni politiche che consapevolmente portano avanti quel tipo di
posizioni e di teorie. Fosse uscito dieci o quindici anni fa, avrebbe
avuto ben altro impatto, e probabilmente molte delle recensioni
entusiaste di oggi non si sarebbero lette, e anzi ci sarebbe stata
verosimilmente la corsa al dileggio del “novecentista”, ancorato ad un
mondo che non c’è più, felici di averlo demolito. Questo però è vero,
come dicevamo, solo in apparenza. Nella realtà, molte di quelle visioni,
non più esplicitate da organizzazioni coscienti, persistono nel
dibattito pubblico di movimento. Ci sembra cioè che parte di quel
paradigma rimanga ancora presente ed utilizzato, nonostante la volontà
di rottura con quel passato politico. Perché?
Sebbene in questi anni
molto sia cambiato, non è stato messo in discussione uno dei capisaldi
del pensiero post-operaista, e cioè permane la fobia del politico,
l’urgenza cioè di non separare più il momento sociale da quello
politico. Ma questo è proprio il nodo gordiano da sciogliere per rompere
con quella tradizione. Infatti, come giustamente dice Formenti citando
Marx, se è vero che ogni lotta di classe è una lotta politica, non tutte le lotte economiche sono lotte di classe. E’
esattamente qui che si situa la frattura con l’ideologia post-operaista
che i nuovi movimenti dovrebbero mettere a critica: il post-operaismo e
i nuovi movimenti condividono ancora il modello economicista per cui
ogni lotta sociale è già una lotta politica, e tale lotta politica è già una
lotta anticapitalista. Le conseguenze di questo assunto teorico,
apparentemente slegato dalle contingenze, pervadono direttamente il
nostro agire politico. Se cioè ogni lotta sociale è già una lotta
politica, compito delle avanguardie non sarà più quello di organizzare
politicamente il conflitto, ma agire sindacalmente per sommare le varie
vertenze che si producono più o meno spontaneamente. Ed è infatti
l’agire para-sindacale che ha contraddistinto molte dinamiche di
movimento di questi trent’anni. Il processo di costruzione di una
soggettività organizzata non avviene più per sintesi, ma per sommatoria.
L’obiettivo, cioè, diviene accumulare lotte sociali, non operare una
sintesi per portare quelle lotte dal piano sociale e quello politico,
costruendo un rapporto di forze che punti alla conquista del potere.
Da questi presupposti
si deduce necessariamente che non ha più senso pensare al concetto di
avanguardia politica. Si può immaginare semmai una strategia di doppio livello, che
verso l’interno agisca da organizzazione politica ma che all’esterno si
comporti da struttura sindacale (è da intendersi con questa parola non
la burocrazia sindacale formalizzata, ma l’agire sociale
dell’organizzazione). Di qui a teorizzare, consensualmente al modello
post-operaista, la fine del concetto di rappresentanza, quantomeno
politica, il passo è breve.
Detto questo, c’è
anche un però che va subito chiarito, e che in parte giustifica tale
forma mentis politica. La desertificazione delle strutture sociali
intermedie che organizzavano il mondo del lavoro non consente più al politico di
agire in completa autonomia, dividendosi nettamente dal momento
sociale. Se nel corso del Novecento era pensabile, a ragione, fondare un partito dall’alto, cioè tramite la sintesi teorica di una posizione politica, proprio perché era presente un mondo sociale già organizzato,
oggi quel contesto non esiste più, smantellato dalle continue
controriforme socio-economiche che hanno sostanziato la ristrutturazione
capitalista. Oggi ci troviamo di fronte ad un deserto che non è
possibile sintetizzare politicamente. Oggi le organizzazioni politiche
hanno nuovamente bisogno di legittimarsi socialmente agli occhi di un
mondo che non ha più alcuna cinghia di trasmissione verso il politico, e
dunque vede come altro da sé qualsiasi cosa tenti di sintetizzarlo
dall’alto. Forse il paradigma novecentesco può ancora essere utile per
il mondo del lavoro dipendente salariato a tempo indeterminato, ma non
può più essere utilizzato per il lavoro precario, il lavoro nero, il non
lavoro e le diverse lotte spurie che si sviluppano costantemente nei
territori. E’ questo panorama che, in apparenza, giustifica la
reiterazione del modello post-operaista. Se il militante politico ha
necessità di ri-legittimarsi agli occhi del lavoratore, tutti i discorsi
sull’avanguardia politica vengono meno, almeno in questa fase. Questa
cosa è vera in parte. E’ vera perché è il contesto diverso che impone al
militante politico di ri-acquisire prestigio nei territori, nei luoghi
di lavoro, nelle lotte sociali, essere riconosciuto ed ascoltato e
divenire un punto di riferimento. L’organizzazione politica deve tornare
a sporcarsi le mani perché è finito il tempo in cui le organizzazioni
sociali se le sporcavano per essa. E’ però falsa perché una tale visione
porta ad accodarsi alla spontaneità sociale, anche quando fomentata
dalle organizzazioni. In questo senso è proprio la lotta in val di Susa
che ci conferma la sconfitta di un modello politico e la necessità di
proporne uno nuovo. Se infatti nella lotta No Tav le organizzazioni sono
riuscite a trasformare una lotta ambientale in lotta politica contro un
modello di sviluppo, acquisendo prestigio e venendo riconosciute quali
punti di riferimento, è esattamente questo che può essere generalizzato,
ripetuto su scala nazionale e teorizzato.
Le lotte sociali di
questo paese devono essere sottoposte ad una sintesi politica, perché
laddove avviene, queste vincono, incidono nei rapporti di potere e
determinano un avanzamento della classe in generale. Si trasformano,
cioè, in lotte di classe, ossia in lotte antagonistiche al potere del
capitale. E per fare una sintesi di queste lotte, e non una semplice sommatoria insurrezionalista, serve l’organizzazione politica. Serve pensare ed agire da partito, inteso in senso storico. Serve tornare a ragionare su quale forma partito sia
adatta ai tempi, cioè efficace stante il panorama sociale desertificato
sopra accennato. Serve allora ragionare su questo doppio livello:
ri-legittimarsi nella società, ricostruirsi una propria credibilità, ma
allo stesso tempo capire come produrre una sintesi politica, cioè capire
quale tipo di organizzazione politica possa svolgere questo ruolo.
Eliminare una parte di questo ragionamento schiacciando tutto il proprio
discorso sull’aspetto sociale del proprio divenire non potrà far altro
che alimentare le ragioni di un modello politico, quello post-operaista,
che rientrerebbe dalla finestra una volta cacciato dalla porta
principale. E se il piano del discorso non cambia, chi poi ne trarrà la
sintesi più efficace sarà sempre chi per primo e per più lungo tempo ci
ha ragionato e si è sperimentato su di esso. Ogni riferimento al 12
aprile, in questo senso, è esplicitamente voluto.
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