Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/05/2013

Letta sbatte contro il muro di Berlino


Come previsto, Enrico Letta esce a mani vuote dall'incontro con Angela Merkel. Del resto la sua credibilità internazionale - personale e del suo governo, handicappato dal ruolo concesso a Berlusconi - è minima.

Tutti vanno a Berlino a chiedere la stessa cosa: un allentamento del "rigore", in forme sempre fantasiose per non far adirare l'"alleato" tedesco. E tutti tornano con un risultato quasi identico: nulla o ben poco (un riscadenzamento degli impegni europei sottoscritti, ma soltanto nei casi più disperati).
Fin dopo le elezioni d'autunno, cui Merkel lega ogni parola pronunciata in pubblico, nessuno può sperare che la Germania cambi linea.
Enrico Letta ha provato a suonare la canzone delle "politiche della crescita", da spingere con lo stesso vigore mostrato nella fase del "rigore". Ma si presentava con alle spalle un discorso programmatico che - se effettivamente realizzato - comporta vistosi aumenti di spesa (la cifra levita a seconda degli analisti, ma supera ormai stabilmente i 20 miliardi), per i quali non ha indicato copertura finanziaria. Non proprio il massimo della serietà, secondo i criteri contabili in vigore non solo a Berlino, ma in qualsiasi condominio.
Se dovesse ulteriormente cedere al ricatto berlusconiano - via l'Imu e restituzione della tassa, il primo petardo messo sulla sua strada - questo governo si farebbe subito notare in Europa per essere in "discontinuità" forte con Monti, subendone immediatamente le conseguenze in termini di "affidabilità percepita" da parte dei "mercati internazionali". E proprio qui si gioca la difficoltà pressoché irrisolvibile del "compromesso" euro-statunitense che vigila sull'esperimento del governo Letta. Forte sulla carta e nei numeri parlamentari, fragilissimo fino all'inconsistenza su quello strategico.
Compromesso che avrebbe avuto una logica "alta", dal punto di vista strettamente capitalistico, se non dovesse passare attraverso gli interessi di un blocco sociale che invece - proprio dal punto di vista capitalistico - è una palla al piede sulla strada del "risanamento". Per di più, questa oggettiva contraddizione tra interessi divergenti è "mediata" da un soggetto che non ha corrispettivi in altri paesi né europei né americani, e che non mantiene nessun patto, con chiunque l'abbia sottoscritto.
A pensarci bene, dopo venti anni di berlusconismo, pensare di poterci fare un "accordo stabile", per gestire una fase economicamente durissima, che obbligherà qualunque governo voglia restare in questa Unione Europea a mettere in atto politiche crudelmente antipopolari, è una manifestazione di idiozia assoluta. Altro che il "riconoscimento della realtà" invocato da Letta (e Napolitano) all'atto della presentazione del nuovo governo. Come si fa a fare accordi stabili con chi da sempre ne firma uno la mattina per rovesciarne il senso nel pomeriggio? Come si fa a fare accordi con chi li usa solo per migliorare le proprie posizioni sul terreno di una "guerra civile interna" perenne?
Un'idiozia "obbligata", direbbero i piddini in servizio permanente effettivo, perché altre maggioranze non sono praticabili (l'Aventino di Grillo, ecc). Ma è falso. Un altro presidente della republica - già Prodi sarebbe stato sufficiente - avrebbe governato in altro modo il passaggio. E questo "obbligo derivante dal realismo" non si sarebbe presentato in questa formula che consegna al Caimano le chiavi della "governabilità". Ma di chi è la responsabilità principale della "riconferma" (anch'essa presuntamente "obbligata") di Napolitano? Del Pd, in primo luogo, incapace di trovare al suo interno una sintesi reale.
Qui si verifica con mano l'oggettiva inadeguatezza della "classe politica" italiana rispetto ai compiti assegnati dalla Troika. La parte "affidabile" di questo ceto dirigente non ha e non avrà mai i consensi elettorali necessari a governare; e le altre parti sono bande che si riuniscono o sciolgono a seconda del bottino da spartire.

Preoccupazioni inutili, per dei comunisti? No. Abbiamo detto mille volte, e non smetteremo, che la configurazione del campo in cui si produce il conflitto è uno degli elementi di cui va tenuto scientificamente conto. E il campo dello Stato - del potere politico esistente, per come esso è in questo momento, davanti a noi - è strategico. Pensarsi indifferenti al mutare delle configurazioni del potere capitalistico, insomma, è pensarsi ininfluenti ed inutili rispetto alla trasformazione del mondo. E anche di questo paese.


Provo sempre un infinito senso d'insoddisfazione quando giungo al termine di questi articoli.
Le analisi strategiche a me garbano non poco, però ultimamente non si arriva mai ad un sintesi che si possa considerare finale in merito ad un qualsiasi percorso da intraprendere.
Insomma non ci si scolla dalla fase di somatizzazione del problema.

01/05/2013

Grecia: 1° maggio con sciopero generale


Il governo ha rimandato la festa di una settimana per permettere ai negozi di fare affari. Ma la disoccupazione è al 27% e di soldi per lo shopping le famiglie non ne hanno. Centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici in piazza per l’ennesimo sciopero generale contro governo e troika.
La Grecia è oggi paralizzata da uno sciopero generale convocato da tutti i principali sindacati del paese contro le politiche governative e le imposizioni dell’Unione Europea, approfittando del fatto che la festività del Giorno dei Lavoratori è stata posticipata alla prossima settimana in quanto coincide con la Pasqua Ortodossa. Alle 11 una manifestazione è partita da piazza Klathmonos, nel centro della capitale, organizzata dai due principali sindacati del settore pubblico – Adedy – e del settore privato – Gsee . ''Il nostro messaggio oggi è molto chiaro: basta con queste politiche che danneggiano le persone e rendono i poveri più poveri'', ha detto Ilias Iliopoulos, segretario generale di Adedy.
Anche il sindacato comunista Pame ha portato migliaia di lavoratori e lavoratrici in strada, sempre nel centro di Atene ma in una manifestazione separata. Manifestazioni e cortei si stanno tenendo in tutte le città elleniche. Molto partecipati i cortei anche a Salonicco.

I trasporti pubblici sono fermi solo in parte, visto che i sindacati hanno deciso di far funzionare gli autobus per tutta la giornata, per permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di partecipare a marce e ad assemblee, e di scioperare solo durante il turno di notte che inizia alle 21. Invece metropolitane, treni urbani e tram rimarranno fermi per tutta la giornata, fino alle 21. Il trasporto marittimo invece – settore importante in un paese con centinaia di isole – rimarrà paralizzato per 24 ore, fino alla mezzanotte di oggi. Poche ripercussioni per quanto riguarda il trasporto aereo. Gli ospedali offrono solo i servizi di emergenza, le farmacie ad Atene sono chiuse. Fermi totalmente o parzialmente anche altri uffici pubblici e servizi.

Lo sciopero cade a tre giorni dall’approvazione, in Parlamento, di nuove misure imposte al governo Samaras dai rappresentanti della troika – Ue, Bce, Fmi – in cambio di un’altra tranche di prestiti che costeranno cari al popolo greco. Tra le misure approvate nuove decurtazioni salariali – il salario minimo passerò dai 580 euro attuali a 490 euro per chi ha più di 25 anni e a soli 427 per chi ne ha di meno
e il licenziamento entro pochi mesi di 15 mila dipendenti statali.

Lo sciopero contesta anche lo slittamento della Festa del Primo Maggio al 7, un rinvio deciso dal governo su richiesta delle associazioni dei commercianti con lo scopo di massimizzare le vendite in vista della Pasqua ortodossa che cade il 5 maggio. Ma i soldi per comprare, anche volendo, non ci sono. Pochi giorni fa è stato diffuso il dato aggiornato sulla disoccupazione. Arrivata a quota 27,2%, insieme a quella spagnola la più alta dell’intero continente.

Fonte 

Governo pasticcio, programma posticcio

Un governo frutto di un compromesso nazionale e di uno internazionale (Usa e Unione Europea) porta inscritta nel proprio dna l'oscillazione continua tra interessi e strategie diverse.


Sul fronte interno, Enrico Letta ha quindi esposto un programma in 14 punti che cerca di tenere insieme le indicazioni della Troika (e gli obblighi derivanti dal rispetto del Fiscal Compact) con alcune “promesse” berlusconiane come la cancellazione dell'Imu sulla prima casa o il congelamento dell'Iva al 21%, invece che al 22 come previsto dalla legge di stabilità.

Sul fronte “esterno” dovrà gioco forza cercare di ottenere dalla Troika margini di flessibilità maggiori nella tempistica degli obiettivi imposti (riduzione della spesa pubblica, pareggio di bilancio, riforme strutturali, ecc). Oggi a Berlino, davanti a una Angela Merkel a sua volta ormai in piena campagna elettorale, verificherà se ci sono margini di movimento oppure no.

Sul piano nazionale, Letta ha messo in fila:

1) riforma della «tassazione sulla prima casa», iniziando con lo «stop dei pagamenti di giugno in vista di una riforma complessiva». Più in generale, ha detto, occorre «una politica fiscale della casa che limiti gli effetti recessivi sull'edilizia».

2) lavorare per arrivare a una «rinuncia dell'inasprimento dell'Iva», che dovrebbe scattare dal primo luglio.

3) dare fiato al lavoro, sia sul piano occupazionale che su quello salariale; non basta solo il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, ma punta «alla riduzione delle tasse sul lavoro: quello stabile, quello sui giovani e sui neo assunti».

4) Una indefinita «riforma del welfare con azioni di ampio respiro. Non occorrono isterismi». Il che preannuncia interventi terribili (su pensioni e sanità, par di intuire) , tali da costringere persino Cgil-Cisl-Uil ad alzare un sopracciglio pensoso. Ha quindi compensato “dando la guazza”, parlando di un altrettanto fumoso “welfare attivo” (che spinga cioè a trovarsi un nuovo lavoro) e “al femminile”; in buona sostanza un “miglioramento” degli ammortizzatori sociali estendendoli a chi ne è privo (i precari) e magari un “reddito minimo” per “famiglie bisognose con figli”.

5) «abolire definitivamente le province», come parte essenziale della strategia di “riavvicinamento” al sentire comune popolare, che chiede di «ridurre i costi dello Stato, valorizzare comuni e regioni in un'ottica di alleanza, chiudere la partita sul federalismo fiscale rivedendo il rapporto tra centro e periferia». Tutto e nulla, province a parte.

6) con gli esodati la comunità nazionale «ha rotto un patto, va trovata una soluzione strutturale, è un impegno prioritario di questo governo ristabilirlo»; naturalmente bisognerà vedere nel concreto in cosa consiste - il “quanto” - questa “soluzione strutturale”.

7) riforme istituzionali e costituzionali, ovviamente senza indicazioni improprie da parte di un governo (è materia parlamentare per definizione). «Dal momento che questa volta l'unico sbocco è il successo, tra 18 mesi verificherò se il progetto sarà avviato a porto sicuro. Se ci sarà la ragionevole certezza che il processo di riforma costituzionale potrà continuare». Se dopo 18 mesi di lavori i veti incrociati sono tali da «impantanare tutto per l'ennesima volta, non avrei esitazioni a trarne le conseguenze». E questo è un orizzonte temporale chiaro, l'unico, peraltro, di questo governo; che viene quasi a coincidere con i due anni che si possono credibilmente chiedere a Napolitano prima di mollare la presidenza della Repubblica.

8) «serve una riforma che avvicini i cittadini alle istituzioni con principi di democrazia governante, la possibilità di superare il bicameralismo paritario e evitare ingorghi come quello appena sperimentato». Il ragionamento sembra filare solo in apparenza. Di fatto, davanti a una struttura costituzionale che prevede due Camere e l'obbligo per ogni governo di ricevere la fiducia di entrambe, si sceglie di tagliare il piede pur di farlo entrare nella scarpa: via una Camera, così non ci sono “inceppamenti”. Se poi nell'altra restasse un “premio di maggioranza” abnorme, avremmo tranquillamente superato anche i “fastidi” della Repubblica parlamentare...

9) «Dobbiamo qui assumere l'impegno che quella dello scorso febbraio è stata l'ultima consultazione elettorale con la legge vigente». E quindi via il porcellum, ma se le forze politiche non dovessero trovare un accordo su un'altra formula, «Migliore della legge attuale sarebbe almeno il ripristino della legge elettorale precedente». Il mattarellum, dunque.

10) Lo sviluppo del Mezzogiorno – un punto fisso della retorica nel giorno dell'insediamento di ogni governo, dal 1945 ad oggi –. Ma stavolta non c'è nessuna grande strategia e nessun piano per lo sviluppo; soltanto «la modifica della legge 92, che riduca le restrizioni ai contratti a termine finché persiste la crisi economica». Il “progresso” del Meridione, insomma, dipenderebbe dall'estensione della precarietà. Una promessa che vale per tutto il paese, ne siamo certi.

11) «Bisogna coniugare ferrea lotta all'evasione e fisco amico, senza che la parola Equitalia debba provocare dei brividi quando viene evocata». Non si dice come due cose così contraddittorie possano stare insieme, ma un democristiano – non importa se vecchio o giovane – si riconosce proprio da questa indeterminatezza...

12) Naturalmente ci deve essere una “radicale riforma del sistema di finanziamento dei partiti”, ma le forme – va da sé – andranno trovate nel dibattito parlamentare. Amen.

13) Un governo che sa di dover fare cose altamente impopolari deve sempre preoccuparsi di tener buone le forze di polizia. E quindi, nelle pieghe contorte di un discorso sulla “criminalità organizzata”, spunta fuori anche un «riconoscere la specificità del lavoro del personale in divisa». Più soldi in busta paga, forse; o un'età pensionabile meno oltranzista che non per i lavoratori “comuni”.

14) “Riportare a casa i due marò”.


Quest'ultimo appare anche quello più facile da raggiungere, nonostante i disastri provocati da Terzi di Santagata e Monti. Il che la dice lunga sulla realizzabilità degli altri punti.

Sono quasi tutti, infatti,impegni che prevedono aumento di spesa pubblica o riduzione delle entrate fiscali (per 12 miliardi, si calcola). Ma in nessun luogo si dice dove e come possano essere trovate le risorse,in presenza di obblighi devastanti assunti con l'Europa e la Troika. Saccomanni, il nuovo ministro dell'economia, è certamente persona competente, ma la moltiplicazione dei pani e dei pesci non appare possibile neppure per lui. Nell'incertezza, state attenti alle vostre tasche. Quando promettono di riempirvele senza sforzo, è facile che stiano per svuotarvele...

«Nelle sedi europee individueremo le strategie per arrivare alla crescita senza compromettere il risanamento. Di solo risanamento l'Italia muore». L'allentamento dell'austerità è d'altronde uno dei pochi punti sui cui convergono le tre forze di maggioranza: Partito democratico, Popolo della libertà e Scelta civica. Peccato che non sia nelle disponibilità “nazionali”, ma dipenda da poteri esterni cui è stata trasferita buona parte della sovranità in materia.
Farne quindi l'architrave del programma di governo significa legare l'esistenza – o la tenuta nel tempo – dell'esecutivo a qualcosa di difficilmente controllabile. “Conti fatti in casa”, scrive oggi qualche commentatore con sale in zucca, mentre fuori i creditori sono già in fila. L'Italia, infatti, anche se il resto d'Europa vorrebbe reinserirla nel “nocciolo duro” dell'Unione (se non altro per le dimensioni della sua economia e i costi inimmaginabili di un suo eventuale “salvataggio”), non appare in condizioni di “contrattare” granché. Non solo per l'evidente situazione di sofferenza dei conti pubblici, ma anche per la fragilità pericolosa delle sue istituzioni politiche attuali.
La “scommessa sulla crescita”, insomma, è al momento più un “esercizio di retorica” che un piano realistico.

Del resto, nonostante la sua vicinanza ai “giri che contano” (sia in Europa che negli Usa), Letta non è davvero considerato al livello di Mario Monti. Vero è che la stessa Unione Europea appare in questo momento un po' meno “certa” che la strategia fin qui adottata su forte input tedesco – l'”austerità espansiva”, in realtà recessiva – sia ancora la scelta giusta. Un qualche piccolo margine di tolleranza in più potrebbe quindi essere esperito. Ma è la credibilità dell'”arco parlamentare” che lo sostiene ad azzopparlo almeno in parte. In Europa, infatti, un esecutivo con Berlusconi decisivo è una baracca senz'arte né futuro.

Ma anche la Ue deve a questo punto rifarsi i conti. La “ripresa” annunciata per la fine del 2013 è già stata ricalendarizzata nell'anno successivo; e la sua “forza” – se pure ci sarà – dovrebbe essere quasi nulla (un “rimbalzo del gatto morto”, dopo tre anni di tassi negativi). E intanto, a febbraio la disoccupazione nell'Eurozona ha toccato il 12%, 19 milioni di persone senza lavoro.
Le proroghe concesse a Spagna e Francia potrebbero a questo punto diventare l'unico appiglio a disposizione di “Letta il giovane”. Una mano però potrebbero dargliela proprio gli Stati Uniti, che ormai da mesi vanno pressando i vertici Ue perché adottino – come fa la Federal Reserve e la Banca del Giappone – una politica monetaria molto più aggressiva e “spendacciona”. Barroso, ma non soltanto lui, si è già speso in questa direzione; e anche Olli Rehn, trinariciuto finlandese messo a fare il cane da guardia per conto di Bundesbank, ha dovuto riconoscere quantomeno l'inefficacia delle misure fin qui messe in campo.

Il giovane Letta italiano ha citato nel suo discorso la possibilità di finanziare l'innovazione e la ricerca con i project bond, idea approvata in fase sperimentale dal parlamento europeo, e bandiera del presidente francese François Hollande. Ma dalla scrittura di piani alla pratica il passo è sempre lungo. E la Ue, fin qui, non si è spostata di un millimetro sul piano delle decisioni operative.
Di fatto, fino alle elezioni tedesche, l'Europa non può cambiare linea. E dopo non è nemmeno detto che sia disposta a farlo.

Letta, insomma, deve navigare a vista, barcamenandosi tra “rispetto degli impegni presi” e “politiche per la crescita” senza risorse da investire. Diciotto mesi possono diventare lunghissimi...

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Probabilmente sono troppo menagramo io, ma il governo Letto mi pare si candidi a divenire una via crucis più distruttiva del già aberrante esecutivo Monti.
Ci sarà da divertirsi, in senso sarcastico ovviamente.

Gunter Grass: “Su austerity Germania vergognosa”

Il Premio Nobel per la Letteratura tedesco bacchetta Angela Merkel: “trovo vergognoso – dice – che un paese altamente indebitato come la Germania costringa gli altri paesi all’austerity”.


Durissimo attacco alle politiche europee di rigore della cancelliera tedesca Angela Merkel da parte del premio Nobel per la letteratura Gunter Grass. "Trovo vergognoso, e ci rimette in una posizione percepita come arroganza tedesca, il fatto che la Repubblica federale, Paese altamente indebitato, costringa altri Paesi a percorrere una rigorosa via di risparmio", ha detto Grass secondo un'anticipazione di un'intervista concessa alla televisione tedesca Phoenix.

"Non c'é alcun motivo per avere un atteggiamento tanto arrogante come quello che dimostra la signora Merkel", ha attaccato Grass: "Così ci rende nemici. In questo modo si rianimano in modo sgradevole cliché antitedeschi". Una politica intelligente,"come quella che (l'allora cancelliere) Willy Brandt ha dovuto praticare in tempi molto più difficili - ha poi continuato Grass, ex iscritto al Partito Socialdemocratico Tedesco (Spd) -, avrebbe saputo capire come evitarlo". Per l'autore de Il tamburo di latta il rigore predicato da Berlino non farebbe altro che "mandare in rovina attraverso il risparmio" paesi come la Grecia, '"che non ce la fanno più a tornare sulle proprie gambe". Secondo l'intellettuale 85enne, da molti tedeschi considerato un'autorità morale e un punto di riferimento, la Germania è inoltre un Paese segnato dalla corruzione, a partire dalle banche per arrivare al mondo dello sport, che ha ben poco quindi da insegnare agli altri.

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Se le persone disinteressate e di buonsenso di ogni nazionalità ed etnia avessero maggior seguito tra la popolazione, probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore.

No al porcellum sindacale

La testimonianza del dirigente Cgil, ex presidente del Comitato Centrale della Fiom, cui è stato vietato di parlare ai nuovi "direttivi unitari" di Cgil, Cisl e Uil.

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Nella mia lunga esperienza sindacale non mi era mai capitato di vivere in prima persona la scena madre del film 'L'uomo di marmo'... Ora mi è successo.

Ero sfuggito alle maglie strette della selezione preventiva di coloro che avevano diritto a partecipare alla riunione degli esecutivi CGIL CISL UIL. Su circa 150 persone ero la sola in dissenso con la proposta sulla rappresentanza illustrata dalla relazione di Bonanni.

Ho pertanto presentato la mia regolare richiesta di intervento, a cui non ho avuto alcuna risposta da una presidenza che guardava le nuvole. Allora, conclusa la relazione sono intervenuto con una mozione d'ordine, chiedendo di sapere se il dibattito era aperto a tutti i partecipanti che formalmente ne avevano il diritto oppure no.

Angeletti mi ha risposto a nome di tutta la presidenza di no, parlavano solo gli oratori concordati preventivamente dalle segreterie... A questo punto ho detto che fare una riunione sulla democrazia ed escludere preventivamente chi è in dissenso, anche se avrebbe tutti i diritti di intervenire, è una precisa rappresentazione di ciò che si vuole fare.

Ero solo in quella sala a non essere d'accordo, che paura avevano di sentire le mie ragioni per 5 minuti? Ma non volevano proprio sentirle e quando la mia indignazione mi ha spinto a dire alle loro facce ipocritamente sorridenti che si dovevano vergognare e che in fondo la loro intolleranza corrispondeva a quello che stavano decidendo sulla rappresentanza, cioè la cancellazione del dissenso, sono esplosi.

Ho visto una mano che cercava di staccare la corrente dal microfono, mentre diversi segretari confederali mi si avvicinavano e cominciavano a spingermi giù dal palco, uno di loro mi sussurrava di preoccuparmi per la mia salute. Interveniva il servizio d'ordine che a spintoni mi accompagnava fuori dalla porta della sala. Se non fossimo stati in una riunione degli esecutivi CGIL CISL UIL si sarebbe detta una scena di violenza.

Ripeto io avevo formale diritto a parlare in quella sala, ma quel diritto non mi è stato negato per caso.

L'accordo sulla rappresentanza che CGIL CISL UIL stanno definendo con la Confindustria è infatti un brutale atto di normalizzazione autoritaria delle relazioni sindacali. Esso stabilisce che il diritto alla rappresentanza ce l'hanno solo coloro che preventivamente accettano quell'accordo. Cioè puoi partecipare alla misurazione della rappresentanza e alle elezioni delle rsu solo se accetti la flessibilità e le deroghe ai contratti e soprattutto se ti impegni a non scioperare se in disaccordo. Esattamente quanto è avvenuto alla Fiat di Marchionne, che ora viene esteso a tutti.

La nuova rappresentanza sindacale seleziona preventivamente chi ha il diritto alla democrazia e chi no. È il tavolo che decide chi rappresenta i lavoratori e non sono i lavoratori che scelgono chi li rappresenta al tavolo.

È come se la riforma elettorale del governo Letta stabilisse che alle prossime elezioni politiche potranno partecipare solo coloro che votano oggi la fiducia al governo delle larghe intese. Non vorrei che l'accordo sindacale gli suggerisse l'idea.

D'altra parte tutto questo è in perfetta sintonia con l'impianto politico del governo appena varato, in un certo senso ne rappresenta il versante corporativo. CGIL CISL UIL e Confindustria varano oggi il governissimo delle parti sociali. Ma il fatto più grave non è neanche questo. Il fatto più grave è che chi non è d'accordo non ha più né diritto di parola né diritto di rappresentanza.

Questo è il fatto enorme, enorme è la sopraffazione che si sta organizzando e che, come sempre, per riuscire ha bisogno del silenzio. Che viene alimentato dalla solita stampa di governo, che ora esalta la ritrovata unità sindacale. Quando invece quella di oggi è l'esatto opposto della unità sindacale degli anni 60 e 70. Quella apriva la via alle conquiste del lavoro e della democrazia, quella includeva. Questa subisce e accetta le regole imposte dal mercato e dalle imprese, riduce la democrazia, esclude.

Per questo bisogna fare tacere ogni voce di dissenso.

L'accordo sulla rappresentanza è troppo scandaloso perché lo si conosca veramente. Deve passare attraverso la rappresentazione politica mediatica che ne cancella i contenuti reali. Le voci fuori dal coro sono pericolose... qualcuno potrebbe accorgersi che il re è davvero nudo.

Per questo non ci fermeremo e continueremo a spiegare con tutte le forze che abbiamo cosa è davvero il porcellum sindacale e perché bisogna combatterlo.

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Il documento unitario tra Cgil, Cisl e Uil al termine della riunione: pdfDocumento_CGIL_CISL_UIL.pdf206.38 KB


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La mia stima nei confronti di Cremaschi è tanto grande quanto lo schifo che stimola in me la vergognosa deriva che i sindacati italiani non accennano ad abbandonare, anzi.

Berlusconi ricatta subito, lo spread risale

Nemmeno 24 ore. Tanto è bastato a Berlusconi per mettere il suo marchio sul governo che ormai dipende dai suoi capricci e interessi. "O via l'Imu o vi facciamo cadere". E intanto cade la "credibilità" dell'Italia nel rispettare gli impegni con la Ue.

Un esempio clamorosamente semplice di cosa sia una tattica politica disinvolta, attenta soltanto ai propri interessi. E di quanto sia idiota l'atteggiamento di chi - dal Pd a Napolitano - ha ritenuto ancora una volta che fosse "indispensabile" trovare un compromesso con chi usa da sempre il "punto di caduta" di un accordo come "punto di partenza" per riguadagnare terreno.
Fuori d'Italia un atteggiamento del genere è pressoché sconosciuto, almeno non esibito in pubblico. Non c'è infatti neppure lo sforzo d'apparire - come si è soliti recitare - "preoccupati soltanto dell'interesse del paese". I sondaggi lo danno avanti, ora il presidente della Repubblica può sciogliere le Camere e la paura del voto ce l'hanno soltanto il Pd e i montiani. Forse anche i grillini, ma non lui. E quindi vai di ricatto, che è l'arte che maneggia meglio. O il governo gli obbedisce in tutto, realizzando il "suo" programma elettorale, o cade tutto.
Non sarà certamente "il nipote" di Gianni Letta a sbarrargli la strada o a dirigere la resistenza (senza maiuscole, ovviamente).
L'Europa e i mercati hanno capito subito l'antifona: la borsa cade, lo spread risale. Se è Berlusconi a dirigere il paese - questo il succo - "siete morti". Grillo compreso, naturalmente.

Palazzo Chigi boom boom

Il vero boom boom di Palazzo Chigi di ieri non è rappresentato dagli spari che hanno ferito due carabinieri, di cui uno gravemente, nella mattinata di ieri. Ma dal fragore delle stupidaggini che sono state sparate dal mainstream televisivo e giornalistico a partire dal momento in cui si è sparsa la notizia sugli spari nel piazzale antistante Palazzo Chigi. E sì che lo squilibrio delle forze in campo era praticamente titanico: da una parte una persona che aveva perso il lavoro e la fiducia nella vita, dall'altra il coro dei media e degli eletti "responsabili e pervasi dal senso delle istituzioni".

A sparare per primo, immancabile, è stato il sindaco di Roma Alemanno. Pronto a indicare il mandante nel movimento di Grillo. Stiamo parlando del M5S che, il giorno dopo l'elezione di Napolitano, ha frenato visibilmente un corteo trasformandolo in una passeggiata per il timore di essere indicato come "violento".  E' evidente che si cerca qualsiasi pretesto per delegittimare ogni tipo di opposizione frantumando ogni limite del ridicolo. Repubblica riporta solerte una dichiarazione corale dei neoministri sulla vicenda: "non ci faremo intimidire". Mostrare i muscoli contro un ex muratore disoccupato deve sembrare una cosa seria. Non mancano le ricerche dei cattivi maestri, lessico anni '70 ripescato istantaneamente: in assenza di qualche new entry della guerriglia si è indicato i soliti Grillo e Travaglio.

Nel coro media-istituzioni poco polifonico, a parte qualche eccezione fiduciosa nell'impossibile (che le istituzioni facciano qualcosa per la crisi), il dramma della società italiana si diluisce fino a scomparire velocemente. Tra lanci di agenzia sul "pazzo isolato" e dichiarazioni sui mandanti il collasso di gran parte della società italiana non c'è più. A noi viene da mettere in parallelo la stessa mattina di due persone molto differenti.
Quella di Luigi Preiti, lo sparatore e quella di Dario Franceschini, uno dei ministri che ha giurato a Palazzo Chigi. Il primo oltre a perdere lavoro e famiglia non ha mai nemmeno azzeccato la combinazione giusta al videopoker. Il secondo, dopo aver giurato sulla costituzione come segretario del Pd, rappresentando l'opposizione costituzionale a Berlusconi, ha azzeccato la combinazione politica giusta e si è infilato al governo con Alfano. Il primo la sera precedente si è infilato in un albergo a due stelle, presumibilmente tiratissimo, per arrivare a bersaglio in tempo. Il secondo alla vigilia si è tirato a lucido per una cerimonia dove passava all'incasso della liquidazione di una linea politica ("mai con Berlusconi") ribadita fino a pochissimi giorni prima.
Rimane solo da chiedersi chi, tra Preiti e un Franceschini, la spari più grossa e più pericolosa.

redazione

29 aprile 2012

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Aperture dei negozi il Primo Maggio: sbagliano tutti

Anche quest'anno ci ritroviamo a dover leggere le solite polemiche sulle aperture dei negozi nei festivi e, lo diciamo francamente, ci siamo veramente stancati di dover assistere alle recite di chi scarica le responsabilità su altri senza prendersi le proprie. Anche perché su questo tema sbagliano un po' tutti: l'amministrazione, i sindacati concertativi, ovviamente le insegne che decidono di stare aperte, chiaramente i clienti, ma anche i lavoratori.

Sbagliano amministrazione e sindacati, perché la polemica fra di loro (sul Tirreno di oggi) è tutta sul "cosa" fa l'amministrazione e non sul "come e quanto". In che senso? Nel senso che è inutile discutere se l'amministrazione ha emesso o no un'ordinanza di chiusura e se farà applicare questa ordinanza facendo le multe, perché il problema sta invece tutto nell'entità della multa stessa (mille euro circa). Si tratta di una cifra che, come è evidente, non spaventa affatto chi decide di aprire, che fa ogni volta un semplice calcolo e valuta la cifra della multa come una voce da mettere in preventivo ma che non rende comunque sconveniente aprire visto che l'incasso è di gran lunga maggiore (stiamo parlando ovviamente delle grandi insegne, visto che per i piccoli negozi invece è una cifra che pesa, infatti siamo anche qui in presenza dell'ennesima misura che colpisce solo il piccolo e fa appena il solletico al grande). E allora di cosa parlano Bernardo (assessore) e Franceschini (Cgil)? Del nulla. Basterebbe, per rendere intanto almeno utile la loro discussione, che il centro del problema fosse quello del "quantum", ossia ad esempio: facciamo chiudere un mese, specialmente se recidivi, i grandi negozi che non rispettano l'ordinanza. Oppure leghiamo la sanzione agli incassi di tale giornata.

Sbagliano ovviamente le grandi insegne che decidono di aprire, dimostrando totale disinteresse per chi lavora e rimarcando ancora una volta che in Italia la responsabilità sociale dell'impresa prevista dall'articolo 41 della Costituzione conta meno di zero. E sbagliano chiaramente tutti quei clienti che non trovano di meglio da fare che legittimare queste aperture andando a fare la spesa il Primo Maggio. Sono probabilmente gli stessi che se avessero un parente o un affetto che lavora nei festivi si lamenterebbero all'infinito perché non possono passare la giornata insieme.

E infine, vogliamo dirlo, sbagliano anche i lavoratori. I mezzi per non lavorare il Primo Maggio e in generale nelle festività importanti ci sono, basta avere la voglia e il coraggio di usarli. Nei posti di lavoro dove i dipendenti si organizzano sindacalmente, anche in maniera autonoma dalle grandi organizzazioni, i risultati arrivano perché i rapporti di forza si spostano pesantemente. Spesso i piagnistei sui "sindacati che non fanno niente" servono solo a mascherare la propria pigrizia, tipica di chi non vuole prendere in mano il proprio destino mettendosi in prima linea. Nessun lavoratore fisso viene licenziato perché non si è presentato al lavoro il Primo Maggio in presenza di uno sciopero, e se questo avviene i mezzi per difendersi ci sono tutti.

Esistono molti esempi e dimostrazioni, a Livorno e in tutta Italia, di posti di lavoro grandi e piccoli dove una azione sindacale efficace (sembra difficile, ma a volte è sufficiente anche una semplicissima presenza "di vigilanza") fa desistere i datori di lavoro dalla volontà di aprire, anche solo per evitare grane e cattivi ritorni di immagine. Basta un po' di volontà e l'orgoglio di non abbassare la testa, almeno per quella che è la nostra festa, quella dei lavoratori.

Redazione

30 aprile 2013

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