Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/09/2024

In Israele è sciopero contro il governo Netanyahu. Si spaccano le associazioni dei familiari degli ostaggi

Decine di migliaia di israeliani sono scesi in strada in alcune grandi città del paese già da domenica sera, il giorno dopo che i corpi di altri sei ostaggi sono stati trovati a Gaza, chiedendo al primo ministro Benjamin Netanyahu di raggiungere un accordo di cessate il fuoco con Hamas per riportare a casa gli ostaggi ancora in vita.

Centinaia di manifestanti che chiedono al governo di raggiungere un accordo per liberare gli ostaggi tuttora detenuti a Gaza hanno bloccato questa mattina Namir Road a Tel Aviv, bloccando il traffico nel nord della città costiera. Gruppi hanno marciato da vari quartieri per convergere sullo svincolo chiave con Rokach Boulevard.

I manifestanti lanciano slogan come “Perché sono ancora a Gaza?” riferendosi agli ostaggi, mentre gli automobilisti suonano il clacson in segno di approvazione. Molti portano cartelli stampati con la scritta “Contro il governo della morte”.

Ieri sera gli attivisti hanno bloccato il traffico sulla Route 65 all’incrocio, sede dei raduni settimanali durante le proteste antigovernative del 2023.

Lo sciopero all’aeroporto Ben Gurion potrebbe essere esteso oltre le 10 del mattino nonostante le forti pressioni del governo per riprendere le operazioni, lo hanno detto funzionari aeroportuali anonimi a Channel 12 news. Attualmente, i voli non partono dall’aeroporto e il bagaglio registrato non viene caricato sugli aerei. Un funzionario della Federazione del Lavoro Histadrut ha detto a Channel 12 che l’organizzazione sta valutando la possibilità di estendere lo sciopero generale a domani.

Il Procuratore di Stato ha intanto presentato una petizione al Tribunale del Lavoro per chiedere una pronuncia contro lo sciopero dichiarato dalla Federazione del Lavoro Histadrut, che mira a fare pressione sul governo affinché accetti un accordo sugli ostaggi. La petizione chiede al tribunale di decidere che “lo sciopero annunciato dal presidente dell’Histadrut, riguardante tutti i dipendenti dello Stato, non è uno sciopero per una vertenza collettiva di lavoro, ed è, quindi, uno sciopero politico”.

L’agenzia israeliana Ynet riferisce che il Forum Tikva delle famiglie di ostaggi, nato in contrapposizione al Forum dei familiari degli ostaggi, domenica ha chiesto la fine dei negoziati volti a raggiungere un accordo di cessate il fuoco e di rilascio di ostaggi con Hamas. “Stasera abbiamo avuto un altro promemoria di chi è l’acerrimo nemico che stiamo combattendo. Assassini e stupratori della più bassa specie. Animali umani. In questi momenti difficili, rafforziamo gli eroici soldati dell’IDF che danno la vita per salvare gli ostaggi”. Il Forum Tikva sostiene la linea oltranzista e brutale di Netanyahu.

Stanno circolando intanto le indiscrezioni sull’incontro tra Netanyahu e i familiari degli ostaggi nel quale il primo ministro ha lasciato intendere chiaramente che la liberazione degli ostaggi non è la sua priorità.

Colpisce il fatto che in una società capace di mobilitarsi contro il proprio governo in tempi di guerra – un fatto di per se straordinario – si riesca a rimuovere completamente le vittime principali della guerra stessa cioè i palestinesi. Una contraddizione che resta una maledizione sul futuro di Israele e dei suoi abitanti.

Fonte

L’ISIS, purtroppo, non è morto

Tra il 29 e il 30 agosto scorso sia in Siria che in Iraq ci sono state operazioni militari che hanno tenuto impegnate le truppe statunitensi contro i combattenti dell’IS. Il 29 agosto sono stati uccisi quindici miliziani dell’IS mentre il giorno successivo l’organizzazione ha attaccato con dei razzi la base statunitense di Koniko, a nord di Deir Ezzor, dove ci sono giacimenti di gas. Successivamente sono iniziati degli scontri a fuoco in Iraq, nella parte occidentale e desertica del Paese, dove l’IS opera. Sette soldati statunitensi sono stati colpiti e due hanno perso la vita.

Ma l’IS non era morto? Purtroppo no, l’IS è vivo. L’IS (Stato islamico) ha preso vita il 29 giugno del 2014 mentre Abu Bakr Al Baghdadi proclamava dalla città conquistata di Mosul, in Iraq, la nascita del Califfato. Raqqa, situata in Siria, ne diventava la capitale.

L’IS ha sostituito l’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e del Levante, noto anche come ISIL e Daesh), il quale aveva iniziato a conquistare territori in Siria e Iraq sin dalla sua costituzione nel 2013. Nel momento di sua massima espansione lo Stato Islamico era arrivato ad avere sotto il suo controllo 100.000 km2 tra Siria e Iraq, con undici milioni di residenti e un bilancio statale che si ipotizza fosse intorno ai due miliardi di dollari all’anno.

Tra il 2017 e il 2019 aveva subito pesantissime sconfitte che l’avevano costretto a battere ritirata da quasi tutti i territori conquistati. Nell’opinione generale era stato definitivamente annientato. In realtà l’IS non era sparito del tutto e oggi dimostra di esistere ancora. Dall’inizio di quest’anno, nel tentativo di capire se rappresenti una minaccia in Medio Oriente e nel mondo, sono apparse diverse analisi che riguardano la sua attuale forza.

Lo scorso aprile, la direttrice del National Counterterrorism Center degli Stati Uniti, Christine Abizaid, durante un’intervista al programma In the Room with Peter Berger, ha dichiarato che “Al-Qaeda e l’ISIS stanno entrambi lottando in molti modi per raggiungere una capacità importante che possa essere rilevante per gli Stati Uniti”.

Secondo un’analisi fatta da Omar Dhabian, ex funzionario dell’intelligence statunitense e ricercatore sui temi dell’estremismo e dell’antiterrorismo, apparsa il 4 aprile su The Washington Institute, oggi l’IS si è strutturata in modo diverso rispetto a come lo conoscevamo. Dopo la perdita dei territori e il duro colpo inferto dalla Coalizione internazionale, è passato da una struttura centralizzata a una basata sul lavoro di cellule disperse su differenti territori.

Nei grafici presenti nella ricerca viene mostrata la capillarità dell’organizzazione che si trova in Siria, Africa Occidentale, Sahel, Pakistan, Bangladesh, Mozambico, Asia orientale, Somalia, Centrafrica, Afghanistan e Iraq. In Iraq le sue cellule sono presenti in diversi governatorati, a partire dalla cintura di Baghdad per arrivare ai governatorati di Anbar, Diyala e Salah al-Din.

Attualmente si tratta di gruppi di piccole dimensioni che si muovono e addestrano in aree desertiche, ma il timore che possano allargarsi esiste e gli Stati Uniti ritengono che la richiesta del governo iracheno alla Coalizione internazionale guidata dagli USA, nata per combattere l’IS, che prevede il ritiro totale dall’Iraq, possa agevolare la sua ripresa.

In realtà la Casa Bianca non teme solo questa possibilità ma è anche preoccupata che una sua smobilitazione spalanchi le porte alla Turchia, che lavora con successo alla creazione di una solida collaborazione con l’Iraq, e soprattutto all’Iran, che ha le sue aree di influenza attraverso le milizie Hashd Al-Shaabi.

La crescita dell’IS in Iraq è ipotizzabile alla luce del malumore che ancora una volta regna tra la popolazione sunnita, che ricorda le ragioni per le quali era nato e si era diffuso rapidamente a macchia d’olio. Sono principalmente le famiglie che vivono nelle aree desertiche ad essere più facilmente attratte dall’organizzazione, poiché le loro condizioni di vita sono più dure per la carenza di servizi e lavoro.

I dati sul numero dei combattenti dell’IS variano dai duemilacinquecento ai cinquemila uomini, di cui circa cinquecento o seicento si troverebbero nel deserto siriano, diventato l’hub logistico e delle operazioni.

In realtà l’IS può contare anche su circa novemila jihadisti che si trovano sotto la custodia delle SDF (Forze Democratiche Siriane). Queste continuano a far presente alla Comunità internazionale la necessità che provveda a trovare una soluzione per questi prigionieri perché le loro forze sono in difficoltà. L’IS infatti ha già condotto operazioni militari volte a liberare i propri affiliati rinchiusi nella prigione di Al-Sinaa, controllata dalle SDF. Fino ad ora non è arrivato nessun segnale in risposta a queste preoccupazioni. Forse l’accresciuta serie di attacchi, che nel 2024 ha fatto segnare un record da quando, nel 2019, l’IS ha dovuto rassegnarsi alla perdita dei territori anche siriani, desterà l’interesse di qualcuno.

Un altro bacino di potenziali nuovi jihadisti si trova nei due campi profughi di Al-Hol e Al-Roj, in Siria, dove vivono circa quarantaquattromila persone, sotto l’amministrazione dell’AANES (Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est) e il controllo delle SDF. Questi luoghi sono incubatori di nuovi combattenti perché le mogli dei miliziani, fedeli alle regole dello Stato islamico, crescono i figli nel loro rispetto.

L’AANES e le SDF hanno lanciato l’allarme, chiedendo che vengano rimpatriati i foreign fighters, alleggerendo così la pressione sui due campi. I Paesi da cui questi provengono pongono degli ostacoli, preoccupati anche loro di riavere concittadini che sono miliziani dell’IS. Nemmeno l’Iraq facilita il rientro dei combattenti di origine irachena e la situazione diventa potenzialmente pericolosa e potrebbe sfuggire dal controllo.

Le SDF si trovano in una condizione estremamente delicata perché da un lato svolgono il lavoro in chiave anti-IS per la Coalizione internazionale e dall’altro devono difendersi dai continui attacchi dell’IS, che le ha prese di mira, e da quelli della Turchia. Ankara le considera un’appendice del PKK e le aggredisce senza tregua. Queste però sono alleate degli USA contro l’IS ma anche contro Bashar Al-Assad, presidente della Siria, con cui Erdogan sta tentando una manovra di riavvicinamento.

Al-Assad è alleato di Putin e si sa, tra i due e Washington le relazioni sono a dir poco tese. La Russia è fortemente impegnata sul fronte ucraino e, nell’immediato, in cima alla sua agenda militare probabilmente non c’è l’apprensione per la potenziale minaccia che un’espansione dell’IS potrebbe comportare.

Nonostante l’IS dimostri di avere mantenuto una capacità organizzativa, gli attori regionali e non che esercitano il proprio potere e la propria influenza tanto in Siria come in Iraq, sotto il peso dei loro interessi e delle loro priorità, rischiano di farsi cogliere impreparati nel caso in cui l’organizzazione riuscisse davvero a ripetere la rapida crescita e avanzata del 2014.

Per il momento gli analisti, senza lanciare allarmismi, sollecitano tutti a tenere le antenne dritte per intercettare eventuali segnali che inducano a pensare che la forza dell’IS abbia raggiunto livelli di allerta. Certo è che dal non sentirne più parlare si è passati a leggere quasi quotidianamente notizie che ci riportano di attacchi da o contro l’IS. È bene monitorare.

Fonte

01/09/2024

Chi lavora è perduto (1963) di Tinto Brass - Minirece

Lo scambio ineguale di lavoro nell’economia mondiale

Da decenni, a partire dagli studi di Samir Amin, si parla di “scambio ineguale” per descrivere i rapporti tra Nord e Sud del mondo, ovvero tra l’Occidente in cui il capitalismo è nato (Europa e Usa) e paesi meno sviluppati che fino ad un certo punto sono stati indicati come “Terzo Mondo” (il primo era l’Occidente, il secondo i paesi socialisti con al centro l’URSS).

La categoria provava a cogliere, con molto acume, lo sbilanciamento sistematico delle “ragioni di scambio” tra le due aree che si traduceva in appropriazione di ricchezza da parte del paesi del “centro” anche a prescindere dagli episodi (molto frequenti, peraltro) di vera e propria rapina a mano armata (golpe, invasioni, “rivoluzioni colorate”, ecc).

Mancava però una sufficiente base empirica, fatta di dati quantitativi e della loro evoluzione nel tempo, per dimostrare la consistenza dello “scambio ineguale” in termini di valore (ore lavorate, raggruppate per “livelli di competenza”) e di grandezze omogenee. Ossia confrontabili sul piano numerico e non solo su quello concettuale o intuitivo.

In assenza di questa base l’uso della categoria è diventata un modo di dire, un’allusione, una suggestione. Ma non un’arma della critica utilizzabile in una situazione concreta, nel conflitto politico e sociale.

Nel dibattito tra i marxisti degli anni ‘70 questa tematica era stata in parte affrontata sul piano teorico soprattutto da quanti si sono misurati con il problema della “trasformazione dei valori in prezzi”. Ovvero con la difficoltà storica di riscontrare quantitativamente l’estrazione di plusvalore che avviene nel processo lavorativo anche sul piano dei prezzi di mercato, che appaiono a prima vista dipendenti solo dalle classiche oscillazioni tra offerta e domanda.

Che le dinamiche di mercato abbiano la loro importanza è indubbio, ma come fa il valore a travasarsi da una produzione all’altra (tra imprese, sistemi di impresa, stati, aree economiche, ecc) in modo tale da assicurare ai capitali più avanzati (quelli a più alta composizione organica) un profitto notevolmente più alto di quello “naturale” in una certa impresa di un certo paese?

Un notevole contributo alla chiarificazione del problema arriva ora con lo studio condotto da Jason Hicksel, e pubblicato su Nature communication che qui vi proponiamo.

È intuitiva, ma non banale, la cascata delle conseguenze analitiche e politiche. La “ricchezza” dell’Occidente è data soprattutto dall’appropriazione delle ore di lavoro compiuto fuori dai propri confini, non da qualche “superiorità oggettiva” nella produzione.

I salari occidentali, per quanto congelati di fatto da oltre 30 anni, sono immensamente superiori al resto del mondo solo grazie a questa disparità abissale (anche del 90% e oltre). Le delocalizzazioni hanno sfruttato a fondo, e ulteriormente, il differenziale salariale.

Ma questo processo ha prodotto oggettivamente le condizioni per il suo superamento, ovvero la crescita dei salari nel Sud del mondo e, forse soprattutto (per ora), l’emergere di una consapevolezza (non necessariamente “socialista”, anzi) e di una necessità di autodeterminazione. Che si traduce, in qualche modo, nei termini del “multilateralismo”.

L’abstract è particolarmente esaustivo e dunque stimolante una lettura attenta. La sezione “metodi”, dopo il testo, non è stata tradotta ma può essere consultata tramite il link alla versione originale in inglese.

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Abstract

I ricercatori sostengono che le nazioni ricche si affidano a una grande appropriazione netta di lavoro e risorse dal resto del mondo attraverso uno scambio ineguale nel commercio internazionale e nelle catene globali del valore.

In questo studio, valutiamo empiricamente questa affermazione misurando i flussi di lavoro incorporato nell’economia mondiale dal 1995 al 2021, tenendo conto dei livelli di competenza, dei settori e dei salari.

Abbiamo scoperto che, nel 2021, le economie del Nord globale hanno appropriato in modo netto 826 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud globale, in tutti i livelli di competenza e settori. Il valore salariale netto di questo lavoro appropriato era equivalente a 16,9 trilioni di euro ai prezzi del Nord, tenendo conto del livello di competenza.

Questa appropriazione raddoppia grosso modo il lavoro disponibile per il consumo del Nord, ma impoverisce il Sud della capacità produttiva che potrebbe essere utilizzata invece per i bisogni umani e lo sviluppo locale.

Lo scambio ineguale è parzialmente determinato da disuguaglianze salariali sistematiche. Abbiamo scoperto che i salari nel Sud sono inferiori dell’87–95% rispetto a quelli del Nord per lavori di pari competenza.

Mentre i lavoratori del Sud contribuiscono al 90% del lavoro che alimenta l’economia mondiale, essi ricevono solo il 21% del reddito globale.

Introduzione

Gli studiosi di economia politica internazionale sostengono che la crescita e l’accumulazione di capitale negli stati ricchi del “centro” nel Nord globale dipendano dall’appropriazione di valore – lavoro, risorse e beni – dalle “periferie” e “semi-periferie” del Sud globale.

Nell’economia mondiale contemporanea, questa appropriazione avviene in gran parte attraverso ciò che gli studiosi definiscono come “scambio ineguale” nel commercio internazionale.

La letteratura in questo campo descrive come gli stati centrali e le imprese sfruttino il loro potere geopolitico e commerciale per comprimere salari, prezzi e profitti nel Sud globale, sia a livello delle economie nazionali che all’interno delle catene globali del valore (che rappresentano oltre il 70% del commercio), in modo che i prezzi nel Sud siano sistematicamente inferiori rispetto a quelli del Nord.

Le disuguaglianze nei prezzi costringono gli stati e i produttori del Sud a esportare ogni anno più lavoro e risorse incorporati nei beni commercializzati verso il Nord globale per pagare qualsiasi livello di importazione, permettendo così alle economie del Nord di appropriarsi in modo netto del valore a vantaggio del capitale e dei consumatori del Nord.

Si ritiene che le dinamiche dello scambio ineguale si siano intensificate negli anni ’80 e ’90 con l’imposizione di programmi di aggiustamento strutturale (SAP) in tutto il Sud globale. I SAP hanno svalutato le valute del Sud, ridotto l’occupazione pubblica e rimosso le protezioni per i lavoratori e l’ambiente, esercitando una pressione al ribasso su salari e prezzi.

Hanno anche ridotto le politiche industriali e gli investimenti statali nello sviluppo tecnologico, costringendo i governi del Sud a dare priorità alla produzione “orientata all’esportazione” in settori altamente competitivi e in posizioni subordinate all’interno delle catene globali del valore.

Allo stesso tempo, le imprese leader negli stati centrali hanno spostato la produzione industriale verso il Sud globale per sfruttare direttamente salari e costi di produzione più bassi, mentre utilizzano il loro dominio nelle catene globali del valore per ridurre i salari e i profitti dei produttori del Sud. Questi interventi hanno ulteriormente aumentato il potere d’acquisto relativo del Nord rispetto al lavoro e ai beni del Sud.

Diversi studi hanno cercato di quantificare indirettamente l’entità dell’appropriazione attraverso lo scambio ineguale, aggiustando i volumi commerciali monetari per le disparità Nord-Sud nei salari o nei prezzi generali.

La ricerca più recente ha utilizzato modelli di input-output multi-regionali estesi a livello ambientale (EEMRIO), che ci permettono di tracciare i flussi di risorse incorporati nel consumo finale di ciascuna nazione.

Questi studi dimostrano empiricamente che le economie centrali si basano su un’appropriazione fisica netta di lavoro e risorse incorporati dal Sud globale.

Tuttavia, questa ricerca non ha finora analizzato direttamente le dinamiche dei prezzi associate al tempo di lavoro incorporato nel commercio Nord-Sud. Inoltre, non ha risposto alle domande riguardanti l’entità delle disparità salariali Nord-Sud e lo scambio ineguale, che potrebbero essere un effetto delle differenze nel tipo di lavoro svolto, come in termini di livello di competenza o settore (ad esempio, se le disuguaglianze salariali sorgono perché il Sud commercia lavoro poco qualificato per lavoro altamente qualificato, o beni primari per beni secondari).

In questo studio, utilizziamo il modello EEMRIO EXIOBASE per tracciare i flussi di lavoro incorporato tra Nord e Sud, tenendo conto per la prima volta direttamente di settori, salari e livelli di competenza (come definiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, OIL, descritta nei Metodi).

Questo ci consente di definire l’entità dell’appropriazione del lavoro attraverso lo scambio ineguale in termini di tempo di lavoro fisico, rappresentandolo anche in termini di valore salariale, in un modo che tiene conto della composizione per livello di competenza del lavoro incorporato nel commercio Nord-Sud.

La nostra categoria per il Nord globale si avvicina all’elenco FMI delle “economie avanzate”, con il Sud che comprende tutte le economie emergenti e in via di sviluppo (vedi Metodi).

Tutte le unità monetarie sono in euro costanti del 2005, corrette per l’inflazione, rappresentate ai tassi di cambio di mercato (MER), appropriati per confronti internazionali del potere d’acquisto del reddito nell’economia globale (vedi Metodi).

Arriviamo a diverse conclusioni principali. (1)

Scopriamo che il lavoro di produzione nell’economia mondiale, in tutti i livelli di competenza e settori, è prevalentemente svolto nel Sud globale (in media 90–91%), ma i risultati della produzione sono sproporzionatamente catturati nel Nord globale. (2) Il Nord si è appropriato in modo netto di 826 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud globale nel 2021 (in altre parole, al netto del commercio).

Questa appropriazione netta avviene in tutte le categorie di competenza e settori, inclusa una grande appropriazione netta di lavoro altamente qualificato. (3)

Il valore salariale netto del lavoro appropriato era di 16,9 trilioni di euro nel 2021, rappresentato nei salari del Nord, tenendo conto del livello di competenza. In termini di valore salariale, il drenaggio di lavoro dal Sud è più che raddoppiato dal 1995. (4)

I divari salariali Nord-Sud sono aumentati drasticamente nel periodo considerato, in tutte le categorie di competenza e settori, nonostante un piccolo miglioramento nella posizione relativa del Sud. I salari nel Sud sono inferiori dell’87–95% rispetto ai salari del Nord per lavoro di pari competenza nel 2021, e dell’83–98% per lavoro di pari competenza nello stesso settore. (5)

La quota del PIL destinata ai lavoratori è generalmente diminuita nel periodo, di 1,3 punti percentuali nel Nord globale e di 1,6 punti percentuali nel Sud globale.

Risultati

Contributi alla produzione globale

Abbiamo scoperto che, nel 2021, l’ultimo anno dei dati, 9,6 trilioni di ore di lavoro sono state impiegate per la produzione destinata all’economia globale. Di queste, il 90% è stato fornito dal Sud globale (Fig. 1).

Il Sud ha contribuito con la maggior parte del lavoro in tutti i livelli di competenza: il 76% di tutto il lavoro altamente qualificato, il 91% del lavoro mediamente qualificato e il 96% del lavoro poco qualificato. Nello stesso anno, 2,1 trilioni di ore di lavoro sono state impiegate per la produzione di beni commercializzati a livello internazionale (l’uso di “beni commercializzati” in questo documento si riferisce sia ai beni che ai servizi).

Il contributo relativo Nord-Sud alla produzione di beni commercializzati è simile a quello della produzione totale, con il Sud che contribuisce al 91% di tutto il lavoro (73% di tutto il lavoro altamente qualificato, 93% del lavoro mediamente qualificato e 96% del lavoro poco qualificato). Si noti che le ultime cifre sono sottostime, dato che la maggior parte dei paesi del Sud globale sono aggregati in regioni in EXIOBASE (vedi Tabella Supplementare 1) e il commercio all’interno di queste regioni non è rappresentato.

Il contributo del Sud alla produzione globale totale è aumentato costantemente nel periodo dal 1995, in tutte le categorie di competenze. L’aumento maggiore si è verificato nella categoria delle competenze elevate, con il contributo del Sud alla produzione ad alta competenza che è passato dal 66% del totale mondiale nel 1995 (1,9 volte superiore rispetto al Nord) al 76% nel 2021 (3,2 volte superiore rispetto al Nord).

Infatti, il Sud ora contribuisce con più lavoro ad alta competenza all’economia mondiale (1124 miliardi di ore nel 2021) rispetto a tutto il contributo combinato del lavoro ad alta, media e bassa competenza del Nord globale (971 miliardi di ore nel 2021).

Il Sud contribuisce anche alla stragrande maggioranza del lavoro in tutti i settori aggregati che abbiamo derivato da EXIOBASE, inclusi agricoltura (99%), estrazione mineraria (99%), manifattura (93%), servizi (80%) e “altro” (89%). Vedi Metodi per le aggregazioni settoriali.

Nonostante abbia contribuito al 90-91% del lavoro totale che entra nella produzione globale e nella produzione di beni commerciati nel 2021, inclusa la maggior parte del lavoro ad alta competenza, il Sud globale ha ricevuto meno della metà (44%) del reddito globale, e i lavoratori del Sud hanno ricevuto solo il 21% del reddito globale in quell’anno.

In altre parole, mentre la produzione globale è prevalentemente realizzata nel Sud globale, i rendimenti sono catturati in modo sproporzionato dal Nord globale, indicando un controllo sproporzionato del prodotto globale.

La Tabella 1 mostra che il numero totale di lavoratori occupati e il numero totale di ore lavorate è aumentato sia nel Nord che nel Sud dal 1995 al 2021, con un aumento significativamente maggiore nel Sud globale.

Le righe finali illustrano diversi punti interessanti. In primo luogo, vediamo che i lavoratori del Sud globale forniscono costantemente più lavoro per lavoratore rispetto a quelli del Nord, con margini ampi. Nell’ultimo anno di dati, i lavoratori del Sud hanno lavorato in media 466 ore in più rispetto ai loro omologhi del Nord (26% in più).

In secondo luogo, vediamo che nel Nord il tempo di lavoro per lavoratore è diminuito del 7% nel periodo, mentre nel Sud è aumentato dell’1%. Nella misura in cui l’aumento del tempo di lavoro ha contribuito alla crescita economica globale negli ultimi 25 anni, questo onere è stato sostenuto in gran parte dai lavoratori nel Sud globale.

Scambio ineguale di lavoro

La nostra analisi conferma un modello sostanziale e persistente di scambio ineguale tra il Nord e il Sud globale. Nel 2021, il Nord globale ha importato 906 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud, esportandone solo 80 miliardi in cambio (un rapporto di 11:1). In media, durante il periodo considerato, il Nord ha importato 15 volte più lavoro dal Sud di quanto ne abbia esportato in cambio.

In altre parole, il Nord si appropria in modo netto di grandi quantità di lavoro dal Sud. Questa appropriazione netta si verifica in tutte le categorie di competenze, incluso il lavoro ad alta competenza.

In media, il Nord importa 4 volte più lavoro ad alta competenza dal Sud di quanto ne esporti, insieme a 17 volte più lavoro a media competenza e 29 volte più lavoro a bassa competenza. La Figura 2 mostra le esportazioni e le importazioni di lavoro da parte del Sud globale nel periodo 1995-2021.

Lo scambio ineguale di lavoro descritto sopra non è spiegato dalle differenze settoriali. Abbiamo riscontrato che il Nord globale importa in modo netto grandi quantità di lavoro dal Sud in tutti i livelli di competenze e in tutti e cinque i settori.

In media, il Nord ha importato 120 volte più lavoro agricolo di quanto ne abbia esportato, 110 volte più lavoro minerario, 11 volte più lavoro manifatturiero e 6 volte più lavoro nei servizi.

In altre parole, non è vero che il Nord importa lavoro netto nella produzione primaria dal Sud mentre esporta una quantità minore di lavoro nella produzione secondaria e terziaria. Al contrario, il Nord globale dipende da un’appropriazione netta di lavoro dal Sud in tutti i settori, inclusi la manifattura e i servizi.

Non esiste alcun settore in cui il Nord esporti lavoro netto verso il Sud. Questo è dimostrato nella Figura Supplementare 1.

I risultati della serie temporale dimostrano che la posizione del Sud globale è peggiorata durante il periodo 1995-2005, con il rapporto di scambio Sud-Nord che è aumentato da 17:1 nel 1995-97 a 21:1 nel 2003-2005.

Durante questo periodo, caratterizzato da politiche di aggiustamento strutturale draconiane applicate negli anni ’80 e ’90, le economie del Sud sono state costrette ad aumentare le loro esportazioni di lavoro incorporato del 24% semplicemente per mantenere la stessa quantità di importazioni dal Nord.

La posizione del Sud è migliorata nel decennio successivo (2005-2015), poiché le politiche di aggiustamento più aggressive sono state allentate e con l’inizio del boom delle materie prime, con il rapporto di scambio che è sceso a 10:1. Questo miglioramento è stato guidato principalmente da un miglioramento nella posizione della Cina. Tuttavia, i miglioramenti si sono arrestati dal 2015 e si è verificata una certa regressione.

Le Figure 3 e 4 mostrano la quantità totale di lavoro appropriato in modo netto dal Nord durante il periodo, per livello di competenze e settore, rispettivamente. Il Nord appropria in modo netto lavoro in tutti i livelli di competenze e in tutti i settori. Vale la pena notare che l’appropriazione nei settori secondario e terziario (manifatturiero e servizi) è ora maggiore rispetto ai settori primari (agricoltura ed estrazione mineraria), e in effetti questo è stato il caso per la maggior parte del periodo considerato.


L’appropriazione netta totale è aumentata dal 1995 fino a un picco nel 2005, per poi diminuire nel decennio 2005-2015. Abbiamo riscontrato che la diminuzione durante il periodo 2005-2015 corrisponde a un miglioramento dei salari nel Sud rispetto a quelli del Nord. Tuttavia, questo miglioramento si è arrestato nel 2015 e i rapporti salariali si sono stabilizzati (vedi la sezione intitolata “Tendenze salariali” qui sotto).

L’appropriazione è aumentata negli anni successivi, spinta da un incremento del volume degli scambi commerciali. Nel 2021 la quantità totale di appropriazione netta ha raggiunto 826 miliardi di ore. Questi dati sono sostanzialmente più grandi di quanto rilevato in studi precedenti (vedi Discussione Supplementare 3 per i dettagli).

I flussi netti dalla Cina verso il Nord rappresentano circa un sesto dei flussi totali netti Sud-Nord. È importante notare che il flusso netto Sud-Nord di lavoro incorporato non viene “pagato” da un flusso netto opposto di terra, energia o materiali incorporati (al contrario, si verificano ampi flussi netti Sud-Nord in tutte le categorie di input).

Abbiamo riscontrato che questo modello di appropriazione netta svolge un ruolo importante nel consumo del Nord (Fig. 5). In qualsiasi anno, il Nord consuma circa il doppio del lavoro che rende, grazie all’appropriazione attraverso lo scambio ineguale. Nel 2021, il lavoro appropriato in modo netto ha rappresentato il 46% del consumo totale di lavoro del Nord.

La Figura 5 mostra anche che le economie del Nord globale sono diventate sempre più dipendenti dal lavoro a bassa competenza, la stragrande maggioranza del quale è appropriata in modo netto dal Sud globale (71% nel 2021).

Sebbene la maggior parte dell’appropriazione netta di lavoro dal Sud da parte del Nord sia costituita da lavoro a competenze medie, l’appropriazione netta di lavoro ad alta competenza costituisce comunque una caratteristica significativa delle economie del Nord. Abbiamo riscontrato che le economie del Nord globale appropriano in modo netto più lavoro ad alta competenza dal Sud globale (52 miliardi di ore nel 2021) di quanto ne ottengano e consumino attraverso il commercio Nord-Nord (31 miliardi di ore nel 2021).

Il valore salariale dell’appropriazione attraverso lo scambio ineguale

Come hanno evidenziato studi precedenti, poiché salari e prezzi sono un risultato del potere contrattuale nell’economia mondiale (oltre al livello di mercificazione, all’estensione della concentrazione monopolistica, ecc.) così come delle dinamiche di domanda e offerta, non è possibile assegnare un “vero” valore monetario al lavoro. Il massimo che possiamo fare è rappresentare il lavoro in termini dei salari prevalenti sperimentati dai diversi agenti nell’attuale economia capitalista mondiale, puramente come punto di riferimento.

Studi precedenti sullo scambio ineguale, inclusi quelli di Samir Amin, sostengono che l’appropriazione netta di lavoro nascosto dal Sud globale dovrebbe essere rappresentata in termini dei salari prevalenti nel Nord; in altre parole, dalla prospettiva dei lavoratori e dei produttori del Nord. Questo è l’approccio che adottiamo qui.

Per prima cosa, abbiamo stabilito la scala del tempo di lavoro appropriato in modo netto per ciascun livello di competenza per ogni anno. Abbiamo quindi moltiplicato il tempo di lavoro appropriato in modo netto per i salari che i lavoratori del Nord ricevono per lo stesso livello di competenza, reso nella produzione di beni commerciati (ignorando i beni prodotti per il consumo interno finale).

Il lavoro è quindi confrontato in maniera omogenea: per esempio, la quantità appropriata di lavoro a bassa competenza è valutata al salario del Nord per il lavoro a bassa competenza, la quantità appropriata di lavoro ad alta competenza è valutata al salario del Nord per il lavoro ad alta competenza, ecc.

In questo modo, abbiamo calcolato il valore salariale del lavoro appropriato in una maniera che risponde a domande di lunga data su quanto questo sia influenzato dalla composizione dei livelli di competenza nello scambio.

I nostri risultati mostrano che nel 2021 il valore salariale del lavoro appropriato in modo netto dal Sud era pari a 16,9 trilioni di euro, in EUR costanti del 2005 (Fig. 6). In altre parole, se i lavoratori del Nord dovessero svolgere la quantità di lavoro appropriato in modo netto a livello domestico, costerebbe 16,9 trilioni di euro in termini di salari (vedi Discussione Supplementare 1 per ulteriori interpretazioni).

La serie temporale mostra che il valore salariale dell’appropriazione è più che raddoppiato dal 1995. Grandi aumenti si sono verificati alla fine degli anni ’90, continuando una traiettoria ascendente iniziata durante il periodo di aggiustamento strutturale neoliberale negli anni ’80.

L’appropriazione si è stabilizzata dai primi anni 2000 al 2015, e da allora è ulteriormente aumentata. Nel periodo 1995-2021, il valore salariale totale del lavoro appropriato in modo netto ammonta a 310 trilioni di euro.

Per maggiore solidità, abbiamo anche calcolato il valore salariale della manodopera appropriabile netta utilizzando i salari del Nord per ciascun livello di competenza nel settore pertinente (in altre parole, abbiamo valutato la quantità di manodopera appropriabile netta nel settore dei servizi con il salario del Nord per il lavoro ad alta qualifica nel settore dei servizi, ecc.)

I risultati sono solo marginalmente inferiori, 14.200 miliardi di euro nel 2021. Il punto debole di questo approccio è che dà per scontate le grandi disuguaglianze salariali tra i settori all’interno del Nord globale, anche quando si corregge per le competenze, che sono dovute in gran parte ai salari estremamente bassi in agricoltura (fino a 2-3 euro all’ora; si veda la Fig. 2 supplementare). Tuttavia, è utile dimostrare che l’ampia scala del valore salariale del lavoro netto non può essere spiegata da differenze settoriali.

Tendenze salariali

Il divario salariale tra Nord e Sud è ampio e in aumento nel tempo per tutte le categorie di competenze (Fig. 7). Anche in questo caso, valutiamo solo la manodopera coinvolta nella produzione di beni commerciali.

I salari del Sud sono inferiori dell’87-95% rispetto a quelli del Nord a parità di competenze, cioè a parità di lavoro secondo la definizione dell’ILO. I salari del Sud sono inferiori dell’87% per la manodopera ad alta qualifica, del 93% per quella a media qualifica e del 95% per quella a bassa qualifica.

La disparità è così estrema che la manodopera altamente qualificata nel Sud globale riceve il 68% in meno rispetto a quella poco qualificata nel Nord globale. Detto altrimenti, per ogni ora di lavoro a un determinato livello di competenza, i lavoratori del Nord sono in grado di consumare 8-19 volte di più del prodotto globale rispetto ai lavoratori del Sud (8 volte di più per la manodopera ad alta qualifica, 14 volte di più per quella a media qualifica e 19 volte di più per quella a bassa qualifica).

Gli aumenti salariali del Sud non hanno eguagliato quelli del Nord in termini assoluti. Il salario medio del Sud è passato da 0,46 a 1,62 euro l’ora (con un aumento di 1,16 euro), mentre il salario medio del Nord è passato da 12,60 a 24,95 euro l’ora (con un aumento di 12,35 euro). I salari del Nord sono aumentati 11 volte di più di quelli del Sud. Non si tratta di un “recupero”, ma al contrario di un modello di drammatica divergenza.

Questi risultati indicano che i lavoratori del Sud globale, che ricevono in media 1,62 euro all’ora, svolgono la stragrande maggioranza (90%) della manodopera che produce per l’economia globale, la stragrande maggioranza (91%) della manodopera che produce beni scambiati e quasi la metà (46%) della manodopera che sostiene la crescita e il consumo nel Nord globale (al netto del commercio). L’economia globale è caratterizzata da un regime di manodopera a basso costo.

Questi divari salariali non sono spiegati dalle differenze settoriali. I nostri risultati mostrano divari salariali Nord-Sud ampi e crescenti per tutti i livelli di competenza in tutti i settori analizzati.

Nell’agricoltura, i salari del Sud sono inferiori dell’85-91% rispetto a quelli del Nord per ogni livello di competenza. Nel settore minerario, i salari del Sud sono inferiori del 93-98%. Nel settore manifatturiero, 89-94% in meno. Nei servizi, 83-90% in meno (si veda la Fig. 2 supplementare per i risultati completi).

Nonostante l’aumento dei divari salariali, si è registrata una certa riduzione della disuguaglianza relativa tra Nord e Sud. Nel 2021, il salario medio del Sud era inferiore del 94% rispetto al salario medio del Nord, un piccolo miglioramento rispetto al 96% del 1995 (Fig. 8). Il miglioramento della posizione del Sud si è verificato nel periodo dal 2005 al 2015. Da allora i miglioramenti sono cessati e, in parte, diminuiti.

Quota del lavoro sul PIL

Scopriamo che, a livello globale, il lavoro ha ricevuto, in media, il 51,6% del PIL mondiale nel quinquennio 2017-2021. In altre parole, solo la metà di tutto il valore prodotto nell’economia mondiale (che è rappresentato nei prezzi e incluso nei conti del PIL) è catturato dai lavoratori sotto forma di salari.

Come mostra la figura 9, si tratta di un calo rispetto alla fine degli anni ’90 (1995-1999), quando la quota del lavoro sul PIL era in media del 54,7%.

La quota dei lavoratori del Sud sul PIL del Sud è notevolmente inferiore alla media globale, con una media del 47,5% nel periodo 2017-2021, mentre la quota dei lavoratori del Nord sul PIL del Nord è superiore, con una media del 54,7% nello stesso periodo. Ciò indica che le classi lavoratrici del Sud sono più deboli nei confronti del capitale nazionale rispetto alle classi lavoratrici del Nord.

In entrambi i casi, la posizione del lavoro è peggiorata dalla fine degli anni ’90: di 1,3 punti percentuali nel Sud e di 1,6 punti percentuali nel Nord.

Discussione

I risultati di questo studio dimostrano il verificarsi di ingenti trasferimenti netti di lavoro vivo dal Sud al Nord del mondo attraverso scambi ineguali nel commercio internazionale e nelle catene di fornitura globali, a tutti i livelli di competenza e in tutti i settori, per un totale di 826 miliardi di ore nel 2021.

Questi risultati illustrano diverse caratteristiche importanti dell’economia mondiale.

In primo luogo, è chiaro che le economie del Nord dipendono in modo sostanziale dal l’appropriazione netta da parte del Sud globale. L’appropriazione netta di manodopera comprende circa la metà della manodopera totale che fornisce beni e servizi per il consumo del Nord.

In altre parole, questa dinamica raddoppia la quantità totale di manodopera disponibile per le economie del Nord globale, che sostiene i loro alti livelli di consumo e di ricchezza e ne sostiene la crescita economica. Altri 826 miliardi di ore di lavoro del Sud sono di fatto aggiunte alle economie del Nord come “lavoro fantasma” invisibile.

Alla luce di questa dinamica, è chiaro che il modello di sviluppo del Nord non può essere universalizzato, in quanto si basa sull’appropriazione di altre risorse.

Inoltre, è improbabile che gli attuali livelli di consumo aggregato del Nord possano essere mantenuti in condizioni di commercio equo. Per mantenere i consumi attuali, le popolazioni del Nord dovrebbero aumentare in modo sostanziale le ore di lavoro (e allo stesso tempo impegnare sostanzialmente più terra, materiali ed energia nella produzione), il che sarebbe socialmente e politicamente difficile da realizzare.

È plausibile che le persone preferirebbero invece rinunciare ad alcuni tipi di produzione (ad esempio, la produzione di beni per il consumo d’élite) o passare a forme di approvvigionamento che richiedono meno manodopera (ad esempio, il trasporto pubblico invece dell’auto privata).

I nostri risultati indicano anche che il Sud globale viene svuotato di una grande quantità di capacità produttiva attraverso lo scambio ineguale (il 9-16% della sua capacità produttiva totale, in termini di lavoro, viene svuotato in un dato anno). 826 miliardi di ore di lavoro nel 2021 equivalgono a 369 milioni di lavoratori (ipotizzando 2.236 ore per lavoratore all’anno, che è la media del Sud globale presentata nella Tabella 1). Si tratta di una cifra superiore alla forza lavoro totale degli Stati Uniti e dell’Unione Europea messi insieme.

Questa quantità di manodopera potrebbe essere mobilitata per produrre alloggi e cibo nutriente per le comunità del Sud globale, o per costruire e impiegare il personale di ospedali e scuole, soddisfacendo così i bisogni umani locali e raggiungendo i necessari obiettivi di sviluppo; invece – a causa della compressione della manodopera e dei produttori del Sud e dei vincoli posti alla capacità degli Stati del Sud di sviluppare una maggiore sovranità economica – viene appropriata per produrre all’interno di catene di approvvigionamento globali che servono alla crescita, al consumo e all’accumulazione del Nord.

Si ritiene che lo scambio ineguale sia guidato in parte dai grandi divari salariali tra Nord e Sud. Scopriamo che i salari del Sud sono inferiori dell’87-95% rispetto a quelli del Nord per lavori di pari abilità.

La nostra analisi conferma le argomentazioni di altri (ad esempio Ruy Mauro Marini, Samir Amin, Arrighi, Emmanuel, ecc.) secondo cui questi divari salariali non possono essere spiegati da differenze settoriali, in quanto prevalgono in tutti i settori dell’economia: i salari dei lavoratori del Sud sono più bassi dell’83-98% per lavori di pari abilità all’interno dello stesso settore.

In termini assoluti, questi divari salariali sono aumentati sostanzialmente nel tempo, in tutti i livelli di competenza e in tutti i settori, indicando un costante aumento della disuguaglianza assoluta di reddito tra Nord e Sud, nonostante un certo miglioramento della posizione relativa del Sud nel periodo 2005-2015.

Ciò si è verificato nonostante il costante aumento della produzione industriale come quota della produzione totale nel (e delle esportazioni dal) Sud del mondo durante il periodo studiato (13, 14) .

Concludiamo che, mentre i lavoratori del Sud contribuiscono alla maggior parte (90-91%) della manodopera che alimenta l’economia mondiale, ricevono solo il 21% del PIL globale. I rendimenti della produzione sono catturati in modo sproporzionato nel Nord globale.

È interessante notare che i nostri risultati, che descrivono la dipendenza del Nord da manodopera altamente qualificata proveniente dal Sud, confermano le dichiarazioni degli amministratori delegati di grandi aziende, i quali hanno affermato che la quantità necessaria di manodopera ingegneristica altamente qualificata per sostenere la loro produzione non è disponibile negli Stati del Nord e quindi questa produzione deve essere effettuata all’estero.

L’ex amministratore delegato di Apple, Steve Jobs, ha dichiarato che la sua azienda aveva bisogno di 30.000 ingegneri; secondo le sue parole, “in America non se ne trovano così tanti da assumere” [26] . L’attuale CEO Tim Cook ha sottolineato che la produzione di Apple si basa su grandi quantità di manodopera altamente qualificata in Cina per l’ingegneria avanzata, gli strumenti e l’innovazione. “Negli Stati Uniti si potrebbe tenere una riunione di ingegneri degli utensili e non sono sicuro che riusciremmo a riempire la stanza. In Cina si potrebbero riempire diversi campi da calcio (25).

La manodopera altamente qualificata nel Sud globale è pagata una frazione di quella del Nord, nonostante il fatto che le aziende del Nord non possano funzionare senza di essa.

Il nostro studio dimostra che i divari salariali tra Nord e Sud e lo scambio ineguale di manodopera non possono essere spiegati dal livello di competenza o dalle differenze settoriali, poiché entrambe le dinamiche persistono in tutti i livelli di competenza e in tutti i settori. Tuttavia, una parte dello scambio ineguale può essere dovuta a differenze di produttività (ad esempio, se i lavoratori del Sud producono meno ore di lavoro rispetto ai lavoratori del Nord). Lo scambio ineguale è a volte concettualizzato come un trasferimento al netto delle differenze di produttività (9, 10).

Non è semplice valutare questo aspetto dal punto di vista empirico. I parametri standard di produttività misurano la produzione in termini di reddito o di PIL per persona occupata, che sono parametri di prezzo e non rivelano nulla della produzione fisica. Queste metriche non possono essere utilizzate per i nostri scopi: ci dicono che i salari e i prezzi del Sud sono più bassi di quelli del Nord, ma è proprio questo che deve essere spiegato (27, 28).

Gli studi sullo scambio ineguale sostengono che i prezzi sono un artefatto degli squilibri di potere (tra lavoro e capitale, fornitori e aziende leader, periferia e centro) e, pertanto, non possono essere considerati una rappresentazione accurata del valore. Se i salari e i prezzi del Sud sono compressi, la “produttività” del Sud sembrerà peggiorare anche se non c’è alcun cambiamento nella produzione fisica effettiva.

Per valutare correttamente le dinamiche della produttività sarebbe necessario misurare la produzione fisica in settori comparabili (per ulteriori approfondimenti si veda la Discussione supplementare 2).

Ci sono diverse ragioni per ritenere che le differenze di produttività fisica non possano spiegare gli ampi divari salariali tra Nord e Sud e le disuguaglianze negli scambi che osserviamo.

In primo luogo, nel caso delle industrie di esportazione (piuttosto che dei settori di sussistenza e non commerciali), la maggior parte della produzione nel Sud è realizzata con tecniche moderne, spesso con tecnologie fornite dal capitale internazionale (9, 10, 14, 20). È stato riscontrato che i lavoratori di queste industrie producono una quantità di prodotto fisico per ora pari o superiore a quella delle loro controparti del Nord (20, 29).

La produzione del Sud è inoltre caratterizzata da una maggiore intensità di manodopera, in quanto i lavoratori sono soggetti a rigidi sistemi di controllo volti a massimizzare la produzione in misura tale da non rispettare le norme sul lavoro vigenti nel Nord (30, 31, 32).

In secondo luogo, nei casi in cui le industrie esportatrici del Sud operano con tecnologie meno efficienti, le differenze di produttività rappresentano solo una piccola parte del divario salariale tra Nord e Sud e dell’appropriazione netta del tempo di lavoro (9, 20).

Il fatto fondamentale è che le imprese del Nord scelgono di utilizzare la manodopera del Sud non solo perché i salari per ora lavorata sono più economici, ma perché i salari sono più economici per unità di produzione fisica (13). La delocalizzazione avviene proprio perché la differenza salariale tra Nord e Sud è maggiore di qualsiasi differenza di produttività fisica.

In terzo luogo, le produttività fisiche possono essere confrontate in modo significativo solo per compiti e prodotti identici. Per molte industrie e categorie di prodotti, la produzione del Sud non ha un contraltare nel Nord, perché non può o non viene realizzata lì (come nel caso del caffè, del coltan, degli smartphone, del fast fashion, ecc.).

In questi casi, le produttività non possono essere confrontate e non possono spiegare le disuguaglianze salariali e gli scambi ineguali. Un’analisi più approfondita è disponibile nella Discussione supplementare 2.

È importante notare che, nei casi in cui esistono differenze di produttività fisica, spesso ciò è dovuto al fatto che per il capitale è più redditizio utilizzare metodi più economici e ad alta intensità di manodopera piuttosto che investire in attrezzature moderne – soprattutto nei casi in cui gli investimenti statali nello sviluppo tecnologico sono stati ridotti dai programmi di aggiustamento strutturale, o in cui i brevetti impediscono l’accesso a prezzi vantaggiosi alle tecnologie necessarie – proprio perché i salari del Sud sono mantenuti a livelli artificialmente bassi (34, 35).

Questa situazione avvantaggia i consumatori del Nord con beni più economici e il capitale del Nord con un maggiore surplus. In questi casi, l’uso di metodi ad alta intensità di lavoro facilita il trasferimento di valore e deve essere inteso come uno scambio ineguale.

In queste condizioni, il Sud è costretto a destinare alla produzione per il commercio internazionale una quantità di manodopera maggiore di quella che sarebbe necessaria se la tecnologia fosse impiegata in modo più razionale ed equo, drenando così – e sprecando – una capacità produttiva cruciale che potrebbe altrimenti essere destinata alla produzione di beni e servizi necessari per il benessere e lo sviluppo locale (si veda la Discussione supplementare 2).

Questo studio ha valutato i flussi di lavoro incarnato tra il centro e la periferia. Questo approccio è chiaramente utile per un’ampia analisi del sistema mondiale, ma può oscurare altre dinamiche importanti.

In futuro potrebbe essere utile esplorare una ripartizione regionale più dettagliata, per valutare come la periferia e la semiperiferia (o i Paesi a basso e medio reddito) siano influenzati in modo diverso dalla disparità di scambio. Sarebbe inoltre opportuno valutare le dinamiche di classe e le disuguaglianze all’interno dei Paesi.

Si dovrebbe comprendere che lo scambio ineguale è in ultima analisi guidato dalle società e dagli investitori che controllano le catene di approvvigionamento e dagli Stati che determinano le regole del commercio e della finanza internazionale, non dai lavoratori o dai consumatori.

I modelli di scambio ineguale possono operare anche all’interno dei Paesi, attraverso lo sfruttamento delle “periferie interne” (36) (come la manodopera agricola a bassissimo salario nel nucleo centrale, come visibile nella Fig. 2 supplementare).

Infine, la nostra analisi non si estende alle dinamiche di genere, compreso il lavoro domestico non retribuito o la riproduzione sociale, che sono anch’esse costitutive dello scambio ineguale e che dovrebbero essere esplorate nelle future ricerche EEMRIO (37, 38).

I risultati di questo studio suggeriscono che la persistenza della povertà globale e del sottosviluppo è, in gran parte, un effetto dell’appropriazione attraverso lo scambio ineguale, che è, a sua volta, un effetto della soppressione dei salari o della deflazione dei redditi nella periferia.

Le popolazioni del Sud globale subiscono una riduzione dei consumi, in modo che il lavoro, le risorse e i beni siano più facilmente disponibili per l’appropriazione da parte degli Stati e delle imprese del Nord. Questa dinamica ci aiuta anche a comprendere la persistente disuguaglianza tra il nucleo e la periferia.

In condizioni di scambio ineguale – dove la produzione dei Paesi più poveri viene destinata al consumo dei Paesi più ricchi – la convergenza non è realizzabile. Lo sviluppo e l’eliminazione della povertà, e qualsiasi traiettoria plausibile per ridurre la disuguaglianza globale, richiedono uno spostamento dell’equilibrio di potere tra Nord e Sud, in modo che quest’ultimo sia in grado di recuperare le proprie capacità produttive per soddisfare i bisogni umani.

A tal fine, i livelli salariali internazionali e i prezzi minimi delle risorse potrebbero contribuire a ridurre le disuguaglianze di prezzo e a limitare i trasferimenti di valore.

Per porre fine alle disuguaglianze di scambio sarà inoltre necessario porre fine alle condizioni di aggiustamento strutturale della finanza e democratizzare le istituzioni della governance economica globale, in modo che i governi del Sud del mondo siano liberi di utilizzare la politica industriale, fiscale e monetaria per perseguire uno sviluppo sovrano e ridurre la loro dipendenza dal capitale del Nord.

Tuttavia, è improbabile che tali riforme vengano imposte dall’alto. Ciò richiederà una lotta politica per l’autodeterminazione nazionale e la sovranità economica di portata simile al movimento anticoloniale del XX secolo.

Note

1) Patnaik, U., Stati Uniti & Patnaik, P. Capitale e imperialismo: teoria, storia e attuale (Monthly Review Press, 2021).

2) Rodney, W. Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa (Bogle-L’Ouverture, 1972).

3) Wallerstein, io. – Si’, M. Il moderno sistema mondiale. 1: Agricoltura capitalista e origini dell’Economia mondiale europea nel XVI secolo (Academic Press, 1975).

4) Pomeranz, K. La grande divergenza: la Cina, l’Europa e la creazione dell’economia mondiale moderna (Princeton Univ. La stampa, 2020).

5) Grosfoguel, R. Decolonizzare gli studi post-coloniali e i paradigmi dell’economia politica: transmodernità, pensiero decoloniale e colonialità globale. Transmodernità 11, 14–52 (2011).

6) Galeano, E. Veins aperti dell’America Latina: cinque secoli della pillola di un continente (Montes Revisione stampa, 1973).

7) Nkrumah, K. Neo-colonialismo: L’ultimo stadio dell’imperialismo (International Publ, 1976).

8) Moore, J. – W. Il capitalismo nella rete della vita: l’ecologia e l’accumulazione del capitale (Verso, 2015).

9) Amin, S. Saggi di sviluppo: un saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico (Monthly Review Press, 1976).

10) Emmanuel, A. – E. Scambio diseguale; Uno studio dell’imperialismo del commercio (Monthly Review Press, 1972).

11) Marini, R. – M, & Sader, E. Dialéctica de la dependencia Vol. 22 (Epoca dei Ediciones, 1977).

12) Ricci, A. – Si’. Disuguaglianza di localizzazione globale: valutazione degli effetti di scambio disuguali. – Environ. Piano A 54, 1323-1340 (2022).

13) Suwandi, io. Catene di valore: il nuovo imperialismo economico (Monthly Review Press, 2019).

14) Smith, J. – C. L’imperialismo nel XXI secolo: globalizzazione, super-sfruttamento e crisi finale del capitalismo (Monthly Review Press, 2016).

15) Hickel, J., Sullivan, D. E Zoomkawala, H. Salutare nell’era post-coloniale: quantificare lo scarico dal Sud globale attraverso scambi disuguali, 1960-2018. Il nuovo Polit. – Econ. 26, 1–18 (2021).

16) Abouharb, M. – R.R. & Cingranelli, D. Diritti umani e adeguamento strutturale (Cambridge Univ. La stampa, 2007).

17) Chang, H. I cattivi samaritani: il mito del libero scambio e la storia segreta del capitalismo. (Bloomsbury Publishing, 2019).

18) Silva, D. F. Da. Debito a fondo perduto (Sternberg Press, 2022).

19) Clelland, D. – A.C. – Si’. Il nucleo della mela: gradi di monopolio e valore oscuro nelle catene globali delle merci. – J. Il mondo Syst. – Res. – Si’. 20, 82–111 (2014).

20) Cope, Z. La RiccheZZA delle Nazioni (Plutone Press, 2019).

21) Kohler, G. La struttura del denaro globale e delle tavole mondiali di scambio disuguali. – J. Il mondo Syst. R es. 4, 145–168 (1998).

22) Dorninger, C. et al. Modelli globali di scambio ecologicamente diseguale: implicazioni per la sostenibilità nel XXI secolo. – Ecol. – Econ. 179, 106824 (2021).

23) Hickel, J., Dorninger, C., Wieland, H. – E Suwandi, io. Appropriazione imperialista nell’economia mondiale: drenare dal Sud globale attraverso scambi disuguali, 1990-2015. – Glob. – Environ. Cambiamento 73, 102467 (2022).

24) Pérez-Sànchez, L., Velasco-Fernàndez, R. & Giampietro, M. La divisione internazionale del lavoro e ha incarnato l’orario di lavoro nel commercio per gli Stati Uniti, l’UE e la Cina. – Ecol. – Econ. 180, 106909 (2021).

25) Leibowiz, G. Il CEO di Apple. Tim Cook: questo è il motivo numero uno per cui facciamo iPhone in Cina (non è quello che pensi). Inc (21 dicembre 2017).

26) Isaacson, W. Steve Jobs (Piccolo, Brown, 2011).

27) Fischer, A. – Si’. – Si’, M. Attenzione alla fallacia del riduzionismo della produttività. – Eur. – J. Dev. Res 23, 521-526 (2011).

28) Fissa, B. Il problema con la teoria del capitale umano. Il vero mondo Econ. – Il reverendo. 86 15–32 (2018).

29) Baerresen, D. – W. Il programma di industrializzazione delle frontiere del Messico (Health Lexington Books, 1971).

30) Suwandi, io, Jonna, R. – J. – & Foster, J. – B. Le catene globali delle merci e il nuovo imperialismo. Il reverendo mensile. 70 (2019)

31) Goldman, D. Perché Apple non riporterà mai posti di lavoro nel settore manifatturiero negli Stati Uniti? La CNN Business (2012).

32) Ngai, P. – & Chan, J. Capitale globale, lo stato e i lavoratori cinesi: l’esperienza Foxconn. – Mod. Cina 38, 383-410 (2012).

33) Patnaik, P. & Patnaik, Stati Uniti d’interesse, Stati Uniti d’innavenzioni, Stati Uniti d’innavenzioni Teoria dell’imperialismo (Columbia Univ. La stampa, 2017).

34) Francis, G. & Sutcliffe, B. Il sistema dei profitti: l’economia del capitalismo (Penguin, 1987).

35) Ciao, J. – E Sullivan, D. Capitalismo, povertà globale e caso del socialismo democratico. Il reverendo mensile. 75, 99–113 (2023).

36) Wishart, W. – R.R. Appalachi sottosvilunti: verso una sociologia ambientale di economie estrattive. Tesi di dottorato (Università dell’Oregon, 2014).

37) Ossome, L. & Sirisha, N. La questione agraria del lavoro di genere nelle questioni del lavoro nel Sud del mondo (eds. Jha, P., Chambati, W. Ossome, L.) (Palgrave Macmillan, 2021).

38) Dunaway, W. A. (ed.) Catene di merci di genere: vedere il lavoro delle donne e le famiglie nella produzione globale (Stanford Univ. La stampa, 2013).

39) Alsamawi, A., McBain, D., Murray, J., Lenzen, M. – E anche Wiebe, K. – Si’. Le impronte sociali del commercio globale (Springer, 2017).

40) Gesch, A., Malik, A., Murray, J. Gli effetti sociali del commercio globale: quantificare gli impatti utilizzando l’analisi multiregionale dell’output-output (Pan Stanford Publishing, 2018).

41) Kitzes, J. Un’introduzione all’analisi di input-output orientata all’ambiente. Risorse 22, 489–503 (2013).

42) Brockway, P. E. Owen, A., Brand-Cora, L. – E di Hardt, L. Stima dello stato di investitore globale per i combustibili fossili con il confronto con le fonti di energia rinnovabili. – Nat. Energia 4, 612-621 (2019).

43) Ivanova, D. – & Wieland, H. Tracciare le impronte di carbonio verso le industrie intermedie nel Regno Unito. – Ecol. – Econ. 214, 107996 (2023).

44) Miller, R. – E. – E Blair, P. – D. Analisi dell’uscita dell’input: fondamenti ed estensioni (Cambridge Univ. La stampa, 2009).

45) Stadler, K. et al. EXIOBASE 3: sviluppare una serie temporale di tabelle di input-out-output multiregionali estese dal punto di vista ambientale dettagliate. – J. Ind. – Ecol. 22, 502-515 (2018).
Stadler, K. et al. D5.3 Rapporto integrato sulla serie temporale dell’indicatore di risorse macro correlato a EE IO. https://lca-net.com/files/DESIRE-D5-D5-main-plus-annexes-v2.pdf (2015).

46 ILO. in Classificazione internazionale delle professioni standard 2008 (Ufficio internazionale del lavoro, 2012).

47) Gilboy, G. – J. – & Heginbotham, E. Comportamento strategico cinese e indiano: crescente potere e allarme (Cambridge Univ. La stampa, 2012).

48) Anand, S. & Segal, P. Cosa sappiamo della disuguaglianza di reddito globale? – J. – Econ. – Sita. – Si’. 46, 57-94 (2008).

49) Arrighi, G., Silver, B. – J. – E Brewer, B. – Si’. Convergenza industriale, globalizzazione e persistenza del divario Nord-Sud. – St. – Comp. – Int. Dev. 38, 3–31 (2003).

50) Wade, R. – Sì, a.R. La globalizzazione riduce la povertà e la disuguaglianza? Dev nel mondo. 32, 567-589 (2004).

Fonte

Media ed elezioni USA, lo specchio deformante

Riflettere sull’approccio che i mezzi di comunicazione di massa hanno su un fatto politico è importante per comprendere come l’oggetto della trattazione mediatica viene rappresentato, e lo scarto tra realtà e rappresentazione che ci viene fornita.

Ci aiuta a capire perché veniamo costretti a concentrare l’attenzione su alcuni aspetti, mentre molti altri vengono ignorati e quindi rimossi all’attenzione pubblica.

Nel caso di un evento per certi versi “epocale”, come le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, la cosa è piuttosto rilevante considerato che i media nostrani ripropongono senza nessun filtro critico il modo di fare informazione – si fa per dire... – del giornalismo politico statunitense, che soggiace a logiche piuttosto deleterie.

Si tratta infatti di un giornalismo tutto teso a “battere” (ossia pubblicare) per primo una qualsiasi notizia, anche abbastanza insignificante, che riguarda spesso un aspetto accessorio, dando vita ad un flusso di informazione che invecchia rapidamente, nella logica dell'“obsolescenza programmata” che domina nei corporate media.

Il contributo che abbiamo qui tradotto la definisce quasi ossessivamente come una logica da “corsa de cavalli”, di fatto la cronaca di un duello equestre che – aggiungiamo noi – appiattisce e annulla tutto ciò che giustifica e spiega la sfida. Ovvero lo scontro/allineamento dei vari gruppi di interesse che compongono la parte dominante della borghesia nord-americana, quali porzioni di classe tende ad intercettare un candidato piuttosto che un altro, quali differenze rispetto alle priorità scelte nell'azione politica.

Quello che ci raccontano i media, anche rispetto alle elezioni nord-americane, diventa così un eterno presente senza storia, come se ci fossero due più o meno abili comunicatori che devono strappare il maggior “gradimento” possibile, senza mai delineare il contesto di profondi cambiamenti del mondo in cui viviamo, il rapporto di continuità/rottura con le culture politiche dei differenti partiti di riferimento, la psicologia di massa di una società in profonda crisi che vede messa in discussione la propria egemonia, e quindi il proprio ruolo, nel mondo.

Un’informazione che non è in grado di stabilire, o non vuole, una gerarchia tra fatti principali, secondari e accessori.

Insomma, paradossalmente degli Stati Uniti sappiamo poco o niente, nonostante l’attenzione quasi morbosa sui mille particolari insignificanti della campagna elettorale.

Per questo abbiamo tradotto questo testo che ha il pregio di mostrarci come, dagli Anni Sessanta in avanti, sia stato “costruito” il modo di fare – cioè non fare – giornalismo politico sulla campagna elettorale presidenziale che ha portato ad una sempre minore coscienza critica delle opzioni in campo.

Naturalmente la comunicazione politica, nel senso della comunicazione dei politici, è stata influenzata dal modus operandi dei media e dalle trasformazioni tecnologiche, trasformando il modo stesso di fare politica in funzione dei media.

Per parafrasare Frank Zappa, la politica statunitense si conferma la “sezione intrattenimento dell’apparato militare degli USA”.

Buona lettura

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Negli ultimi anni, quando è diventato sempre più probabile che Donald Trump organizzasse una terza campagna per la Casa Bianca, i principali critici della stampa e gli altri media hanno giurato che questa volta doveva essere diverso. La stampa non poteva fallire ancora una volta nella sua copertura di Trump.

Questa volta avrebbe dovuto indagare in modo aggressivo su Trump e concentrarsi sulla minaccia che egli rappresenta per la democrazia. Secondo il professore di giornalismo della New York University, Jay Rosen, la posta in gioco in queste elezioni per la nazione, e non solo le probabilità di vittoria della campagna, dovrebbe essere al centro della copertura giornalistica.

Ma il cambiamento non è avvenuto. Al contrario, la stampa ha raddoppiato la copertura mantenendo lo stile di una corsa equestre (horse-race nel testo, NdT), dimostrandosi incapace di modificare la sua tradizionale formula di copertura delle campagne elettorali.

Distratta dai momenti drammatici della campagna, evidenziati dal tentato omicidio di Trump e dalla decisione del presidente Joe Biden di ritirarsi dalla corsa, la copertura quotidiana e processuale della campagna rimane fondamentale. La cronaca stile corsa dei cavalli è tornata a pieno regime, e la minaccia che Trump rappresenta per la democrazia è ora un ripensamento.

L’appello a riformare la copertura su Trump era emerso a causa della litania di fallimenti della copertura passata. Quando Trump si è candidato per la prima volta alla presidenza, nel 2016, la stampa è stata colta alla sprovvista, confusa su come raccontare un demagogo razzista. I giornalisti hanno cercato di trattare Trump come tutti gli altri candidati che avevano trattato in passato, cercando di inserire la sua follia nelle loro formule tradizionali di copertura. Ma questo sforzo disastroso ha portato a recriminazioni per la copertura inadeguata, che non è riuscita a cogliere la sua cattiveria.

Nel 2020, la stampa è stata colta di sorpresa ancora una volta, questa volta dopo le elezioni, quando Trump ha rifiutato di accettare la sconfitta e ha cercato di organizzare un colpo di stato per rimanere al potere. Durante la campagna elettorale, la stampa aveva ampiamente ignorato le prove sempre più evidenti che Trump stava pianificando il rifiuto dei risultati delle elezioni (se negativi) e in seguito non aveva seguito adeguatamente i segnali di allarme di un’insurrezione, anche se tra gli estremisti di destra se ne parlava apertamente.

Infine, dopo il 6 gennaio 2021, sembrava certo che la stampa nazionale fosse pronta a trattare Trump come un pericoloso demagogo, piuttosto che come un normale politico americano. Il fatto che Trump sia stato condannato per un reato all’inizio della campagna elettorale del 2024 ha fatto sì che i cambiamenti nella copertura sembrassero inevitabili.

Ma la stampa sembra soffrire di amnesia. È come se i giornalisti avessero dimenticato che Trump è stato sottoposto a impeachment due volte, incriminato quattro volte e già condannato una volta. Quest’anno dovrebbe affrontare altri tre processi penali nel bel mezzo della campagna elettorale, ma finora è stato salvato da questo destino da una serie di sentenze discutibilmente di parte di giudici da lui nominati.

Tutti i crimini del Presidente

Eppure l’insurrezione, le incriminazioni, le condanne penali, gli impeachment tendono a ricevere poco più che brevi accenni nei servizi sulla campagna di Trump oggi. Le storie stile corsa di cavalli, dettate dai sondaggi, dominano ora, sopraffacendo gli sparuti tentativi della stampa di chiedere conto a Trump della sua situazione.

Solo negli ultimi giorni, la copertura mediatica è stata sommersa da storie interminabili sull’appoggio a Trump da parte del candidato indipendente e teorico della cospirazione Robert F. Kennedy Jr.. e sui tentennamenti di Trump su come confrontarsi in tv, su ABC News, con la candidata democratica alle presidenziali Kamala Harris.

Questo tipo di storie e altre curiosità sono presenti nei cicli infiniti di storie in pillole presenti 24 ore su 24 sulle homepage del New York Times, del Washington Post e di altre testate.

Gli avvertimenti sul pericolo che Trump rappresenta per la democrazia americana non sono invece presenti nelle notizie quotidiane sulla campagna elettorale. Sarà interessante osservare nei prossimi giorni come la stampa politica affronterà la decisione del consigliere speciale Jack Smith – che verrà presa martedì – di emettere una nuova accusa penale contro Trump in relazione al 6 gennaio, con accuse riviste in modo che il caso possa sopravvivere anche dopo la recente sentenza della Corte Suprema sull’immunità presidenziale.

Il fatto che Trump sia sfuggito per la terza volta a un esame approfondito da parte della stampa può essere attribuito in parte alle profonde tendenze storiche, tecnologiche e finanziarie che hanno attraversato l’industria dell’informazione.

La moderna copertura politica americana ha origine nella campagna presidenziale del 1960 tra il senatore democratico John F. Kennedy e il vicepresidente repubblicano Richard Nixon. La corsa del 1960 ha modificato radicalmente il modo in cui i giornalisti pensavano e praticavano la copertura delle campagne elettorali.

“The Making of the President 1960”, un libro innovativo sulla corsa Kennedy-Nixon scritto da Theodore White, ha avuto un impatto duraturo sul modo in cui i giornalisti coprono le campagne presidenziali. Il libro di White fu un bestseller e vinse il Premio Pulitzer perché offriva qualcosa di nuovo: White scrisse della campagna presidenziale come una narrazione di un anno, un arco avventuroso che portava il lettore dalle nevi del New Hampshire al giorno di novembre in cui la tenuta dei Kennedy a Cape Cod si trasformò improvvisamente nella casa del presidente eletto.

White creò il moderno manuale di campagna elettorale e, con esso, un’inquadratura narrativa che divenne il modello per generazioni di reporter politici. Grazie al libro di White, la campagna presidenziale, un evento quadriennale, divenne la storia; l’esame delle politiche e dei problemi, nonché l’indagine su potenziali scandali, divennero secondari.

Nel 1960 anche la televisione divenne maggiorenne come arma politica e i dibattiti Kennedy-Nixon, trasmessi a livello nazionale, cambiarono il rapporto tra i candidati e la stampa. Le reti televisive divennero più potenti, a scapito dei giornali e dei settimanali. Le campagne presidenziali erano ora dominate dalle immagini televisive e i giornalisti, a loro volta, concentravano la loro copertura sull’immagine e sul simbolismo delle campagne, piuttosto che sulla sostanza. Il candidato che si presentava meglio in televisione diventava la storia.

Questa trasformazione è stata catturata in “The Selling of the President 1968”, un altro libro fondamentale che documenta il modo in cui i dirigenti della pubblicità e del marketing di Madison Avenue sono stati in grado di rifare e lucidare l’immagine di Nixon, spingendolo alla vittoria dopo essere stato battuto dal più telegenico Kennedy nel 1960.

Il libro, scritto da Joe McGinniss, fu il primo esame cinico di come la televisione e la pubblicità stavano cambiando le campagne elettorali, e convinse i giornalisti politici che avrebbero dovuto concentrare gran parte dei loro servizi sui guru del marketing dietro i candidati. Questo ha spinto ancora più decisamente i loro reportage sulla campagna elettorale verso lo stile “corsa dei cavalli”.

Nessun libro ha però avuto un’influenza maggiore di “What It Takes: The Way to the White House” – l’iconico libro di Richard Ben Cramer sulla campagna presidenziale del 1988 – sull’attuale generazione di reporter addetti alle campagne elettorali.

Dalla sua pubblicazione, nel 1992, “What It Takes” ha influenzato la copertura delle campagne presidenziali in modi che quasi certamente Cramer non avrebbe mai voluto. Il libro fornisce profili profondamente studiati dei principali candidati del 1988, concludendo che George Herbert Walker Bush era il più determinato a fare di tutto sulla strada verso la vittoria.

Questo ha dato al libro un’eredità non voluta, convincendo i giornalisti a concentrarsi sulla disponibilità dei candidati a fare qualsiasi cosa, compreso il sacrificio della propria integrità morale, pur di vincere. Questo ha portato a uno stile di copertura delle campagne elettorali che minimizza i difetti etici e morali, a meno che non ostacolino la vittoria elettorale. Molto tempo dopo la morte di Cramer nel 2013, “What It Takes” ha inavvertitamente fornito la formulazione narrativa che i giornalisti hanno usato per coprire Trump.

Anche i cambiamenti tecnologici hanno giocato un ruolo importante nel garantire che la copertura stile corsa dei cavalli rimanga dominante.

Negli anni ’80, la televisione è stata rivoluzionata dal passaggio dalla pellicola al video, il che ha permesso ai reporter di registrare più spesso e più rapidamente direttamente dal campo. Allo stesso tempo, la fondazione della CNN nel 1980 ha inaugurato l’era delle notizie via cavo, sfruttando appieno la nuova tecnologia satellitare commerciale e il passaggio dalla pellicola al video per riempire infinite ore di copertura quotidiana delle campagne elettorali.

La bocca spalancata del ciclo di notizie “h 24” ha portato a una costante fame di nuovi contenuti, il che significa che le storie minori del processo elettorale sono state trattate come grandi notizie, in un ciclo produttivo continuo.

Le notizie via cavo sono state seguite dall’ascesa di Internet e dei social media, che hanno portato a una richiesta ancora maggiore di notizie rapide e brevi dalla campagna elettorale.

Dopo la fondazione di Twitter, nel 2006, molti dei suoi primi e più accaniti utenti erano giornalisti politici, che lo usavano per seguire le campagne minuto per minuto. Nessuna decisione tattica di una campagna era troppo banale per non essere catalogata dai giornalisti nei loro feed di Twitter.

Queste tendenze sono confluite nella fondazione di Politico nel 2007; il suo modello di business è stato costruito intorno all’idea di coprire la politica in modo più rapido e breve rispetto al New York Times e al resto dei media tradizionali. Politico si è concentrato senza mezzi termini sulla copertura stile corsa dei cavalli e ben presto ha stabilito il format per la cronaca quotidiana delle campagne elettorali.

In breve tempo, gli ex allievi di Politico sono stati assunti da tutti i principali media e la copertura stile corsa dei cavalli di Politico è arrivata a dominare l’intero panorama del giornalismo politico.

Le brutali pressioni finanziarie che le testate giornalistiche devono affrontare oggi hanno avuto necessariamente un forte impatto anche sulla copertura politica.

La richiesta di maggiore traffico web ha costretto le testate giornalistiche a dare la priorità a notizie di rottura scritte rapidamente, che contribuiscono a generare attenzione ogni ora. Poche testate possono permettersi di lasciare ai giornalisti il tempo necessario per scavare a fondo. I servizi stile corsa dei cavalli – veloci e facili da scrivere o da trasmettere – sono perfetti per il panorama giornalistico odierno, caratterizzato da un potente deficit di attenzione.

Inoltre, in un momento di forte polarizzazione politica, la copertura stile corsa dei cavalli ha l’ulteriore vantaggio di aiutare le testate giornalistiche a proteggersi dalle critiche di essere troppo di parte (per il cronista è indifferente quale cavallo vinca, NdT).

L’ossessione per la corsa dei cavalli comporta però dei costi per le organizzazioni giornalistiche, costi che molti addetti ai lavori ancora non comprendono.

Questo stile di copertura è un giornalismo privo di sostanza che si limita a raccontare quale candidato è in ascesa e quale in discesa. Ciò significa che, oltre alla mancanza di giornalismo d’inchiesta e di responsabilità, mancano anche storie approfondite sulle politiche e sui problemi complessi.

I responsabili delle campagne elettorali approfittano della fissazione dei media per le corse dei cavalli quando ne traggono vantaggio. Ma sempre più spesso cercano di superare il rumore della corsa dei cavalli aggirando completamente la stampa per far arrivare i loro messaggi al pubblico. È una tendenza che minaccia di rendere irrilevante la stampa politica.

Trump è stato uno dei primi candidati ad abbracciare pienamente i nuovi modi a disposizione delle campagne per aggirare la stampa. Nel 2016, i giornalisti politici non erano preparati all’uso prolifico dei social media da parte di Trump, il che gli ha permesso di parlare direttamente ai suoi sostenitori e di influenzare la narrazione della campagna su base oraria. I giornalisti si sono trovati a scrivere storie quotidiane su ogni tweet di Trump, il che ha avuto l’effetto di permettere a Trump di dirottare a suo favore tutta la copertura stile corsa dei cavalli.

La tendenza delle campagne a ignorare la stampa e la sua fissazione per la copertura horse-race ha raggiunto nuovi livelli alla Convention nazionale democratica delle scorse settimane, dove più di 200 influencer online sono stati accreditati dal Partito Democratico per pubblicare contenuti per i loro follower su TikTok, Instagram e altre piattaforme.

Questa mossa ha fatto arrabbiare alcuni esponenti della stampa politica tradizionale, ma i Democratici l’hanno vista come un modo per comunicare in modo più diretto con i giovani e con chi è stato respinto dalla copertura convenzionale della campagna elettorale.

Tuttavia, la stampa politica continua a non capire che la gestione delle campagne li sta aggirando, in parte a causa della loro ossessione per lo stile corsa dei cavalli. Non colgono il nesso.

E così la copertura horse-race manterrà probabilmente la sua ferrea presa sul giornalismo politico: un accordo che lascia i candidati senza sfide, le questioni importanti senza domande e gli elettori non informati. È un accordo che Trump è ansioso di sfruttare.

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Alleanze mediorientali: Iraq e Turchia sempre più vicine

Il Medio Oriente brucia per il conflitto a Gaza, per i venti di guerra che soffiano sul Libano, per le tensioni tra diversi attori nazionali e internazionali in Siria e Iraq, e per le minacce che Israele rivolge non solo agli Hezbollah libanesi ma anche al più potente Iran.

Non è chiaro se i tentativi di Washington per scongiurare una deflagrazione della guerra nella regione siano sinceri oppure solo parole al vento. Dipenderà esclusivamente dai suoi interessi strategici nella regione.

Probabilmente entrerà a far parte delle valutazioni statunitensi l’esito dei negoziati che sta intrattenendo con l’Iraq. Baghdad ha chiesto a Washington di ritirarsi dal paese, dove ha il proprio personale e diverse basi militari, ritenendo di non aver più bisogno del suo sostegno nella lotta all’Isis, sebbene l’organizzazione sia viva e vegeta, ristrutturata in piccole cellule che operano in diversi stati, incluso l’Iraq.

Gli Stati Uniti sanno che andarsene significa favorire l’apertura degli argini a un’influenza ancora più massiccia dell’Iran nel paese, il cui primo ministro appartiene all’area sciita.

Il Medio Oriente è in movimento, con diversi attori che cercano nuove alleanze per garantirsi il controllo territoriale e conseguentemente i mercati che dall’Asia arrivano fino all'Europa.

Erdogan, il presidente della Turchia, fa parte della partita. L’anno scorso aveva iniziato ammiccamenti con Baghdad, lavorando per un avvicinamento. Tra i due paesi non correva buon sangue a causa delle continue violazioni territoriali turche alla caccia dei membri del PKK. Ad aprile di quest’anno sono stati siglati dalle due capitali diversi accordi commerciali e altri legati al rifornimento di acqua verso l’Iraq.

Sul tavolo c’era anche la questione dei curdi del PKK, parzialmente rinviata ma che pare abbia trovato una soluzione, tuttavia ancora non totale secondo i desiderata turchi, nel recente incontro tra i rispettivi ministri degli affari esteri. Il 15 agosto, infatti, Hakan Fidan per la Turchia e Fuad Hussein per l’Iraq hanno sottoscritto un Memorandum d’intesa che prevede la cooperazione tra i due paesi sulle questioni militari, di sicurezza e intelligence nonché di antiterrorismo.

Un ulteriore passo che Erdogan spera porti finalmente al riconoscimento, da parte di Baghdad, del PKK come organizzazione terroristica. Finora l’Iraq si è limitato a definirlo organizzazione fuorilegge, scelta fatta a marzo sotto la pressione di Ankara ma anche in vista dei dossier che avrebbero discusso ad aprile.

Il Memorandum prevede che ci sia il rispetto reciproco della sovranità territoriale, riferimento che è ovvio immaginare si rivolga in particolare alla Turchia, che da anni viola questo principio internazionale e da circa due mesi porta avanti un’operazione militare nel Kurdistan iracheno contro il PKK. Stabilisce inoltre che ogni azione militare debba essere prima avallata dal paese sul cui territorio viene esercitata e costituisce il Joint Security and Coordination Centre a Baghdad che, secondo quanto scritto dalla testata giornalistica The Cradle, mette in evidenza la volontà di una cooperazione strutturale, confermata dalla conversione della base militare turca di Bashiqa, nel nord dell’Iraq, in un centro per l’addestramento militare congiunto sotto il controllo di Baghdad.

Questa nuova strategia basata sulla stretta collaborazione tra i due paesi, passa anche attraverso gli investimenti previsti per la costruzione della development road, un gigantesco piano infrastrutturale che si propone come corridoio per le merci che devono raggiungere l’Europa da Oriente.

Il progetto si contrappone a quello sponsorizzato dagli Stati Uniti, l’India Middle East Europe Economic Corridor (IMEC), che taglia fuori tanto l’Iraq quanto la Turchia, facendo infuriare Erdogan, che non fa nulla per mascherarlo, e che coinvolge, tra gli altri, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, Israele e la Giordania. Tornano alla mente gli Accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti fra Israele e i vicini mediorientali, funzionali anche alla realizzazione dell’IMEC.

L’Iraq ha bisogno di investimenti nel paese e vuole liberarsi della presenza statunitense, così giocare la carta di un’alleanza con la Turchia sembra la mossa corretta. Erdogan gioca invece una partita più grande perché vuole assicurarsi un’area di influenza in Medio Oriente; lo sta facendo tentando un avvicinamento con il presidente siriano Bashar al-Assad e stringendo strette relazioni commerciali e militari con l’Iraq. Sa di dover fare i conti con l’Iran, potenza regionale con cui è in competizione e con la quale i rapporti sono oscillanti, alle prese con lo stesso obiettivo di creazione di zone di influenza.

A trovarsi in una situazione scomoda sono gli Stati Uniti che tanto la Turchia quanto l’Iran vogliono fortemente ridimensionato in Medio Oriente e lavorano alla realizzazione di questo obiettivo. Per Washington il rapporto con Israele diventa più che mai importante e non resta certamente a guardare le mosse della Turchia e soprattutto dell’Iran senza far nulla.

La partita sembra tutta aperta nella regione mediorientale e anche la cessazione della guerra a Gaza è una carta da giocare, quando e come dipende dagli interessi di ciascun giocatore, sulla pelle dei palestinesi.

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Alle origini dell’industria pubblica nel Mezzogiorno

di Guglielmo Forges Davanzati

Il Dizionario Italiano De Mauro definisce luogo comune una “affermazione banale e diffusa, frase fatta”. Il luogo comune nasce da un pregiudizio, ovvero da un giudizio formulato prima di e indipendentemente dall’acquisizione di informazioni su una persona o su un evento. La discriminazione, razziale e di genere, è tipicamente una manifestazione di pregiudizio.

Il pregiudizio è nemico dell’efficienza perché porta a distribuire risorse secondo valutazioni che prescindono dal contributo effettivo che un individuo dà alla produzione, valutandolo sulla base di caratteristiche extra-economiche (razziali, sessuali). Lo storico israeliano Yuval Noah Harari – nel suo 21 lezioni per il XXI secolo del 2018 – ha correttamente osservato che “non esiste soluzione al problema dei pregiudizi umani che non sia la conoscenza”.

La questione delle cosiddette cattedrali del deserto (i “white elephants” per la pubblicistica inglese del periodo), secondo la definizione che ne diede Luigi Sturzo nel 1958 per denotare grandi e costose imprese finanziate dallo Stato in zone inadatte a ospitarle (Ilva di Taranto, le raffinerie ANIC a Gela e Valle del Basento e l’impianto chimico Montecatini a Brindisi, quelle principali) negli anni dell’intervento straordinario, avviato nei primi anni Cinquanta e definitivamente cessato nel decennio Novanta, si può far rientrare nel novero dei tanti luoghi comuni che riguardano le vicende economiche in generale e italiane in particolare.

Rileggere con il dovuto approfondimento la Storia di quegli interventi e delle idee economiche che li produssero è fondamentale per comprendere gli errori di politica economica che si stanno commettendo in Italia e nel Mezzogiorno da molti decenni.

Rispetto a quella esperienza, si sono cumulati tre luoghi comuni, che ne hanno decretato la damnatio memorie: le industrie di Stato localizzate nel Mezzogiorno in quegli anni furono molto costose; non ebbero nessuna ricaduta sullo sviluppo economico e civile dei territori nei quali erano localizzati; costituirono superflui “doppioni” delle imprese del Nord.

La teoria economica che portò all’intervento straordinario nel Mezzogiorno si fondò sulla convinzione che occorreva generare, come si disse, un big push di quella macroarea (una spinta derivante dall’azione pubblica, che contrastasse la spontanea tendenza di un’economia di mercato a produrre diseguaglianze regionali), che occorreva innanzitutto dotare il Sud di adeguate infrastrutture per poi procedere alla sua industrializzazione, mediante poli di sviluppo.

La ricerca storica su quella fase è ormai sufficientemente consolidata. Per chi fosse interessato ad approfondirla, si segnalano, fra gli altri, gli studi di Enrico Cerrito (La politica dei poli di sviluppo nel Mezzogiorno. Elementi per una prospettiva storica, Banca d’Italia – Quaderni di Storia Economica, Giugno 2010), di Vittorio Daniele e Paolo Malanima (Il divario Nord-Sud in Italia: 1861-2011. Rubbettino. 2011), di Amedeo Lepore (La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca mondiale. Rubbettino , 2013), e di una, più recente, del sottoscritto e da Rosario Patalano dell’Università “Federico II” di Napoli (Public firms and regional divergences in Italy, in corso di pubblicazione).

Tutte convergono nel rilevare, dal punto di vista empirico, che gli anni dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno furono gli unici anni, per un periodo lungo (nel 1950 fu istituita la Cassa per il Mezzogiorno per arrivare alla sua abolizione negli anni Novanta) di significativa convergenza del Pil pro capite del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.

Su fonte Banca d’Italia, si mostra che il più alto valore della convergenza (68% del Pil pro capite in volume) si ha nel 1975 e che il rapporto fra il Pil pro capite del Sud e quello del Nord si contrae significativamente dopo la fine dell’esperienza dell’intervento straordinario, giungendo a meno del 55% negli anni Duemila. Non è irrilevante considerare poi che le strutture pubbliche che operavano per l’intervento straordinario erano condotte da tecnici di elevata competenza.

I registri contabili degli Enti pubblici coinvolti in quella stagione mostrano che, rispetto al Pil, la spesa pubblica non fu eccezionalmente alta, come vuole, per contro, la vulgata contemporanea. Non furono poi solo cattedrali del deserto: gli effetti di spillover, ovvero diffusivi di imprenditorialità privata, ci furono e riguardarono in particolare alcuni settori più di altri, soprattutto quello meccanico.

Tutti gli studi citati concordano, inoltre, nel ritenere che i problemi – anche quelli del bilancio pubblico – iniziarono dopo la fine dell’esperienza dell’intervento straordinario e l’avvio delle privatizzazioni. Fu proprio a partire dalla dismissione dell’industria pubblica, nella svolta dei primi anni Novanta, che si manifestarono due problemi:

a) l’integrazione si sviluppò soprattutto in senso verticale, con le sedi industriali del Nord, soprattutto a causa del fatto che la progressiva riduzione dei costi di trasporto limitava gli effetti diffusivi locali e le economie di agglomerazione;

b) il progressivo emergere della questione ambientale, a partire soprattutto dagli anni Settanta, e, contestualmente, negli anni immediatamente successivi, la necessità del rispetto di vincoli di bilancio sempre più stringenti resero sempre più difficile il finanziamento della riconversione industriale con effetti meno impattanti sull’ambiente.

Se poi anche si trattò di “doppioni”, stando proprio all’impostazione liberista che si oppone al rafforzamento dell’economia mista in Italia e nel Mezzogiorno, è semmai proprio l’esistenza di una pluralità di imprese che, in territori anche diversi, operano nei medesimi settori, a produrre un aumento del grado di concorrenza e la concorrenza – ci viene insegnato – accresce il benessere sociale.

Il pregiudizio su quella esperienza ha portato, a partire soprattutto dalla svolta del 1992 in un processo ancora in atto, al più il più massiccio programma di privatizzazioni effettuato nell’ambito dei Paesi OCSE.

Un vasto programma di privatizzazioni che, a giudizio della storiografia più recente (p.e. le ricerche di Franco Amatori), ha privato il nostro Paese delle principali imprese impegnate nella fondamentale attività di ricerca e sviluppo (IRI generava più ricerca scientifica di tutto il settore privato italiano ancora negli anni Ottanta), limitando la capacità dell’economia italiana di generare endogenamente avanzamento tecnico, con effetti di segno negativo sulla dinamica della produttività del lavoro e sul tasso di crescita e, dunque, in definitiva, accrescendone la dipendenza (tecnologica, ma anche, per conseguenza, politica) dall’estero.

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