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lunedì 6 febbraio 2017

Capire gli anni ’10. Bello Figo “dabba” un paese stanco

Intorno al 2012 Gucci Boy fa uscire “Mi faccio una seGha”.
 
uno più uno uomo non fa sei / entro nella stanza e mi faccio le
seghe / entro nella storia come Giulietta e Romeo / le faccio
cosi bene, mi merito un trofeo

A oggi il pezzo ha circa tre milioni di visualizzazioni. Al tempo il web se ne è occupato brevemente, come si è occupato in generale del cosiddetto “LOL Rap”: ragazzini senza particolari abilità musicali che trovano nel rap la più facile valvola di sfogo. Il rap è storicamente il più immediato e replicabile stile musicale; basta una base trovata su youtube e poca fantasia.

Purtroppo, finito il periodo delle crew storiche degli anni ’90, il movimento hip hop italiano si rivela oggi molto superficiale: una manciata di grossi – nemmeno poi tanto – nomi che scimmiottano (con scarsi risultati) certi modelli americani, prendendone solo quello che il mainstream fa passare. Per i ragazzini nativi digitali il rap è lusso, droga e donne oggetto, in ordine e quantità variabile: i vari Gucci Boy dei primi anni ’10 parlano di questo. A lungo il fenomeno non ha destato attenzione e i media mainstream hanno preferito ignorarlo, concentrati come sono a trascurare ogni cosa che non sia autoriferita.

Nel 2016 Matteo Salvini si rivela ispiratore di testi per Gucci Boy, noto ora come Bello Figo, e esce “Non Pago Affitto”. Il web ride, come ha fatto fino ad ora, i media ignorano, tutti sono sereni. Nel dicembre 2016 Bello Figo viene invitato alla trasmissione “Dalla vostra parte”. Con lui, Alessandra Mussolini, qualche operatore delle cooperative che si occupano di migranti, e poco altro. Il copione della trasmissione è il solito: migranti che rubano il lavoro, migranti in piscina, wi-fi gratis, cellulari, televendite e scarpe firmate. Bello Figo sbanca tutto nel momento in cui “dabba” in faccia alla paonazza Mussolini. É in quel momento che nasce, per i media ufficiali, la mitologia di Bello Figo: il negro che si permette di non essere oggetto ma che diventa soggetto.

Bello Figo non è un migrante da accogliere e curare e non è una figura folkloristica che suona i bonghi alle feste antirazziste. É un adolescente, strafottente come gran parte degli adolescenti che scelgono (o non scelgono) di essere contro. La totalità delle reazioni a Bello Figo, dopo che è stato assunto come simbolo del Male, oscilla dal “dannoso per i migranti buoni” (cit. le anime belle che vogliono governare i fenomeni migratori prendendo come esempio un ragazzino che non è venuto con la barca come dice ma, più probabilmente, in aereo insieme ai genitori adottivi) al “merita la morte, troverà pane per i suoi denti, negro di merda, italia agli italiani, portare rispetto” (cit. i vari fascismi).

Bello Figo viene (giustamente?) preso sul serio: rivendica, più o meno consapevolmente, il diritto di essere un adolescente, superficiale, sboccato e anche sessista. Il problema, non serve nasconderlo, è che è nero. Nella musica ci sono centinaia di artisti, giovani o meno, con testi pessimi che, a differenza di Gucci Boy, si prendono sul serio. Quelli, evidentemente, non sono un problema per molti: le fiche bianche possono essere scopate e trattate male solo da Marco Ferradini e Vasco Rossi, del referendum costituzionale possono parlare solo Jovanotti e Ligabue, la droga la devono mangiare tutta Lapo Elkan, la Dark Polo Gang e Gianluca Grignani. Ma non un negro.

Di certo sarebbe opportuno e necessario un discorso sul significato e l’impatto culturale dei testi della musica pop. Ma, per favore, non può partire da Bello Figo. Nel 2017 Bello Figo è diventato una realtà, anche musicale, conosciuta con tutto quello che comporta: management, soldi, visibilità iper-amplificata. Purtroppo molti concerti (Brescia, Mantova, Legnano, Roma...) sono stati annullati dopo minacce fasciste: il negro non deve esibirsi.

A Livorno il The Cage Theater, il principale locale per concerti della città, ha annunciato per il prossimo 4 marzo una data; Bello Figo è diventato di colpo oggetto di discussione sia sul web che nei bar. Le reazioni sono state, sorprendentemente, migliori del previsto: alcuni troll fascisti che vivono solo sulla rete minacciano, alcuni lamentano una mancanza di dignità artistica che svilirebbe il locale (in passato ho visto “suonarci” i Soulfly visibilmente sovrappeso e svogliati e una stonatissima Violante Placido: si tratta del libera tutti), altri sbrigativamente sostengono che non deve suonare perché è un coglione e non ci interessa: come sempre, meglio occuparci d’altro e lasciar passare quello che non ci piace capire o analizzare.

La maggior parte delle reazioni però, va detto, sono state positive: spesso le persone sono meno ingenue di come ci viene raccontato e molti riescono a capire come Bello Figo riesca a rovesciare e far cortocircuitare tutti gli stereotipi che sono in bocca alla maggioranza non più silenziosa. Non occorre andare ad analizzare la vasta produzione di Gucci Boy dal 2012 ad oggi; è sufficiente mettere in rima il TG5 e condirlo con estratti a caso di un qualsiasi testo di un rapper minore dell’America rurale. Prenderlo sul serio come autore è inutile e dannoso: fa perdere di vista il cuore della questione che resta la legittimità di un ragazzetto di sbeffeggiare un paese morto dentro.

Toto Barbato, direttore artistico del The Cage, sostiene che Bello Figo sia l’oggetto più punk in giro attualmente: lo è, nel momento in cui vomita in faccia a tutti, in maniera sgraziata e violenta, tutto quello che non vogliamo sentirci dire da chi deve essere, per motivi genetici, minoranza innocua. Dopo qualche giorno di dibattito web (che, fisiologicamente, è più violento di un dibattito reale: i fascismi a Livorno non hanno per ora libertà di parola in pubblico) e dopo l’annullamento della data romana in seguito alle minacce del gruppo di estrema destra Azione Frontale, il The Cage rilancia e annuncia di pensare a spostare la data in un luogo più grande, coinvolgendo artisti di fama nazionale e facendo diventare la data una “giornata dello Sberleffo antirazzista”. Per chi scrive la data deve essere fatta al The Cage e deve esserne garantito lo svolgimento, anche non in tranquillità. Livorno, città che ama riempirsi la bocca di una mentalità piratesca, deve essere diversa dall’Italia della provincia grigia e chiusa: deve dare spazio a chi vuole dire qualcosa, anche in modo sgangherato. Deve riuscire a capire cosa succede intorno (e il web è intorno) e cercare una strada da riempire di contenuti, se riesce. Poi, per tornare al pop, deve essere fatto perché i ragazzini adorano Bello Figo. A loro non interessa che sia nero, vivono costantemente insieme ad altri ragazzini di tutte le etnie e, nonostante i genitori, non si fanno grossi problemi. Bello Figo è un linguaggio comune, ed un linguaggio prima di essere cancellato e deriso va capito. Se i ragazzini parlano e capiscono quel linguaggio è colpa di chi non ha saputo trasmettere o far evolvere il proprio e del fatto che oggi si raccontano le migrazioni solo come un problema da gestire e non come un movimento di soggettività diverse.

I testi di Bello Figo (sui Marò, il referendum costituzionale, Beppe Grillo, Berlusconi, Renzi, Hitler, Isis, Mussolini, Barbara D’Urso ecc…) non possono essere presi sul serio, ma va preso sul serio il replicarsi del fenomeno e, nonostante tutto, occorre trovare il modo per entrarci in contatto, risolvendo le contraddizioni che questo porta con sé.

Per Senza Soste, Luis Vega

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