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domenica 5 febbraio 2017

Il futuro dell’Unione Europea? I forti da soli, gli altri si vedrà...

Attenzione, attenzione! L'Unione Europea deve cambiare pelle e struttura, altrimenti si rompe come un grissino, stretta tra la marea montante del cosiddetto “populismo” (di destra come di sinistra) alimentato dal malessere popolare e del ceto medio impoverito, e dalle turbolenze globali che vanno espandendosi ovunque a causa di Donald Trump.

A dirlo, senza alcuna autocritica, la campionessa della a linea “bisogna rispettare le regole”. Ovvero Angela Merkel, cioè la Germania.

"Abbiamo imparato dalla storia degli ultimi anni che ci potrebbe essere un'Unione Europea con differenti velocità e che non tutti parteciperebbero ogni volta ai tutti i passaggi dell'integrazione. Penso che questo potrebbe essere inserito nella Dichiarazione di Roma".

Il minivertice di Malta, ieri, doveva servire soltanto a cementare la scelta della Ue sul problema dei migranti dall'Africa, attraverso la Libia. Un “muroammare” fatto di navi militari, con una prima fila libica (dalla dubbia consistenza, vista la scarsa popolarità – diciamo così – del governo quisling di Al Sarraj), e una seconda europea. In primo luogo italiana.

Ed invece è diventato l'occasione per rompere un tabù (la continua espansione e integrazione dell'Unione) e impostare un diverso assetto strategico (Europa “a cerchi concentrici”). Il tutto in tempi molto brevi, visto che la dichiarazione di questa nuova impostazione dovrebbe essere formalizzata a Roma in marzo, in occasione delle cerimonie per il 60° anniversario dei Trattati di Roma. Quasi paradossale che un'occasione per celebrare la retorica unitaria venga a questo punto trasformata nel punto di partenza di un processo di differenziazione che potrebbe in breve termine diventare disgregazione.

Ma il velocissimo cambiamento di scenario suscitato da un'amministrazione Usa convinta di dover e poter anteporre i “rapporti bilaterali” alla faticosa costruzione di istituti sovranazionali (per quanto “orientati” sempre dal paese più potente), sommato a dieci anni di crisi e depressione economica dell'eurozona, nonché all'avvio dei negoziati per la Brexit, costringe Berlino e Parigi a rivedere le basi strategiche dell'unità europea.

Per ora non abbiamo che una dichiarazione programmatica (Europa a più velocità), e bisognerà attendere che il vertice di marzo a Roma formalizzi questo cambiamento, per dare poi il via presumibilmente a una lunga e articolata revisione dei trattati.

Del resto questo round di “riforma” si rendeva necessario, in parte, per accompagnare in modo ordinato la Gran Bretagna fuori dall'Unione a 28. Le voci sempre più insistenti che danno ormai per fatta l'uscita della Grecia dalla moneta unica – alla faccia dell'”irreversibile” pronunciato più volte dal presidente della Bce – certificano infatti che la costruzione fin qui tentata non riesce più a stare in piedi. Per lo meno, non riesce più a contenere esigenze e problemi che rischiano a questo punto di destabilizzare l'area.

E' noto che il 2017 è anche l'anno di elezioni politiche importanti in almeno tre paesi chiave fondatori dell'Unione (Olanda, Francia e Germania), mentre sembrano slittare all'inizio del prossimo anno quelle del terzo “big” macinato internamente dalla crisi (l'Italia, of course). In tutti questi paesi i problemi dell'appartenenza all'Unione sono ormai messi apertamente in discussione come tema elettorale, garantendo o la vittoria (in Olanda, pare) o “minoranze di blocco” (di certo in Francia, ma probabilmente anche in Germania) a forze “euroscettiche e nazionaliste.

Con queste prospettive politiche, si sono detti a Berlino e Parigi, non è pensabile alcun passo avanti verso una maggiore integrazione europea di tutti i paesi attualmente membri e candidati. Maggiore integrazione significa infatti cessione di ulteriori e sostanziali quote di sovranità nazionale, affidando alle istituzioni dell'Unione poteri di tipo statuale, fino a una vera e propria politica economica e fiscale comuni. Una prospettiva che viene vissuta in modo opposto dai paesi deboli e da quelli forti. I Piigs mediterranei nutrono sempre meno illusioni sul carattere “benefico” di questa integrazione, mentre soprattutto a Berlino vengono i brividi al pensiero di dover trasferire risorse verso le “cicale al mare” per aiutarle a superare una crisi devastante.

Secondo il "gruppo di testa" dell'Unione, dunque, la soluzione non può che essere quella delle due o tre velocità. Poi chi passerà i nuovi esami potrebbe rientrare nel gruppo dei virtuosi (i paesi del Grande Nord, fondamentalmente), gli altri dovranno districarsi in faticose e disastrose ginnastiche su conti e spesa pubblica per poter aspirare al re-ingresso nel club di quelli che contano.

Dunque nuovi trattati, più vincolanti e pensati anche per scoraggiare l'ingerenza statunitense, cui sono sensibili soprattutto i paesi dell'Est (Polonia, Ungheria, Baltici), accusati ancora qualche giorno fa da Hollande di vedere nell'Europa poco più di una “una cassa da cui attingere”.

Un tentativo complicato, a metà strada tra la necessità di provare a “stringere” maggiormente i vincoli e quella – fin qui affrontata in chiave di “flessibilità contrattata”, senza alcun successo – di allentarli per quei paesi che non possono reggere la “competizione” (internazionale, ma anche infracomunitaria) adottando moneta e vincoli di bilancio.

L'idea è fissata in un rapporto provvisorio da tre membri storici minori – Lussemburgo, Belgio, Olanda:”Diversi percorsi di integrazione e una migliore cooperazione potrebbero portare risposte efficaci alle sfide che riguardano gli Stati a diversi livelli”.

Diversi, diversi, diversi... L'epoca della corsa all'omogenizzazione scandita dalle indicazioni di Bruxelles sembra già alle spalle. Quelli che sono “simili” già oggi, possono andare avanti insieme più velocemente; gli altri, facciano il loro meglio, se ne sono capaci... Altrimenti si mettano a studiare la storia greca recente – e soprattutto quella da scrivere dall'estate in poi, data indicata per una Grexit gestita dalla Troika (anziché dal governo ellenico, come sarebbe stato possibile all'indomani del voto per l'Oxy al memorandum).


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