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lunedì 31 luglio 2017

Flessicurezza e lavoro coatto nel Reddito di cittadinanza del M5S

Il Reddito di cittadinanza è, nelle enunciazioni, una misura volta a dare dignità a milioni di persone, che il M5S ha posto all’ordine del giorno. Ma gli strumenti previsti dal suo disegno di legge sono contestabili: dall’obbligo per i beneficiari di documentare una ricerca attiva di lavoro non inferiore a due ore giornaliere, a quello di accettare qualsiasi lavoro se dopo un anno non hanno trovato un’occupazione.

Dignità lesa e sconquasso del mercato del lavoro. È già successo. In Gran Bretagna i poveri sono costretti al lavoro coatto gratuito, altrimenti perdono il sussidio; in Germania devono accettare, per lavori che vengono loro imposti, salari miserevoli a cui viene aggiunto il sussidio. Un capitolo del libro Reddito di cittadinanza: emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? (Asterios, giugno 2017) analizza ciascuna di queste due situazioni, perché alle loro normative hanno fatto riferimento gli estensori della proposta del M5S.

L’obiettivo del libro è di indurre coloro che valutano positivamente il messaggio del M5S a rendersi conto delle contraddizioni e della pericolosità insite nel disegno di legge, e, altresì, a sollecitare il M5S e la sinistra dormiente ad operare in maniera diversa in questo spazio politico. A fronte di un aumento, anno dopo anno, della povertà, si stanno diffondendo le iniziative per imporre un intervento: “mille piazze per il reddito di dignità” contesta esplicitamente in campo cattolico l’acquiescenza al governo dell’Alleanza contro la povertà che riunisce ACLI e sindacati confederali; Eurostop preme per un Reddito Sociale Minimo per disoccupati e precari per garantire una condizione di vita dignitosa per tutti.

Si tratta di individuare strade alternative a quella indicata in via esclusiva dal Movimento Cinque Stelle, capaci di valorizzare – pur con una attenzione prevalente al lavoro – la molteplicità di percorsi di vita nell’uscita dalle condizioni di povertà relativa. L’articolazione del disegno di legge del M5S va perciò conosciuta, discussa e contestata.

Il testo si apre con dichiarazioni di principio sulla necessità di muoversi nella direzione della liberazione dal lavoro. “Dobbiamo rivedere il concetto stesso di lavoro”. “Lavoriamo non per far crescere l’indice di produttività, ma per far crescere il benessere, per vivere una vita dignitosa e felice”.

“Ogni cittadino deve poter contare su un reddito minimo indispensabile per vivere dignitosamente, sul diritto alla casa, al riscaldamento, al cibo, all’istruzione, all’informazione: un reddito minimo utile ad ottenere un lavoro congruo, nel rispetto della formazione scolastica e delle competenze professionali acquisite”. “Altra esigenza, non meno importante delle precedenti, è quella di abbattere la condizione di schiavi moderni, cioè la condizione nella quale si trovano tanti individui, laureati e non, costretti ad accettare qualsiasi lavoro, sottopagato, precario, senza possibilità di crescita o, addirittura, senza un adeguato contratto”.

Questi principi sono stati più volti ribaditi nelle presentazioni del Reddito di cittadinanza che ha fatto Beppe Grillo.

“L’inizio è un reddito di cittadinanza, ma il sogno è un reddito universale per tutti. Per tutti, mettere al centro l’individuo, togliere il salario, perché il lavoro salariato sta finendo. Non c’è più (...). Il rapporto deve cambiare. Metti al centro l’individuo e non il mercato del lavoro. Io ho un reddito, decido io se lavorare, quanto lavorare, come lavorare. Magari non faccio niente. Magari sarò un creativo”.

E ancora: “Allora come si finanzia? Perché, sai quale è la reazione? Lui non fa un cazzo e io mi spacco il culo, e tu gli dai i soldi per senza far niente? Questa è l’invidia che c’è dentro di noi. Ma è l’unica soluzione. La finanzi con un progressivo sistema fiscale (...). L’80 per cento di persone ha detto: ‘io farei lo stesso lavoro perché amo il mio lavoro, anche senza un reddito’. Un altro 10 per cento: ‘farei quel lavoro lì, ma lavorerei di meno’, e un altro 10: ‘non farei niente, sarei creativo’. È la tua vita che metti al centro. Ti scegli il lavoro, non sei scelto dal lavoro. Milioni di persone sono convinte di avere un posto di lavoro, invece hanno un posto di reddito, e fanno qualsiasi tipo di lavoro per sopravvivere. Ma non è vita”.

Su questo orizzonte di emancipazione il disegno di legge del M5S erige, contraddittoriamente, il sistema di erogazione del Reddito di cittadinanza. Fa capo ai Centri per l’impiego per “dare alla proposta un peculiare orientamento verso il lavoro”.

“Chi aspira al reddito di cittadinanza, in età non pensionabile superiore a 18 anni, è tenuto a iscriversi al Centro per l’impiego (...), ad accettare espressamente di essere avviato a corsi di formazione o riqualificazione professionale, o ad un progetto individuale di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro; a seguire il percorso di bilancio delle competenze previsto, nonché redigere, con il supporto dell’operatore addetto, il piano di azione individuale funzionale all’inserimento lavorativo”. “Deve intraprendere, entro sette giorni dall’iscrizione, percorsi di inserimento lavorativo; svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro (...), con la registrazione delle azioni intraprese anche attraverso l’utilizzo della pagina web personale”. Finché non trova lavoro, “l’azione documentata di ricerca attiva del lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere”. Sono previste esenzioni soltanto per chi si occupa di figli fino a 3 anni o di invalidi. Il lavoro che il Centro per l’impiego assegna deve essere ‘congruo’, attinente alle competenze segnalate dal beneficiario, avere una retribuzione oraria uguale o superiore all’80 per cento rispetto alle mansioni di provenienza o a quanto previsto dai contratti nazionali. Tuttavia chi riceve il reddito e dopo un anno non ha ancora trovato occupazione è tenuto ad accettare un lavoro qualsiasi per non perdere il sussidio.

Così si sconquassa il mercato del lavoro, anche se fosse realizzato il salario minimo garantito previsto dallo stesso disegno di legge. Si apre quella strada che in Germania costringe milioni di persone a sottostare al ricatto del famigerato Hartz IV.

Nella riforma ordoliberale dei sistemi di welfare, l’abbassamento del costo del lavoro e la mobilità dei fattori sono posti come condizioni necessarie per sostenere la posizione competitiva degli Stati e per tenere in equilibrio produzione e occupazione. La piena occupazione cui si fa riferimento nei documenti europei è da intendersi nel senso di garantire agli individui l’occupabilità per il corso della loro vita, prescindendo dai livelli salariali e dagli orientamenti soggettivi. Compito del welfare europeo è, dunque, di mettere tutti in condizione di avere le conoscenze e le qualifiche richieste dal mercato del lavoro, in competizione gli uni con gli altri.

La competitività, perseguita dalle politiche sociali europee ha un duplice significato. In primo luogo sta a significare che la ricchezza del sistema economico europeo e, di conseguenza, il benessere dei cittadini europei, dipendono dalla posizione nei mercati internazionali delle imprese europee. In secondo luogo, che le politiche sociali devono fornire alle imprese lavoratori adatti alle loro esigenze.

L’attivazione esclusiva al lavoro, pilastro del disegno di legge sul Reddito di cittadinanza, è conseguenza (oltre che – forse – della fretta nella sua redazione che risale al 2013) dell’incapacità degli estensori di sottrarsi a questi principi prodotti dalla governance dell’economia sociale di mercato, che escludono una esistenza al di fuori del mercato del lavoro imponendo i criteri di flessicurezza come condizione per l’inclusione sociale.

Nell’economia sociale di mercato, le politiche sociali sono orientate da un’interpretazione della sicurezza sociale in termini di colpevolizzazione dei comportamenti devianti. Invece di considerare le condizioni strutturali della disoccupazione, si incentrano sulle caratteristiche degli individui, e in particolare sui criteri di valutazione del comportamento morale dei disoccupati. Cultura imprenditoriale, personalizzazione dei percorsi, logiche di progetto, enfasi sull’auto-attivazione nel lavoro e nella sua ricerca sono parte integrante di un ordine del discorso e di una logica di intervento che mirano a far interiorizzare a individui, gruppi e popolazioni, la normalità della precarietà lavorativa. Chi non riesce a dimostrare tali capacità non è semplicemente disoccupato, ma è inoccupabile, quindi inadatto alla società.

Le politiche europee di contrasto alla povertà colpevolizzano comportamenti che sono il risultato della precarietà sociale. Sostengono pratiche punitive fondate sul lavoro obbligatorio per i poveri, alimentano la retorica della criminalizzazione morale della miseria e della disoccupazione, stigmatizzando come “mele marce” i soggetti che vi ricadono per effetto di comportamenti non cooperativi o antagonistici. Essi diventano esempi di azzardo morale, il cui rischio va scongiurato innalzando la soglia e la selettività nell’accesso alle prestazioni sociali e inasprendo i controlli. Fino al paradosso, in una situazione di disoccupazione diffusa, di obbligare chi ha bisogno del sussidio a dedicare la propria vita alla ricerca di una occupazione, e di registrarne sistematicamente i fallimenti, come è previsto anche dal disegno di legge del M5S.

In Italia i nuclei familiari giovani a rischio povertà sono quasi il doppio rispetto a quelli anziani. L’efficacia del contributo del Reddito di cittadinanza riguarda in primo luogo i single in età di lavoro, che raddoppierebbero il reddito medio attuale; le coppie giovani senza figli e i mono-genitori con figli minori lo innalzerebbero del 75-80 per cento; le altre categorie otterrebbero miglioramenti tra il 25 e il 50 per cento, con l’incidenza più bassa per i singoli anziani e per le coppie anziane. La precarietà lavorativa soprattutto giovanile è dunque all’origine di questa situazione. Con i livelli di disoccupazione giovanile che sono al 40 per cento, la coazione al lavoro è, quanto meno, anacronistica.

In una situazione di diffusa disoccupazione lo stesso Parlamento europeo, pur nel contesto della flessicurezza, nel 2009 e nel 2010 aveva posto con urgenza il problema dell’estensione del reddito minimo, sgombrando il terreno dalla condizionalità intesa come coazione al lavoro. Aveva invitato la Commissione e gli Stati membri “a esaminare in che modo i diversi modelli di reddito di base non condizionali e preclusivi della povertà per tutti possano contribuire all’inclusione sociale, culturale e politica, tenuto conto in particolare del loro carattere non stigmatizzante e della loro capacità di prevenire casi di povertà nascosta”.

Se si intende realizzare in Italia il Reddito di cittadinanza è necessario spostare il baricentro dalla coazione al lavoro alla predisposizione di strumenti idonei a incentivare e valorizzare l’autonomia delle scelte di vita anche alternative a quella del lavoro con l’impegno in tante altre attività: sociali, culturali, politiche, sportive, che possono alimentare le capacità personali e sociali di fuoruscita dalle condizioni di povertà. L’assunzione di responsabilità a fronte del reddito deve sostituire la condizionalità soprattutto nella prospettiva del lavoro. Un Reddito di cittadinanza sottoposto al principio della condizionalità svolge infatti al contempo una funzione di integrazione salariale in favore delle imprese, e di controllo e di ricatto sui lavoratori. Ignorando le cause da cui origina l’emarginazione, la condizionalità impone oneri e sanzioni che si riflettono sui familiari, spingendo ad accettare lavori precari, con l’effetto perverso di riprodurre una popolazione fluttuante di lavoratori doppiamente ricattabili, dallo Stato e dai datori di lavoro, come dimostrano emblematicamente i casi della Germania e del Regno Unito.

La sua erogazione a fronte di lavori la cui “congruità” non è imposta ma è soggettivamente definita sottrae ai ricatti delle imprese. Contribuisce a rafforzare i lavoratori sul piano salariale con conseguenze distributive che abbracciano l’intera società sia in termini di reddito sia di tempi di lavoro, consentendo di rivendicare su questo specifico terreno una loro riduzione generalizzata a parità di salario.

Anche la “cittadinanza” come condizione di accesso al reddito deve essere oggetto di attenzione e definita in termini di “residenza”. Lo status di cittadino è, altrimenti, generatore di emarginazione, e condanna gli immigrati ad una condizione di miseria e clandestinità, al di sotto dello standard di vita prevalente nel paese: un esercito di disperati che viene usato per disciplinare i lavoratori tutti.

Un Reddito di cittadinanza deve dunque trovare posto oltre i confini culturali che, attribuendo preminenza all’economico, emarginano il sociale, come avviene in Europa nel quadro dell’economia sociale di mercato, e del neoliberismo nel mondo. Per oltrepassare tali confini, occorre, nello specifico, smettere di recepire acriticamente il principio della condizionalità e quindi del welfare to work, ma coglierne la dinamica espropriativa e disciplinante. Occorre anche emanciparsi da quell’attitudine storicamente lavorista, diffusa a sinistra, che, nel porre il lavoro salariato come motore della storia, finisce per credere, contro ogni evidenza, che esso sia eternamente riproducibile.

Per produrre un terreno di cambiamento è necessario, per dirla con André Gorz, “liberare il pensiero e l’immaginazione dai luoghi comuni ideologici in cui si incatena il discorso sociale dominante; e, quindi, pensare, fino al loro termine logico, esperienze esemplari che esplorano effettivamente altri modi di cooperazione produttiva, di scambio, di solidarietà, di vita (...). Si tratta di far percepire l’attuale società in via di disintegrazione dal punto di vista della società e dell’economia radicalmente altre che si profilano all’orizzonte dei cambiamenti come loro senso ultimo”.

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