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mercoledì 16 agosto 2017

Rossi, le lacrime di coccodrillo del morto che cammina

Il presidente della Regione Toscana è ancora Enrico Rossi. È uscito dal partito che gli aveva garantito la vittoria alle ultime elezioni, ma non ci pensa neanche a dimettersi dalla carica, come sarebbe doveroso. Al PD del resto sta benissimo così. Andare a nuove elezioni ora sarebbe un salto nel buio, per cui meglio fargli finire il secondo mandato, mancano ancora tre anni e tante cose possono accadere. Prima ci saranno le elezioni politiche e tante altre scadenze che creeranno nuovi equilibri. Tanto ormai Rossi è un “dead man walking” e l’assessorato alla sanità, quello che controlla quasi l’80% delle risorse regionali, è saldamente in mano ai renziani nella persona della democristiana Stefania Saccardi. E i prossimi saranno tre anni di guerra per bande anche all’interno dello stesso campo renziano, che non sembra affatto granitico come qualche tempo fa. E si dice che i transfughi di MDP stiano già inciuciando con il loro vecchio partito nonostante le polemiche che tanto piacciono al telespettatore medio.

Nel 2015, lo ricordiamo, il PD raccolse il 48% dei voti ma una legge truffaldina evitò il ballottaggio, che era previsto nel caso che nessun candidato raggiungesse il 40% e non come accade di solito il 50%. Appena rieletto, Rossi si impegnò subito nell’impresa di disinnescare il referendum che decine di migliaia di cittadini avevano chiesto per abrogare la sua controriforma della sanità, un obbrobrio di cui ora, dopo quasi due anni di attuazione, sono ancora più evidenti a tutti gli errori e i veri obiettivi. Lo fece sostituendo il collegio di garanzia e approvando in fretta e furia una legge che abrogava quella sottoposta a referendum, ma ne lasciava inalterati i principali contenuti. Uno scippo vero e proprio insomma.

Rossi prima delle sue disavventure con i renziani è stato il padrone assoluto della sanità toscana per quindici anni. Da quando cioè nel 2000 fu nominato assessore regionale al ramo durante la presidenza Martini. E in questi anni la sua gestione si è caratterizzata per estremo autoritarismo, scarsa trasparenza, sprechi, tagli, ma tramite un marketing politico martellante è stato inventato un inesistente “modello toscano” efficiente ed egualitario.

La futura moglie nominata direttore generale a Siena e poi inquisita per abuso d’ufficio, il buco di 400 milioni all’ASL di Massa Carrara, la creazione di carrozzoni come l’ESTAR o le Società della Salute, ticket tra i più alti d’Italia e liste d’attesa infinite che impongono ai cittadini il ricorso al privato, la costruzione di nuovi ospedali con il meccanismo del project financing, anche questo pensato come cavallo di troia del privato, sono solo alcuni dei grandi risultati ottenuti da Rossi alla guida della sanità. E poi il colpo di genio finale, con le ASL smantellate e accorpate in enti dalle dimensioni tanto mostruose da paralizzarne il funzionamento, come in questo momento  stanno sperimentando sulla propria pelle lavoratori e cittadini. Una manovra giustificata in modo demagogico con la riduzione delle cariche dirigenziali, quando si sapeva bene che i direttori generali, amministrativi e sanitari in stragrande maggioranza sarebbero rientrati nel loro ruolo di dirigenti guadagnando forse più di prima.

Questo lungo excursus sulle imprese di Rossi ci serve a introdurre un commento all’intervista che il reuccio di Bientina ha rilasciato alla Stampa, intitolata “Rossi: sulla sanità abbiamo tagliato troppo. Ormai vicini al punto di rottura”. Il contenuto è davvero curioso. Rossi sottolinea che “la spesa nazionale è pari a quella del 2011, siamo sotto la media europea e questo non era mai accaduto”. Che “i reparti sono organizzati al limite: basta una malattia improvvisa, un cambio nei piani ferie all’ultimo momento per precipitare nell’emergenza” e che “bisogna tornare a fare assunzioni mirate, rinnovare i contratti bloccati da sei anni”. Che “i piani di rientro sono stati spesso delle cure da cavallo che hanno ucciso il paziente”.

Non sappiamo se davvero Rossi spera ancora, sparando questi proclami sulle colonne di un quotidiano nazionale, di lanciarsi nel firmamento della politica romana o europea. Le voci che ci arrivano non sono molto incoraggianti per lui, che ormai sembra sia stato scaricato da tutti. C’è anche un’altra ipotesi e cioè che queste dichiarazioni derivino da qualche terribile disturbo della personalità, una vera e propria schizofrenia che peraltro non stupirebbe nessuno, visti i continui eccessi di rabbia a cui Rossi ci ha abituato in tutti questi anni (e anche qui il marketing politico ha avuto successo costruendo il personaggio del politico tutto d’un pezzo, “decisionista” e intransigente).

Comunque sia, le dichiarazioni di Rossi suonano veramente come una beffa per milioni di cittadini toscani di cui è ancora il presidente. Se vuole cambiare rotta, sa come fare. Se non ha le mani libere e si sente solo un pupazzo nelle mani di poteri più forti di lui, si dimetta e vada a fare qualcos’altro. Tanto per male che gli vada gli daranno qualche incarico secondario e di sicuro non dovrà preoccuparsi, per la prima volta in vita sua, di cercarsi un lavoro fuori dalla politica.

Noi da parte nostra non ne sentiremo la mancanza.

Redazione, 14 agosto 2017

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