Il comportamento delle autorità turche,
criticato non solo dai curdi, ma ormai anche a livello internazionale,
non è cambiato nel corso del fine settimana, nonostante l’impegno preso
di impedire la caduta di Kobane nelle mani del califfato. Durante i
combattimenti del 5 giugno un razzo jihadista ha raggiunto la Turchia,
ferendo una famiglia. La risposta della polizia schierata sul confine
non si è fatta attendere: lo sgombero violento di profughi e attivisti
curdi dalla zona immediatamente attorno al confine, con tanto di
lacrimogeni sparati su una troupe della BBC. Il PKK ha usato
parole molto pesanti contro lo Stato turco, promettendo che il
tradimento di Kobane sarà la fine del processo di pace tra PKK e Ankara,
e l’inizio di una nuova campagna armata nel Kurdistan turco e oltre.
Erdogan sembra disposto a questo rischio, e prende sempre più
credibilità l’ipotesi che aspetti l’annientamento delle YPG per
intervenire.
Si moltiplicano le azioni di protesta delle comunità curde nel mondo.
Tra di esse vi sono l’occupazione temporanea di una stazione della
metropolitana di Londra, scontri e manifestazioni in diverse parti della
Turchia, attacchi alle sedi dell’AKP, manifestazioni in Germania. Si
moltiplicano gli appelli alla mobilitazione in solidarietà a Kobane,
come quello di Salih Muslim,
presidente del PYD, espressione politica delle YPG, alla solidarietà e a
una mobilitazione generale dei curdi nel mondo. «Le YPG e le YPJ e la
popolazione di Kobane stanno sostenendo una grande resistenza. Tutti
devono vederlo e dimostrare solidarietà. Il mondo è rimasto in silenzio,
come se fosse complice di questi massacri. Tutto sta avendo luogo di
fronte a loro, ma non fanno niente. Vogliamo armi, ma non vogliono
nemmeno vendercele». Dalla Turchia l’HDP (partito di massa della
sinistra radicale) fa appello
«alla solidarietà, invitando i popoli d’Europa, tutte le forze
democratiche europee ad agire immediatamente, a mostrare la loro
solidarietà con il popolo di Kobane allo scopo di evitare un massacro
simile a quello degli Yezidi in Sinjar, degli armeni in Kesab, degli
aleviti in Lazkiye e degli Assiri a Ninive. Questa solidarietà, da un
lato, può darsi sotto forma di sostegno politico nelle istituzioni e nei
parlamenti; dall’altro lato può avere anche la forma di aiuti umanitari
e materiali che permetteranno la sopravvivenza di decine di migliaia di
donne e bambini che sono fuggiti dalla guerra e dal conflitto e che
sono costretti a vivere nei campi, soprattutto considerando che
l’inverno si avvicina». Ormai le speranze per Kobane sembrano svanire, e con esse (per il momento) quelle per la rivoluzione di Rojava. Ma anche se Kobane cadrà, sarà impossibile dire che tutto finisce qui. Da un punto di vista umano i
quasi 200 mila profughi non scompariranno dalla zona turca; porteranno
con sé la volontà che ha animato la rivoluzione di Rojava e la difesa di
Kobane e rappresenteranno una contraddizione per lo Stato
turco, insieme a quella già rappresentata dalle regioni kurde
storicamente sotto il suo dominio. Le altre forze, politiche e armate,
che animano il KCK (il PKK in primis), non smetteranno di lottare e certamente non si dimenticheranno di Kobane.
Buona parte dei movimenti è arrivata
tardi a occuparsi di Rojava, cominciando a documentare la rivoluzione
quando purtroppo ormai entrava nel suo scontro decisivo, ma la necessità di una mobilitazione politica verso quella situazione rimarrà anche qualora le YPG venissero annientate.
Come l’appello dell’HDP ricorda, c’è un’emergenza umanitaria, un esodo
umano prodotto dall’assedio che durerà per anni, non per mesi. Una
contraddizione umanitaria tutta politica, fatta di persone che hanno
subito una vera e propria punizione armata per non aver voluto accettare
la scelta tra una dittatura e un’altra e hanno provato a
costruire un’alternativa laica, socialista, libertaria, femminista. Tra
le migliaia di profughi queste rivendicazioni continueranno a vivere e
trovare espressione organizzata e questa volta il sostegno, politico e
umanitario, da parte dei movimenti non può assolutamente mancare. La
tentazione di adoperare una retorica eroica, quasi mitologica, per
onorare le combattenti e i combattenti delle YPG è forte, sicuramente
meritata, ma da evitare. L’idea di costruire uno spazio di
autodeterminazione egualitario, socialista, pluralistico, indipendente,
capace di accogliere profughi (come nel caso dei cristiani arabi e
assiri fuggiti da altre parti della Siria) e persino di prestare
soccorso in altri paesi (buona parte del merito del salvataggio degli
Yezidi sullo Sinjar è stata delle YPG), sembra un’idea impossibile,
irrealizzabile, oltre ogni realismo politico, ovunque uno si trovi a
fare politica. E loro lo hanno fatto, in Medioriente, in mezzo a una
guerra civile, contro tutti. Non è la dimensione sovrumana o
mitologica di questi rivoluzionari del ventunesimo secolo che andrà
comunicata e, purtroppo, ricordata. È l’estrema materialità di quello
che queste donne e uomini hanno portato alla luce per due anni che rende
la loro lotta così attuale, così importante, per i movimenti e non solo.
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