Negli ultimi quattro anni la Tunisia ha deposto un autocrate che
aveva guidato il Paese per 23 anni, ha scelto per la prima volta nella
sua storia un presidente in elezioni libere e si è dotata di una
Costituzione considerata tra le più laiche della regione. Eppure, questo
Paese considerato da molti l’unico successo delle cosiddette primavere
arabe è anche il più grande esportatore di jihadisti.
Qui
sono addestrati e da qui partono decine di giovani per andare a
rimpinguare le file dell’Isis, prima soprattutto in Siria e in Iraq,
adesso sempre di più nella vicina Libia. La relativamente tranquilla
transizione tunisina è minacciata dal caos libico che preme alle sue
frontiere, dagli effetti negativi che ha sulla sua società e sulla sua
economia già provate da corruzione, clientelismo e disoccupazione.
Stime
che risalgono allo scorso ottobre parlano di tremila tunisini unitisi a
gruppi di stampo jihadista in Siria e in Iraq. I numeri del governo,
invece, sono più piccoli: circa 1.200. Molti di loro erano
stati addestrati in Tunisia, nel deserto vicino al confine libico dove
l’Isis ha almeno un campo di addestramento che pare attiri numerose giovani reclute. Tunisi
ha riferito di avere fermato circa novemila ragazzi diretti al campo.
Un grosso bacino di combattenti a due passi dalla Libia che inizia a
diventare la meta preferita dei jihadisti tunisini. Secondo Karim Mezran
dell’Atlantic Council, ci sarebbero mille combattenti tunisini a Derna e
altrettanti nel resto del Paese.
Per
Andrew Engel, analista al Washington Institute, c’è una “grossa spinta
al reclutamento per lo Stato Islamico in Libia” e l’argomento utilizzato
è che quello libico è un “jihad più semplice”. In Libia, ha spiegato all’International
Business Times, “non ci sono bombardamenti né combattenti coerenti come
lo sono i curdi, sostenuti da consulenti stranieri”, invece ci sono
armi in abbondanza, cibo e un clima più caldo. Inoltre, per i tunisini è
più facile attraversare la porosa frontiera libica che arrivare in
Siria, considerato l’aumento dei controlli. Per l’Isis la Libia è una
ghiotta occasione, c’è il giusto mix di caos e di disponibilità di armi
(gli arsenali di Gheddafi) di cui approfittare per espandersi in un
Paese che galleggia su abbondanti risorse, che confina con altri Stati
nordafricani ed è vicino all’Europa. In un documento interno all’Isis la
Libia è definita un “portale strategico per lo Stato Islamico”.
Molti
si chiedono perché tanti giovani tunisini si arruolino nei gruppi
jihadisti. Il Paese non è nuovo a questo fenomeno - ha esportato
combattenti in Afghanistan e in Iraq - che però sembra abbia assunto
dimensioni notevoli dalla fine del regime di Ben Ali, nel 2011. La
Tunisia può anche “vantare” uno dei primi foreign fighters a unirsi
all’Isis, Tareq Bin Al Tahar Bin Al Falih Al ‘Awni Al Harzi, che era
addetto proprio al reclutamento di combattenti in Nord Africa e in
Europa e al rifornimento di armi dalla Libia. Harzi è stato inserito
nella lista dei terroristi dagli Stati Uniti nel 2014.
Tra
le cause che spingono alcuni verso il jihad c’è sicuramente la pessima
situazione economica che colpisce soprattutto i giovani: la
disoccupazione e la mancanza di prospettive. Ma non tutti i foreign
fighters tunisini vengono dall’indigenza, nel Paese c’è anche
una ben organizzata rete di reclutamento attraverso moschee e
organizzazioni che hanno presa su giovani delusi, non per forza
particolarmente religiosi. E poi qualcuno è sicuramente attratto
dall’aspetto “avventuroso” della guerra santa. Quelli che tornano a casa
si trovano nel mirino delle autorità che stanno usando il pugno duro
con i terroristi o presunti tali, ma la repressione potrebbe rivelarsi
un boomerang e le prigioni tunisine potrebbero diventare un altro luogo
di reclutamento.
Oltre
a fronteggiare la questione dei combattenti, la Tunisia deve affrontare
al suo interno la presenza di formazioni di stampo jihadista attive da
anni che traggono vantaggio dal conflitto libico. La Brigata Okba Ibn Nafaa,
attiva nell’area di Mount Chaambi, al confine con l’Algeria, è
responsabile di diversi attacchi alle Forze armate tunisine e ai posti
di blocco, mentre i qaedisti di Ansar al Shariah sono sospettati di essere dietro l’attentato all’ambasciata Usa nel 2012 e agli omicidi dei due politici e attivisti laici Chokri Belaid (febbraio 2013) e Mohamed
Brahmi (luglio 2013). Questi due delitti scatenarono le proteste della
popolazione e portarono alla fine del governo del partito islamico
moderato Ennahada.
Contro questa minaccia interna il governo di Tunisi sta impiegando molte risorse e uomini.
A breve le Forze armate saranno dotate di otto nuovi elicotteri da
combattimento Black Hawk forniti dagli Stati Uniti, mentre proseguono le
retate, gli arresti e i sequestri di carichi di armi lungo il confine
con la Libia. Il valico di Ras Jdeir è controllato dalla coalizione Fajr
Libia che governa la capitale libica Tripoli, mentre l’esecutivo
ritenuto legittimo dalla comunità internazionale si trova a Tobruq. Il
traffico di armi prolifera, mentre il commercio legale tra i due Paesi
confinanti è stato duramente colpito dal conflitto e questa drastica
diminuzione degli scambi sta avendo effetti negativi sull’economia delle
già povere aree di confine. Inoltre c’è la minaccia alla sicurezza del
Paese. Nella strategia dell’Isis, Libia e Tunisia sono collegate, secondo
alcuni analisti. Quando è stata sancita l’alleanza tra il califfato di
Abu Bakr al Baghdadi e i combattenti di Derna, alla fine dell’anno
scorso, è stato poi diffuso un video dal titolo ‘Un messaggio per il
popolo tunisino’ in cui miliziani tunisini minacciavano il governo di
Tunisi.
Per la Tunisia la Libia è dunque una bomba a orologeria, ma da Tunisi hanno espresso parere contrario a un intervento militare internazionale sul suolo libico. Una cura del genere potrebbe rivelarsi peggiore del male per i tunisini. Determinerebbe la fuga in massa della popolazione, come già accaduto nel 2011, e il governo tunisino teme le conseguenze, in termini economici e di sicurezza, di una crisi umanitaria oltreconfine.
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