di Roberto Prinzi
L’Hpg, il braccio armato
del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), ha rivendicato ieri
l’uccisione di un responsabile del partito di governo dell’Akp nel
distretto di Van (sud est della Turchia). In un comunicato riportato
dall’agenzia di stampa Firat, l’Hpg afferma che “nella notte del 9
ottobre, un’unità di guerriglieri ha punito Aydin Musti perché ha
commesso ripetutamente crimini contro i valori della nostra lotta”.
Domenica è stata una giornata di sangue per la Turchia: nella
parte orientale del Paese, infatti, un’autobomba ha ucciso 18 persone
(tra cui otto civili). “L’attacco è stato compiuto da un
attentatore suicida che ha fatto saltare in aria un furgoncino con
cinque tonnellate di esplosivo” ha spiegato alla stampa il primo
ministro Yilidirim. Nell’esplosione sono rimasti feriti anche 10 soldati
e 16 civili. Ankara ha subito puntato il dito contro il Pkk che,
sostiene l’Agenzia Dogan, sarebbe dietro anche gli attacchi a un posto
di sicurezza nel distretto di Semdinli.
Gli ultimi episodi di violenza non fanno altro che esacerbare
le tensioni già altissime che si vivono nel Paese da quando è riesploso
il conflitto armato tra autorità turche e Pkk nel luglio del 2015 dopo
due anni e mezzo di cessate-il-fuoco (non sempre rispettato).
Secondo alcuni dati forniti dall’agenzia filogovernativa Anadolu, in
questi quasi quindici mesi di guerra sono stati uccisi più di 600 uomini
delle forze di sicurezza turche e oltre 7.000 combattenti del Pkk. Gli
attacchi dell’esercito sono di fatto giornalieri dallo scorso luglio da
quando Ankara ha deciso di intraprendere una vasta (e sanguinosa)
campagna militare contro i curdi nel sud est del Paese nel tentativo di
inferire un colpo decisivo alla formazione di sinistra.
Ma la durissima repressione contro i curdi decisa dal
presidente Erdogan non sta assicurando alla Turchia la così tanto
agognata sicurezza. Nonostante le uccisioni di civili e
combattenti nelle aree a maggioranza curda procedano ancora oggi, gli
attacchi dei combattenti del Pkk continuano e, con essi, sale il numero
delle vittime tra le forze armate del “sultano”. Ai 10 militari uccisi
domenica, si è aggiunto un altro nome ieri. Senza dimenticare che il
bilancio è provvisorio perché le imboscate e gli attentati dei
combattenti curdi sono quotidiani: due sospetti attentatori (per
l’esecutivo turco affiliati al Pkk) si sono fatti esplodere sabato
mattina quando la polizia ha ordinato loro di arrendersi.
La mancata volontà del governo turco di riconciliarsi con i
“terroristi” – nonostante Ocalan, il loro leader, abbia fatto aperture
in tal senso – è apparsa evidente ieri quando ad Ankara centinaia di
manifestanti di sinistra pro-curdi sono stati dispersi dalla polizia con
cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Il
loro “reato” era quello di aver voluto commemorare i morti
dell’attentato terroristico più sanguinoso della Turchia moderna
avvenuto un anno fa nella capitale. Il 10 ottobre 2015 103 persone sono
state uccise (105 i feriti) quando due attentatori suicidi affiliati
(sembrerebbe) allo “Stato Islamico” si sono fatti saltare in area nei
pressi della principale stazione ferroviaria della città durante una
manifestazione indetta dai sindacati e dalle forze di sinistra.
Mentre a 150 manifestanti che intonavano slogan contro lo “stato
assassino” e invitavano all’unità “contro il fascismo” veniva negato
ieri l’accesso al luogo in cui era avvenuto l’attentato l’anno
precedente, altre centinaia di persone di diverse associazioni venivano
bloccate da un gruppo di 20 poliziotti in tenuta anti-sommossa. Tra gli
attivisti presenti in piazza un gruppo portava le fotografie e i nomi di
coloro che sono stati uccisi dal duplice attacco bomba.
Al lancio di lacrimogeni e dei cannoni ad acqua, alcuni manifestanti
avrebbero risposto gettando bottiglie e pietre. Presenti al presidio di
ieri – che ha ricordato i morti con un minuto di silenzio nel preciso
istante in cui è avvenuto l’attacco (le 10:04) – anche i due leader del
partito di opposizione Hdp (partito democratico dei popoli) Figen
Yuksekdag e Selahattin Dermitas e alcuni esponenti del Partito popolare
repubblicano (CHP).
C’era molta rabbia e frustrazione ieri in piazza soprattutto
per la lentezza delle indagini e il sospetto (sempre più reale) che
nessuno pagherà per quanto accaduto. Haldun Aciksozlu, uno dei
manifestanti presenti ieri al corteo, ha perso un amico nell’attentato
di Ankara. Intervistato dall’Afp, Aciksozlu ha accusato il governo
perché “perfino quando perdiamo le [nostre] persone, lo stato non ci
lascia insieme. Eppure vogliamo solo leggere delle poesie”. Per un altro
attivista di nome Oncur, “finora non c’è stata alcuna giustizia”. Una
posizione condivisibile se si pensa che se è vero che a giugno i
procuratori turchi hanno incriminato 36 sospetti terroristi per il
duplice attacco terroristico, è pur vero che al momento le indagini sono
ferme e che nessun processo è cominciato.
Dal punto di vista politico, intanto, ieri i ministri
dell’energia turco e russo hanno raggiunto un’intesa per il progetto
“Turkish Stream” che porterà gas dalla Russia alla Turchia e da qui agli
stati dell’Unione Europea (Ue). Un piano che il presidente
russo aveva suggerito ad Ankara già nel 2014 quando l’idea di un
gasdotto che sarebbe dovuto passare per la Bulgaria incontrò
l’opposizione dell’Ue. L’accordo, siglato ieri ai margini del Congresso
dell’Energia mondiale, era stato sospeso alcuni mesi fa in seguito alle
tensioni tra i due Paesi causate dall’abbattimento di Ankara di un jet
militare russo sul confine turco-siriano. Ma le differenze, che pur
restano a proposito della Siria, si sono di fatto attenuate per meri
fini economici e strategie geopolitiche. “Sono convinto che il processo
di normalizzazione delle nostre relazioni continuerà rapidamente – ha
detto Erdogan – i nostri rapporti miglioreranno in molti campi: difesa,
industria, politica, economia, commercio, turismo e cultura”. Un disgelo
tra i due Paesi confermato da un dato: negli ultimi tre mesi Erdogan e
Putin si sono incontrati tre volte.
Ma non sono solo i rapporti turchi-russi a normalizzarsi, ma anche quelli tra i turchi e gli israeliani.
Giovedì, infatti, atterrerà in Turchia il ministro dell’energia
israeliano Yuval Steinitz. Sarà il primo incontro ufficiale
interministeriale tra Ankara e Tel Aviv dopo 6 anni di gelo diplomatico
in seguito all’assalto della nave Mavi Marmara da parte di un comando
israeliano. In quell’occasione 9 attivisti pro-palestinesi turchi furono
uccisi dai militari dello stato ebraico.
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