Lo diciamo chiaro. Siamo
ragionevolmente convinti che il governo Assad non abbia commesso una
strage di civili con i gas che, se ordinata dall’esecutivo siriano,
sarebbe stata un suicidio militare e politico senza nessun guadagno sul
campo. Dalle fonti militari filoccidentali e pro Nato, come ad esempio analisidifesa.it
che abbiamo letto non vi è riscontro di un attacco chimico delle truppe
di Assad che, primo tra tutti, avrebbe politicamente danneggiato il
prezioso alleato russo che è sul terreno siriano. Basta ricordare che fu
proprio Mosca nel 2013 che si fece garante del disarmo chimico siriano
smontando, di fatto, le ragioni di un intervento militare occidentale.
Del resto, per quanto si tratti sempre di orrore, la strage di Khan Sheikhun
non ha le caratteristiche di un attacco chimico generalizzato che, se
effettuato, porterebbe ad un numero ben superiore di vittime. L’attacco
chimico ragionevolmente attribuito ad Assad nel 2013, dopo il quale i
russi si incaricarono di governare il disarmo dei gas siriani, provocò
dagli 800 ai 1500 morti a secondo delle fonti. Qui, prendendo per intero
una cifra fornita in esclusiva dalle stesse opposizioni anti Assad,
siamo a 80. Per quanto Khan Sheikun sia stata un orrore è difficile
davvero vederla con le dimensioni di un attacco di massa di un governo.
In epoca dove tutto viene
attribuito a una fake news quindi siamo ragionevolmente convinti che i
morti ci siano stati, nel numero di diverse decine, anche qui leggendo
le stesse fonti filoccidentali che smentiscono l’attacco di Assad, e che
la situazione siriana sia come sempre piena di variabili impazzite.
Una di queste ha commesso il fatto. Perché, qualsiasi sia la logica che
ha portato a commetterlo, per gasare la gente devi essere una variabile
impazzita. Oppure tutto è avvenuto per una concatenazione di casi
sinistri non da escludere in un conflitto convulso.
Detto questo l’attacco
missilistico alla base aerea siriana deciso, in modalità da cowboy
compassionevole (Trump si è preso il tempo per parlare di “bellissimi
bambini” che hanno trovato la morte chimica) dall’amministrazione Usa
non prelude a una guerra sul campo sul genere attacco a Saddam Hussein.
E’ piuttosto il frutto del sovrapporsi di tensioni attorno
all’amministrazione Trump e sarà la causa di diverse nuove tensioni.
Diciamo che, vista da oggi, sembra piuttosto un attacco alla Clinton
(Bill) che, durante gli anni ’90, distribuiva qualche lancio di missile
agli stati canaglia quando la situazione politica lo imponeva. Per Trump
la situazione politica oggi ha imposto:
1) la necessità di venire incontro ai repubblicani alle camere,
quelli che sono organici al complesso militare-industriale, dopo le
ultime sconfitte in materia di provvedimenti presentati dal presidente.
La Siria è così anche la classica mossa esterna per provare a risolvere
problemi interni;
2) la necessità di dare un messaggio serio alla Russia. Una cosa è provare delle intese un’altra è costruire, come ha fatto Putin, accordi commerciali con Teheran, dove si escluderebbe il dollaro come divisa di pagamento. Di fronte alla messa in discussione del dogma del dollaro anche, e a
maggior ragione visto che ha puntato su una moneta forte, Trump è
irremovibile;
3) la spinta di Israele e Arabia Saudita, presso i propri interlocutori di Washington, di ammorbidire le ragioni di Putin e di Assad presso l’amministrazione Trump;
4) la necessità “all’America”” di far vedere qualcosa, dopo tre mesi di amministrazione Trump confusa e di zero risultati. In questo caso un po’ di missili danno l’impressione, all’elettorato, di una certa concretezza;
5) last but not least, presentarsi di fronte al presidente cinese, in visita negli Usa, come bombardiere in capo. Una situazione che non sposta molto di fronte a rapporti Usa-Cina estremamente complessi ma fa il suo effetto.
Ecco quindi peggiorati i
rapporti con la Russia e, non dimentichiamolo, con l’Onu e la stessa
Cina. Ma esiste una strategia di invasione della Siria? No. Esiste una tattica di uso dei missili, da parte di Trump, quando la contingenza politica lo permette o impone.
Insomma, come ai tempi di Bill Clinton, finché ci sono missili c’è speranza.
Di condizionare avversari e attrarre consenso politico. Certo, ora la
situazione siriana potenzialmente potrebbe ingoiare gli Usa, se
avvenisse di nuovo qualcosa. Come quella legata agli assedi a Mosul e a
Raqqah. Ma l’amministrazione Trump, come altre, non pensa con i tempi
lunghi. Ma con quelli brevi della politica istantanea. Tutto quello che
accadrà starà in questi parametri non c’è da dubitarne.
Infine la borsa. Molti grafici disponibili dello Standard & Poor’s 500, l’indice dei cinquecento principali titoli di Wall Street, hanno mostrato repentini cali ad ogni notizia di possibile attacco.
Certo, la speculazione di borsa è indipendente dalla realtà ma è anche
vero che, per ora, la guerra non gonfia gli indici azionari. Anche
perchè dopo aver toccato il record con l’elezione di Trump, Wall Street
vuole capire dove sarà il prossimo guadagno.
Redazione, 7 aprile 2017
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