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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

08/04/2017

Trump, finché ci sono missili c’è speranza

Lo diciamo chiaro. Siamo ragionevolmente convinti che il governo Assad non abbia commesso una strage di civili con i gas che, se ordinata dall’esecutivo siriano, sarebbe stata un suicidio militare e politico senza nessun guadagno sul campo. Dalle fonti militari filoccidentali e pro Nato, come ad esempio analisidifesa.it che abbiamo letto non vi è riscontro di un attacco chimico delle truppe di Assad che, primo tra tutti, avrebbe politicamente danneggiato il prezioso alleato russo che è sul terreno siriano. Basta ricordare che fu proprio Mosca nel 2013 che si fece garante del disarmo chimico siriano smontando, di fatto, le ragioni di un intervento militare occidentale. Del resto, per quanto si tratti sempre di orrore, la strage di  Khan Sheikhun non ha le caratteristiche di un attacco chimico generalizzato che, se effettuato, porterebbe ad un numero ben superiore di vittime. L’attacco chimico ragionevolmente attribuito ad Assad nel 2013, dopo il quale i russi si incaricarono di governare il disarmo dei gas siriani, provocò dagli 800 ai 1500 morti a secondo delle fonti. Qui, prendendo per intero una cifra fornita in esclusiva dalle stesse opposizioni anti Assad, siamo a 80. Per quanto Khan Sheikun sia stata un orrore è difficile davvero vederla con le dimensioni di un attacco di massa di un governo.
 
In epoca dove tutto viene attribuito a una fake news quindi siamo ragionevolmente convinti che i morti ci siano stati, nel numero di diverse decine, anche qui leggendo le stesse fonti filoccidentali che smentiscono l’attacco di Assad, e che la situazione siriana sia come sempre piena di variabili impazzite. Una di queste ha commesso il fatto. Perché, qualsiasi sia la logica che ha portato a commetterlo, per gasare la gente devi essere una variabile impazzita. Oppure tutto è avvenuto per una concatenazione di casi sinistri non da escludere in un conflitto convulso.

Detto questo l’attacco missilistico alla base aerea siriana deciso, in modalità da cowboy compassionevole (Trump si è preso il tempo per parlare di “bellissimi bambini” che hanno trovato la morte chimica) dall’amministrazione Usa non prelude a una guerra sul campo sul genere attacco a Saddam Hussein. E’ piuttosto il frutto del sovrapporsi di tensioni attorno all’amministrazione Trump e sarà la causa di diverse nuove tensioni. Diciamo che, vista da oggi, sembra piuttosto un attacco alla Clinton (Bill) che, durante gli anni ’90, distribuiva qualche lancio di missile agli stati canaglia quando la situazione politica lo imponeva. Per Trump la situazione politica oggi ha imposto:

1) la necessità di venire incontro ai repubblicani alle camere, quelli che sono organici al complesso militare-industriale, dopo le ultime sconfitte in materia di provvedimenti presentati dal presidente. La Siria è così anche la classica mossa esterna per provare a risolvere problemi interni;

2) la necessità di dare un messaggio serio alla Russia. Una cosa è provare delle intese un’altra è costruire, come ha fatto Putin, accordi commerciali con Teheran, dove si escluderebbe il dollaro come divisa di pagamento. Di fronte alla messa in discussione del dogma del dollaro anche, e a maggior ragione visto che ha puntato su una moneta forte, Trump è irremovibile;

3) la spinta di Israele e Arabia Saudita, presso i propri interlocutori di Washington, di ammorbidire le ragioni di Putin e di Assad presso l’amministrazione Trump;

4) la necessità “all’America”” di far vedere qualcosa, dopo tre mesi di amministrazione Trump confusa e di zero risultati. In questo caso un po’ di missili danno l’impressione, all’elettorato, di una certa concretezza;

5) last but not least, presentarsi di fronte al presidente cinese, in visita negli Usa, come bombardiere in capo. Una situazione che non sposta molto di fronte a rapporti Usa-Cina estremamente complessi ma fa il suo effetto.

Ecco quindi peggiorati i rapporti con la Russia e, non dimentichiamolo, con l’Onu e la stessa Cina. Ma esiste una strategia di invasione della Siria? No. Esiste una tattica di uso dei missili, da parte di Trump, quando la contingenza politica lo permette o impone.

Insomma, come ai tempi di Bill Clinton, finché ci sono missili c’è speranza. Di condizionare avversari e attrarre consenso politico. Certo, ora la situazione siriana potenzialmente potrebbe ingoiare gli Usa, se avvenisse di nuovo qualcosa. Come quella legata agli assedi a Mosul e a Raqqah. Ma l’amministrazione Trump, come altre, non pensa con i tempi lunghi. Ma con quelli brevi della politica istantanea. Tutto quello che accadrà starà in questi parametri non c’è da dubitarne.

Infine la borsa. Molti grafici disponibili dello Standard & Poor’s 500, l’indice dei cinquecento principali titoli di Wall Street, hanno mostrato repentini cali ad ogni notizia di possibile attacco. Certo, la speculazione di borsa è indipendente dalla realtà ma è anche vero che, per ora, la guerra non gonfia gli indici azionari. Anche perchè dopo aver toccato il record con l’elezione di Trump, Wall Street vuole capire dove sarà il prossimo guadagno.

Redazione, 7 aprile 2017

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