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sabato 4 agosto 2018

Sulla Tav Repubblica e Stampa sparano bufale e lo sanno


Con virile coraggio, i due giornali (oggi riuniti sollo lo stesso padrone, il gruppo Repubblica-L’Espresso) hanno evitato di pubblicare la lettera con cui Livio Pepino smantella la bufala sparata in prima pagina per diversi giorni: non fare la Tav ci costerebbe, in penali da pagare, più che finirla.

Livio Pepino non è un ignoto cittadino che si è improvvisato analista dei contratti e degli accordi internazionali a monte del progetto della nuova Torino-Lione (un linea ferroviaria c’è già, ma è sottoutilizzata per carenza di traffico). E non è neppure ignoto alle due testate, visto che ha vissuto e lavorato a lungo a Torino, dove è stato pretore, sostituto presso la Procura della Repubblica, giudice minorile e sostituto procuratore generale. Dal 2002 ha svolto funzioni di consigliere presso la Corte di cassazione. Dal 2006 al 2010 è stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di governo autonomo dei giudici e pubblici ministeri. Ha lasciato la magistratura per scelta, prima del raggiungimento dei limiti di età, nel novembre del 2010.

Insomma, un magistrato con qualche esperienza professionale in materia, che conosce le leggi forse un po’ meglio dei “giornalisti” incaricati di costruire fake news pro business, e soprattutto senza alcun interesse materiale nella vicenda. Più competente, obiettivo e imparziale di lui, insomma, è difficile trovarne.

Non è neanche sospettabile di essere tra i pericolosi “sovranisti” (un giorno ci prederemo la gioia di smontare questo termine, o perlomeno l’uso mediatico diventato “luogo comune”), visto che ha militato sempre da una sola parte: in Magistratura Democratica.

Dunque? Perché non pubblicare la sua lettera, almeno tra le “lettere” (una delle pagine meno lette, dunque meno “pericolose”, di un giornale)?

La risposta è troppo facile…

Sulla Tav Livio Pepino (lettera a Repubblica e alla Stampa, non pubblicata)

Gentile direttore,
un fantasma si aggira a margine del dibattito, che attraversa anche il Governo, sull’opportunità (o meno) di mettere in discussione la Nuova linea ferroviaria Torino-Lione: quello delle penali che l’Italia dovrebbe pagare in caso rinunci all’opera.

Penali ingenti, si dice. Alcuni si spingono a parlare di ben due miliardi di euro. La notizia è stata riportata con grande evidenza anche dal Suo giornale.

Ho dunque cercato, con attenzione, di individuare la fonte di tale obbligo per l’Italia senza, peraltro, trovarla.

Infatti:

– non esiste alcun documento europeo sottoscritto dall’Italia che preveda penali di qualsiasi tipo in caso di ritiro dal progetto;

– gli accordi bilaterali tra Francia e Italia non comprendono alcuna clausola che accolli a una delle parti, in caso di recesso, forme di compensazione per lavori fatti dall’altra parte sul proprio territorio;

– la questione del risarcimento alle imprese danneggiate in caso di appalti aggiudicati e successivamente annullati (oggetto, per il Tav, di regolamentazione specifica ampiamente restrittiva) non si pone, comunque, nel caso specifico posto che, ad oggi, non sono stati banditi né, tanto meno, aggiudicati appalti per opere relative alla costruzione del tunnel di base.

Egualmente infondata è l’affermazione, talora affiancata a quella relativa alle penali, secondo cui l’eventuale rinuncia imporrebbe all’Italia la restituzione all’Unione europea dei contributi ricevuti per la realizzazione dell’opera. Infatti i finanziamenti europei sono erogati solo in base all’avanzamento dei lavori (e vengono persi in caso di mancato completamento nei termini prefissati), sì che la rinuncia di una delle parti interessate non comporterebbe alcun dovere di restituzione di contributi (mai ricevuti) bensì, semplicemente, il mancato versamento da parte dell’Europa dei contributi previsti.

Si aggiunga che ad oggi i finanziamenti europei ipotizzati sono una minima parte del 40 per cento del valore del tunnel di base e che ulteriori (eventuali) stanziamenti dovranno essere decisi solo dopo la conclusione del settennato di programmazione in corso, cioè dopo il 2021 (e dopo le elezioni del Parlamento europeo nel 2019).

Certo l’assenza di penali non esclude l’esistenza di questioni politiche.

Ma si tratta, all’evidenza, di questioni diverse, suscettibili di soluzione – come assai frequentemente avviene – con negoziazioni e nuovi accordi tra gli Stati interessati.

Questo è quanto risulta da una attenta consultazione dei documenti relativi alla linea ferroviaria.

Forse mi sfugge qualcosa. Se è così, prenderò atto con la dovuta attenzione di quanto mi è sfuggito.

Se così non è, sarebbe forse opportuno non dare ulteriore credito a informazioni infondate che confondono i cittadini.

La ringrazio per l’attenzione.

Livio Pepino | 2 agosto 2018

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