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11/10/2025

Francia - In fondo al sacco di Macron è rimasto solo Lecornu. Bis...

Se non fosse quell’oscuro burocrate pronto a tutto – non si diventa a quell’età ministri della difesa di un’ex potenza coloniale brillando per empatia umana – verrebbe quasi da provare compassione per Sebastien Lecornu.

Il suo caposquadra, dopo averlo gettato in pasto ai leoni con l’incarico di formare una maggioranza (quinto primo ministro in meno di due anni) che sapeva non esistere, non soddisfatto di aver registrato l’impossibilità del compito, non ha trovato di meglio che fargli fare un secondo giro di schiaffi in faccia.

Ieri sera, dopo le 22, quando era ormai scaduto da tempo l’ultimatun dato da Macron a se stesso (72 ore), il “presidente dei ricchi” ha conferito di nuovo l’incarico al suo fedelissimo.

Uno dei pochi rimasti, evidentemente, e il meno stupido del mazzo, altrimenti sarebbe uscito fuori un altro nome, se non altro per “decenza istituzionale”.

Lecornu aveva gettato la spugna lunedì scorso, dichiarando impossibile – col programma affidatogli dall’inquilino dell’Eliseo – trovare forze in Parlamento sufficienti a formare un governo anche solo temporaneo, giusto il tempo di far approvare la legge di bilancio senza la quale lo Stato francese non potrebbe funzionare, mettendo in crisi palese anche la governance europea (Parigi e Berlino restano il “motore” della UE, ancorché quasi grippato).

L’unico sottilissimo filo di speranza che aveva individuato nei suoi 27 giorni da “esploratore”, e dopo la figuraccia epocale di presentare una lista di ministri la sera e dimettersi la mattina dopo, era rappresentato dalla “volontà della maggioranza dei deputati di non sciogliere l’Assemblea Nazionale”.

Un po’ pochino, e parecchio corporativo (sono in tantissimi a sapere che non verrebbero rieletti), ma meglio di niente.

Si era parlato di un possibile contributo di sangue dei “socialisti” (ormai una forza di centrodestra, pressapoco come il PD in Italia), o anche di un “governo tecnico”. E pare che sia proprio questa la soluzione che verrà proposta – forse oggi – dal povero Lecornu.

Dovrà mettere mano alla lista dei ministri cancellando quasi ogni segno di continuità con il governo precedente (la principale critica anche dei possibili partecipanti) e nominare una pattuglia di “tecnici”.

Resta incerta la sorte della principale “riforma” escogitata per far quadrare i conti pubblici allo sbando: quella delle pensioni.

Qui c’è poco da inventarsi. O si segue la “strada europea” già praticata da Grecia e Italia (e in preparazione in Germania), oppure si rinvia per un anno sperando che “i mercati” siano comprensivi (far cadere la Francia e il valore del suo debito pubblico non è un buon affare per tutti) e che nel frattempo maturi un’altra maggioranza parlamentare.

Lo stesso Macron ha in qualche misura indicato questa seconda via di fuga, parlando dell’esistenza di «una strada possibile» per «fare dei compromessi ed evitare il voto».

E in effetti se si rinvia la parte socialmente più indigeribile del “piano” che era stato presentato da Bayrou un paio di mesi fa (43 miliardi di tagli, con le pensioni in cima, seguite da sanità e istruzione – sempre le stesse cose, si deve sottolineare) forse diventa più semplice convincere a dare un voto “momentaneamente favorevole” anche i “socialisti” a là Raphael Gluscksmann, ossia quelli pronti ad imitare Tony Blair, Scholz, Veltroni e Starmer, che hanno “rifondato la sinistra” fino a farne una micro-frazione neoliberista che spiana la strada all’ultradestra (Meloni in Italia, AfD in Germania, Farage in Gran Bretagna).

Nel frattempo, però, va in pezzi l’area “centrista” e tecnocratica che fin qui aveva supportato oltre ogni ragionevolezza proprio Macron e il suo programma anti-popolare.

Fuori dalla prossima maggioranza dovrebbe infatti restare il gruppo Horizon, guidato da Edouard Philippe, ex fedelissimo ed ex primo ministro. Sul resto si può solo scommettere, come all’ippodromo.

C’è infine da sottolineare come questa soluzione di estremo ripiego – dare di nuovo l’incarico a chi solo tre giorni prima aveva alzato bandiera bianca dichiarando che il compito era al di sopra delle proprie capacità – è la certificazione del fatto che in Francia è crollato anche quel “senso della funzione pubblica” che aveva limitato fin qui gli strappi più clamorosi rispetto al “sistema delle regole condivise” tra tutte le parti politiche.

Un sistema di regole in parte scritto e in parte no, che disegnava complessivamente anche un'“etica pubblica” che differenziava Parigi da Roma o altri paesi della vecchia Europa.

Ricordiamo che solo otto anni fa, un ministro di un governo guidato proprio da Philippe, nel primo mandato presidenziale di Macron, si era dovuto dimettere per una scorrettezza minore, di quelle che in Italia non verrebbero notate neanche da Travaglio: aveva infatti affittato, a spese dello Stato, un appartamento a Parigi “troppo grande e lussuoso per le dimensioni della sua famiglia”. Fra l’altro in quel momento era single...

La legge consente ovviamente ai nuovi ministri che risiedono abitualmente altrove di affittare locali considerati giustamente “di servizio” per il tempo che si ricopre un incarico nella capitale. Solo che quel ministro, peraltro titolare dell’Azione e dei Conti Pubblici (quello che dovrebbe far le pulci a chiunque sugli sprechi), aveva “esagerato” prendendo un appartamento di lusso di 180 mq in uno dei quartieri più moderni di Parigi, a Place de Vénétie.

Ma già lì c’era l’impronta della decadenza macronista: quel ministro si chiamava Gérald Darmanin. E la sua carriera non venne affatto distrutta da quell’“infortunio”. Divenne infatti, negli anni successivi, titolare degli Interni e famoso per l’uso spropositato di flashball e manganellate nei confronti dei movimenti di piazza e sindacali (dai Gilets Jaunes alla Cgt, agli studenti).

L’uomo giusto, magari, per un posto anche nel Lecornu II...

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