A proposito di “proposte che non si possono rifiutare”, anche il governo israeliano ha approvato l’accordo per il rilascio degli ostaggi a Gaza.
È il primo dei 20 punti del “piano Trump”, ed è anche uno dei pochi relativamente chiari.
Come previsto gli esponenti della destra messianica hanno fatto le bizze per farsi notare, ad eccezione del ministro Ofir Sofer hanno votato contro ma – contrariamente alle dichiarazioni precedenti – non escono dal governo e non abbandonano le cinque poltrone ministeriali che occupano.
In cambio circa 2.000 prigionieri palestinesi dovrebbero essere rilasciati e l’IDF dovrebbe ritirarsi almeno un po’, lungo le “linee gialle” che comunque lasciano oltre il 50% della Striscia in mano ad Israele.
L’accordo firmato prevede un contestuale cessate il fuoco, ma naturalmente Israele non ha mancato l’occasione per seminare un altro po’ di morti senza alcuna giustificazione possibile, bombardando alcune zone di Khan Younis.
La zona colpita è quella di al-Katiba, nel centro della città, a sud della Striscia. Le IDF avrebbero usato droni e artiglieria.
L’ultimo soldato israeliano caduto, invece, è stato colpito ore prima che l’accordo venisse ratificato ed entrasse ufficialmente in vigore il cessate il fuoco.
A questo punto si apre, secondo gli accordi, una finestra di tre giorni per cominciare lo scambio di prigionieri. Era infatti impensabile che questo potesse avvenire mentre continuavano i bombardamenti, anche per scontati problemi pratici.
Nella lista dei palestinesi da liberare sono compresi 250 condannati all’ergastolo (Israele notoriamente largheggia in condanne sproporzionate, per cui quasi mai all’ergastolo corrisponde un’azione di guerra con morti e feriti) e altri 1.700 arrestati a Gaza dall’inizio della guerra.
Della lista non fa parte Marwan Barghouti, noto esponente di Fatah (non di Hamas), rinchiuso da oltre vent’anni nelle carceri israeliane, universalmente ritenuto quello con maggiori possibilità di riunire le fazioni palestinesi e rappresentare anche un interlocutore serio sul piano internazionale. Il rifiuto israeliano di liberarlo dimostra che le intenzioni di Tel Aviv sono tutt’altro che “pacifiche” sul futuro.
Nei primi cinque giorni del cessate il fuoco dovrebbero entrare nella Striscia almeno 400 camion di aiuti al giorno, per poi aumentare nei giorni successivi. E naturalmente la distribuzione dovrebbe tornare nelle mani dell’agenzia dell’Onu, l’UNRWA, togliendolo alla criminale organizzazione Ghf, una joint venture israelo-americana che aveva trasformato la distribuzione di aiuti col contagocce in una mattanza quotidiana di affamati.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità è preparata a “intensificare il lavoro per soddisfare le urgenti esigenze sanitarie dei pazienti di Gaza e per sostenere la riabilitazione del sistema sanitario distrutto”, visto che ospedali e ambulanze sono state tra i bersagli preferiti dall’IDF.
Per i prossimi giorni è atteso l’arrivo di Trump, con il presidente della Knesset che lo ha invitato a tenere un discorso in parlamento.
Gli altri punti del “piano Trump” sono per il momento tutti da discutere tra le parti, ed è tutt’altro che certo che resteranno così come indicati nella proposta. Tanto per dirne un paio: il disarmo di Hamas o l’istituzione di una “autorità” incaricata di governare Gaza.
Pensare di agire senza un interlocutore palestinese credibile (capace insomma di essere sostenuto dalla popolazione, invece che obbedire agli stranieri) è il modo sicuro di veder fallire qualsiasi progetto di pace.
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