Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/06/2020

La crisi? Inizierà a settembre. E assomiglia purtroppo al 1929

Stavolta c’è davvero poco da aggiungere. Ci limitiamo a presentare questo articolo, pubblicato da Milano Finanza – notoriamente non un organo bolscevico – perché chiarisce i termini concreti dell’attuale crisi sistemica meglio di quanto non sappiano fare tanti “marxisti immaginari” che si limitano (quando va bene) a citare Marx senza capirlo.

I punti rilevanti dell’articolo, scritto da Maurizio Novelli, gestore del fondo di investimento svizzero Lemanik Global Strategy, sono stati evidenziati in grassetto o corsivo. E come noterete sono davvero molti.

Naturalmente Novelli non preconizza – anzi teme – che la crisi sistemica possa portare di nuovo a un lungo periodo di intervento dello Stato nell’economia reale, così come avvenuto dopo la crisi del 1929, con l’adozione di politiche keynesiane (politicamente double face, sia in versione nazifascista che democratico-rooseveltiana).

Ma sul piano dell’analisi è perfettamente consapevole che questo sarà l’esito obbligato di un modo di funzionare del “sistema”, nonché del fatto che nessuno dei beneficiari del sistema stesso è in grado (o interessato) a metterne in discussione il funzionamento.

Le sue intenzioni, comunque, non ci riguardano. Quel che è importante è l’illustrazione dei meccanismi alla base della crisi, che ovviamente coincidono con quelli fondamentali del modo di produzione capitalistico e la forma specifica che hanno assunto in questi ultimi 30 anni (quelli della “globalizzazione” e del predominio della finanza speculativa).

In primo luogo, va sottolineato il “segreto” che spiega perché venti anni di “iniezioni di liquidità” non abbiano risolto un solo problema, anzi li abbiano aggravati sul lungo periodo.

Si dice spesso, per esempio con riferimento a Mario Draghi presidente della Bce, che “la liquidità immessa nel sistema non si trasferiva all’economia reale”.

Novelli rivela l’arcano, che è poi una banalità comprensibile per chiunque: si possono dare soldi liquidi alle banche in quantità infinita, ma queste non presteranno un solo euro a chiunque appaia ai loro occhi “non solvibile”, ossia non in grado di restituire il prestito.

E quindi quella liquidità resta nelle banche oppure viene dirottata verso la finanza. Ovviamente speculativa perché “il sottostante” (l’economia reale, fisica) resta evanescente e fragile.

La serie di rovesciamenti che ne consegue è impressionante. Un esempio per tutti: si è costruita una Banca Centrale Europea “indipendente dal potere politico” in modo che non potesse funzionare da “prestatore di ultima istanza”, finanziando monetariamente gli investimenti pubblici e costringendo gli Stati a chiedere prestiti (cari) sui “mercati”.

Il ripetersi delle crisi finanziarie, sempre più grandi nelle dimensioni e vicine nel tempo, ha trasformato le banche centrali in acquirenti di ultima istanza per salvare i “mercati” dal crollo generalizzato. In questo modo il sistema finanziario resta in piedi, l’economia reale no. Producendo quel logoramento della “coesione sociale” che rischia di far implodere per altra via il sistema stesso.

E così via. Se, dopo questa lettura, uno dà uno sguardo per esempio al “Piano Colao”, capisce subito che si tratta della richiesta di una maggiore quantità della stessa droga che ti ha portato al coma. La causa della malattia viene indiata come l’unica possibile cura...

Dal nostro punto di vista, è palese che questa corsa verso il baratro può essere interrotta solo da una presa di potere dell’”interesse pubblico generale” (quello dei popoli dell’intero pianeta), ossia da una pianificazione e programmazione dell’economia reale – quella che ci fa vivere tutti, producendo quel che serve per progredire conservando ambiente e clima – che releghi “il privato” sullo sfondo, tra le attività minori che non ha senso o utilità centralizzare.

Perché il primo dei “diritti umani”, tanto sbandierati quanto disattesi, è vivere. E questo modo di produzione non è in grado di garantirlo per tutti.

Da leggere, studiare, meditare.

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La crisi? Inizierà a settembre. E assomiglia purtroppo al 1929

Maurizio Novelli, Lemanik – Milano Finanza

La fine del lockdown può certamente indurre a pensare che la crisi sia ormai in fase di superamento e da qui in avanti possiamo iniziare a scontare una ripresa dell’attività economica ed un ritorno alla normalità.

Ma in realtà, la crisi inizia adesso.

Più passa il tempo e più emerge chiara la sensazione che il settore finanziario non sembra aver capito l’impatto e le implicazioni di lungo periodo di questi eventi né di quello che accadrà all’economia reale.

Sebbene le analisi di consenso si concentrino in prevalenza sui rischi di ricadute dovute a possibili ritorni del contagio, è molto più importante pensare alle conseguenze economiche che ci attendono senza ulteriori ipotesi.

Ipotizzare altri danni provenienti dai rischi di un ritorno dei contagi non credo sia un esercizio utile, anche perché se dovesse accadere, tutti siamo consapevoli di quello che potrebbe accadere. È molto più interessante invece cercare di capire cosa ci si può attendere, dando per scontato che il problema pandemico sia risolto, e ipotizzando quindi uno scenario “virus free”.

L’economia mondiale è arrivata all’appuntamento con il Covid-19 nella peggiore delle situazioni possibili, con alta vulnerabilità al debito e alla leva finanziaria speculativa, e la pandemia ha avuto un effetto catalizzatore su tutta una serie di problemi che ormai erano evidenti da tempo.

Le bolle speculative su credito ed equity che circolavano nel sistema, attendevano una miccia per esplodere e la crisi finanziaria sarebbe arrivata comunque, anche solo per una semplice recessione. Se si continua ad insistere nell’attribuire a un virus, e cioè a un fattore esterno, il motivo della crisi che ci attende, si continua a negare l’evidenza di un modello finanziario ed economico che funziona solo con eccesso di leva, compressione dei redditi, ampio debito speculativo e pochi investimenti nell’economia reale, un modello che non è sostenibile.

È del tutto illusorio continuare a sostenere che la forza di un economia dipende solo da quanto debito è in grado di fare, senza tenere conto della qualità di questo debito e, soprattutto, di come venga utilizzato e se produca a termine un miglioramento dei redditi reali.

Se il debito cresce decisamente più del reddito che lo deve sostenere, è ovvio che questo modello condanna a crisi inevitabili sempre più sistemiche i cui postumi compromettono la tenuta del sistema finanziario e poi di quello capitalistico.

Negli ultimi dieci anni tutti hanno fatto tantissimo debito solo per sostenere consumi che i redditi reali non consentivano di fare, in particolare in USA, Canada, UK e Australia, e per fare finanza speculativa.

Per gli economisti della consensus view è del tutto logico accettare che il 30% dei consumi negli Stati Uniti possano dipendere solo dalla crescita del debito e non dalla crescita dei redditi, e che la finanza possa fare leva sull’economia senza limiti e senza controlli, grazie a regulators che si compiacciono nel vedere i mercati salire senza fine e la propensione al rischio esplodere in continue bolle speculative.

Ma come sottolineato più volte, il problema non è se un sistema economico e finanziario possono avere una crisi, ma se la crisi il sistema è in grado di reggerla e di superarne il danno in tempi accettabili. Reggere una crisi significa non rischiare di implodere tutte le volte che se ne affronta una (come accade ormai dal 2002).

Se poi i tempi di recupero non sono accettabili per chi ha subito il danno (imprese e lavoratori) il sistema non regge sia da un punto di vista economico sia sociale e si apre una fase di instabilità di lungo periodo.

I mercati finanziari ripongono grande fiducia nelle Banche Centrali per risolvere le crisi con operazioni basate su iniezioni di liquidità (Quantitative Easing) e per questo motivo si spingono ad eccessi speculativi destabilizzanti, nella convinzione che il rischio di sistema non esiste e la liquidità è la soluzione a tutto.

Ma le cose non sono così semplici come si vuole far credere. Questo modo di pensare e di operare, con il supporto complice dei regulators, fa confondere la differenza che esiste tra liquidità e solvibilità.

La liquidità può essere infinita ma non è detto che chi ne dispone la indirizzi verso coloro che ne hanno bisogno, se costoro non sono in grado di restituirla perché non solvibili. Chi di voi presterebbe soldi a chi è a rischio di fallire?

La solvibilità di un sistema dipende esclusivamente dalla propensione al rischio di chi fornisce credito (Banche, Fondi d’Investimento e investitori) e molta della liquidità che circola nel sistema dipende dunque solo dalla propensione al rischio di banche ed investitori e potrebbe dunque non trasformarsi in credito per chi ne ha bisogno.

Non è un caso che tutte le volte che la massa monetaria M2 esplode in concomitanza con le crisi, il credito all’economia si contrae.

La crisi che stiamo subendo avrà un pesante impatto sulla propensione al rischio e quindi sulla circolazione della liquidità immessa nel sistema. Se tutta la liquidità immessa con il QE non si trasforma in credito in tempi brevi, il sistema subirà un credit crunch anche in una fase di espansione dei bilanci delle Banche Centrali.

La crisi non finisce dunque con la fine del lockdown ma inizia quando cominciano a manifestarsi gli eventi di credito (i fallimenti) e quindi comincia adesso. Gli eventi di credito infatti incidono sulla propensione al rischio di chi dovrebbe dare credito al sistema. In media le recessioni negli Stati Uniti durano circa 13 mesi, ma nel 2008 sono stati 18, e potrebbero essere 13/18 mesi lunghissimi per il potenziale squilibrio tra liquidità e solvibilità.

L’economia americana evidenziava a fine 2019 una dimensione di credito speculativo ad alto rischio di insolvenza di 5.200 miliardi di dollari (il 25% del PIL) già solo in caso di normale recessione.

I recenti downgrading subiti da molte società hanno fatto salire tale importo a oltre 6 mila miliardi di dollari (+20% in un solo mese e ora il 30% del PIL). Nel 2008, che tutti ricordano come una crisi poco divertente, tale percentuale era al 12%.

Le Teorie Monetariste, molto in voga nelle Banche Centrali ma poco aggiornate per navigare in una economia dove comandano debito e finanza (Debt Driven Economy), non distinguono tra liquidità e solvibilità, perché danno per scontato che chi ha liquidità non ha una propensione al rischio ed è pronto a prestare soldi al sistema in qualsiasi condizione esso sia.

Credo proprio che ora ci attendano tempi che metteranno in evidenza questa differenza, anche se sono abbastanza certo che, sempre gli economisti della consensus view continueranno a rimanere ancorati alle loro teorie.

In questi ultimi due mesi, solo negli Stati Uniti, sono fallite 1.600 aziende al giorno (!) nonostante la liquidità immessa nel sistema sia al record di sempre (Fonte: USA Census Bureau/ Deutsche Bank Ec. Research).

Il credito al consumo per il consumatore americano si è contratto pesantemente, cioè le Banche sono passate dall’erogare 15/20 miliardi di dollari al mese a togliere 12 miliardi dal settore del credito al consumo (i consumi rappresentano il 75% del Pil Usa a fine 2019).

Nessuno vuole fare più credito ai disoccupati che aumentano in modo esplosivo dato che le banche, che hanno ricevuto la liquidità dalla FED, hanno iniziato a pensare che chi rimane senza lavoro non può pagare le rate e quindi non è più solvibile come prima (ecco un primo esempio della differenza tra liquidità e solvibilità).

A Wall Street potrebbero obiettare che i sussidi alla disoccupazione erogati a pioggia risolveranno il problema, ma credo che chi vive di sussidi non abbia come priorità il rimborso del debito e quindi i default sono destinati a salire inesorabilmente.

A questo punto, data la forte correlazione esistente tra il credito al consumo e i consumi, e tra i consumi e i profitti delle società quotate, è probabile che possa verificarsi una crisi di solvibilità delle aziende indotta da una crisi di liquidità del credito al consumo, come ben evidenziato da Rana Foroohar sul Financial Times del 10 maggio (Gambling on US equities is becoming more difficult).

Non mi ricordo di aver mai assistito a un aumento del credito in una fase di aumento dei fallimenti, sebbene nelle fasi di crisi la liquidità immessa nel sistema dalla banca centrale aumenti, ma ovviamente non si trasformi in credito (punto critico delle Teorie Monetariste che utilizziamo per gestire la nostra economia).

Occorre quindi distinguere tra liquidità, credito e solvibilità perché non sono la stessa cosa, come invece Wall Street vuole far credere ad una massa di investitori accecati dalla semplicità (solo apparente) di come funziona l’economia monetaria.

Un altro plateale esempio della differenza tra liquidità e solvibilità è il fallimento Lehman Brothers, avvenuto nel settembre 2008, con il QE della FED in piena operatività e con la crisi finanziaria in corso già da nove mesi. Con tutta la liquidità che circolava nel sistema, Lehman non avrebbe dovuto fallire... ma anche in questo caso la liquidità non si era trasformata in credito per alcuni e molti intermediari, tra cui Lehman, sono falliti in pieno QE.

Il recente fallimento della Hertz (autonoleggio) è avvenuto in concomitanza con l’acquisto da parte della FED di corporates Bonds che rientravano nel piano Secondary Market Corporate Credit Facilities e ora la FED è creditore nel fallimento Hertz che, appunto grazie a tale piano, non avrebbe dovuto fallire.

Ma allora a cosa servono questi interventi se poi i default avvengono comunque? Servono a mantenere i soldi degli investitori nel sistema, facendo credere che la liquidità e la solvibilità siano la stessa cosa.

Questo meccanismo psicologico induce a non vendere e in questo modo sono gli stessi investitori che, mantenendo la loro liquidità investita, sostengono un sistema che diversamente andrebbe in default in un colpo solo.

In pratica la strategia consiste nel cercare di mantenere il più possibile tutti investiti, perché la vostra liquidità è molto maggiore di quella della FED e in realtà non è la liquidità della FED che sostiene il sistema, ma la vostra.

Gli interventi della FED dal 2008 ad oggi si misurano in 7 mila miliardi di dollari ma lo stock di attività finanziarie in circolazione solo sul mercato Usa è pari a circa 120 mila miliardi (5,5 volte il PIL).

È del tutto evidente che la massa d’urto delle Banche Centrali è minima rispetto alla dimensione del mercato e quindi la liquidità vera che circola nel sistema è prevalentemente fornita sempre dal mercato e quindi da investitori, banche e fondi d’investimento e dalla loro propensione al rischio.

Le politiche delle Banche Centrali dal 2008 in poi hanno trasformato i portfolio manager in meri cacciatori di rendimento, inducendoli a trasformare l’attività di investimento in una mera selezione di attività finanziarie che producessero alti rendimenti senza rischio apparente, nella convinzione che le Banche Centrali avrebbero prevenuto qualsiasi crisi.

Questo meccanismo ha spostato nettamente al rialzo la propensione al rischio del sistema e ha fatto esplodere il credito speculativo, consentendo l’emissione di circa 19 mila miliardi di dollari di obbligazioni da parte di emittenti che, con i loro ricavi, non riuscivano neppure a pagare gli interessi passivi sul debito emesso neanche in una fase di espansione dell’economia.

Se ora molte di queste emissioni faranno default, non si potrà certo attribuire la colpa a un virus, ma piuttosto a un sistema totalmente fuori controllo. A questo punto la Banca Centrale Usa si è trasformata da prestatore di ultima istanza a compratore di ultima istanza, per indurre appunto il sistema a non vendere e rimanere investito: ma ciò non impedisce comunque i fallimenti.

In un sistema dove tutti hanno comprato, nessuno poteva infatti vendere e la FED si è vista costretta ad entrare in un mercato finanziario che funziona solo quando sale, mentre quando scende salta per aria.

Così ecco le Banche Centrali acquistare Corporate Bonds, High Yields e via dicendo, per salvare un sistema che esse stesse hanno costruito sulla base di politiche monetarie che, ormai, non conoscono un limite. Ma la parte più rilevante degli interventi, come sempre, è fatta per Wall Street e non per Main Street, che con questa crisi evidenzia già ora 36 milioni di disoccupati che avranno aiuti certamente meno importanti di quelli erogati ad un sistema finanziario sciagurato.

Sebbene gli operatori dei mercati finanziari siano contenti e felici di essere salvati e il sistema stesso, nel breve periodo, sembri beneficiarne, si trascura l’impatto di lungo termine di questo modo gestire l’economia e la finanza.

Sapete perché c’è in circolazione una massa di credito a rischio di default come mai prima nella storia? Perché il collocamento di Leverage Loans, MBS, ABS, CMBS, CLO e High Yield di tutti i tipi produce enormi profitti per Wall Street che accumula commissioni fino al 4%-5% (società di rating incluse) per organizzare, cartolarizzare, collocare e poi gestire questi strumenti che vengono distribuiti ad investitori alla ricerca di rendimenti.

Il rendimento per l’investitore finale è nettamente ridimensionato dalle ricche commissioni degli intermediari che diffondono poi il rischio nel sistema attraverso una intensa attività di distribuzione e commercializzazione del rischio, senza alcuna vigilanza reale su dove questi rischi vanno a finire.

La socializzazione del capitale di rischio, ovvero soldi facili per fare finanza speculativa ma non per fare investimenti, e la compressione della sua remunerazione, che ne è una conseguenza, hanno compromesso la redditività di un capitale che chiede sempre di essere salvato dai rischi che si prende, mentre gli imprenditori dell’economia reale molto spesso non godono dello stesso privilegio.

Se poi si viene costretti a operare su mercati che funzionano solo sul buy side (quando salgono) e non funzionano più sul sell side (quando scendono), vuol dire che ci stiamo addentrando sul terreno del sequestro velato del capitale.

In sostanza, puoi solo comprare ma non potrai mai vendere, perché quando vorrai vendere, lo potrai fare solo con perdite inaccettabili. Ecco quindi che, i capitali investiti attualmente in perdita, rimangono congelati in attesa di tempi migliori, con ovvie conseguenze per la remunerazione nel lungo termine del capitale investito.

Oggi il trading on line da parte di investitori al dettaglio è il più importante competitor della PlayStation. Infatti, i broker americani non fanno più pagare neppure le commissioni di intermediazione perché i profitti maggiori vengono fatti finanziando i clienti per fare leva 2, 3 o 5 volte sul capitale investito (se ti indebiti giochi gratis).

Un recente sondaggio fatto negli Stati Uniti evidenzia che i recenti sussidi erogati ai privati cittadini dal governo USA sono stati utilizzati, dai percettori compresi tra le fasce di reddito di 35 mila-100 mila dollari, per i seguenti scopi: 1) accumulare risparmio;
2) utilizzo per spese correnti;
3) trading on line;
(Fonte: Yodlee Data Analytics).

Se qualcuno vuole cercare dei paragoni con il 1929, ha ampio materiale a disposizione.

Il risultato fallimentare di questo modello economico e finanziario è evidente e i recenti interventi delle Banche Centrali stanno dimostrando che la socializzazione della finanza come strumento per produrre ricchezza non funziona.

La finanza populista di Donald Trump, che utilizza l’andamento dell’indice di borsa per scopi elettorali, non ha prodotto benessere per gli Stati Uniti e solo politiche economiche che rimetteranno al primo posto il reddito da lavoro produrranno la svolta.

L’aumento dei redditi è indispensabile per sostenere un debito non più sostenibile con l’emissione di altro debito, una sorta di schema Ponzi come nel 2008, quando il sistema è ripartito con lo stesso modello fallimentare che ne aveva procurato il collasso, per poi produrne un altro.

La crisi indotta dal Coronavirus apre una epocale fase di trasformazione dell’economia che produrrà alta instabilità fino a quando non si troverà un modello migliore per gestire la crescita.

A questo punto si dovrebbe prendere semplicemente atto che l’esasperazione del modello basato sui profitti generati da un eccesso di leva finanziaria e da una finanza fuori controllo ha fallito e ha prodotto il risultato opposto: la nazionalizzazione del sistema causata da eccessi di speculazione finanziaria, esattamente quello che è accaduto dopo la crisi del 1929.

Credo che una grande fonte di ispirazione per gestire questa crisi si potrebbe trovare nella rivisitazione delle politiche del New Deal, dando ormai per scontato che la presenza dello Stato nell’economia è inevitabilmente destinata a crescere, la tassazione salirà ovunque e la globalizzazione è ormai sotto attacco da tempo.

Anche le tendenze geopolitiche sembrano accentuare questi fenomeni perché la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti è in realtà uno scontro geopolitico destinato a proseguire e ad accentuarsi, creando ulteriori problemi all’economia mondiale.

L’ultimo baluardo di difesa di questo modello economico fallimentare rimane la forza del dollaro, proprio quando invece il mondo avrebbe bisogno di un dollaro debole, perché è la principale divisa di finanziamento a livello globale. Se il dollaro scende, il costo del debito per chi si è indebitato in dollari scende.

Ma mentre prima della crisi Trump invocava un dollaro debole, ora si accorge che la forza della moneta garantisce un flusso di capitali vitale per il colossale debito americano (pubblico e privato), finanziato in modo pronunciato dal risparmio estero.

Europa, Giappone e Cina riversano fiumi di denaro sugli asset americani per sostenere un modello finanziario ormai in crisi. Proprio la forza del dollaro nasconde la fragilità del sistema: senza i capitali esteri l’America sarebbe praticamente in default, avendo un debito estero pari al 45% del PIL.

Per ridurre questa dipendenza dai capitali esteri, gli americani dovrebbero aumentare il risparmio interno e ridurre il debito, accettando un lungo periodo di aggiustamento degli squilibri cumulati in questi ultimi dieci anni e una bassa crescita economica. Poiché questa scelta è, al momento, inaccettabile, ecco la FED intervenire per puntellare il sistema e sperare che tutto torni come prima.

Purtroppo, i tempi per riparare il sistema non ci sono e già oggi i futures sui FED Funds a scadenza a dicembre 2020 e marzo 2021 prezzano tassi negativi sulla divisa di riserva mondiale, nonostante la FED continui ad affermare che per il dollaro i tassi negativi non possono esistere.

Probabilmente una parte del mercato è riuscita a sfuggire alla sovietizzazione e preannuncia l’arrivo del cedimento dell’ultimo tassello che produrrà una totale ristrutturazione del sistema economico e finanziario mondiale.

La cosiddetta fase 2, il dopo lockdown, per l’economia internazionale non è neppure cominciata e la parte più facile per gestire la crisi (ovvero stampare moneta) è già finita. Mentre i mercati finanziari hanno già scontato una rapida e facile ripresa, emerge in modo sempre più evidente che la ripresa sarà lenta e deludente. Sperare che questa volta tutto sarà risolto stampando moneta è pura arroganza finanziaria. Difendere a oltranza un modello di crescita che non produce più ricchezza (se non per pochi) ma solo debiti (per molti) sarà probabilmente l’errore fatale.

Fonte

27/10/2014

Il "miracolo tedesco" e l'ombra della truffa

Per capire il mondo bisogna studiarlo. Sempre. E non si finisce mai. È il pensiero che sorge leggendo i giornali padronali all'indomani della pubblicazione degli stress test sulle principali banche dell'eurozona, conclusosi con la “bocciatura” di 25 banche, di cui quattro italiane e una sola – piccolissima peraltro – tedesca.

Tutto logico, verrebbe da dire. La Germania è il paese che sta meglio, anche se non ce la fa a fare la “locomotiva” d'Europa e anzi sembra diventata da qualche tempo piuttosto un'idrovora (sia sul piano industriale sia su quello finanziario).

Ci vuole la lettura del più padronale di tutti i giornali – IlSole24Ore, organo di Confindustria – per sapere qualcosa di meno scontato. Non è paradossale: i padroni sono tutti capitalisti, ma ognuno lo è per conto suo. E quando c'è qualcun altro che fa un po' troppo il furbo sanno benissimo cosa contestargli.

La “salute di bilancio” delle banche tedesche dipende infatti dai criteri usati per condurre gli stress test. La Bce ha valutato infatti molto più rischiose le attività “normali” di una banca, come il concedere prestiti a imprese e famiglie, che non le attività altamente speculative (investimenti finanziari in prodotti “derivati”, spazzatura di ogni genere, ecc). Il che non sembra molto intelligente, visto che l'attuale crisi – entrata nell'ottavo anno consecutivo – è esplosa proprio “grazie” alle attività finanziarie speculative.

Ma così è. In tempi di crisi i prestiti sono considerati rischiosi (e infatti tutte le imprese si lamentano del credit crunch, ovvero delle banche che hanno serrato i cordoni della borsa), mentre un titolo dal valore incerto no. È vero, sembrano dire quelli della Bce, certi titoli oggi valgono praticamente zero, oppure hanno un prezzo di mercato soltanto perché la Federal Reserve statunitense o la Bce (che ha appena lanciato un piano del genere) li acquistano; ma un domani possono sempre risalire, quindi il rischio oggi non c'è, e non ci sarà fin quando quel titolo non andrà a scadenza, ossia dovrà essere rimborsato.

Per questa ragione, ad esempio, Deutsche Bank – la più grande banca del continente – ha passato alla grande gli stress test grazie a un bilancio complessivo di 1.580 miliardi, di cui solo 353 dedicati ai prestiti ordinari. Per stare dentro i “requisiti di capitale” richiesti (l'8% delle “attività rischiose”) bastavano dunque una trentina di miliardi posti a riserva. Deutsche Bank ne ha 47, quindi promozione a pieni voti. E quei 1.227 miliardi investiti in pezzi di carta che girano per il pianeta senza alcuna garanzia che forniscano un rientro? No, quella è tutta “roba buona”, almeno finché viene considerata tale...

L'altro dettaglio interessante è che le stesse banche tedesche sono considerate causa di buona parte dei disastri della zona euro dal 2009 in poi. Per esempio, i loro “prestiti sconsiderati” alla Grecia ed altri paesi mediterranei hanno gonfiato una bolla che quando poi è esplosa ha rischiato di travolgere la stessa moneta comune, oltre che i paesi indebitati. Le stesse banche sono state salvate grazie a robuste iniezioni di liquidità da parte della Bundesbank (sì, proprio quella che predica l'austerità per gli altri...) e al saccheggio dei paesi indebitati (Grecia docet). Ma sono tedesche, “sane” per definizione; a dimostrazione che l'Unione Europea non è il tempio delle buone regole da rispettare, ma un teatro di battaglia in cui muscolatura e armamento la fanno da padrone.

Infine il “dubbio sistemico”. Le Landesbanken (banche regionali, una sorta di “credito cooperativo” in salsa teutonica) sono rimaste fuori dai test, e la Germania si è opposta per anni a che venissero poste anche loro sotto la vigilanza della Bce. Il perché è abbastanza chiaro: piccole e medie imprese tedesche si riforniscono presso questo tipo di istituti, non certo presso i colossi come Deutsche o Commerz. E in tempi di crisi – anche Berlino vede ormai la recessione alle porte – sono proprio le “banchette regionali” ad avere una massa di crediti “rischiosi” nel senso attribuitogli dalla Bce.

In economia, diceva l'ultraliberista Ludwig von Mise, “non ci sono pasti gratis”. E neanche miracoli. Ma calcoli truffaldini sì. Quanti ne volete, se a pagare è qualcun altro.

Gli articoli dal Sole24Ore di oggi.

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Il paradosso delle banche tedesche: hanno più derivati che crediti ma vengono promosse

di Fabio Pavesi

Tutte promosse, solo la piccola o meglio minuscola quanto a dimensioni, Munchener Hypothekenbank non ha passato gli esami della Bce. Le banche tedesche escono a pieni voti dal test della verità. Tutte anche quelle Landesbank, le banche regionali, su cui molti analisti nelle simulazioni condotte prima della prova da sforzo erano dubbiosi sulla reale solidità finanziaria.

È questa la vera sorpresa uscita dalle urne della prova cui Francoforte ha sottoposto il sistema bancario europeo. Del resto era ovvio che la Germania, nonostante la recente frenata inaspettata della sua economia, era il Paese che aveva meno da temere dagli esami europei. Le banche sono pro-cicliche alla congiuntura economica: se l'economia gira, le banche continuano a prestare denaro con poco rischio, dato che le sofferenze sono ridotte al minimo. Al contrario economie in stagnazione, vedono le banche ridurre i prestiti e dover fronteggiare le perdite sui crediti che si deteriorano.

Ma c'è un ma in tutto ciò. Le banche tedesche non solo godono di un'economia tra le più salde, ma sono di fatto le meno esposte. È infatti il credito l'attività considerata più a rischio per una banca. Le attività finanziarie, comprare e vendere azioni, bond e commodity sono considerate meno pericolose, tanto più se gli asset finanziari, come è accaduto in questi ultimi anni salgono a dismisura. Quel capitale, calcolato dalle autorità per stabilire la solidità patrimoniale, non è parametrato all'intero bilancio ma alle sole attività a rischio, i cosiddetti Rwa.

E qui il sistema tedesco ha tutti i vantaggi dalla sua parte. Gli Rwa, le attività ponderate per il rischio, sono infatti relativamente più basse delle altre banche commerciali, in particolare quelle del Sud Europa. Le banche germaniche cioè fanno, in proporzione, meno credito e più trading finanziario.

Basti vedere i bilanci della Deutsche Bank, la più grande banca dell'eurozona e il colosso tedesco per eccellenza. Il suo bilancio complessivo è di 1.580 miliardi di euro. Ma quello considerato a rischio (Rwa) e che determina il rapporto con il capitale necessario è di soli 353 miliardi. Poco più del 20% dell'intero bilancio vale per la determinazione del capitale necessario a rendere solida la banca. Tanto per fare un confronto, la Deutsche è grande oltre due volte banche come Intesa e UniCredit, ma ha attività a rischio che sono meno delle italiane.

Basta quindi avere come nel caso di Deutsche solo 47 miliardi di capitale per superare i requisiti di forza patrimoniale. Con un rapporto tra capitale e attivo totale di solo il 3% Deutsche appare una banca più che solida. Ma solo perché oltre 1.200 miliardi di attività di bilancio sono di fatto escluse dal computo per determinare quanto capitale occorre per superare i test della Bce. Il quadro di Deutsche Bank è esemplificativo dell'intero sistema bancario tedesco.

L'altro big la Commerzbank, ha attivo a rischio per poco più di 200 miliardi, ma ha un bilancio doppio pari a 561 miliardi. E anche qui con solo 20 miliardi di capitale, la seconda banca tedesca appare più solida di banche del Sud Europa. Come se azioni, bond, derivati siano esenti dal rischio di perdite e quindi di erosione di capitale.
Una delle Landesbank considerate più in bilico dagli analisti prima degli stress test, la Hsh Nordbank ha capitale per soli 3,8 miliardi che bastano a farle superare il test, perché parametrati su un attivo a rischio (Rwa) di 38 miliardi. Peccato che l'intero bilancio della banca sia di ben 110 miliardi.

Di fatto ciò che rende più solide le banche germaniche è la loro bassa esposizione al credito, non certo l'abbondanza di capitale che anzi è tenuto ai livelli minimi indispensabili. Quel che lascia perplessi è che le attività di trading finanziario siano di fatto considerate meno pericolose. Finché i mercati salgono nessun problema per i bilanci di banche come le tedesche imbottite di Bund, azioni, titoli strutturati.

Ma i mercati non possono salire sempre. Siamo poi così sicuri che banche più propense alla speculazione finanziaria che al credito all'economia reale non siano anch'esse una minaccia sistemica?

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Ma a Berlino resta l'ombra sul mondo delle casse
di Carlo Bastasin

Dopo sei anni di condizioni finanziarie incomparabilmente migliori di quelle degli altri Paesi europei, le maggiori banche tedesche sono emerse vincitrici dal giudizio della Banca centrale europea. Per la Germania lo scenario “avverso”, in base al quale sono state condotte le simulazioni di stress, prevedeva una contrazione cumulata del Pil del 7,6% in tre anni, con tassi d'interesse in aumento e calo dei prezzi dei titoli sovrani. La relativa sicurezza offerta dai titoli tedeschi in condizione di stress europeo, priva di paralleli in ogni altro Paese dell'euro area, ha ancorato la solidità dei bilanci delle maggiori banche tedesche. Le autorità di Berlino hanno espresso soddisfazione, osservando che nel solo 2014 le banche si erano ricapitalizzate per 14,4 miliardi in vista dello stress test. Solo una banca bavarese di piccole dimensioni ha fallito il test.

La stabilità dei titoli pubblici e la salute del sistema imprenditoriale nel periodo 2010-2013 ha permesso alle maggiori banche tedesche di procedere a operazioni di ricapitalizzazione e quindi di superare una crisi in cui erano entrate nel 2007 in condizioni patrimoniali molto precarie e con pessime gestioni aziendali. Sul sistema bancario tedesco grava l'accusa di aver provocato la crisi dell'euro attraverso investimenti spericolati fino al 2009, intesi a ricostituire una redditività ordinaria inesistente. Oggi, gli analisti finanziari tedeschi sono invece preoccupati per le migliaia di istituti minori esclusi dagli stress test della Bce o dell'Eba e che vivono di tradizionale credito al Mittelstand, le medie imprese tedesche che in questo periodo sono preoccupate per la situazione economica. Secondo un sondaggio diffuso ieri dall'associazione imprenditoriale DIHT, un'impresa su due vede seri rischi per le proprie esportazioni. Calano di conseguenza le imprese tedesche che programmano nuovi investimenti e che chiedono credito alle banche. Sulle migliaia di banche locali di piccole dimensioni si fa sentire il recente peggioramento delle condizioni dell'economia che sta erodendo la modesta redditività degli istituti. Sia la Bce, sia la Bundesbank, dietro le felicitazioni ufficiali, hanno infatti suggerito cautela.

Anche dai dati diffusi ieri dalla European Banking Authority emergono infatti le difficoltà, anche tra le banche maggiori, di quelle più impegnate nel credito alle piccole e medie imprese. Le banche cooperative, la Dz-bank, la Wgz e la HSH Nordbank avrebbero mancato i test se fossero stati applicati i criteri di Basilea III nel metodo “fully loaded”. Se infatti viene tenuta in maggiore considerazione la rischiosità dell'attività tradizionale del credito alle piccole e medie imprese, il capitale delle banche cooperative e delle Sparkassen si dimostra insufficiente. Le Sparkassen, che il governo è riuscito a tenere in larga parte al riparo degli esami della Bce, e altre banche pubbliche protestano osservando che il credito al Mittelstand non è mai stato fonte di problemi sistemici per il credito europeo. Le vicende del 2007 e 2008 raccontano una storia diversa. Nei test della Bce, inoltre le autorità di vigilanza e le associazioni bancarie erano riuscite a far classificare come poco rischiosi i crediti alle attività di shipping e immobiliari che stanno invece creando seri problemi ad alcune Landesbanken. Secondo gli analisti la modifica dei criteri di contabilità ha permesso alla HSH di superare i test, ma in generale uno dei successi del test della Bce è stato certamente quello di costringere molte banche tedesche a essere più trasparenti rispetto al passato. La stessa Bundesbank tuttavia ha osservato ieri che la solidità patrimoniale non è sinonimo di buona gestione.

La redditività delle banche tedesche resta infatti tra le più basse d'Europa. Quelle con maggiore redditività sono le banche private più attive nell'attività di trading i cui requisiti patrimoniali sono ponderati sul rischio. Deutsche Bank ha potuto così passare il test con un coefficiente dell'8,8% in base al bilancio 2013. Ma la relativa solidità degli istituti sembra comunque assicurata dalla speciale condizione di grazia del sistema finanziario tedesco, che in qualità di rifugio sicuro europeo ha beneficiato finora sia nelle condizioni di benessere sia in quelle di malessere europeo.

Fonte

26/10/2014

La crisi delle imprese? Colpa delle banche...

E' una contraddizione interna al capitale, lo sappiamo. Ma è lo stesso interessante. Mentre il governo prova ancora a raccontare la favola per cui è colpa dell'art. 18 e dei (residui) diritti dei lavoratori se l'economia è ferma, gli investimenti non partono, le imprese faticano, ecc... ecco che gli imprenditori veri - quelli piccoli e piccolissimi, artigiani compresi - dicono che invece è anche colpa delle banche. E non poco. 89 miliardi di prestiti in meno, in pochissimi anni, signifca aver strozzato sul letto d'ospedale decine di migliaia di imprese, con un proporzionale numero di dipendenti spediti per strada.
A meno di non voler accusare anche questi di essere "comunisti nostalgici", ecco i dati forniti dalla Cgia di Mestre (Cgia: confederazione degli artigiani, non Cgil, Usb o Cobas!). 

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Credit crunch: dal 2011 i prestiti bancari alle imprese sono diminuiti di 89 miliardi di euro.


Dall’agosto del 2011 allo stesso mese di quest’anno, i prestiti bancari alle imprese italiane sono diminuiti di 89 miliardi di euro (- 8,9 per cento).

Nella storia recente del nostro Paese – fa sapere Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA non si era mai verificata una contrazione del credito alle imprese così vigorosa. E dopo i risultati emersi dallo stress test voluto dalla Bce, la situazione potrebbe addirittura peggiorare”.

Infatti, delle 25 “bocciature” certificate dalla Banca centrale europea, ben nove riguardano altrettanti istituti di credito italiani. Nessun altro Paese in Ue ha registrato uno score peggiore del nostro. Se sette banche si sono già ricapitalizzate in questi ultimi mesi, altre due, come Mps e Carige, dovranno farlo nei prossimi mesi.

E’ evidente – prosegue Bortolussi – che a pagare il conto sono state e saranno soprattutto le imprese. Come è già successo in questi ultimi anni, l’aumento della patrimonializzazione degli istituti di credito ha comportato  una forte riduzione degli affidamenti a danno soprattutto delle piccole e piccolissime imprese che, da sempre, sono sottocapitalizzate e a corto di liquidità. Con il pericolo che molte attività scivolino verso la rete tesa dagli usurai”.
Anche se negli ultimi anni il numero delle denunce effettuate alle Forze di polizia e all’Autorità giudiziaria rimane ancora molto contenuto e non presenta variazioni di rilievo, esiste il ragionevole sospetto che la forte contrazione dei prestiti registrata in questi ultimi anni nei confronti delle famiglie e soprattutto delle imprese abbia incentivato molti di questi soggetti a ricorrere a forme illegali di approvvigionamento del credito. 

Ritornando ai dati, la CGIA fa notare che oltre alla forte riduzione dei credito in questi ultimi anni abbiamo assistito anche ad una corrispondente impennata delle sofferenze in capo alle imprese. Dal 2011 al 2014 sono cresciute di 63,1 miliardi di euro (+ 83,6 per cento). Ad agosto di quest’anno le sofferenze ammontavano a 138,6 miliardi di euro. 
La responsabilità della stretta creditizia che stiamo vivendo in questo momento – conclude Bortolussi – non è ovviamente da addebitare solo alle banche. Purtroppo, molte imprese sfiancate dalla crisi e sempre più in difficoltà non sono riuscite a restituire i prestiti bancari ricevuti e ciò ha bloccato il mercato del credito. Un problema che il Governo deve assolutamente affrontare, aprendo un tavolo di confronto tra l’Associazione bancaria e i rappresentanti delle categorie produttive”.

I prestiti alle imprese (*) e le relative sofferenze


Valori in milioni di euro; var. in milioni di euro e in % 
Dati a fine agosto
di ogni anno
PRESTITI
A IMPRESE
SOFFERENZE IN CAPO A IMPRESE
INCIDENZA SOFFERENZE IN CAPO A IMPRESE
(in % su prestiti)
2011
1.001.593,5
75.522,0
7,5%
2012
974.307,1
87.918,4
9,0%
2013
925.746,2
109.565,5
11,8%
2014
912.579,3
138.641,8
15,2%




Var. ass.
(2014-2011) in mln €
-89.014,2
+63.119,8

Var. % 2014/2011
-8,9%
+83,6%
+7,7%

Elaborazione Ufficio Studi CGIA su dati Banca d’Italia
(*) Società non finanziarie e famiglie produttrici.

Fonte

30/11/2011

Credit Crunch

C'è un mostro che si aggira per le banche. Ha chele potentissime in gradi di stritolare qualunque società. Crunch, crunch. Assorbe denaro come un magnete e non lo restituisce se non a carissimo prezzo. E' il Credit Crunch. Una parola che diventerà familiare come lo spread. Credit Crunch significa che non si fa credito a nessuno, che la liquidità in circolazione sta diventando come l'acqua nel deserto. Il fido bancario che copriva i costi di gestione delle aziende in attesa dei pagamenti da parte dei clienti è diventato un miraggio. L'azienda deve anticipare gli stipendi, l'Iva, le tasse sul presunto reddito del prossimo anno e ogni forma di commodity. Finché i soci o gli azionisti riescono a mettere mano al portafoglio regge, poi schianta.
Le banche hanno spesso più debiti che soldi e i debiti non si possono prestare. Si possono però mettere sul mercato sotto forma di bond. Il gioco funziona sino a quando i bond bancari venduti e rimborsati si equivalgono. Poi può saltare il banco. Le banche europee hanno venduto 413 miliardi di dollari di bond nel 2011. Hanno dovuto rimborsare 654 miliardi in scadenza. E' rimasto un cratere di 241 miliardi di dollari di mancanza di disponibilità (*). Le banche non sono più in grado di comprare titoli pubblici per salvare gli Stati e non riescono neppure a vendere i loro titoli.
Falliranno prima gli Stati o le banche? O entrambi? Nel frattempo muoiono le aziende a decine di migliaia per mancanza di ossigeno. Il debito aziendale è una catena di Sant'Antonio. La prima azienda della catena che va in asfissia finanziaria strangola la seconda che a sua volta strangola la terza e così via. Lo Stato chiede anticipi, le banche negano prestiti o li concedono a tassi usurai o ipotecando la azienda. Ma se muoiono le aziende chi pagherà i costi enormi della macchina dello Stato e gli stipendi dei bancari? Il debito non si mangia.
Negli scorsi anni sono stati concessi mutui a tasso variabile per le abitazioni anche al 90% del capitale. Moltissime famiglie che li hanno contratti non sono più in grado di pagarli. Le case vanno all'asta o alle banche. Chi abiterà queste case? Un'obbligazione bancaria, un titolo azionario? E gli sfrattati che hanno perso, oltre all'appartamento, la quota di capitale versata che fine faranno? Al Credit Crunch non si può reagire con la Taxation Crunch come si appresta a fare il Governo. Ogni organismo ha il suo punto di collasso e l'Itala ha già una forte tachicardia. E' necessaria una moratoria per i mutui delle prime case, l'abolizione immediata dell'anticipo dell'Iva e della tassazione sul reddito presunto delle aziende sull'anno successivo. L'Italia ha bisogno di respirare. Loro non molleranno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.
(*) fonte Dealogic/Ft

Fonte.