Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/11/2014
Draghi solleva le borse, non l'economia
Mario Draghi muove i mercati, si sa. E anche ieri la sua audizione davanti alla commissione affari economici del Parlamento europeo ha avuto l'effetto di galvanizzare borse che erano partite depresse dalla caduta del Pil giapponese, dai prezzi in discesa libera del petrolio (sembra una buona notizia, ma è un segnale di debolezza economica globale), dallo scetticismo generale sulla “ripresa”, sempre annunciata sempre rinviata.
La sua frase chiave è stata quella più attesa: la Bce «è unanime nel sostenere possibili misure addizionali non convenzionali» che potranno «cambiare ulteriormente la quantità e la composizione dei conti del sistema dell'euro», e persino «potrebbero includere l'acquisto di bond sovrani».
Insomma: se sarà necessario, la Bce comprerà titoli di stato emessi dai paesi che hanno difficoltà a raccogliere denaro sui mercati. È un passo avanti deciso verso quella “mutualizzazione del debito sovrano europeo” che la Germania (e qualche paesetto minore, ma molto ben messo) teme come la peste. Poco prima, sapendo quel che avrebbe detto Draghi, il lussemburghese Yves Mersch, membro del Comitato esecutivo della Bce, aveva meso mani e piedi avanti: «È da meno di un mese che abbiamo cominciato a comprare covered bond. Con gli asset-backed-securities, stiamo iniziando proprio adesso. È essenziale aspettare per vedere come si sviluppano questi programmi» prima di fare altre mosse. Insomma: avanti frenando...
La cose più interessante, però, è quella che meno ha raccolto l'attenzione dei mercati ed anche dei giornalisti economici: la Bce spiega di aver fatto già molto e i frutti si stanno vedendo: "ci sono i primi segnali che il nostro pacchetto di misure per aiutare il credito sta dando risultati tangibili, ma ci serve più tempo per vederli materializzare pienamente". E' evidente infatti che "siamo ancora in una situazione dove la nostra politica monetaria accomodante non raggiunge in modo sufficiente" l'economia reale.
I soldi liquidi in giro ci sono, ma non vengono investiti in attività produttive.
Perché? Questo non viene spiegato da nessuno, neanche da Draghi. Vediamo un po' come funziona. Le principali banche centrali del pianeta (Federal Reserve, Banca d'Inghilterra, Boj giapponese, Bce, la banca centrale cinese) da anni stanno inondando i mercati di liquidità. Che significa? Che prestano soldi alle banche, a interessi zero. Ovvero regalano soldi, perché il tasso di inflazione, per quanto basso, è ovunque al di sopra dei tassi di interesse praticati dalle banche centrali.
Cosa fanno le banche con quei soldi? Se li tengono in cassa, per consolidare bilanci disastrati dalla crisi finanziaria post-subprime e Lehmann Brothers; oppure li investono in attività di borsa (e questo le fa "correre", anche se l'economia va male); oppure ancora per alimentare il proprio sistema di shadow banking (il mercato dei “prodotti derivati”, fuori di ogni controllo sia pubblico sia privato; il regno della truffa). Insomma: tutto meno che prestarli a famiglie e imprese.
Le stesse istituzioni europee, d'altro canto, stanno favorendo questa soluzione. Gli stress test sulle banche imposti dall'Eba (autority che controlla lo stato di salute degli istituti finanziari) sono stati condotti sulla base di criteri quantomeno opposti ai risultati sperati: hanno infatti “punito” con voti negativi le banche che avevano prestato di più a famiglie e imprese, considerando queste attività come “molto rischiose”; ed hanno al contrario premiato le banche private più speculative, considerando gli investimenti finanziari su titoli anche improbabili (“spazzatura”) come attività “sicure”. Un chiaro incitamento a non far circolare soldi nell'economia reale.
Tra tutte le economie continentali, quella più dipendente dai prestiti bancari è proprio quella italiana. Una poderosa analisi condotta ieri da Marco Panara su Repubblica spiega come questa dipendenza sia ormai un cappio al collo delle imprese nazionali, in genere troppo piccole per potersi permettere di raccogliere denaro sui mercati collocando titoli corporate.
Ma il gioco non ha molte variabili: la raccolta di capitale o avviene tramite prestiti bancari, o tramite emissione di titoli, o con pratiche ai limiti della legalità (appalti e subappalti pubblici, da gonfiare strada facendo). Se queste strade sono precluse, un sistema produttivo con le caratteristiche di quello italiano è fottuto, qualsiasi cosa faccia. Neanche comprimendo il costo e i diritti del lavoro al di sotto dei livelli dei diretti concorrenti, infatti, si può migliorare la “competitività” delle proprie merci; la quale dipende dagli investimenti fissi, in tecnologia, non dal costo del lavoro. Insomma, anche il jobs act è una misura per venire incontro alle esigenze di cadaveri che camminano, d'imprenditori incapaci o dalla visione “familistica”.
Naturalmente Draghi non può dire queste cose. Quindi anche lui recita come un disco rotto la litania delle “riforme strutturali”, che vanno ancora a “ritmo troppo lento”, anche se i paesi che sono andati più avanti su questa strada – come la Grecia – sono ancora al punto di partenza, tanto da rischiare altri default a breve termine. E fa quasi ridere dire che un paese “è tornato a crescere” (dell'1%), dopo aver lasciato sul campo – grazie alla “cura” della Troika – oltre il 25% del proprio potenziale produttivo.
«Lo slancio di crescita della zona euro si è indebolito durante l'estate, le recenti stime sono state riviste al ribasso, e la ripresa è messa a rischio da disoccupazione alta, capacità produttiva inutilizzata e necessari aggiustamenti di bilancio», ha detto Draghi. Ed anche i «rischi geopolitici minano la fiducia».
Fine delle soluzioni. La politica monetaria, da sola, non risolve nulla. E per gli investimenti bisognerà chiedere permesso...
Fonte
03/11/2014
Italia "tossica", può fa cadere l'Unione Europea
Oggi la Bce ha reso noto di aver effettuato un secondo acquisto di “covered bond” per quasi 5 miliardi di euro. La prima volta, qualche settimana fa, erano stati meno di due. Si conferma dunque che Francoforte ha intenzione di proseguire nell'annunciata strategia di ”immissione di liquidità” (quantitative easing) per ottenere diversi risultati convergenti: un calo del valore dell'euro nei confronti del dollaro (e dello yen, oltre che dello yuan cinese), un aumento controllato dell'inflazione per evitare i rischi di blocco totale della produzione nell'eurozona, e soprattutto un consolidamento dei bilanci delle principali banche europee, spesso “appesantite” da una massa di “prodotti derivati” incautamente emessi o acquistati, il cui valore di mercato sarebbe oggi alquanto triste.
Può funzionare questa strategia per “rilanciare la crescita” dell'eurozona? I dubbi sono molti. Ma un articolo del Wall Street Journal li precisa in modo quasi clinico: "L'Italia tossica è il test cruciale del Qe". Il titolo è anche cinico e depistante, in quanto è ormai noto che gli stress test della Bce sono andati male per alcune banche italiane “grazie” ai criteri decisamente sorprendenti usati. In pratica, sono stati considerati “più rischiosi” i prestiti concessi a famiglie e imprese rispetto agli “investimenti finanziari” fatti in fondi speculativi o titolo spazzatura. Con criteri opposti ci sarebbe stato invece un tracollo delle più grandi banche tedesche (e francesi), o un ancor più preoccupante mal comune nessun gaudio.
Comunque sia, ormai è fatta. L'Italia è sotto attacco dei capitali multinazionali, che hanno messo in moto grandi ondate migratorie verso altri lidi in attesa che i titoli (e i prezzi dei numerosi asset ancora appetibili) calino abbastanza da permettere pasti pantagruelici a prezzi stracciati.
Il Wsj individua altre debolezze “strutturali” italiche,che non potranno permettere un uso efficace della liquidità supplementare emessa dalla Bce. In primo luogo – udite! udite! – la dimensione “medio-piccola” delle imprese nazionali, “a controllo familiare” (alla faccia del merito, dunque), per di più oberate di indebitamento sia a breve sia a lungo termine.
Un paese che attraversa una fase ”velenosa”, con ”una debole crescita e un alto debito, pari al 135% del Pil”; che “negli anni prima della crisi è cresciuta ad una media di meno dell’1% l’anno“ e sta entrando nella “terza recessione in sei anni”. E che, infine, vede le “condizioni del credito che continuano a peggiorare”. Questa struttura imprenditoriale è una palla al piede di ogni velleità di “crescita”. Naturalmente Renzi è proprio a questo tipo di struttura, come oggi a Brescia, che affida invece il compito di “ripartire di slancio”, concedendo la distruzione della forza contrattuale della forza-lavoro e l'”illegittimità” della stessa rappresentanza sindacale. Un vero genio dell'economia globale...
Il Wsj è implacabile, nella sua diagnosi: “se il programma di Qe non riuscirà a salvare l’Italia, non potrà salvare l’Eurozona“. Servirebbe “una rivoluzione culturale” nella classe imprenditoriale. Che equivale a sperare che una zappa vinca il Nobel per la matematica...
Per capirci. La prima “riforma strutturale” che secondo il Wsj è indispensabile per l'Italia e quella del... sistema finanziario. L'esempio è quello spagnolo, anche stavolta. Ma non sul fronte delle regole del mercato del lavoro, a quanto pare (anche se, naturalmente, la bibbia del neoliberismo non può certo dispiacersi di vedere il lavoro ridotto a concessione saltuaria). Fin quando le banche italiane avranno ”difficoltà nel far confluire il credito all’economia reale, a prescindere dall’ammontare di liquidità che la Bce metterà a disposizione”, il paese non ha alcuna possibilità di tornare a crescere.
La soluzione suggerita dal Wsj è drastica: liberarsi dei 320 miliardi (lordi) di sofferenze, pari al 16% degli impieghi. Questo richiederebbe e prò un sistema giudiziario civile rapido, efficiente, con norme chiare (oggi il recupero di “debiti ristrutturati” richiede in media sette anni) e molti capitali per finanziare le imprese in gradi di svilupparsi, oltre a comprare le attività di cui le banche devono liberarsi.
Messa così, non c'è soluzione indolore per l'Italia; ovvero per le risorse ancora sotto controllo nazionale e ovviamente per l'universo dei lavoratori dipendenti di ogni ordine e grado, precari o “stabili”, apprendisti o pensionati.
Problema ulteriore, posto dal Wsj: se non c'è soluzione per l'Italia, non c'è soluzione neanche per l'Unione Europea e la sua moneta unica.
Fonte
Può funzionare questa strategia per “rilanciare la crescita” dell'eurozona? I dubbi sono molti. Ma un articolo del Wall Street Journal li precisa in modo quasi clinico: "L'Italia tossica è il test cruciale del Qe". Il titolo è anche cinico e depistante, in quanto è ormai noto che gli stress test della Bce sono andati male per alcune banche italiane “grazie” ai criteri decisamente sorprendenti usati. In pratica, sono stati considerati “più rischiosi” i prestiti concessi a famiglie e imprese rispetto agli “investimenti finanziari” fatti in fondi speculativi o titolo spazzatura. Con criteri opposti ci sarebbe stato invece un tracollo delle più grandi banche tedesche (e francesi), o un ancor più preoccupante mal comune nessun gaudio.
Comunque sia, ormai è fatta. L'Italia è sotto attacco dei capitali multinazionali, che hanno messo in moto grandi ondate migratorie verso altri lidi in attesa che i titoli (e i prezzi dei numerosi asset ancora appetibili) calino abbastanza da permettere pasti pantagruelici a prezzi stracciati.
Il Wsj individua altre debolezze “strutturali” italiche,che non potranno permettere un uso efficace della liquidità supplementare emessa dalla Bce. In primo luogo – udite! udite! – la dimensione “medio-piccola” delle imprese nazionali, “a controllo familiare” (alla faccia del merito, dunque), per di più oberate di indebitamento sia a breve sia a lungo termine.
Un paese che attraversa una fase ”velenosa”, con ”una debole crescita e un alto debito, pari al 135% del Pil”; che “negli anni prima della crisi è cresciuta ad una media di meno dell’1% l’anno“ e sta entrando nella “terza recessione in sei anni”. E che, infine, vede le “condizioni del credito che continuano a peggiorare”. Questa struttura imprenditoriale è una palla al piede di ogni velleità di “crescita”. Naturalmente Renzi è proprio a questo tipo di struttura, come oggi a Brescia, che affida invece il compito di “ripartire di slancio”, concedendo la distruzione della forza contrattuale della forza-lavoro e l'”illegittimità” della stessa rappresentanza sindacale. Un vero genio dell'economia globale...
Il Wsj è implacabile, nella sua diagnosi: “se il programma di Qe non riuscirà a salvare l’Italia, non potrà salvare l’Eurozona“. Servirebbe “una rivoluzione culturale” nella classe imprenditoriale. Che equivale a sperare che una zappa vinca il Nobel per la matematica...
Per capirci. La prima “riforma strutturale” che secondo il Wsj è indispensabile per l'Italia e quella del... sistema finanziario. L'esempio è quello spagnolo, anche stavolta. Ma non sul fronte delle regole del mercato del lavoro, a quanto pare (anche se, naturalmente, la bibbia del neoliberismo non può certo dispiacersi di vedere il lavoro ridotto a concessione saltuaria). Fin quando le banche italiane avranno ”difficoltà nel far confluire il credito all’economia reale, a prescindere dall’ammontare di liquidità che la Bce metterà a disposizione”, il paese non ha alcuna possibilità di tornare a crescere.
La soluzione suggerita dal Wsj è drastica: liberarsi dei 320 miliardi (lordi) di sofferenze, pari al 16% degli impieghi. Questo richiederebbe e prò un sistema giudiziario civile rapido, efficiente, con norme chiare (oggi il recupero di “debiti ristrutturati” richiede in media sette anni) e molti capitali per finanziare le imprese in gradi di svilupparsi, oltre a comprare le attività di cui le banche devono liberarsi.
Messa così, non c'è soluzione indolore per l'Italia; ovvero per le risorse ancora sotto controllo nazionale e ovviamente per l'universo dei lavoratori dipendenti di ogni ordine e grado, precari o “stabili”, apprendisti o pensionati.
Problema ulteriore, posto dal Wsj: se non c'è soluzione per l'Italia, non c'è soluzione neanche per l'Unione Europea e la sua moneta unica.
Fonte
Quale futuro per il Monte dei Paschi? Sarà botto per Livorno?
Ultimamente ci è pure toccato leggere che la drammatica situazione di MPS è colpa degli stress test della Bce. E' un pò come dire che a Livorno ogni volta che c'è un allagamento, cioè spesso, è colpa del fatto che piove un pò più della norma. E non del fatto che la città non è attrezzata di fronte ad eventi climatici anche un pò sopra la norma. Uno stress test, che è una simulazione di scenario su come possa reagire una banca in caso di crisi, che poi non è stato particolarmente severo. Altrimenti molte banche francesi, spagnole e tedesche non l'avrebbero superato a causa della forte esposizione sul mercato dei derivati (solo Deutsche Bank detiene, secondo diverse stime, dal 6-7 al 10 per cento dei titoli tossici del pianeta).
Le banche italiane non hanno superato lo stress test perché il criterio guida per queste simulazioni è stato quello dell'analisi dei crediti in sofferenza. Ovvero quei crediti erogati ad aziende, istituzioni, partecipate in difficoltà. La natura sociale, e clientelare, di una parte importante della policy del Monte dei Paschi ha così fatto vedere la propria crisi. Come quella del credito a un tessuto industriale fatto di piccole e medie imprese che, soffrendo a causa della crisi interna e della globalizzazione dei mercati, non riescono a stare al ritmo del rientro dei debiti contratti. E così, una volta che lo scenario degli stress test è divenuto realtà, il titolo MPS è crollato. Rispetto a performance già pericolose registrate nel passato. Perché le pecche di MPS sono venute alla luce e in modo ufficiale e clamoroso. L'altro motivo di crollo di MPS sta nel fatto che nessuno in Italia, come si vede dal link che riportiamo, vuole accollarsi la banca almeno nell'immediato. E senza compratori nazionali le crisi non rimangono nel cassetto.
Resta da capire quale futuro prospetta a Livorno la crisi MPS. La forte esposizione di SPIL verso MPS fa capire la delicatezza di una situazione dove il debitore rischia di affogare e il creditore, se non rientra del credito in modo significativo pure. Non sarà facilissimo tenere la testa sopra l'acqua, per entrambi. La presenza di due assessori area MPS nella giunta Cosimi, tra cui quello al bilancio, fa capire che con la banca senese Livorno ha lavorato molto. Tra l'altro l'operazione (sofferente) Faldo da parte dei portuali è gestita da Autotrade&Logistics, a maggioranza portuale, che vede proprio MPS come player della ristrutturazione finanziaria.
E che far entrare il comune di Collesalvetti dentro l'Autorità portuale è un'operazione Faldo, ce lo conferma la stessa Autorità portuale.
Solo che, con MPS in questo genere di crisi, Livorno rischia sul serio. Hai voglia di far diventare protagonista Collesalvetti... Non solo su Faldo, ma sul sistema delle partecipate, sulla finanza pubblica e sul residuo di credito alle imprese e ai consumatori.
In tempi non sospetti questa testata ha fatto capire che il sistema del credito livornese era un grosso problema. Ora la crisi MPS rende questo problema nelle giuste dimensioni. E qui va notato un passaggio: non esiste al momento uno studio reale, di scenario, sul peso concreto di MPS nell'economia cittadina. Senza quello difficile, se non impossibile, prendere decisioni sensate. Decenni di politica fatta in discrezione, per non dire in segreto, hanno prodotto la mancanza di strumenti di lavoro che servono per prendere decisioni serie.
Ma se la crisi MPS continua sarà difficile per la politica livornese andare avanti con gli effetti annuncio e con la retorica. Quando gli sportelli e le linee di credito chiudono è il caso per eccellenza in cui le chiacchiere stanno a zero. Speriamo di non arrivarci perché abbiamo come la sensazione che rispetto a una radicalizzazione della crisi del credito, che può essere lunga e seria, Livorno sia più impreparata anche rispetto alle altre crisi che sta cercando di affrontare.
Vedi anche: Lo stress non è finito, i test neppure. Ma le banche italiane stanno male
redazione, 3 novembre 2014
Fonte - http://intermarketandmore.finanza.com/weekly-rewind-quale-futuro-per-il-monte-dei-paschi-di-siena-69533.html
Fonte
Le banche italiane non hanno superato lo stress test perché il criterio guida per queste simulazioni è stato quello dell'analisi dei crediti in sofferenza. Ovvero quei crediti erogati ad aziende, istituzioni, partecipate in difficoltà. La natura sociale, e clientelare, di una parte importante della policy del Monte dei Paschi ha così fatto vedere la propria crisi. Come quella del credito a un tessuto industriale fatto di piccole e medie imprese che, soffrendo a causa della crisi interna e della globalizzazione dei mercati, non riescono a stare al ritmo del rientro dei debiti contratti. E così, una volta che lo scenario degli stress test è divenuto realtà, il titolo MPS è crollato. Rispetto a performance già pericolose registrate nel passato. Perché le pecche di MPS sono venute alla luce e in modo ufficiale e clamoroso. L'altro motivo di crollo di MPS sta nel fatto che nessuno in Italia, come si vede dal link che riportiamo, vuole accollarsi la banca almeno nell'immediato. E senza compratori nazionali le crisi non rimangono nel cassetto.
Resta da capire quale futuro prospetta a Livorno la crisi MPS. La forte esposizione di SPIL verso MPS fa capire la delicatezza di una situazione dove il debitore rischia di affogare e il creditore, se non rientra del credito in modo significativo pure. Non sarà facilissimo tenere la testa sopra l'acqua, per entrambi. La presenza di due assessori area MPS nella giunta Cosimi, tra cui quello al bilancio, fa capire che con la banca senese Livorno ha lavorato molto. Tra l'altro l'operazione (sofferente) Faldo da parte dei portuali è gestita da Autotrade&Logistics, a maggioranza portuale, che vede proprio MPS come player della ristrutturazione finanziaria.
E che far entrare il comune di Collesalvetti dentro l'Autorità portuale è un'operazione Faldo, ce lo conferma la stessa Autorità portuale.
Solo che, con MPS in questo genere di crisi, Livorno rischia sul serio. Hai voglia di far diventare protagonista Collesalvetti... Non solo su Faldo, ma sul sistema delle partecipate, sulla finanza pubblica e sul residuo di credito alle imprese e ai consumatori.
In tempi non sospetti questa testata ha fatto capire che il sistema del credito livornese era un grosso problema. Ora la crisi MPS rende questo problema nelle giuste dimensioni. E qui va notato un passaggio: non esiste al momento uno studio reale, di scenario, sul peso concreto di MPS nell'economia cittadina. Senza quello difficile, se non impossibile, prendere decisioni sensate. Decenni di politica fatta in discrezione, per non dire in segreto, hanno prodotto la mancanza di strumenti di lavoro che servono per prendere decisioni serie.
Ma se la crisi MPS continua sarà difficile per la politica livornese andare avanti con gli effetti annuncio e con la retorica. Quando gli sportelli e le linee di credito chiudono è il caso per eccellenza in cui le chiacchiere stanno a zero. Speriamo di non arrivarci perché abbiamo come la sensazione che rispetto a una radicalizzazione della crisi del credito, che può essere lunga e seria, Livorno sia più impreparata anche rispetto alle altre crisi che sta cercando di affrontare.
Vedi anche: Lo stress non è finito, i test neppure. Ma le banche italiane stanno male
redazione, 3 novembre 2014
Fonte - http://intermarketandmore.finanza.com/weekly-rewind-quale-futuro-per-il-monte-dei-paschi-di-siena-69533.html
Fonte
26/10/2014
La crisi delle imprese? Colpa delle banche...
E' una contraddizione interna al capitale, lo sappiamo. Ma è lo
stesso interessante. Mentre il governo prova ancora a raccontare la
favola per cui è colpa dell'art. 18 e dei (residui) diritti dei
lavoratori se l'economia è ferma, gli investimenti non partono, le
imprese faticano, ecc... ecco che gli imprenditori veri - quelli piccoli
e piccolissimi, artigiani compresi - dicono che invece è anche colpa
delle banche. E non poco. 89 miliardi di prestiti in meno, in pochissimi
anni, signifca aver strozzato sul letto d'ospedale decine di migliaia
di imprese, con un proporzionale numero di dipendenti spediti per
strada.
A meno di non voler accusare anche questi di essere "comunisti nostalgici", ecco i dati forniti dalla Cgia di Mestre (Cgia: confederazione degli artigiani, non Cgil, Usb o Cobas!).
Credit crunch: dal 2011 i prestiti bancari alle imprese sono diminuiti di 89 miliardi di euro.
I prestiti alle imprese (*) e le relative sofferenze
Valori in milioni di euro; var. in milioni di euro e in %
Elaborazione Ufficio Studi CGIA su dati Banca d’Italia
(*) Società non finanziarie e famiglie produttrici.
Fonte
A meno di non voler accusare anche questi di essere "comunisti nostalgici", ecco i dati forniti dalla Cgia di Mestre (Cgia: confederazione degli artigiani, non Cgil, Usb o Cobas!).
*****
Credit crunch: dal 2011 i prestiti bancari alle imprese sono diminuiti di 89 miliardi di euro.
Dall’agosto
del 2011 allo stesso mese di quest’anno, i prestiti bancari alle
imprese italiane sono diminuiti di 89 miliardi di euro (- 8,9 per
cento).
“Nella
storia recente del nostro Paese – fa sapere Giuseppe Bortolussi
segretario della CGIA – non si era mai verificata una contrazione del
credito alle imprese così vigorosa. E dopo i risultati emersi dallo
stress test voluto dalla Bce, la situazione potrebbe addirittura
peggiorare”.
Infatti,
delle 25 “bocciature” certificate dalla Banca centrale europea, ben
nove riguardano altrettanti istituti di credito italiani. Nessun altro
Paese in Ue ha registrato uno score peggiore del nostro. Se sette banche
si sono già ricapitalizzate in questi ultimi mesi, altre due, come Mps e Carige, dovranno farlo nei prossimi mesi.
“E’
evidente – prosegue Bortolussi – che a pagare il conto sono state e
saranno soprattutto le imprese. Come è già successo in questi ultimi
anni, l’aumento della patrimonializzazione degli istituti di credito ha
comportato una forte riduzione degli affidamenti a danno soprattutto
delle piccole e piccolissime imprese che, da sempre, sono
sottocapitalizzate e a corto di liquidità. Con il pericolo che molte
attività scivolino verso la rete tesa dagli usurai”.
Anche
se negli ultimi anni il numero delle denunce effettuate alle Forze di
polizia e all’Autorità giudiziaria rimane ancora molto contenuto e non
presenta variazioni di rilievo, esiste il ragionevole sospetto che la
forte contrazione dei prestiti registrata in questi ultimi anni nei
confronti delle famiglie e soprattutto delle imprese abbia incentivato
molti di questi soggetti a ricorrere a forme illegali di
approvvigionamento del credito.
Ritornando
ai dati, la CGIA fa notare che oltre alla forte riduzione dei credito
in questi ultimi anni abbiamo assistito anche ad una corrispondente
impennata delle sofferenze in capo alle imprese. Dal 2011 al 2014 sono
cresciute di 63,1 miliardi di euro (+ 83,6 per cento). Ad agosto di
quest’anno le sofferenze ammontavano a 138,6 miliardi di euro.
“La
responsabilità della stretta creditizia che stiamo vivendo in questo
momento – conclude Bortolussi – non è ovviamente da addebitare solo alle
banche. Purtroppo, molte imprese sfiancate dalla crisi e sempre più in
difficoltà non sono riuscite a restituire i prestiti bancari ricevuti e
ciò ha bloccato il mercato del credito. Un problema che il Governo deve
assolutamente affrontare, aprendo un tavolo di confronto tra
l’Associazione bancaria e i rappresentanti delle categorie produttive”.I prestiti alle imprese (*) e le relative sofferenze
Valori in milioni di euro; var. in milioni di euro e in %
Dati a fine agosto
di ogni anno |
PRESTITI
A IMPRESE
|
SOFFERENZE IN CAPO A IMPRESE
|
INCIDENZA SOFFERENZE IN CAPO A IMPRESE
(in % su prestiti)
|
2011
|
1.001.593,5
|
75.522,0
|
7,5%
|
2012
|
974.307,1
|
87.918,4
|
9,0%
|
2013
|
925.746,2
|
109.565,5
|
11,8%
|
2014
|
912.579,3
|
138.641,8
|
15,2%
|
Var. ass.
(2014-2011) in mln € |
-89.014,2
|
+63.119,8
|
|
Var. % 2014/2011
|
-8,9%
|
+83,6%
|
+7,7%
|
Elaborazione Ufficio Studi CGIA su dati Banca d’Italia
(*) Società non finanziarie e famiglie produttrici.
Fonte
31/07/2014
Senza investimenti né credito. La crisi italiana parte da qui
Alla fine ci arrivano anche gli economisti normali: la crisi italiana è parte – ovviamente – della crisi golbale, ma possiede una sua specificità: gli imprenditori italiani non vogliono investire soldi propri (a proposito di “amore per il rischio di impresa”) e le banche non intendono fare credito alle imprese impegnate nell'economia reale (troppo lunghi i tempi di ritorno del profitto).
Le ragioni che mantengono in vita questa paralisi totale sono oggetto di interpretazioni anche diverse, alcune persino condivisibili – sul piano puramente analitico – quando incentrate sul carattere “oggettivo”, non superabile volontaristicamente, del “sistema” in cui ogni soggetto economico è costretto. Le banche, per esempio, trovano più “facile” e soprattutto redditizio investire in prodotti finanziari, in fusioni societarie, ecc; mentre – dice ad esempio Alessandro Pansa sul Corriere della Sera – “non hanno più le competenze interne per valutare lo sviluppo di una nuova macchina utensile o di una linea di montaggio”. O sei un'azienda già quotata in borsa, oppure ti guardano come un rebus, non un'occasione di business.
È il risultato di aver trasformato l'attività finanziaria in una “industria a sé stante”, superando la fase “eroica” del servizio alla manifattura. Chiaro che dopo vent'anni non ci sono più crediti a disposizione di imprenditori peraltro già restii a metterci capitale proprio. Il “paese” perde competenze in tutti i campi e diventa “inadeguato sul piano strutturale, quanto a patrimonio tecnologico, infrastrutture, sistema dei prodotti, dimensione e composizione azionaria delle imprese”.
Una situazione del genere non la rianimi abbassando i salari o cancellando le regole del mercato del lavoro, perché il vantaggio competitivo derivante dai salari più bassi (siamo già al “lavoro volontario e gratuito”, nel caso dell'Expo 2015) è sensibile soltanto per le imprese tecnologicamente più arretrate, le uniche in cui la voce “costo del lavoro” rappresenta una percentuale maggioritaria della struttura dei costi.
È per questo che aumenta il numero di coloro (da Confindustria a Confcommercio, ed ora anche a numerosi analisti mainstream) che chiedono ora una “banca di investimento”, appositamente dedicata al credito per le imprese. Qualcuno, come il già citato Pansa, pensa che questo possa essere l'avvio di una “politica industriale”, inesistente da decenni in questo paese (grosso modo da quando è stata sciolta l'Iri e sono entrati in vigore i trattati di Maastricht, con i relativi divieti per gli investimenti pubblici). Un'illusione, naturalmente. Ma anche un segnale che il punto di non ritorno del “sistema paese” sta per essere superato. Se ciò è vero – e lo è certamente – non ha più senso continuare a recitare le giaculatorie neoliberiste (specialità renziana, così come lo erano per Monti e Letta, e tutti quelli al servizio diretto della Troika) sulla “mano invisibile del mercato” che mette spontaneamente tutto a posto.
Bisogna aumentare gli investimenti e serve una banca per metterli in moto.
Ovvio. Ma che banca dovrebbe essere? O meglio, chi dovrebbe metterci il capitale iniziale? Difficile che possa essere un “grande istituto di credito” (se non in piccolissima parte) o un grande gruppo assicurativo (per le stesse ragioni). Non è il loro business, non sanno dove mettere le mani se qualcuno gli presenta un piano industriale fatto di macchine industriali. E allora non resta che chiedere all'odiato “pubblico”, ovvero allo Stato, di mettere in moto la prima palla di bene, sperando che diventi valanga. Non si contano più quelli che suggeriscono di usare parte del patrimonio liquido della Cassa Depositi e Prestiti (ci aveva provato già Tremonti) come “sangue fresco” per una nuova banca così finalizzata.
L'idea è in fondo semplice: prendiamo un po' di risparmi popolari (la Cdp è nutrita dai risparmi depositati presso Poste Italiane, in pratica la cassaforte dei pensionati) e diamo soldi agli imprenditori che non vogliono rischiare soldi propri.
Alla canna del gas, vogliono fare i keynesiani coi risparmi del vecchio nonno. Davvero “innovativi”...
Fonte
12/01/2014
Niente credito, niente "ripresa". Confindustria dà l'allarme
L'unico motivo valido per sostituire Fabrizio Saccomanni come ministro dell'economia non risiede davvero nella sua capacità – capisce la materia meglio di qualsiasi pretendente “politico” alla sua poltrona, oltre a essere un "funzionario integerrimo" – ma nell'aver sbagliato “la comunicazione”. Del resto, in un'attività di governo ridotta a spostamento di voci di bilancio (questa la taglio, quest'altra la espando, qui abbasso una tassa, qua ne alzo due, ecc.) all'interno di un saldo vincolante deciso a Bruxelles, non è che ci sia qualcosa di più rilevante della “comunicazione” per mantenere una finzione di rapporto con la popolazione.
E di Saccomanni si ricorderà sempre quel “la ripresa sta per iniziare” (nel quarto trimestre dell'anno che si è chiuso, quindi nel passato!), che – al pari di Mario Monti, Corrado Passera, Giulio Tremonti, ecc. – ha scandito i discorsi di fine anno di ogni premier o ministro dell'economia negli ultimi sei anni.
Come Godot, però, con queste politiche economiche o, meglio, con i limiti incontrati dal capitalismo e ormai evidenti, la “ripresa” non potrà mai arrivare. Ma lasciamo pure da parte le considerazioni “sistemiche” e concentriamoci sulle provinciali vicende dell'economia nazionale.
A dire che la “crescita” non è possibile neppure nel 2014 e neanche l'anno successivo è addirittura il Centro Studi di Confindustria, che pure non può essere annoverato tra i think tank “comunisti catastrofisti”. Le considerazioni svolte sabato mattina nella sede di via dell'Astronomia, a Roma, sono semplici quanto tombali. In Italia la caduta dei prestiti bancari alle imprese è stata finora del 10,5% dal picco del settembre 2011, pari a un calo di 96 miliardi. È chiaro? Le banche non prestano solidi a chi fa economia “reale”, nemmeno se a loro volta prendono a prestito – dalla Bce – denaro a costo zero, a un tasso inferiore a quello dell'inflazione.
96 miliardi in meno non sono certo una bazzecola, specie in un sistema che sforna un prodotto interno lordo intorno ai 1.500 miliardi di euro l'anno. Un quindicesimo del totale sottratto soprattutto agli investimenti, quindi alla possibile crescita dei volumi di produzione (semmai ci fosse un mercato su cui piazzare questo sovrappiù), all'”innovazione” e persino ai salari. Le imprese rispondono all'inaridirsi del credito riducendo l'occupazione, chiudendo le attività più a rischio, delocalizzando quando possono (c'è chi sta scoprendo la Mauritania come nuovo eldorado...).
E le previsioni del CSC non sono più ottimistiche, visto che stima un ulteriore calo dell'1% (-8 miliardi). Solo l'anno successivo, per il momento, viene “stimata” (meglio sarebbe dire “sperata”) una riapertura parziale dei rubinetti, nella dimensione di 22 miliardi in più. Ovvero 82 miliardi in meno rispetto al 2011...
Non ci si può nemmeno illudere su un eventuale cambio di comportamenti per l'anno in corso, perché le banche principali si stanno attrezzando per far fronte alla “sorveglianza bancaria” da parte della Bce; con criteri che saranno certamente più stringenti di quelli adottati fin qui dalle banche centrali di ogni paese. Ecco perché un eventuale allargamento dei cordoni del credito sarà possibile – ma non certo – soltanto dal 2015. Com'è noto, però, l'economia reale ha i suoi tempi (si prendono soldi in prestito, si mette in moto la produzione, si distribuiscono i prodotti sui mercati e si spera che le vendite siano sufficienti a coprire l'investimento e dare qualche profitto), quindi eventuali “effetti positivi” sul Pil (non ancora sull'occupazione) si potrebbero vedere solo dal 2016 in poi.
Tempi biblici, per un paese che ha già perso il 10% del pil rispetto al 2007.
La nota del CSC spiega infatti che il blocco del credito "è partito dal lato dell'offerta e perciò le previsioni si basano sull'evoluzione nei bilanci bancari del rischio di credito (oggi ai massimi), della capacità di generare utili (ai minimi), dei ratio di capitale e della raccolta". Perché l'inversione di tendenza si verifichi ''è cruciale che la valutazione e i test effettuati dalla BCE confermino la solidità dei bilanci bancari così da infondere fiducia negli istituti italiani da parte degli investitori e da abbassare la loro avversione al rischio”.
Se “l'approfondita analisi della BCE” portasse – com'è possibile e persino probabile – a qualche sonora bocciatura di alcune banche “sistemiche” (il candidato in prima fila si chiama MontePaschi), si potrebbe materializzare uno scenario “avverso”: i prestiti scenderebbero in quel caso del 4,9% nel 2014 (-40 miliardi) e dell'1,3% nel 2015 (-10 miliardi)". Una catastrofe cui nessuno vuol pensare, ma che non compare mai nella “comunicazione” dei nostri governanti conto terzi.
"In ogni caso - si legge nella nota - l'andamento dei prestiti bancari nel 2014-15 non potrà soddisfare pienamente il fabbisogno finanziario creato dal miglioramento della domanda e dell'attività economica e ciò rende urgente lo sviluppo dei canali di finanziamento non bancari". La traduzione è semplice: anche se il resto del mondo e dell'Europa entrasse in “ripresa”, l'economia italiana resterebbe al palo per mancanza di credito “sufficiente”. E non c'è taglio dei salari o delle “regole del mercato del lavoro” che possa compensare questa assenza...
Per questo, al posto dei “comunicatori deboli” come Saccomanni e lo stesso Enrico Letta, ai piani alti della Troika vedono con favore un “cacciaballe professionale e allegro” come quel Renzi lì...
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