Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/12/2023

USA - Il processo di sindacalizzazione nel settore auto negli

Lo scorso mercoledì la United Auto Workers International (UAW), il sindacato del settore dell’automotive negli Stati Uniti, ha annunciato che ha iniziato il processo di sindacalizzazione in tutte le aziende automobilistiche in cui non era ancora presente.

Si tratta del più ampio sforzo organizzativo dalla fondazione del sindacato negli Anni Trenta del secolo scorso e riguarda una dozzina di case automobilistiche, presenti con propri stabilimenti in dodici Stati, per un totale di circa 150 mila lavoratori.

Si tratta delle nuove case automobilistiche nate con i veicoli elettrici (Tesla, Rivian, Lucid), quelle nipponiche e coreane, e le tedesche, tra le altre.

Tutte hanno macinato profitti record, ed aumentato il prezzo delle auto vendute, senza avere migliorato gli standard salariali e complessivi della propria forza lavoro.

Per dare un ordine di grandezza, bisogna ricordare che sono 146 mila i lavoratori iscritti all’UAW nelle Big Three (General Motors, Ford Motor e Stellantis), che dopo circa un mese e mezzo di lotta – per la prima volta contemporaneamente in tutte e tre le case automobilistiche – hanno ottenuto una vittoria storica, firmando contratti con clausole abbastanza vicine alle richieste iniziali dei blue collar e perciò ratificati a maggioranza dai lavoratori.

70% dei consensi a Stellantis, 69% alla Ford e 55% alla Ford.

Percentuali importanti, considerato che la vittoria della nuova leadership riformatrice aveva uno stretto margine nei confronti della vecchia burocrazia rinunciataria e corrotta della UAW, e la corrente uscita sconfitta dalla prima elezione “one man, one vote” della storia della Union non gli aveva certo reso la vita facile.

In passato i tentativi di entrare in stabilimenti non sindacalizzati, presenti soprattutto nel Sud, non erano generalmente andati a buon fine.

Ma oggi il contesto è differente e la battaglia si gioca a tutto campo.

La UAW ha una nuova leadership, con il carismatico Shan Fain che ha impostato in maniera totalmente differente la battaglia contrattuale con le Big Three.

Gli elementi vincenti della nuova dirigenza “riformatrice” sono stati: un processo organizzativo capillare che ha preceduto la lotta, una strategia di lotta “in crescendo” che ha colpito contemporaneamente tutte e tre le case automobilistiche, “risparmiando” di volta in volta l’azienda più incline a venire incontro alle richieste dei lavoratori, scioperi a gatto selvaggio in grado di bloccare improvvisamente nel giro di qualche minuto i maggiori stabilimenti del paese, un puntuale resoconto dello stato dell’arte delle trattative e la ratifica degli accordi.

E non ultimo una capacità comunicativa efficace in grado di parlare a, ed influenzare, tutta la working class, con un consenso maggioritario e trans-partitico tra la popolazione.

Un mix di democrazia sindacale reale, mobilitazione costante della base del sindacato, e capacità di colpire là dove fa più male, mettendo le aziende della controparte una contro l’altra, che ha riportato la UAW ad essere un soggetto credibile nei confronti dei propri iscritti e fortemente appetibile per i lavoratori che, con standard notevolmente inferiori, lavorano in aziende non-sindacalizzate del settore.

In generale la UAW è ora ridiventata l’avanguardia del movimento di classe dei lavoratori, come lo fu negli Anni Trenta e successivamente durante la “prima” gestione di Walter Reuthner, nell’immediato secondo dopoguerra.

A guidarla vi è un ex elettricista di Kokomo che una quindicina di anni fa aveva combattuto la gestione sindacale della crisi del settore automobilistico contro un gruppo dirigente che aveva rinunciato a tutte le conquiste storiche del settore.

In un video postato su FB, il presidente della UAW ha affermato: “Il lavoratori attraverso il paese, dal West al Midwest e specialmente nel Sud, stanno entrando in contatto con noi per unirsi al nostro movimento ed aderire alla UAW”.

Neal E. Boudette, in un articolo sul New York Times, ricorda che “U.A.W. Announces Drive to Organize Nonunion Plants” ha contattato alcune delle aziende obiettivo di questo tentativo di organizzazione – Honda e Hyundai – che hanno in maniera diversa fatto le stesse affermazioni.

In sostanza per il management “le maestranze stanno benissimo”, non sono interessate a sindacalizzarsi, “il sindacato non è la soluzione” (sembra di sentire la Meloni che parla del salario minimo)...

La Subaru non ha voluto fare commenti sul processo di sindacalizzazione, ricordando gli aumenti salariali e il pacchetto di benefits già concesso; mentre altre, come Rivian e Volkswagen, si sono trincerati dietro un “no comment”, ed altre ancora non hanno risposto in alcun modo.

Segno di un certo nervosismo...

Elon Musk, direttore esecutivo di Tesla – cioè una delle aziende più note per la propria attività anti-sindacale – è stato piuttosto netto: “Se Tesla diventa sindacalizzata, lo sarà perché ce lo meritiamo e in qualche modo sarebbe un fallimento”. Ha reiterato la propria opposizione al sindacato, dicendo che “non è buono avere delle relazioni conflittuali” tra gruppi all’interno di un’azienda.

I lavoratori, come documenta un’inchiesta operaia condotta da L. F. Leon per Labor Notes, “Auto Workers Direct Momentum Toward Organizing Plants Across the US”, la pensano però diversamente.

Vogliono alzare la testa perché sottopagati, spremuti con orari massacranti e costretti ad una produttività usurante, spesso foriera di infortuni e malattie professionali, con un turnover elevato.

Sanno che il sindaco è ridiventato lo strumento del proprio riscatto.

È un fatto che alcune aziende del settore automotive, dopo gli aumenti strappati dalla UAW – che si aggirano attorno ed oltre il 25% – sono state costrette a loro volta ad incrementi salariali, una contromossa per cercare di impedire che il sindacato attecchisca nei propri stabilimenti.

Toyota ha “promesso” di aumentare a gennaio gli stipendi dei propri dipendenti del 9%, Honda li incrementerà dell’11% e Hyundai del 14% il prossimo anno. Arriverà al 25%, ma solo nel 2028!

Ma il differenziale tra aziende sindacalizzate o meno, alla luce dei recenti accordi, si mantiene elevato. Il massimo della paga oraria nelle prime supera i 40 dollari, mentre nelle seconde non raggiunge i 30. La differenza media si aggira ormai sui 20 dollari l’ora.

Ma sono le condizioni complessive, lì dove i lavoratori non hanno voce in capitolo, che sono nettamente peggiori in termini di tempo di lavoro – con turni massacranti reiterati – condizioni di sicurezza e garanzie complessive...

Gli step organizzativi fissati dalla UAW, che in questo processo di sindacalizzazione sta investendo tempo e risorse, anche in termini di militanti inviati in loco, sono:

A) il raggiungimento del 30% degli iscritti al sindacato per stabilimento, che avviene per via informatica, di modo che l’attività organizzativa della UAW possa emergere pubblicamente.
Un risultato che sembra già essere stato raggiunto in alcuni stabilimenti.

B) Quando verrà raggiunta la soglia del 50%, i lavoratori faranno dei rally fuori dai cancelli con i propri colleghi, con le famiglie, i vicini ed i leader della comunità locale.
Una strategia di pubblicizzazione vincente che abbiamo già visto all’opera nelle settimane di sciopero, e nella lotta contrattuale dei Teamsters.

C) Quando verrà raggiunto il 70% degli iscritti, e si sarà costituito un comitato specifico per ogni turno e mansione, verrà richiesta la votazione per il riconoscimento del sindacato, necessario per garantire l’attività sindacale dentro l’azienda e la possibilità di firmare un contratto.
Se l’azienda rifiuta, i lavoratori chiederanno all’ente pubblico che si occupa delle relazioni industriali a livello federale, il National Labor Relations Board, di poter comunque tenere delle votazioni su questo punto.

Nell’adottare questa strategia è chiara l’influenza della SBWU, che in due anni è riuscita a sindacalizzare 360 stores della catena di ristorazione Starbucks.

Il primo banco di prova, come annunciato in una conferenza stampa dalla UAW, sarà lo stabilimento Toyota di Georgetown, in Kentucky, dove lavorano 7.800 lavoratori che producono il Camry, la sport utility Rav4 e la lussuosa Lexus Es.

Questo inedito processo organizzativo è un segnale della vitalità del nuovo movimento operaio americano.

Per riprendere le parole di Fain, che chiarisce come il fine sia abbracciare tutta la working class, ossia milioni di salariati, ed ha invitato i leader dei sindacati a far scadere i contratti collettivi il 1 maggio del 2028 per rimettere al centro quella storica data del movimento operaio: “È come mangiare un elefante: un pezzo alla volta. Dobbiamo avere quel tipo di filosofia, facendolo, è possibile, e lo faremo”.

Fonte

31/10/2023

USA - Storica vittoria dei lavoratori del'industria automobilistica

Lunedì 30 ottobre la General Motors e la United Auto Workers International hanno raggiunto una ipotesi d’accordo.

È il terzo accordo provvisorio, che completa il quadro della lotta per il rinnovo contrattuale con le Big 3 – Ford, Stellantis e GM, nell’ordine temporale – iniziato con lo Stand Up Strike del 15 settembre.

Questa, come le altre bozze, dovranno essere discusse dalle varie sezioni locali del sindacato prima di essere sottoposte a votazione, ma è chiaro che i guadagni ottenuti – in termini salariali e di garanzie complessive – con uno sciopero durato più di un mese e mezzo sono da considerare “storici”, e tendenzialmente in linea con le richieste dei lavoratori.

Scrive Labor Notes a caldo, dopo l’annuncio di una bozza d’accordo alla Ford: «Con poche eccezioni, la storia della UAW dal 1979, e specialmente dal 2007, è stata quella di regalare concessione su concessione, anche quando i tempi erano relativamente buoni. Quest’anno, sotto una nuova leadership, il sindacato ha cominciato finalmente a recuperare il terreno perduto».

È un punto di svolta dopo anni di stipendi stagnanti e di concessioni alla controparte, che avevano caratterizzato la condizione dei lavoratori dell’automotive dalla crisi finanziaria del 2008 fino ad oggi, costretti – dalla vecchia dirigenza sindacale – a fare “sacrifici per non far fallire il settore”, mentre il management vedeva salire i propri stipendi e gli azionisti aumentare i propri dividendi.

Nel picco dell’azione, circa un terzo dei 146 mila lavoratori aderenti all’UAW era entrata in sciopero, tra cui i tre maggiori stabilimenti delle tre case automobilistiche.

Un fatto inedito che ha scritto una nuova pagina del sindacalismo militante statunitense grazie alla nuova dirigenza della UAW, al cui vertice vi è ora Shawn Fain, ex elettricista di Kokomo nell’Indiana, eletto di misura a marzo grazie all’appoggio della corrente “riformista” del sindacato, dopo gli scandali giudiziari della precedente leadership corrotta e concertativa.

Una fase nuova che ha aperto un nuovo ciclo di lotta con una strategia precisa.

Dopo la bozza d’accordo trovata con Ford e Stellantis, nella serata di sabato, la UAW aveva deciso di far incrociare le braccia ai circa 4.000 lavoratori dello stabilimento GM di Spring Hill, Tennessee, che fabbricano parti poi assemblate in 9 stabilimenti del Nord America, 7 dei quali non erano ancora in sciopero.

In questo modo, gli operai della Local 1853 si erano uniti agli altri 14mila della GM in sciopero, in un rush finale, mentre i lavoratori delle altre aziende erano rientrati al lavoro.

Era il 44esimo giorno di sciopero, lo stesso numero di giorni della storica azione del sit-down strike alla GM di Flint, quando il sindacato venne finalmente riconosciuto dalla controparte padronale, nel 1937; il precedente cui lo Stand Up strike si ispira.

Si tratta del più grande stabilimento della GM negli Stati Uniti, dove vengono prodotte la Cadillac XT5, XT6, oltre alla all-electric Lyriq e la GMC Acadia.

Le trattative si erano arenate sabato su alcuni punti dirimenti concernenti i benefit pensionistici, il periodo di conversione dei lavoratori da tempo parziale a tempo pieno, e il trattamento dei lavoratori degli stabilimenti di batterie, uno dei settori di sviluppo della transizione all’elettrico di GM che ne aprirà ben 4 nei prossimi anni.

Un duro colpo per l’azienda che ha deciso di accelerare per finalizzare le trattative per non perdere ulteriori guadagni: 200 milioni di dollari solo l’ultima settimana, riporta l’agenzia stampa Associated Press e 800 milioni prima della sua estensione alla Arlington Assembly Plant secondo quanto riferisce l’azienda.

GM era stata graziata in un primo momento ad inizio d’ottobre, quando grazie a storiche concessioni fornite dall’azienda, Shawn Fain aveva “sospeso” l’annuncio dello sciopero minacciato, presentandosi in diretta FB con una maglietta recitante Eat the Rich.

Le tre case automobilistiche si sono sentite “toccate nel portafoglio” da un’iniziativa sindacale inedita con scioperi a gatto selvaggio, prima “in crescendo” – annunciati il venerdì durante le seguitissime dirette FB – e poi improvvisi, senza una cadenza temporale precisa, “risparmiando” l’azienda che faceva più progressi al tavolo delle trattative e quindi senza dissanguare le casse del sindacato (negli Usa è il sindacato a pagare lo stipendio durante lo sciopero).

Il significato della vittoria dei lavoratori della UAW si estende molto al di là della categoria: ne sono coscienti i dirigenti sindacali e gli stessi analisti.

«È molto di più di una faccenda che riguarda l’industria dell’auto; è un segnale a tutto il paese che i lavoratori sindacalizzati possono chiedere ed ottenere grandi aumenti salariali», afferma Patrick Anderson dall’Anderson Economic Group, intervistato dalla Reuters.

Una vittoria storica dopo quella dei lavoratori dei Teamsters della UPS e degli sceneggiatori di Hollywood, dentro quel processo di sindacalizzazione piuttosto esteso che va dalla logistica (Amazon), alla ristorazione (Starbucks), dal settore della formazione (scuole e università) alla sanità.

Da ciò che trapela da fonti interne (mentre scriviamo), i lavoratori più anziani alla GM otterranno aumenti del 33%, gli incrementi salariali in media saranno del 25%, in linea con quanto ottenuto dalle altre Big del settore.

La Ford, secondo quanto riferisce Fain, ha messo sul tavolo il 50% di denaro in più rispetto a quanto fatto il 15 settembre.

Gli incrementi medi del 25%, più il recupero dell’inflazione, saranno alla fine di oltre il 30%, portando il salario a 40 dollari l’ora nei maggiori stabilimenti della Ford.

Il vice-presidente della UAW, Chuck Browning, commentando l’accordo con Ford, ha detto chiaramente che «grazie alla forza dei nostri iscritti ai picchetti e alla minaccia di estensione ulteriore dello sciopero, abbiamo ottenuto il contratto più redditizio per i nostri aderenti dai tempi in cui Walter Reuthner era presidente» (colui che guidò la Uaw dal 1946 al 1970).

La bozza d’accordo prevede il ripristino del meccanismo di adeguamento salariale al costo della vita (COLA), la fine della differenziazione dei lavoratori attraverso il sistema dei tiers, l’assunzione in pianta stabile dei lavoratori a tempo determinato, l’incremento sostanzioso delle pensioni.

«Non lasciare che dicano che non si può fare. La classe operaia sta andando all’offensiva e sta per vincere», ha scritto su X (ex-Twitter).

E proprio la Ford aveva visto fermare improvvisamente per prima il suo maggiore stabilimento.

Certamente l’accordo non comprende la totalità delle richieste formulate dal sindacato: rimane fuori la proposta delle 32 ore a parità di salario ed il ripristino del vecchio sistema pensionistico, mentre le richieste d’aumento erano pari al 40%.

Non è detto, perciò, che per quanto vantaggiosa possa sembrare l’ipotesi d’accordo, questa non venga bocciata, come già fatto alla Mack Truck all’inizio del mese, quando Fain aveva ribadito che sono comunque i lavoratori ad avere l’ultima parola.

Alla Stellantis, secondo la bozza d’accordo, la media degli aumenti salariali è del 25% – e bisogna ricordare che dal 2001 al 2022 gli stipendi erano già aumentati del 23% – con i lavoratori che totalizzeranno aumenti record (anche del 168%), con il ripristino del COLA (“scala mobile”) e la fine del sistema del Wage Tiers.

La casa automobilistica ha alla fine messo sul tavolo più del doppio di quanto proposto all’inizio della vertenza.

Fain aveva letteralmente buttato nel cestino, in un video diventato virale, la prima serie di proposte di Stellantis.

Se le ipotesi d’accordo venissero ratificate dalla base, il contratto scadrebbe il 30 aprile del 2028, dando all’UAW la possibilità di scioperare il Primo Maggio, come hanno ricordato i due dirigenti sindacali. Una data scelta non a caso.

«Quando torneremo al tavolo delle trattative, nel 2028, non sarà solo con le Big 3, ma con le Big 5 o le Big 6», cioè con le maggiori case automobilistiche che hanno stabilimenti nel paese – come Tesla o Toyota – dove il sindacato non è ancora riuscito ad entrare e su cui la UAW concentrerà i suoi sforzi organizzativi a partire da oggi.

Come hanno detto Fain e Browning: «Questo contratto è più di un contratto. È un appello all’azione per i lavoratori ovunque, per organizzarsi e lottare per una vita migliore».

Fonte

08/10/2023

USA - La posta in gioco della lotta dei lavoratori dell’auto

Per non essere frainteso sul proprio approccio Shawn Fain, presidente dell’UAW, si è presentato alla diretta video settimanale di FB (seguita da circa 60mila spettatori) in cui fa il punto sullo stato dell’arte delle trattative ed annuncia le azioni successive del sindacato, con la maglietta “EAT THE RICH”.

Una risposta, forse, al dettagliato ritratto che gli ha fatto David Streitfeld per il New York Times questa settimana: “New U.A.W. Chief has a Nonnegotiable Demand: Eat The Rich”. Cioè: il nuovo capo dell’UAW ha una richiesta non trattabile: mangiate il ricco.

Fain inizia con una notizia “bomba”.

La minaccia di estensione dello sciopero alla GM nello stabilimento di Arlington in Texas, dove si produce il SUV più remunerativo per la casa automobilistica, ha costretto l’azienda ad includere ora anche lo stabilimento che produce batterie sotto la tutela dell’accordo sindacale nazionale.

Una vittoria importante perché va verso una gestione della transizione all’elettrico senza che il sindacato sia estromesso. Un’ipotesi giudicata “impossibile” fino a poco tempo fa.

Ma se le cose si muovono velocemente nella direzione desiderata, facendo significativi progressi, le richieste non sono state accettate in toto, quindi la battaglia contrattuale va avanti.

Significativi miglioramenti salariali, COLA (in pratica la “scala mobile”), lavoratori temporanei, equiparazione salariale per chi guadagna meno, maggiori margini di azione sindacale... sono tutti miglioramenti che la contrattazione di queste tre settimane sta ottenendo.

«Stiamo vincendo, stiamo facendo progressi, siamo nella giusta direzione» dice Fain. La questione principale per il movimento, dice, è «come le persone della working class costruiscono la forza per ottenere quello che meritano».

Power in inglese, che è assicurato dallo «sciopero e della minaccia dello sciopero».

E per non essere frainteso, cita Martin Luther King: «la forza è la capacità di raggiungere un obiettivo, la forza è la capacità di determinare un cambiamento, e abbiamo bisogno di forza».

E la forza per il sindacato, parafrasando, un altro vecchio leader della UAW, è fare dir “sì” ai padroni, quando vorrebbero dire “no”.

Una nuova strategia

Lo sciopero dei lavoratori dell’automotive negli USA ha già superato le 3 settimane di durata. Iniziato il 15 settembre, fino ad oggi ha riguardato poco più di 25 mila lavoratori dell’United Auto Workers International (UAW) su 146 mila iscritti.

In una prima fase hanno iniziato a scioperare 3 stabilimenti delle Big Three (GM, Ford e Stellatis), seguiti la settimana successiva dai 5 mila lavoratori di 38 filiali che si occupano dei ricambi in GM e Stellantis; quella ancora successiva sono scesi in sciopero altri due stabilimenti, uno della Ford l’altro della GM, dove lavorano 2.300 operai.

La strategia scelta da Shawn Fain, eletto di stretta misura a capo dell’organizzazione sindacale nel marzo di quest’anno, sta funzionando.

Si tratta di allargare di volta in volta la base degli scioperanti comunicandolo all’ultimo momento, sia alle aziende che non sanno come anticipare le mosse dell’UAW, sia ai lavoratori stessi che sono costantemente mobilitati.

In questo modo si ottengono due risultati: il ribaltamento dell’organizzazione della produzione contro la parte padronale e dall’altra una inversione della “passivizzazione” dell’intero corpo sindacale – anche quello per ora non chiamato ad incrociare le braccia – con rally, pratiche di picchetto ed una costante attenzione allo sviluppo dello sciopero.

In precedenza le trattative tra gli incaricati del management e quelli della burocrazia sindacale si svolgevano in un clima di reciproca intesa, e l’andamento della contrattazione rimaneva piuttosto opaco, quasi fosse una trattativa commerciale tra privati.

Una prassi che aveva contribuito alla degenerazione della leadership sindacale, facendola assomigliare più alla controparte che all’espressione dei propri iscritti, con scandali giudiziari che hanno coinvolto una dirigenza più simile alla caricatura del sindacalista corrotto “a stelle e strisce”, peraltro visibili in una certa quantità di film.

L’azione sindacale era differente. Anche ai tempi di Walter Reuther, negli Anni Cinquanta e Sessanta, si sceglieva una delle tre maggiori case automobilistiche e si scioperava, cercando di allargare progressivamente i benefici conquistati in una delle Big 3 ai lavoratori delle altre aziende.

È stato così per esempio con il COLA, il meccanismo di indicizzazione automatica del salario all’inflazione, che ora la UAW vorrebbe reintrodurre dopo che il sindacato vi aveva rinunciato per “salvare il settore dalla bancarotta” durante la Grande Recessione, nella seconda metà del decennio scorso.

Fain sembra voler “graziare”, di volta in volta, la controparte più disposta a fare avanzare le trattative: la prima volta la Ford, la seconda la Stellantis, questa volta la GM, incrinando se così si può dire la “solidarietà padronale” in una gara al rialzo che è un vero rompicapo per i padroni.

Fine del sindacalismo corporativo: un ritorno alle origini

Un altro aspetto innovativo è il superamento dello spirito corporativo che per decenni aveva pervaso il sindacato, in due direzioni.

La prima è quella degli altri settori della working class, cui parla direttamente l’azione della UAW, partendo dal punto di vista generale della condizione operaia e non della singola categoria.

L’ultimo esempio si è avuto con la solidarietà espressa ai 75.000 lavoratori e lavoratrici del settore sanitario in sciopero della Kaiser da questo giovedì. Si tratta della la più grande azienda sanitaria no-profit degli Stati Uniti, e del più grande sciopero mai avvenuto nel settore.

Ha detto Fain: «Oggi, siamo a fianco dei 75 mila membri della nostra famiglia sindacale che sono in sciopero. Che tu lavori in un ospedale, dietro un ufficio, in una linea di assemblaggio, la tua lotta è la nostra lotta.

Meritiamo tutti un futuro per le nostre famiglie e le nostre comunità. Abbiamo bisogno tutti di una parte equa di ridistribuzione delle ricchezze economiche, che come classe lavoratrice, creiamo e facciamo andare. Alla nostra organizzazione sorella alla Kaiser, la UAW è dietro di voi!».

È un ritorno ad un approccio per così dire più “confederale” che tradunionista, visione alla base del sindacalismo industriale statunitense degli Anni Trenta in cui è stata creata la CIO, che nel dopo-guerra ‘si accoppiò’ con la moderata AFL.

Un nuovo industrial unionism che ha le sue origini più radicali nel sindacalismo di azione diretta degli IWW nello spirito dello slogan “Noi Saremo tutto”.

Ed infatti l’attuale “stand up strike” si rifa esplicitamente al sindacalismo militante degli Anni Trenta nel settore automobilistico.

La seconda direzione che inverte la tendenza corporativa è l’attenzione rivolta alle “comunità”, in particolare agli effetti devastanti che la de-industrializzazione ha su interi territori e la vita delle persone.

Negli ultimi anni sono stati chiusi 65 stabilimenti automobilistici, mentre le case automobilistiche “non-sindacalizzate” aprivano nella parte meridionale del Mid-West o nella Sun Belt, con minore tradizione sindacale.

Un video-intervista sulla pagina FB della UAW racconta i traumi di Dustin Rose, un ex lavoratore della GM di Lordstown, che ha dovuto lasciare casa e ha visto la propria famiglia dispersa per gli States, raccontando della separazione dalla moglie dopo la chiusura della fabbrica, nonostante macinasse ancora profitti.

Una delle richieste della UAW è un meccanismo di protezione in caso di chiusura – il Community Program – che assicuri la continuità lavorativa a spese dell’azienda, ricollocando la forza lavoro in professioni al servizio della comunità, per non desertificate il tessuto sociale.

Il legame tra comunità ed organizzazione sindacale è stata la chiave di successo dell’organizzazione di classe negli Stati Uniti.

“Louder than a Bomb!” Per cambiare la narrazione dominante

Altro aspetto importante è la pubblicizzazione delle richieste: aumenti salariali del 40%, riduzione della giornata lavorativa a 32 ore settimanali a parità di salario, la fine del sistema del two tier – che stratifica i lavoratori, nonostante svolgano la stessa mansione, in base alla data del contratto (discriminando tra “anziani” e “neo assunti”) – la fine dell’utilizzo dei lavoratori a tempo determinato se non c’è una prospettiva reale di assunzione a tempo indeterminato, il ripristino per tutti dell’assicurazione sanitaria e dell’accesso alla pensione, oltre alle richieste salariali prima menzionate.

È interessante notare come su questo “pacchetto” i lavoratori dell’UAW non solo abbiano conquistato un consenso maggioritario bipartisan, ma stiano vincendo la ‘battaglia delle idee’ anche su questioni che vanno contro la narrazione finora dominante.

Prendiamo due nodi: gli aumenti salariali e la riduzione dell’orario.

Un paper di Goldman Sachs riportato da Axios Markets – non esattamente un ‘covo di bolscevichi’ – ha mostrato come gli aumenti salariali richiesti dai settori sindacalizzati non creerebbero automaticamente quella tanto invocata spirale inflazionistica.

In prima istanza perché si tratterebbe di un adeguamento salariale rispetto all’inflazione galoppante degli ultimi anni, in cui i livelli salariali erano bloccati; inoltre si tratterebbe di aumenti che riguarderebbero un periodo di 4 anni “a venire”. Non ultimo, la forza lavoro sindacalizzata negli USA è pari al 10%, con una percentuale maggiore nel pubblico che nel privato.

Certo, aggiungiamo noi, diminuirebbero i profitti delle aziende, ma non ci sarebbe la bancarotta.

Per quanto riguarda la diminuzione dell’orario di lavoro, un’interessante inchiesta dello storico giornale progressista The Nation mostra come, essendo venuta meno una concezione ergonomica di progettazione delle linee di montaggio – un risultato della recente scarsa capacità delle maestranze di incidere sulle condizioni di lavoro – questa sia un modo per tutelare la salute in un lavoro fisicamente logorante, soprattutto quando si è costretti agli straordinari per “sbarcare il lunario”, assecondando le richieste aziendali per raggiungere gli obiettivi produttivi.

“Your body suffers”: The unremarkable Pain of an Auto-Assembly-Line Worker, di Sarah Lazare, è un’inchiesta che entra nella vita di un lavoratore e due lavoratrici che hanno avuto conseguenze fisiche così serie da impattare sulla loro vita quotidiana.

Se è il tuo corpo che si deve adattare ai movimenti richiesti alla catena di montaggio, e non il contrario, la salute viene meno. Come del resto si sa da sempre.

“Il muschio non cresce sui sassi che rotolano”

Un’altra partita interessante che l’attuale dirigenza dell’UAW sta giocando consiste nell’attirare i lavoratori non sindacalizzati del settore, che si stanno ponendo delle domande e contattando l’UAW, anche grazie ai successi dei lavoratori UPS e degli sceneggiatori di Hollywood.

Finora c’erano vari fattori che non avevano favorito la sindacalizzazione in parecchi stabilimenti Tesla, Nissan, Hyundai e Toyota, ecc.

In primis l’Union busting (repressione antisindacale), di cui la Tesla di Musk è una capofila, oltre alla scarsa cultura organizzativa nei territori scelti (non a caso) in base all’esistenza di una legislazione anti-sindacale – il cosiddetto right to work – ma anche la minaccia della delocalizzazione fuori dagli Stati Uniti (in Messico, soprattutto) e, non ultima, l’indole rinunciataria della precedente dirigenza sindacale.

Come afferma la studiosa Kate Bronfenbrenner, in una inchiesta della NBC News, «Cosa succederà se si vedranno le conquiste che un sindacato potrebbe far ottenere? Questo genere di cose cambiano la mentalità delle persone».

Questo è il punto. Sono i fatti a cambiare le idee. Ed è quello che la UAW sta facendo cambiando “le regole del gioco”.

E certo i miliardari del settore automobilistico non gradiranno molto che «un bifolco dell’Indiana» inviti i lavoratori a mangiarseli, letteralmente.

Buon appetito!, auguriamo noi...

Fonte

27/09/2023

USA - Lo sciopero nell'industria dell'auto sta rompendo il ‘sistema Marchionne’

Lo sciopero ad oltranza dei lavoratori degli stabilimenti Usa della Ford, della General Motors e di Stellantis ci tocca molto da vicino. Innanzitutto la piattaforma rivendicativa varata dal sindacato dell’auto UAW tocca la sostanza delle condizioni nelle quali in tutto l’Occidente, e ancora di più in Italia, è precipitato il mondo del lavoro.

La prima richiesta sono aumenti retributivi del 40%. Per capirci questo vorrebbe dire in Italia almeno 750 euro di aumento al mese. È vero che il contratto dei lavoratori dell’auto avrebbe una durata di 4-5 anni, ma comunque un aumento di queste dimensioni inciderebbe profondamente sul reddito dei lavoratori.

La seconda richiesta è la riduzione dell’orario settimanale a 32 ore pagate 40. Da tempo si discute, e qua e là si sperimentano, riduzioni di un orario di lavoro che nell’Occidente è fermo da trent’anni, dalle 35 ore in Francia, che seguivano quelle della Germania. Negli ultimi anni l’orario degli stabilimenti industriali è di fatto aumentato, tra flessibilità, obbligo di turni disagiati, straordinari.

Ora negli Stati Uniti i lavoratori dell’auto tentano quel salto verso la settimana lavorativa di quattro giorni, che sarebbe il primo vero cambiamento delle condizioni di lavoro e vita della classe lavoratrice dagli anni Sessanta del secolo scorso.

La terza principale rivendicazione è il ripristino del “Cola”, il meccanismo di indicizzazione automatica dei salari rispetto all’inflazione. La scala mobile insomma, che anche gli operai americani avevano perduto negli anni del trionfo del liberismo padronale e degli accordi sindacali di resa.

Infine la piattaforma dell’UAW chiede il superamento del “doppio regime” tra anziani e nuovi assunti. Negli ultimi vent’anni in tutti gli accordi dell’auto, si è concordato che su salario, benefit, sanità e pensioni, i nuovi assunti subissero un trattamento inferiore di quasi la metà rispetto ai più anziani.

Questo ha voluto dire che chi veniva assunto alla catena di montaggio, spesso con contratto precario, riceveva una paga di 15-20 dollari all’ora, mentre un operaio anziano ne prendeva 35-40.

Lavorano fianco a fianco, fanno le stessa produzione, ma hanno condizioni profondamente diverse. Ora i lavoratori dell’auto vogliono superare i contratti capestro che hanno imposto questa discriminazione schiavista verso i giovani ed i disoccupati, che in differenti forme si è affermata in tutto l’Occidente, da noi in particolare.

Uno degli artefici di questi accordi di resa sindacale fu Sergio Marchionne. Che, mentre imponeva ai lavoratori della Fiat in Italia di rinunciare al contratto nazionale, pena la delocalizzazione degli stabilimenti, operava lo stesso ricatto nei confronti dei dipendenti della Chrysler, ora Stellantis, allora appena acquisita dalla famiglia Agnelli.

Come si sa, quegli accordi capestro passarono in Italia con l’accordo unanime e convinto della destra, del centrosinistra, di Cisl e Uil e con la Cgil passiva e nei fatti consenziente. Solo la Fiom e i sindacati di base di opposero.

La vittoria di Marchionne contro gli operai in Fiat avviò una nuova ondata di aggressioni alle condizioni e ai diritti del lavoro. La legge Fornero, il Jobs act, e tanti provvedimenti contro il lavoro furono ispirati dall’opera dell’amministratore delegato della Fiat Chrysler Automobiles, Matteo Renzi lo dichiarò pubblicamente.

Negli Stati Uniti però il consenso e la complicità con Marchionne furono alimentati anche dalla corruzione dei dirigenti sindacali. Lo accertò la magistratura e lo riconobbe la stessa Stellantis, patteggiando una multa di 30 milioni di euro nel 2021.

E proprio da qui, dalla rivolta dei militanti sindacali contro la corruzione dei dirigenti, è partito il movimento di lotta che ha portato alla vertenza attuale. Con una diffusa ed organizzata partecipazione, alla fine gli iscritti alla UAW hanno destituito tutto il vecchio gruppo dirigente moderato e compromesso, ed eletto una nuova direzione radicale, guidata da Shawn Fain, ex operaio elettricista.

Così sono nate la piattaforma e lo sciopero che progressivamente si va estendendo a tutti gli stabilimenti di tutte e tre le grandi compagnie automobilistiche, per la prima volta nella storia del paese.

È stata una scelta consapevole, quella di risalire da decenni di sconfitte e di affrontare così, abbandonando la linea della rinuncia e passando all’attacco, il passaggio all’auto elettrica. Che questa volta dovrà essere pagato dai padroni e non dai lavoratori.

È chiaro allora perché questa lotta riguardi tutto il mondo del lavoro, negli Usa, nei grandi paesi industrializzati, e in particolare in Italia, dove il peggioramento dei salari e delle condizioni di lavoro è stato il più grave.

Anche qui in Italia si tratta di rovesciare il trentennale moderatismo sindacale complice e di ricominciare a rivendicare. Con richieste che partano da ciò che hanno perso e di cui hanno bisogno i lavoratori; e non dalle briciole che intendono spargere i ricchi.

“Negli ultimi 40 anni i miliardari si sono presi tutto lasciando tutti gli altri azzuffarsi per le briciole. Non siamo noi il problema, l’avarizia dei padroni è il problema”. Così ha detto il leader UAW Shawn Fain. Dopo quarant’anni di lotta di classe dall’alto, dei ricchi contro i poveri, riparte quella dal basso.

Il grande successo dello sciopero di otto ore contro lo sfruttamento alla Stellantis, ex Fiat, di Melfi, mostra che il sistema Marchionne si sta rompendo anche qui.

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