Nel voto di ieri gli elettori islandesi hanno punito i partiti di
centrosinistra e premiato quelli di centrodestra. Mandando un chiaro
messaggio: contro l’adesione all’UE, l’adozione dell’euro e l’austerity.
Come ampiamente previsto dai sondaggi dei giorni scorsi,
l'opposizione di centrodestra - composta dai liberali del Partito
progressista (19 seggi, 24,4%) e dai conservatori del Partito
dell'Indipendenza (19 deputati, 26,7%) - si è assicurata una maggioranza
di 38 dei 63 seggi totali del parlamento, stando ai risultati quasi
definitivi delle elezioni parlamentari celebrate ieri in Islanda. Il
voto ha premiato i due partiti di centrodestra, che insieme ottengono
circa il 51% dei consensi, e ha pesantemente punito l'Alleanza
socialdemocratica (9 seggi, 12,9%) ed il Movimento Sinistra-Verde (7
deputati, 10,9%), partner nella coalizione di governo uscente, che
perdono circa la metà dei rappresentanti all’Althing (così si chiama la
camera di Reykjavik).
L'esecutivo uscente, guidato dalla premier
Johanna Sigurdardottir , era salito al potere nel 2009 dopo il
fallimento delle grandi banche del paese. Colpa, senza dubbio, della
gestione dei partiti di centrodestra allora al governo, caratterizzata
da una mancanza assoluta di controlli e dalla subordinazione delle
politiche dell’esecutivo agli interessi dei grandi gruppi bancari e
finanziari locali ed esteri. Socialdemocratici e verdi hanno rifiutato
il pagamento del debito accumulato dal sistema finanziario locale nei
confronti delle banche inglese e olandesi, il che ha scatenato un
conflitto internazionale non ancora estinto salvando però il paese dalla
bancarotta e i suoi cittadini da un salasso superiore a quello comunque
subito. Ma il centrosinistra islandese non ha mai fatto mistero della
propria volontà di traghettare il piccolo paese all’interno dell’Unione
Europea, a tappe forzate. I dati sulla disoccupazione – sotto al 5% – e
sulla crescita – più 1,6% nel 2012 – farebbero invidia a qualsiasi altro
paese del continente. Ma l’opinione pubblica non ha gradito le misure
di austerity imposte dalla settantenne primo ministro ai cittadini
dell’isola, in vista di un ingresso all’interno dell’UE, e dettate dal
Fondo Monetario Internazionale in cambio di un prestito di 1,6 miliardi
di euro tra il 2008 e il 2011. Inoltre un terzo degli abitanti
dell'isola affermano di non essere in grado di poter far fronte a spese
impreviste, anche di soli 1.000 euro.
E quindi,
malgrado i successi conseguiti dal governo uscente nella riduzione della
disoccupazione e nelle misure per far fronte alla crisi del settore
bancario, gli elettori hanno preferito il messaggio centrale della
campagna elettorale del centrodestra, che ha promesso più crescita e
meno austerità. E soprattutto ha affermato di voler rallentare o
addirittura di riconsiderare l’adesione dell’Islanda ad una Unione
Europea sempre più invisa all’opinione pubblica del paese. Che non ne
vuole proprio sapere di rinunciare alla sua moneta per adottare l’Euro.
Inoltre, in una situazione in cui le famiglie sono sempre più indebitate
e le statistiche ufficiali che parlano di un nucleo su dieci in ritardo
nei pagamenti dei mutui per la casa o nei rimborsi di prestiti
immobiliari, il centrodestra ha promesso un alleggerimento del peso dei
mutui, riportando i parametri di riferimento ai livelli 2008.
Oltre ai quattro partiti maggiori, altre undici formazioni politiche si
presentavano alla tornata elettorale di ieri. Di queste undici due –
entrambi di recente formazione – sono riuscite a superare lo sbarramento
del 4% e ad entrare quindi nel nuovo Althing. Futuro Luminoso
(formazione centrista) che con l’8,2% dovrebbe ottenere sei seggi e il
Partito Pirata che avrebbe preso tre seggi col 5,1% dei voti, togliendo
consensi ai partiti di centrosinistra.
L'incarico di
premier andrà al leader del partito conservatore, il 43enne Bjarni
Benediktsson. Che ha già affermato che ritirerà la richiesta di adesione
all’UE presentata dalla premier sconfitta. E anche che non ha nessuna
intenzione di sottoporre all’approvazione del parlamento la bozza di
nuova Costituzione scritta ed emendata da migliaia di cittadini dopo il
crollo delle tre principali banche del paese. D’altronde non lo aveva
fatto neanche la leader del governo di centrosinistra, non rispettando
gli impegni presi e facendo perdere così numerosi voti ai due partiti
che la sostenevano.
Fonte
Anche in Islanda si sa cosa si vuole, ma non si ha la minima idea di come ottenerlo, a dimostrazione che lo scollamento tra società e politica non è affatto una questione tutta italiana.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/04/2013
Enrico Letta, autocomplottista
In molti in questi giorni mi fanno domande sul meeting Bilderberg
al quale son stato invitato a Washington lo scorso fine settimana. In
sintesi, era presente una parte importante dell'amministrazione Obama e
dei partiti democratico e repubblicano americani.
C'erano poi leader socialisti, liberali, verdi e conservatori di molti Paesi europei. E, inoltre, sindacalisti e imprenditori, docenti universitari e finanzieri. Senza contare rappresentanti dell'opposizione siriana e russa. La lista dei partecipanti è stata peraltro resa pubblica dagli stessi organizzatori.
C'erano poi leader socialisti, liberali, verdi e conservatori di molti Paesi europei. E, inoltre, sindacalisti e imprenditori, docenti universitari e finanzieri. Senza contare rappresentanti dell'opposizione siriana e russa. La lista dei partecipanti è stata peraltro resa pubblica dagli stessi organizzatori.
Si è discusso dei principali temi in materia di economia e di sicurezza al centro dell'agenda globale. Ed è stata per me un'occasione interessante e utile per ribadire la fiducia nei confronti dell'Euro e per rilanciare con grande determinazione l'invito a compiere i passi necessari (e indispensabili) verso gli Stati Uniti d'Europa.
Nulla di queste discussioni, e del franco e 'aperto' dialogo tra i partecipanti, mi ha fatto anche solo per un momento pensare a quell'immagine di piovra soffocante che decide dei destini del mondo, incurante dei popoli e della democrazia, descritta da una parte della critica sul web e sulla stampa.
È vero: la discussione era a porte chiuse. Ma la presenza dei direttori di alcuni dei principali giornali internazionali (di tutte le tendenze politico-culturali) mi pare possa 'rassicurare' i sostenitori di una lettura complottistica del meeting.
Enrico Letta, 5 Giugno 2012
Fonte
La questione che nessuno mai sottolinea a dovere riguarda il fatto che politici di qualsivoglia paese e colore non hanno ricevuto alcun mandato popolare per discutere di assetti globali a porte chiuse in giro per il mondo.
28/04/2013
Il peggiore dei governi pensabili
Non era impossibile far peggio, ma ci si è andati molto vicini. Nasce un
mostro frutto del compromesso tra "partito americano" e "partito
europeo". Saranno guai per noi e per loro.
Tralasciamo le tante ragioni etiche o ideologiche che rendono il nuovo esecutivo "guidato" da Enrico Letta qualcosa di indigeribile per qualsiasi coscienza democratica - non diciamo "rivoluzionaria" - ancora viva in questo paese. L'osceno connubio tra cortigiani/e berlusconiani, subcortigiani piddini e tecnici di valore indiscutibile (come Fabrizio Saccomanni, fino a ieri direttore generale della Banca d'Italia), dovrebbe suscitare orrore soprattutto in questi ultimi. E a lungo andare potrebbe diventare motivo e occasione di divisioni, rotture, dimissioni, rimpasti, ecc.
Concentriamoci invece sulla logica di questa altrimenti scombiccheratissima costruzione. Cosa abbia in comune una Beatrice Lorenzin con Maria Chiara Carrozza è un mistero glorioso. Come si possa risanare un paese affidandone le infrastrutture ai Lupi famelici e le "riforme istituzionali" a un Quagliariello, la salute alla già citata Lorenzin e l'amministrazione pubblica a Giampiero D'Alia (quello che voleva trasformare la Rete in una riserva di caccia per avvocati alla ricerca di un'"apologia di reato" da cui trarre parcella), è un altro mistero che richiede più fede dei tre di Fatima messi insieme. Eugenio Scalfari questa fede ce l'ha a prescindere, e quindi lo giudica preventivamente un "buon governo" , anzi addirittura un "medico per l'Italia".
Sorvoliamo anche sulla metafora "medica", che presuppone un paese fatto di imbecilli malati ma riottosi alle "cure" e pochi saggi che sanno dove mettere le mani. L'ha già sfruttata fin troppo Mario Monti, producendo danni e dolori che nessun medico perbene accetterebbe di provocare.
La questione principale ci sembra decisamente un'altra: l'Europa ha perso la battaglia per imporre una decisa "svolta" a questo paese. Il tentativo che aveva avuto in Monti la sua espressione più cruda e apertamente totalitaria si è scontrato con un rifiuto di massa che ha reso altamente impopolare sia l'Unione Europea che la moneta comune. Due terzi degli elettori di febbraio - più quelli che si sono astenuti restando a casa - hanno pronunciato un robusto "no" a quelle politiche. Dividendosi però sia sulle ragioni di questa ostilità che sulle soluzioni praticabili (https://www.contropiano.org/archivio-news/documenti/item/14769-tempesta-perfetta).
La tripartizione immobilizzante uscita dalle urne ha certificato sia il rifiuto della "cura della Troika" che l'assenza di soluzioni "pacifiche", quindi l'impossibilità di andare avanti come programmato in sede di Unone Europea. Un compromesso andava perciò realizzato. E il "partito europeo", fondamentalmente identificabile soltanto in parti consistenti del Pd e ovviamente i "montiani", ha dovuto cercarlo - auspice un Napolitano più premier che presidente - con quegli "interessi spurii" che le politiche di "risanamento" avrebbero a questo punto dovuto colpire per primi.
Detto altrimenti, il "blocco sociale berlusconiano" è nella visione europea una sacca purulenta da rimuovere, un tumore da estirpare, un groviglio di pesi morti che succhia risorse pubbliche, si alimenta spesso di "economia criminale" ed evasione fiscale, che impedisce l'allineamento dell'Italia con gli standard europei. Gente che non possiede alcuna sensibilità istituzionale, senso delle "regole", preferendo sempre i rapporti amicali, clientelari, individuali, le fedeltà basate sullo scambio di favori e di alcove. Tutta roba non "istituzionalizzabile". La Ue, insomma, non sa che farsene.
Al contrario, questa massa informe di interessi non apertamente confessabili è - da sempre - la "base popolare" del "partito americano". Non da sola ovviamente. Sensibilità tecnocratiche sono da sempre presenti anche su quest'altro fronte, coinvolgendo buona parte della diplomazia e delle strutture militari, gli organi di intelligence e una parte (in via di "snellimento") dell'imprenditoria. Emma Bonino, da questo punto di vista, è una garanzia verso la Nato, così come la conferma di Moavero (e ancor più di Saccomanni e Giovannini) serve a "tranquillizzare" Bruxelles.
Non sembri uno scherzo, ma la nomina a ministro di Nunzia Di Girolamo, sposata con il dalemiano Boccia (quello sconfitto due volte consecutive da Vendola alle elezioni per la Regione Puglia), è un "tocco simbolico" che quasi ricorda i matrimoni tra case regnanti come sigillo ai trattati di pace. Qui il matrimonio c'era già, ma il significato è lo stesso...
Il compromesso è parso inevitabile fin da subito, persino a Grillo, che non ha né avrà una "classe dirigente" alternativa da proporre, perché - semplicemente - non riesce a intercettarla, disponendo di un "programma" campato per aria e privo di "orizzonte ideale". Legalità astratta e riduzione dei costi non delineano infatti alcun "disegno di società", specie in una crisi di queste dimensioni.
Non è un governo fatto per durare a lungo. Lo si vede dagli immensi differenziali di competenza presenti al suo interno (gli esempi sono già stati fatti), dalla presenza di figure-immagine - sia detto senza offesa per le incolpevoli Iosefa Idem e Cécile Kyenge - incaricate di "rabbonire a sinistra", di testimoniare l'"innovazione" e l'afflato "progressista".
E' un governo che avrà problemi terribile di gestione della spesa pubblica (il "blocco berlusconiano" può ora trattare da posizioni di forza contro la riduzione, per dire, dell'appalto facile), ma anche di ridisegno del paese.
Una sola cosa li vedrà d'accordo senza troppe discussioni: la resistenza del mondo del lavoro, dei ceti a basso reddito in genere, andrà affrontata senza troppo rispetto per le garanzie costituzionali.
Diciamo quindi che questo mostro va affrontato e rovesciato, che ci sono contraddizioni palesi al suo interno su cui far leva, che c'è una sensibilità popolare e "di sinistra" profondamente ostile a questa oscena ammucchiata. Non è imbattibile, ma bisogna mobilitarsi con forza e ragione, con analisi e proposte, con pratiche unificanti e chiarezza di visione. Prima tappa l'11 maggio, a Bologna. Non si tratta di "provarci". Bisogna riuscirci.
Fonte
Tralasciamo le tante ragioni etiche o ideologiche che rendono il nuovo esecutivo "guidato" da Enrico Letta qualcosa di indigeribile per qualsiasi coscienza democratica - non diciamo "rivoluzionaria" - ancora viva in questo paese. L'osceno connubio tra cortigiani/e berlusconiani, subcortigiani piddini e tecnici di valore indiscutibile (come Fabrizio Saccomanni, fino a ieri direttore generale della Banca d'Italia), dovrebbe suscitare orrore soprattutto in questi ultimi. E a lungo andare potrebbe diventare motivo e occasione di divisioni, rotture, dimissioni, rimpasti, ecc.
Concentriamoci invece sulla logica di questa altrimenti scombiccheratissima costruzione. Cosa abbia in comune una Beatrice Lorenzin con Maria Chiara Carrozza è un mistero glorioso. Come si possa risanare un paese affidandone le infrastrutture ai Lupi famelici e le "riforme istituzionali" a un Quagliariello, la salute alla già citata Lorenzin e l'amministrazione pubblica a Giampiero D'Alia (quello che voleva trasformare la Rete in una riserva di caccia per avvocati alla ricerca di un'"apologia di reato" da cui trarre parcella), è un altro mistero che richiede più fede dei tre di Fatima messi insieme. Eugenio Scalfari questa fede ce l'ha a prescindere, e quindi lo giudica preventivamente un "buon governo" , anzi addirittura un "medico per l'Italia".
Sorvoliamo anche sulla metafora "medica", che presuppone un paese fatto di imbecilli malati ma riottosi alle "cure" e pochi saggi che sanno dove mettere le mani. L'ha già sfruttata fin troppo Mario Monti, producendo danni e dolori che nessun medico perbene accetterebbe di provocare.
La questione principale ci sembra decisamente un'altra: l'Europa ha perso la battaglia per imporre una decisa "svolta" a questo paese. Il tentativo che aveva avuto in Monti la sua espressione più cruda e apertamente totalitaria si è scontrato con un rifiuto di massa che ha reso altamente impopolare sia l'Unione Europea che la moneta comune. Due terzi degli elettori di febbraio - più quelli che si sono astenuti restando a casa - hanno pronunciato un robusto "no" a quelle politiche. Dividendosi però sia sulle ragioni di questa ostilità che sulle soluzioni praticabili (https://www.contropiano.org/archivio-news/documenti/item/14769-tempesta-perfetta).
La tripartizione immobilizzante uscita dalle urne ha certificato sia il rifiuto della "cura della Troika" che l'assenza di soluzioni "pacifiche", quindi l'impossibilità di andare avanti come programmato in sede di Unone Europea. Un compromesso andava perciò realizzato. E il "partito europeo", fondamentalmente identificabile soltanto in parti consistenti del Pd e ovviamente i "montiani", ha dovuto cercarlo - auspice un Napolitano più premier che presidente - con quegli "interessi spurii" che le politiche di "risanamento" avrebbero a questo punto dovuto colpire per primi.
Detto altrimenti, il "blocco sociale berlusconiano" è nella visione europea una sacca purulenta da rimuovere, un tumore da estirpare, un groviglio di pesi morti che succhia risorse pubbliche, si alimenta spesso di "economia criminale" ed evasione fiscale, che impedisce l'allineamento dell'Italia con gli standard europei. Gente che non possiede alcuna sensibilità istituzionale, senso delle "regole", preferendo sempre i rapporti amicali, clientelari, individuali, le fedeltà basate sullo scambio di favori e di alcove. Tutta roba non "istituzionalizzabile". La Ue, insomma, non sa che farsene.
Al contrario, questa massa informe di interessi non apertamente confessabili è - da sempre - la "base popolare" del "partito americano". Non da sola ovviamente. Sensibilità tecnocratiche sono da sempre presenti anche su quest'altro fronte, coinvolgendo buona parte della diplomazia e delle strutture militari, gli organi di intelligence e una parte (in via di "snellimento") dell'imprenditoria. Emma Bonino, da questo punto di vista, è una garanzia verso la Nato, così come la conferma di Moavero (e ancor più di Saccomanni e Giovannini) serve a "tranquillizzare" Bruxelles.
Non sembri uno scherzo, ma la nomina a ministro di Nunzia Di Girolamo, sposata con il dalemiano Boccia (quello sconfitto due volte consecutive da Vendola alle elezioni per la Regione Puglia), è un "tocco simbolico" che quasi ricorda i matrimoni tra case regnanti come sigillo ai trattati di pace. Qui il matrimonio c'era già, ma il significato è lo stesso...
Il compromesso è parso inevitabile fin da subito, persino a Grillo, che non ha né avrà una "classe dirigente" alternativa da proporre, perché - semplicemente - non riesce a intercettarla, disponendo di un "programma" campato per aria e privo di "orizzonte ideale". Legalità astratta e riduzione dei costi non delineano infatti alcun "disegno di società", specie in una crisi di queste dimensioni.
Non è un governo fatto per durare a lungo. Lo si vede dagli immensi differenziali di competenza presenti al suo interno (gli esempi sono già stati fatti), dalla presenza di figure-immagine - sia detto senza offesa per le incolpevoli Iosefa Idem e Cécile Kyenge - incaricate di "rabbonire a sinistra", di testimoniare l'"innovazione" e l'afflato "progressista".
E' un governo che avrà problemi terribile di gestione della spesa pubblica (il "blocco berlusconiano" può ora trattare da posizioni di forza contro la riduzione, per dire, dell'appalto facile), ma anche di ridisegno del paese.
Una sola cosa li vedrà d'accordo senza troppe discussioni: la resistenza del mondo del lavoro, dei ceti a basso reddito in genere, andrà affrontata senza troppo rispetto per le garanzie costituzionali.
Diciamo quindi che questo mostro va affrontato e rovesciato, che ci sono contraddizioni palesi al suo interno su cui far leva, che c'è una sensibilità popolare e "di sinistra" profondamente ostile a questa oscena ammucchiata. Non è imbattibile, ma bisogna mobilitarsi con forza e ragione, con analisi e proposte, con pratiche unificanti e chiarezza di visione. Prima tappa l'11 maggio, a Bologna. Non si tratta di "provarci". Bisogna riuscirci.
Fonte
Ricordando il genocidio ruandese
Volge al termine il mese che ha segnato il diciannovesimo
anniversario di uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX
secolo: il genocidio rwandese. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994 vennero massacrate sistematicamente tra le 800.000 e le 1.071.000 persone.
L’idea di purezza etnica o razziale che sottese a quei tragici eventi di quasi vent’anni fa, era totalmente estranea al Rwanda precoloniale.
La «tesi camitica»
tuttavia venne a costituire l’ elemento base, fino agli anni ’60, della
formazione degli intellettuali ruandesi e creò irrimediabili fratture
interne alla popolazione preparando il terreno al genocidio del 1994.
L’amministrazione indiretta coloniale per essere applicata aveva bisogno di una base ideologica semplificata. I Belgi entrarono in un contesto costellato da diversi nuclei di potere, ma fecero in modo che da questi nuclei ne emergesse soltanto uno.
I
missionari che conoscevano bene il territorio ruandese sapevano
benissimo che la realtà era molto più complessa, che c’erano diversi
tipi di Tutsi, che vi erano alcuni Re hutu ma si fecero anche loro operatori di quelle riforme amministrative
che lentamente ruppero gli equilibri sui quali si basava la società
rwandese, creando delle ingiustizie giustificate sulla base delle teorie
di superiorità di una fazione sull’altra (tutsi inizialmente).
Il censimento della popolazione degli anni ’30, durante il quale apparse per la prima volta la menzione dell’identità etnica come segno di riconoscimento
sulle carte d’identità, venne deciso sulla base del numero dei capi di
bestiame: con dieci e più vacche si diventava Tutsi, con meno vacche
Hutu (il principio della discendenza non era valido perché gli
appartenenti alla distinzione economica hutu-tutsi si sposavano tra
loro).
Ecco che una distinzione economica basata su un complesso sistema di norme clientelari, divenne una identità etnica reale, e fissata per sempre, sulle carte di identità etniche del 1933.
Quelli che così erano divenuti definitivamente Huti e Tutsi si
preparavano ad andare incontro al loro tragico destino, perché quelle
stesse carte di identità nel ‘94 vennero utilizzate per massacrare
oppure risparmiare le persone.
Dagli anni ’50 cominciò a
formarsi la contro-élite hutu in reazione a questa deformazione
coloniale, con l’appoggio dei missionari che nel frattempo avevano
abbracciato la causa hutu rispecchiando in essa la questione
valloni-fiamminghi.
La situazione si era dunque ribaltata ma i paradigmi tuttavia erano rimasti esattamente gli stessi. I vertici cattolici condannarono l’abuso di potere (creato dal regime coloniale) e incoraggiarono la fondazione di un partito cristiano hutu. Nel 1957 il malessere si concretizzò nel Manifesto degli Hutu che presentò il problema sociale con l’impiego del termine «razza» testimoniando chiaramente l’adozione di un concetto di matrice europea,
con gli hutu convinti di discendere dagli autoctoni bantu spodestati
dagli invasori camiti.
Il resto poi fu massacro, nel quale ciascuno finirà per servirsi di rappresentazioni storiche (false) al fine di argomentare la lotta politica in termini etnici.
Neanche
venti anni fa un popolo si auto-dilaniò davanti al mondo che li
guardava a braccia conserte, in nome di una distinzione falsa.
Nel ricordare quei mesi tragici voglio riaffermare la complessità dei processi di costruzione della identità, un dato non «naturale», «oggettivo», statico, ma piuttosto il risultato della sedimentazione storica.
La
comprensione delle identità plurali e dei processi storici evita
l’insidia violenta che si cela dietro alla narrazione delle identità
uniche ed immobili, come quelle razziali e etniciste.
Qualsiasi parola scritta pesa come il piombo. E può davvero cambiare le cose, servire da alibi alla violenza o alla pace.
Per approfondire consiglio la lettura di questo articolo della medesima autrice.
Addio università, oltre il 40% si ferma al diploma
La promozione dell'ignoranza è da anni la cifra genetica di tutti i
ministri dell'istruzione, da Lombardi e Berlinguer a Profumo, passando
per Gelimini, ecc.
Promozione dell'ignoranza perseguita in due modi: prima dequalificando al massimo la formazione offerta (corsi semestrali, proliferazione di università, dipartimenti, corsi di laurea senza docenti all'altezza, ecc), e in secondo luogo alzando le tasse di iscrizione oltre la soglia delle possibilità delle famiglie meno ricche. Un dispositivo classista mirante esplicitamente a bloccare la scala sociale, lasciando ai piani bassi chi da lì parte (per le singole eccezioni, naturalmente una soluzione si trova sempre e non contraddice la regola).
Abbassando al massimo il rapporto qualità-prezzo, infatti, si ottiene esattamente questo risultato: i rampolli delle famiglie benestanti vanno immediatamente verso le università private (detto fra noi: con ben poche "eccellenze" in cattedra, compresi gli economisti), mentre quelli "da lavoro dipendente" rarefanno le iscrizioni anno dopo anno.
Non sono mancati i complici, naturalmente. Dagli ex portaborse ricollocati come "docenti", ai professori pavidi tutti desiderosi di diventare capi-dipartimento (e quindi favorevoli per decenni alla proliferazione insensata di nuovi corsi inutili), a quella parte di studenti che pensava di essere ribelle quando chiedeva un "apprendimento lento" e "compatibile con le esigenze di vita".
*****
Record negativo di iscritti all'università in Italia: nel 2012/2013 immatricolati solo il 57,7% dei diplomati. In 24 mesi il sistema universitario italiano ha perso quasi 100mila iscritti. Le cause sono nelle politiche di de-qualificazione portate avanti dai governi negli ultimi anni.
Sempre più cara, sempre più d’elite, sempre meno di massa. Che l’università italiana stesse vivendo un periodo non facile in termini di immatricolazioni, di qualità della didattica e di appeal, gli studenti lo denunciavano da anni con le loro mobilitazioni. Nei giorni scorsi è però arrivato il dato che certifica una situazione che va ben oltre la criticità: nell’anno 2012/2013 solo il 57,7% dei diplomati hanno poi deciso di proseguire gli studi.
Calcolare il tasso di diplomati che ogni anno si immatricolano è molto semplice: basta incrociare i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione che quantificano in numeri assoluti i diplomi annuali con quelli resi noti dalle Università. Il risultato documenta il drammatico fallimento del sistema d’istruzione italiano che negli ultimi 10 anni ha visto pericolosamente abbassarsi il tasso di laureandi e di laureati. In realtà, andando molto indietro nel tempo, il record negativo toccato quest’anno regge per ben 30 anni, visto che nel 1982 oltre 7 giovani diplomati su 10 proseguirono gli studi. Un dato che è risultato in crescita costante sino al picco del 1991/1992 quando gli immatricolati furono il 79,9% dei diplomati. Da allora risultati altalenanti ma comunque positivi negli anni ‘90, fino al continuo trend negativo degli anni 2000 e al record negativo di quest’anno, che ragionando in termini assoluti rende ancor più l’idea delle proporzioni del fenomeno: in soli 12 mesi il sistema universitario italiano ha perso quasi 100mila immatricolazioni.
Un risultato, quello italiano, ancor più grave se si travalicano i confini nazionali per fare un confronto col contesto europeo. Con il suo misero 19,8% di popolazione compresa tra i 30 e i 34 anni fornita di laurea, l’Italia è il paese europeo con il minor tasso di laureati. Lontanissime Germania e Francia, che rispettivamente registrano tassi del 30% e del 43%. Altrettanto irraggiungibili, allo stato dei fatti, gli obiettivi fissati dall’Unione Europea che per il 2020 prevedeva percentuali del 40%. Cifre astronomiche, soprattutto per l’Italia, che ricordiamo essere stato uno dei pochissimi paesi che in tempo di crisi ha cercato di reperire risorse proprio dal mondo dell’istruzione, con tagli al bilancio tra il 2010 e il 2012 nell’ordine del 10%. Così, mentre l’Italia nel 2008 si apprestava a sforbiciare 100mila cattedre, la Germania incrementava il numero degli insegnanti del 13% e la Turchia guidava il filotto di paesi che puntavano sull’istruzione con un aumento del 16,5% degli investimenti.
Il perché in tempo di crisi in molti puntino sull’istruzione è molto semplice: solo con una qualificazione della mano d’opera e con lo sviluppo tecnologico è possibile reggere la concorrenza di sistemi economici impostati sullo sfruttamento e sul basso costo del lavoro. La considerazione non è nemmeno troppo d’avanguardia se è vero che molti economisti negli ultimi anni si sono spesi nel definire l’istruzione e la cultura due veri e propri volani per l’economia. Investire oggi per quadruplicare i benefici domani è però una teoria che solo i nostri governanti non hanno compreso. Persino dalle parti di Bruxelles, dove i conti li sanno fare bene, si sono convinti dell’importanza degli investimenti in università e ricerca, tanto che proprio l’Italia è stata nei mesi scorsi oggetto di un forte richiamo da parte della Commissione, che per bocca di Androulla Vassiliou commentava: "Se gli Stati membri non investono adeguatamente nella modernizzazione dell'istruzione e delle abilità ci troveremo sempre più arretrati rispetto ai nostri concorrenti globali e avremo difficoltà ad affrontare il problema della disoccupazione giovanile".
Parole che suonano come un’accusa nemmeno troppo velata contro le politiche messe in campo dagli ultimi governi che avrebbero dovuto, nelle intenzioni sbandierate, snellire e rilanciare l’università italiana nel segno della meritocrazia, e che invece hanno solo avuto l’effetto di rendere alienante la didattica (a causa della riduzione e dell’invecchiamento dei professori) e di aumentare i costi chiudendo le porte ai meno abbienti. Un vero disastro, dunque, che sembra non dispiacere però a qualche nostro miope politico visto che per il nascente governo Letta qualcuno ha fatto il nome di Mariastella Gelmini per il ministero dell’istruzione. Come a dire, al peggio non c’è mai fine.
Fonte
Promozione dell'ignoranza perseguita in due modi: prima dequalificando al massimo la formazione offerta (corsi semestrali, proliferazione di università, dipartimenti, corsi di laurea senza docenti all'altezza, ecc), e in secondo luogo alzando le tasse di iscrizione oltre la soglia delle possibilità delle famiglie meno ricche. Un dispositivo classista mirante esplicitamente a bloccare la scala sociale, lasciando ai piani bassi chi da lì parte (per le singole eccezioni, naturalmente una soluzione si trova sempre e non contraddice la regola).
Abbassando al massimo il rapporto qualità-prezzo, infatti, si ottiene esattamente questo risultato: i rampolli delle famiglie benestanti vanno immediatamente verso le università private (detto fra noi: con ben poche "eccellenze" in cattedra, compresi gli economisti), mentre quelli "da lavoro dipendente" rarefanno le iscrizioni anno dopo anno.
Non sono mancati i complici, naturalmente. Dagli ex portaborse ricollocati come "docenti", ai professori pavidi tutti desiderosi di diventare capi-dipartimento (e quindi favorevoli per decenni alla proliferazione insensata di nuovi corsi inutili), a quella parte di studenti che pensava di essere ribelle quando chiedeva un "apprendimento lento" e "compatibile con le esigenze di vita".
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Record negativo di iscritti all'università in Italia: nel 2012/2013 immatricolati solo il 57,7% dei diplomati. In 24 mesi il sistema universitario italiano ha perso quasi 100mila iscritti. Le cause sono nelle politiche di de-qualificazione portate avanti dai governi negli ultimi anni.
Sempre più cara, sempre più d’elite, sempre meno di massa. Che l’università italiana stesse vivendo un periodo non facile in termini di immatricolazioni, di qualità della didattica e di appeal, gli studenti lo denunciavano da anni con le loro mobilitazioni. Nei giorni scorsi è però arrivato il dato che certifica una situazione che va ben oltre la criticità: nell’anno 2012/2013 solo il 57,7% dei diplomati hanno poi deciso di proseguire gli studi.
Calcolare il tasso di diplomati che ogni anno si immatricolano è molto semplice: basta incrociare i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione che quantificano in numeri assoluti i diplomi annuali con quelli resi noti dalle Università. Il risultato documenta il drammatico fallimento del sistema d’istruzione italiano che negli ultimi 10 anni ha visto pericolosamente abbassarsi il tasso di laureandi e di laureati. In realtà, andando molto indietro nel tempo, il record negativo toccato quest’anno regge per ben 30 anni, visto che nel 1982 oltre 7 giovani diplomati su 10 proseguirono gli studi. Un dato che è risultato in crescita costante sino al picco del 1991/1992 quando gli immatricolati furono il 79,9% dei diplomati. Da allora risultati altalenanti ma comunque positivi negli anni ‘90, fino al continuo trend negativo degli anni 2000 e al record negativo di quest’anno, che ragionando in termini assoluti rende ancor più l’idea delle proporzioni del fenomeno: in soli 12 mesi il sistema universitario italiano ha perso quasi 100mila immatricolazioni.
Un risultato, quello italiano, ancor più grave se si travalicano i confini nazionali per fare un confronto col contesto europeo. Con il suo misero 19,8% di popolazione compresa tra i 30 e i 34 anni fornita di laurea, l’Italia è il paese europeo con il minor tasso di laureati. Lontanissime Germania e Francia, che rispettivamente registrano tassi del 30% e del 43%. Altrettanto irraggiungibili, allo stato dei fatti, gli obiettivi fissati dall’Unione Europea che per il 2020 prevedeva percentuali del 40%. Cifre astronomiche, soprattutto per l’Italia, che ricordiamo essere stato uno dei pochissimi paesi che in tempo di crisi ha cercato di reperire risorse proprio dal mondo dell’istruzione, con tagli al bilancio tra il 2010 e il 2012 nell’ordine del 10%. Così, mentre l’Italia nel 2008 si apprestava a sforbiciare 100mila cattedre, la Germania incrementava il numero degli insegnanti del 13% e la Turchia guidava il filotto di paesi che puntavano sull’istruzione con un aumento del 16,5% degli investimenti.
Il perché in tempo di crisi in molti puntino sull’istruzione è molto semplice: solo con una qualificazione della mano d’opera e con lo sviluppo tecnologico è possibile reggere la concorrenza di sistemi economici impostati sullo sfruttamento e sul basso costo del lavoro. La considerazione non è nemmeno troppo d’avanguardia se è vero che molti economisti negli ultimi anni si sono spesi nel definire l’istruzione e la cultura due veri e propri volani per l’economia. Investire oggi per quadruplicare i benefici domani è però una teoria che solo i nostri governanti non hanno compreso. Persino dalle parti di Bruxelles, dove i conti li sanno fare bene, si sono convinti dell’importanza degli investimenti in università e ricerca, tanto che proprio l’Italia è stata nei mesi scorsi oggetto di un forte richiamo da parte della Commissione, che per bocca di Androulla Vassiliou commentava: "Se gli Stati membri non investono adeguatamente nella modernizzazione dell'istruzione e delle abilità ci troveremo sempre più arretrati rispetto ai nostri concorrenti globali e avremo difficoltà ad affrontare il problema della disoccupazione giovanile".
Parole che suonano come un’accusa nemmeno troppo velata contro le politiche messe in campo dagli ultimi governi che avrebbero dovuto, nelle intenzioni sbandierate, snellire e rilanciare l’università italiana nel segno della meritocrazia, e che invece hanno solo avuto l’effetto di rendere alienante la didattica (a causa della riduzione e dell’invecchiamento dei professori) e di aumentare i costi chiudendo le porte ai meno abbienti. Un vero disastro, dunque, che sembra non dispiacere però a qualche nostro miope politico visto che per il nascente governo Letta qualcuno ha fatto il nome di Mariastella Gelmini per il ministero dell’istruzione. Come a dire, al peggio non c’è mai fine.
Fonte
Israele punta a collegare la crisi in Siria con quella iraniana
Mentre l'attenzione dei media internazionali è
stata rivolta alla distruzione dello splendido minareto di Aleppo, la
guerra civile in Siria si va pericolosamente collegando alla questione
iraniana, per tramite di una ben condotta azione politica israeliana.
La
questione dell'impiego delle armi chimiche in Siria, che Israele ha
infatti subito indicato come "linea rossa" della propria sicurezza e del
possibile intervento dello stesso Stato ebraico nel conflitto, è ormai
all'ordine del giorno, dopo che alti esponenti dell'establishment
militare israeliano hanno dato per certo che il governo siriano ne stia
facendo uso.
Ma la notizia si è tinta subito di giallo: infatti il ministro della difesa americano Hagel, la cui nomina, come si sa, è stata duramente contestata dalla lobby ebraica americana, che lo considera troppo acquiescente verso l'Iran, si è dichiarato sorpreso del fatto che la notizia sia stata diffusa a distanza di poche ore dal suo incontro di lunedì scorso con il responsabile della difesa israeliano Moshe Yaalon, nel corso del quale nulla gli era stato detto in merito. "Forse la valutazione non era ancora completa", si è affrettato ad aggiungere diplomaticamente.
Sta di fatto che, una volta di più, il governo Usa si trova incalzato da Israele ad intervenire nel conflitto. E qualcosa in questa direzione sta già avvenendo, dato che è confermato lo schieramento in Giordania, presso il confine meridionale siriano, nella base aerea di Mafraq, di 200 uomini della 1a divisione corazzata Usa, una delle unità d'urto più blasonate delle forze armate americane. Secondo quanto pubblicato lo scorso 17 aprile dal Los Angeles Times, questo primo contingente potrebbe preludere allo schieramento di oltre 20.000 uomini, come punta offensiva del possibile intervento occidentale in Siria, un intervento al quale, secondo quanto precisa il giornale israeliano Haaretz, Israele prenderebbe parte, non foss'altro che per garantirsi la sicurezza della zona contesa del Golan e per chiudere definitivamente i conti con Hezbollah.
Infatti, dopo l'episodio già verificatosi lo scorso ottobre, pochi giorni fa le forze armate israeliane hanno abbattuto un altro drone, che viaggiava a dieci chilometri dalla costa israeliana in direzione di Haifa, proveniente, secondo le autorità israeliane dal Libano. Il drone è stato abbattuto sopra la foresta di Yatir, presso Be'er Sheva, probabilmente anche grazie ad un preavviso da fonti di intelligence dislocate in Libano. Nonostante il movimento Hezbollah ha negato qualsiasi responsabilità nell'accaduto, per Israele la paternità del tentativo di penetrazione nel proprio spazio aereo non lascia adito a dubbi.
La questione siriana, con la sua appendice libanese, si collega così, anche per tramite del filo-iraniano Hezbollah, all'obiettivo fondamentale israeliano, la soluzione della questione iraniana. Israele, non soddisfatta dalla tiepida disponibilità americana ad intervenire, sta ormai dichiarando in lungo ed in largo di essere in grado di colpire l'Iran anche da solo. Lo ha fatto pochi giorni fa il capo di stato maggiore israeliano Benn Gant alla radio israeliana; lo ha confermato il ministro della difesa israliano Moshe Boogie Yaalon nel corso di una conferenza ad Herzliya, affermando che "Israele deve prepararsi per l'ipotesi di doversi difendere da solo con i propri mezzi".
Ma, nello stesso tempo, Israele sta esercitando fortissime pressioni sugli Usa, alimentando la convinzione che l'Iran sia in grado in pochi mesi di giungere alla bomba atomica: la "linea rossa" di Israele, però, è legata alla capacità di arricchimento in uranio, mentre Obama la colloca dove tutti i componenti di un'ordigno nucleare fossero stati effettivamente prodotti e assemblati.
La pressione israeliana ha comunque ottenuto un risultato che potrebbe rappresentare un elemento estremamente pericoloso nell'immediato futuro: in occasione del 65° anniversario della fondazione dello stato ebraico, infatti, il Senato Usa ha approvato una impressionante risoluzione, la Risoluzione 65 appunto, su proposta del presidente della commissione esteri del Senato, sen. Robert Menendez (D-NJ) e del sen. Lindsey Graham (R-SC), sostenuta da 79 membri bi-partisan del Senato Usa. Questa storica risoluzione, che nel suo preambolo ricostruisce in sintesi la storia delle relazioni Usa-Iran e dello speciale rapporto Usa-Israele, riaffermando il sostegno degli Stati Uniti al diritto israeliano all'auto-difesa, conclude testualmente:
"qualora il governo di Israele fosse costretto ad intraprendere un'azione militare di legittima auto-difesa contro il programma di armamento nucleare iraniano, il governo degli Stati Uniti affiancherà Israele, fornendo, nel rispetto della legge americana e delle responsabilità costituzionali del Congresso ad autorizzare l'uso della forza militare, supporto diplomatico militare ed economico al governo di Israele nella difesa del suo territorio, del suo popolo e della sua esistenza".
Si comprende bene quindi che il collegamento fra la "linea rossa" rappresentata dalle armi chimiche siriane e la "linea rossa" del nucleare iraniano, rischia una volta di più di porre l'impegno militare americano a rimorchio di una politica militare israeliana, diretta con ogni evidenza a risolvere quanto prima e con la forza le due crisi principali dell'attuale Medio Oriente.
Ma la notizia si è tinta subito di giallo: infatti il ministro della difesa americano Hagel, la cui nomina, come si sa, è stata duramente contestata dalla lobby ebraica americana, che lo considera troppo acquiescente verso l'Iran, si è dichiarato sorpreso del fatto che la notizia sia stata diffusa a distanza di poche ore dal suo incontro di lunedì scorso con il responsabile della difesa israeliano Moshe Yaalon, nel corso del quale nulla gli era stato detto in merito. "Forse la valutazione non era ancora completa", si è affrettato ad aggiungere diplomaticamente.
Sta di fatto che, una volta di più, il governo Usa si trova incalzato da Israele ad intervenire nel conflitto. E qualcosa in questa direzione sta già avvenendo, dato che è confermato lo schieramento in Giordania, presso il confine meridionale siriano, nella base aerea di Mafraq, di 200 uomini della 1a divisione corazzata Usa, una delle unità d'urto più blasonate delle forze armate americane. Secondo quanto pubblicato lo scorso 17 aprile dal Los Angeles Times, questo primo contingente potrebbe preludere allo schieramento di oltre 20.000 uomini, come punta offensiva del possibile intervento occidentale in Siria, un intervento al quale, secondo quanto precisa il giornale israeliano Haaretz, Israele prenderebbe parte, non foss'altro che per garantirsi la sicurezza della zona contesa del Golan e per chiudere definitivamente i conti con Hezbollah.
Infatti, dopo l'episodio già verificatosi lo scorso ottobre, pochi giorni fa le forze armate israeliane hanno abbattuto un altro drone, che viaggiava a dieci chilometri dalla costa israeliana in direzione di Haifa, proveniente, secondo le autorità israeliane dal Libano. Il drone è stato abbattuto sopra la foresta di Yatir, presso Be'er Sheva, probabilmente anche grazie ad un preavviso da fonti di intelligence dislocate in Libano. Nonostante il movimento Hezbollah ha negato qualsiasi responsabilità nell'accaduto, per Israele la paternità del tentativo di penetrazione nel proprio spazio aereo non lascia adito a dubbi.
La questione siriana, con la sua appendice libanese, si collega così, anche per tramite del filo-iraniano Hezbollah, all'obiettivo fondamentale israeliano, la soluzione della questione iraniana. Israele, non soddisfatta dalla tiepida disponibilità americana ad intervenire, sta ormai dichiarando in lungo ed in largo di essere in grado di colpire l'Iran anche da solo. Lo ha fatto pochi giorni fa il capo di stato maggiore israeliano Benn Gant alla radio israeliana; lo ha confermato il ministro della difesa israliano Moshe Boogie Yaalon nel corso di una conferenza ad Herzliya, affermando che "Israele deve prepararsi per l'ipotesi di doversi difendere da solo con i propri mezzi".
Ma, nello stesso tempo, Israele sta esercitando fortissime pressioni sugli Usa, alimentando la convinzione che l'Iran sia in grado in pochi mesi di giungere alla bomba atomica: la "linea rossa" di Israele, però, è legata alla capacità di arricchimento in uranio, mentre Obama la colloca dove tutti i componenti di un'ordigno nucleare fossero stati effettivamente prodotti e assemblati.
La pressione israeliana ha comunque ottenuto un risultato che potrebbe rappresentare un elemento estremamente pericoloso nell'immediato futuro: in occasione del 65° anniversario della fondazione dello stato ebraico, infatti, il Senato Usa ha approvato una impressionante risoluzione, la Risoluzione 65 appunto, su proposta del presidente della commissione esteri del Senato, sen. Robert Menendez (D-NJ) e del sen. Lindsey Graham (R-SC), sostenuta da 79 membri bi-partisan del Senato Usa. Questa storica risoluzione, che nel suo preambolo ricostruisce in sintesi la storia delle relazioni Usa-Iran e dello speciale rapporto Usa-Israele, riaffermando il sostegno degli Stati Uniti al diritto israeliano all'auto-difesa, conclude testualmente:
"qualora il governo di Israele fosse costretto ad intraprendere un'azione militare di legittima auto-difesa contro il programma di armamento nucleare iraniano, il governo degli Stati Uniti affiancherà Israele, fornendo, nel rispetto della legge americana e delle responsabilità costituzionali del Congresso ad autorizzare l'uso della forza militare, supporto diplomatico militare ed economico al governo di Israele nella difesa del suo territorio, del suo popolo e della sua esistenza".
Si comprende bene quindi che il collegamento fra la "linea rossa" rappresentata dalle armi chimiche siriane e la "linea rossa" del nucleare iraniano, rischia una volta di più di porre l'impegno militare americano a rimorchio di una politica militare israeliana, diretta con ogni evidenza a risolvere quanto prima e con la forza le due crisi principali dell'attuale Medio Oriente.
Moody's: "l'Italia andrà ancora peggio"
L'agenzia di rating rompe la tregua nei confronti dell'Italia e avverte:
la recessione sarà molto più lunga e grave di quanto finora previsto. O
meglio; raccontato.
Moody's conferma il rating 'Baa2' per l'Italia, con prospettive negative. E avverte: senza un mandato chiaro per il governo le riforme sono a rischio. Lo stallo politico può pesare anche sulla fiducia degli investitori, con il rischio di costringere il governo a cercare l'aiuto dell'Europa tramite l'Esm, il fondo salva Stati, e ''potenzialmente la Bce''.
Un'ipotesi, quest'ultima, ''complicata'' dalle difficoltà politiche perché ogni appoggio esterno ''richiederebbe inevitabilmente un impegno credibile del governo a ulteriori riforme''.
L'analisi di Moody's dipinge un quadro severo per l'economia italiana, con una recessione più profonda delle attese. L'agenzia di rating rivede infatti al ribasso le stime di crescita del prodotto interno lordo (pil) 2013 che dovrebbe contrarsi dell'1,8% rispetto all'1% precedentemente stimato. Una previsione peggiore anche a quella del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che ha stimato per l'Italia un calo del pil dell'1,5%.
La crescita - secondo Moody's - tornerà solo nel 2014, quando il pil dovrebbe salire di un modesto 0,2%; una cifra così bassa da non costituire neanche un'inversione di tendenza (in economia viene chiamato il "rimbalzo del gatto morto"), ma soprattutto rientrante nel normale "margine di errore" di ogni previsione.
L'outlook negativo riflette ''l'elevato rischio che l'Italia possa perdere la fiducia degli investitori e l'accesso ai mercati privati del debito in seguito allo stallo politico e all'incertezza sulla futura direzione politica, così come al rischio contagio'' dagli altri paesi della periferia dell'area euro. A complicare il quadro, è anche la debolezza del sistema bancario e il credito ''limitato e costoso'' per le piccole e medie imprese, ''motore di crescita dell'economia italiana''.
Moody's, comunque, conferma il rating grazie all'avanzo primario (le entrate dello Stato sono comunque superiori alle uscite, grazie alla mostruosa pressione fiscale) che aumenta le possibilità di un debito sostenibile nonostante le aspettative di una crescita bassa nel medio termine. Ma anche per la ''resistenza dell'economia, sostenuta da un relativamente basso indebitamento del settore privato e la probabilità di un appoggio finanziario, se necessario, dall'area euro visti progressi degli ultimi anni in termini di risanamento e l'importanza sistemica dell'Italia per l'area euro''.
Moody's, insieme a Standard & Poor's e Fitch, è una delle tre maggiori agenzie di rating al mondo, con oltre seimila dipendenti e un fatturato di 2,35 miliardi dollari. Fondata nel 1909 da John Moody, un giornalista economico interessato alla "trasparenza finanziaria delle aziende", ha sede a New York e l'azionista di controllo è il magnate statunitense Warren Buffett che opera tramite il suo fondo Berkshire Hathaway. Il quale, naturalmente, si avvantaggia delle "previsioni" fatte dalla "sua" agenzia. Sia nel senso di avere accesso prima degli altri a notizie rilevanti per il business, sia nel senso di far circolare previsioni che facilitano la sua individuale attività speculativa. Mica pensavate che lo chiamino "l'oracolo di Omaha" perché possieda un "fiuto" più raffinato degli altri...
Finita nella bufera in seguito al crac di Lehman Brothers (2008), cui Moody's assegnava un rating di massima affidabilità (la cosiddetta tripla A) fino a poco tempo prima della bancarotta, l'agenzia insieme a Standard & Poor's e Fitch finisce nel mirino delle autorità italiane per manipolazione dei mercati, rivelando a più riprese l'imminente declassamento del rating dell'Italia.
La Procura di Trani e la Guardia di Finanza contestano alle agenzie di rating anche l'aggravante di ''aver cagionato alla Repubblica Italiana un danno patrimoniale di rilevantissima gravita'''. Nel caso di Moody's, la Procura di Trani apre una indagine dopo il report diffuso il 6 maggio del 2010 a mercati aperti in cui si affermava che il sistema bancario italiano, in seguito al tracollo della Grecia, era tra quelli a rischio. La diffusione del report, che la Procura ritiene basato su ''giudizi infondati e imprudenti'' provocò il crollo del mercato dei titoli italiani. L'inchiesta è stata ovviamente archiviata a luglio del 2012.
Mica vorrete disturbare la finanza globale...
Fonte
Moody's conferma il rating 'Baa2' per l'Italia, con prospettive negative. E avverte: senza un mandato chiaro per il governo le riforme sono a rischio. Lo stallo politico può pesare anche sulla fiducia degli investitori, con il rischio di costringere il governo a cercare l'aiuto dell'Europa tramite l'Esm, il fondo salva Stati, e ''potenzialmente la Bce''.
Un'ipotesi, quest'ultima, ''complicata'' dalle difficoltà politiche perché ogni appoggio esterno ''richiederebbe inevitabilmente un impegno credibile del governo a ulteriori riforme''.
L'analisi di Moody's dipinge un quadro severo per l'economia italiana, con una recessione più profonda delle attese. L'agenzia di rating rivede infatti al ribasso le stime di crescita del prodotto interno lordo (pil) 2013 che dovrebbe contrarsi dell'1,8% rispetto all'1% precedentemente stimato. Una previsione peggiore anche a quella del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che ha stimato per l'Italia un calo del pil dell'1,5%.
La crescita - secondo Moody's - tornerà solo nel 2014, quando il pil dovrebbe salire di un modesto 0,2%; una cifra così bassa da non costituire neanche un'inversione di tendenza (in economia viene chiamato il "rimbalzo del gatto morto"), ma soprattutto rientrante nel normale "margine di errore" di ogni previsione.
L'outlook negativo riflette ''l'elevato rischio che l'Italia possa perdere la fiducia degli investitori e l'accesso ai mercati privati del debito in seguito allo stallo politico e all'incertezza sulla futura direzione politica, così come al rischio contagio'' dagli altri paesi della periferia dell'area euro. A complicare il quadro, è anche la debolezza del sistema bancario e il credito ''limitato e costoso'' per le piccole e medie imprese, ''motore di crescita dell'economia italiana''.
Moody's, comunque, conferma il rating grazie all'avanzo primario (le entrate dello Stato sono comunque superiori alle uscite, grazie alla mostruosa pressione fiscale) che aumenta le possibilità di un debito sostenibile nonostante le aspettative di una crescita bassa nel medio termine. Ma anche per la ''resistenza dell'economia, sostenuta da un relativamente basso indebitamento del settore privato e la probabilità di un appoggio finanziario, se necessario, dall'area euro visti progressi degli ultimi anni in termini di risanamento e l'importanza sistemica dell'Italia per l'area euro''.
Moody's, insieme a Standard & Poor's e Fitch, è una delle tre maggiori agenzie di rating al mondo, con oltre seimila dipendenti e un fatturato di 2,35 miliardi dollari. Fondata nel 1909 da John Moody, un giornalista economico interessato alla "trasparenza finanziaria delle aziende", ha sede a New York e l'azionista di controllo è il magnate statunitense Warren Buffett che opera tramite il suo fondo Berkshire Hathaway. Il quale, naturalmente, si avvantaggia delle "previsioni" fatte dalla "sua" agenzia. Sia nel senso di avere accesso prima degli altri a notizie rilevanti per il business, sia nel senso di far circolare previsioni che facilitano la sua individuale attività speculativa. Mica pensavate che lo chiamino "l'oracolo di Omaha" perché possieda un "fiuto" più raffinato degli altri...
Finita nella bufera in seguito al crac di Lehman Brothers (2008), cui Moody's assegnava un rating di massima affidabilità (la cosiddetta tripla A) fino a poco tempo prima della bancarotta, l'agenzia insieme a Standard & Poor's e Fitch finisce nel mirino delle autorità italiane per manipolazione dei mercati, rivelando a più riprese l'imminente declassamento del rating dell'Italia.
La Procura di Trani e la Guardia di Finanza contestano alle agenzie di rating anche l'aggravante di ''aver cagionato alla Repubblica Italiana un danno patrimoniale di rilevantissima gravita'''. Nel caso di Moody's, la Procura di Trani apre una indagine dopo il report diffuso il 6 maggio del 2010 a mercati aperti in cui si affermava che il sistema bancario italiano, in seguito al tracollo della Grecia, era tra quelli a rischio. La diffusione del report, che la Procura ritiene basato su ''giudizi infondati e imprudenti'' provocò il crollo del mercato dei titoli italiani. L'inchiesta è stata ovviamente archiviata a luglio del 2012.
Mica vorrete disturbare la finanza globale...
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