Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/12/2016

“La risoluzione Onu sulla Palestina è debole se non prevede sanzioni per Israele”

Dedichiamo lo spazio approfondimenti di oggi di Radio Città Aperta per tornare parlare di Palestina e lo facciamo con un rappresentante del Comitato con la Palestina nel cuore. E' al telefono con noi Lucio Vitale. Buongiorno Lucio, grazie per la tua disponibilità.

Ciao, buongiorno a voi

Sono stati giorni significativi e importanti, sono successe cose importanti per quello che riguarda la questione della Palestina. Il 24 dicembre è passata la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che condanna la politica del governo israeliano di autorizzare la costruzione di nuove case per coloni ebrei nei territori palestinesi, con l'astensione del rappresentante degli Stati Uniti. C'è stata la reazione rabbiosa di Netanyahu, che si è scatenato contro i paesi che hanno votato a favore di quella mozione convocando gli ambasciatori e scagliandosi anche contro l'amministrazione Obama. Effettivamente, Lucio, è un fatto storico che gli Stati Uniti si astengano su mozioni di questo tipo... E infine c'è questo tentativo, questo scambio di reciproche “affettuosità”, tra lui e Donald Trump, il presidente eletto. Trump dice: tenete duro fino al 20 gennaio – come se Israele avesse bisogno di tenere duro rispetto a qualcosa, avesse qualche tipo di problema a fare quello che gli pare – che arrivo io e sistemo le cose. E proseguono le esternazioni violente e aggressive di Netanyahu nei confronti di chiunque metta in discussione la legittimità israeliana ad estendersi e a fare quello che vuole dove vuole. Questo è un po' il quadro generale. E' successo qualcosa di importante però Lucio, parliamo forse soprattutto dell'astensione degli Stati Uniti?

Guarda, sicuramente è importante quello che è successo perché, come ha detto Samanta Power, che è l'ambasciatrice Usa presso l'Onu: "sono cinque decenni che l'America in maniera formale e informale comunica ad Israele che comunque l'occupazione dei territori della West Bank è fuorilegge". C'è una risoluzione che delimita perfettamente i territori, i confini, che sono quelli della fine della guerra del 1967. Dall'altro canto bisogna dire che questa medaglia ha due facce. Dall'altro canto noi che abbiamo un po' analizzato, all'interno del comitato, un po' più questo aspetto siamo venuti alla conclusione che la guerra è una guerra anche intestina all'interno dell'amministrazione americana. Obama mi sembra di capire che non si è mai sbracciato più di tanto a favore della Palestina. Se ricordi nel 2014 c'è stato “margine protettivo”, un'azione cruenta degli israeliani contro i palestinesi di Gaza, con più di 2000 morti e non mi sembra che gli Usa e Obama in particolare abbiano fatto qualcosa di concreto per fermare quella carneficina. Quindi alla luce di quello che è successo in questi giorni io direi più che... è uno sgarbo che si sono fatti Obama e Trump per il tramite della questione palestinese e di Israele quindi. Se tu ben ricordi Trump aveva, in campagna elettorale, detto che avrebbe riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele. Cosa che non può avvenire perché tutti sappiamo che, sempre per i famosi accordi che hanno definito i confini nel 1967, Gerusalemme non può essere la capitale di nessuno stato ma dovrebbe essere, semplicemente, una città santa dove tutti i pellegrini possono accedere sotto il controllo Onu e non, quindi, né israeliana né palestinese. E' una città che andrebbe congelata. Dicevo che questo sgarbo è stato fatto da Obama a Trump perché Trump aveva detto, in campagna elettorale, che avrebbe riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e detto questo Obama, di contraccolpo, promise 35miliardi di dollari in armamenti a Israele da spendere nell'arco di 10 anni. Quindi c'è stata una rincorsa a prendersi quei voti che in America delle volte sono decisivi per eleggere un presidente. Probabilmente questi voti sono andati a finire a Trump e non ad Obama, ecco perché Obama si sveglia, dall'oggi al domani, e dice: io adesso a questo punto metto il bastone tra le ruote a Trump e quindi siccome lui ha promesso Gerusalemme capitale di Israele, io, dall'altro canto, gli faccio pressioni per quanto riguarda gli insediamenti dei coloni. Sì, noi gioiamo, siamo felici, siamo contenti perché finalmente c'è qualcuno che strilla che c'è una legge sovranazionale, che è quella dell'Onu, che andrebbe rispettata. Il problema di questa risoluzione è che è una risoluzione fantasma perché non implica sanzioni a chi non la rispetta e quindi... Sì, va bene, d'accordo...

Esiste ma è pressoché inutile...

...è inutile, sì, io penso che è inutile. Poi Obama e Kerry, Kerry in particolare, insegue ancora questa dei due stati... Tutti sappiamo che i due stati non sono più possibili perché ormai la West Bank è diventato praticamente quasi... è quasi completamente a gestione israeliana. Sappiamo che è stata divisa in tre zone, la A, la B e la C. La A è gestita da Israeliani, la B a metà tra israeliani e palestinesi, la C che è gestita dai palestinesi che ormai è diventata il 22 per cento della Palestina, quindi niente. E lì dovrebbero entrare all’incirca 6 milioni di palestinesi, senza tener conto che la risoluzione 194 comunque dà la possibilità ai palestinesi profughi fuori dalla Palestina di rientrare in Palestina, cosa che Israele non vuole. E' inutile che si parli di questa risoluzione in maniera così enfatica quando ancora non sono stati sciolti vecchi nodi e vecchie risoluzioni Onu ancora non sono state applicate. Questo era giusto per fare un po' il quadro della situazione di quello che è successo secondo me, secondo noi del comitato anche lì in Palestina. Comunque l'importante per noi in questo momento è che se ne continui a parlare, perché lì c'è un nodo che va sciolto. Va sciolto perché vediamo cosa succede poi se questi attriti restano per troppo tempo.

Chiaro, quindi diciamo che al netto dello scambio di cortesie tra virgolette tra l'amministrazione uscente e quella entrante degli Stati Uniti, Obama e Trump, di tutta questa vicenda... quale potrebbe essere un risvolto positivo a cui... in cui infilarsi per riuscire a... quantomeno a far presente che esiste... Sappiamo che Israele sta incrementando la sua politica di colonizzazione dei territori palestinesi, quindi la situazione comunque è emergenziale da questo punto di vista no?

La situazione è emergenziale. L'importante è parlarne, l'importante è far sapere, anche perché all'interno delle comunità ebraiche nel mondo c'è comunque la consapevolezza che chi va lì non trova un ambiente favorevole. Ancora adesso... leggevo alcuni giorni fa che di nuovo Netanyahu insisteva presso le comunità ebraiche francesi a dire loro che non è la Francia la loro casa ma la loro casa è Israele. Perché loro hanno bisogno di coloni. Lì c'è un problema anche demografico: i palestinesi stanno crescendo come popolazione, demograficamente aumentano, mentre gli israeliani soffrono un po' della malattia che soffre tutto l'occidente e quindi sono sempre meno le nascite e quindi è un popolo che non è in crescita e quindi per colonizzare hai bisogno di persone. Ecco il motivo per cui si richiamano sempre nuovi coloni dall'America, dall'Europa. Parlarne e dire a chiare note, specialmente noi qui in Europa ma anche in America, che lì non c'è una situazione favorevole ad una colonizzazione, perché non può andare avanti per eterno questa cosa. I palestinesi che sono lì comunque non andranno mai via. Io poi ci sono sia a Gaza, sia in Libano, sia a Gerusalemme e lì delle volte la colonizzazione è subdola. Faccio l'esempio del tempio di Davide che dice che sta fuori le mura di Gerusalemme. Lì hanno mandato via interi quartieri di palestinesi per fare degli scavi. Poi sotto hanno trovato qualche mattone … qualche cosa di antico c'è, come d'altronde un po' in tutte le vecchie città arabe ed europee, se scavi qualcosa trovi. Intanto sono stati allontanati dei Palestinesi da quell'area. E così è quasi intorno a tutta Gerusalemme è avvenuto questo, in vari modi. E poi è un continuo demolire case dei palestinesi e un continuo edificare case dei coloni. E questo deve terminare. Deve terminare perché qui si sta parlando di un furto di terra, è proprio un furto in piena regola: c'è qualcuno che ruba qualcosa a qualche d'un altro e lì, mi dispiace, se non si applicano delle sanzioni a delle risoluzioni, è inutile che le facciamo queste risoluzioni, servono solo per parlarne. E comunque ha un suo perché anche questo, insomma.

Bene Lucio, noi ti ringraziamo per la tua disponibilità e per la tua analisi. Buon lavoro.

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Omicidio Regeni: l’infamia del delatore, il silenzio dei colpevoli


Giulio Regeni scoprì tardi le infide mani cui s’era affidato, seppure nella sua indagine sul tessuto sociale del Cairo, Mohamed Abdallah, che il ricercatore definisce miserabile, risultasse il responsabile del sindacato dei lavoratori ambulanti. L’uomo rappresentava una quantità infinita di persone che lavorano in una filiera di parziale legalità o di totale illegalità. Terreno di enorme interesse, da scandagliare, perché in quella megalopoli che è la capitale egiziana coinvolge forse uno o due milioni d’individui che danno da mangiare a cinque, sette milioni di bocche. Eppure chi in loco ha osservato con attenzione, e dovuta discrezione, persone, luoghi e contesto in cui quei commerci si sviluppano ha notato in quante occasioni uomini in divisa, o con fare da divisa, avvicinano gli ambulanti. In pochi casi cercano di sequestrare merce, estranea spesso a ogni controllo, in altri intessono dialoghi, conciliaboli. Cercano confidenze, ricevendo notizie e delazioni. Perciò non sorprende scoprire in Abdallah quel doppiogiochista diventato agli occhi di Regeni un personaggio meschino che lo vende ai poliziotti per continuare a ricevere favori per sé e la categoria, assediata e al tempo lusingata dalle vendite e dal mercimonio.

Il fatto che lo pseudo sindacalista ne parli ora, smentendo quanto dichiarato, o meglio non dichiarato, in precedenza, non può essere frutto d’una personale decisione. La sua versione subisce un correttivo dopo che mesi d’indagini e molteplici depistaggi da parte delle autorità inquirenti e politiche egiziane hanno prodotto il nulla. Le dichiarazioni di Abdallah, infarcite della bontà di comportamento che ogni sincero egiziano avrebbe tenuto di fronte a uno straniero intrigante e sospetto, paiono seguire un copione recapitatogli dal ministero dell’Interno. In quell’intreccio criminale che è stato il rapimento, lo strazio e l’omicidio di Giulio Regeni, nella saga del ricatto e dello sfruttamento dei ruoli la regia rimodella le voci. Quindi fa recitare all’informatore la parte del cittadino modello che lancia anche un proclama all’egiziano medio che deve farsi Stato a fianco degli organismi dello Stato. Quelli che proteggono il singolo e la collettività, come molti credevano accadesse ai tempi della thawra di Tahrir, “custodita” dalla lobby delle stellette. Questo sostenevano liberali e nasseriani. Di quale custodia si trattasse lo spiegano da anni le carceri speciali che rinchiudono decine di migliaia di oppositori.

La versione affibbiata ad Abdallah rilancia due concetti precisi: Regeni era una spia oppure un ingenuo, doppiamente giocato, da chi lo manovrava e dal personaggio cui s’era affidato. Ma ad ucciderlo, sostiene il suo traditore, sarebbe stata non l’Intelligence interna, bensì quella dei suoi ispiratori palesi od occulti. Così il cerchio si richiude a preservare i vip della politica del Cairo: il ministro dell’Interno Ghaffar e il presidente Sisi, che da mesi schivano un’indagine seria inibendo la magistratura interna e impediscono allo staff del procuratore italiano Pignatone di realizzare adeguate ricerche su esecutori e mandanti dell’efferato delitto. Le attuali dichiarazioni del sindacalista-informatore rilanciano un’ipotesi già gettata in pasto alla stampa: operazioni di micro spionaggio compiute dal Dipartimento dell’Università di Cambridge per conto dei Servizi britannici. Un’illazione che potrebbe venir rimossa da quel mondo accademico che così salverebbe il suo onore e quello di Regeni. Però Cambridge resta ingessata nella sua tradizione e non raccoglie insinuazioni né provocazioni, trincerandosi in un silenzio ormai stridente. Ma se tutto deve coincidere, secondo l’attuale affermazione accanto al presunto spionaggio e alla conseguente eliminazione, ci dovrebbero essere pure le sevizie. Fino a che punto la memoria di Regeni dev’essere martoriata?

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Il killer del lavoro, nel lungo termine, non è la Cina. E’ la robotizzazione


Il primo lavoro che Sherry Johnson, 56 anni, ha perso a causa della robotizzazione, è stato a Marietta, nello stato della Georgia, nella sede del giornale locale, dove il suo compito era di rifornire di carta le stampanti e di ordinare le pagine stampate. Tempo dopo vide le macchine imparare a poco a poco a fare il suo lavoro; quindi le vide utilizzate in un reparto di produzione merci, dove venivano costruiti macchinari per la respirazione, poi ancora nell'inventario di un magazzino, ed infine in un archivio.

La lavoratrice da noi intervistata ha dichiarato “Quello che mi fa veramente incazzare è... Ma se lo chiedono come possiamo costruirci una vita, in questo modo?” Sherry quindi si è iscritta ad un corso per computer a Goodwill, ma anche questo non è bastato: “I ventenni, i trentenni, sono molto più aggiornati di noi in quella roba lì, noi non ci siamo cresciuti insieme, come è stato per loro,” dichiara la Johnson, che ora ha sviluppato un piccolo handicap, e vive in un quartiere di case popolari a Jefferson City, in Tennessee.

Il neo eletto Presidente USA, Donald J. Trump, in campagna elettorale, promise ai lavoratori come la Johnson che avrebbe riportato in auge lavori come quelli che sapevano fare prima, frenando il commercio internazionale, le delocalizzazioni e reprimendo l’immigrazione. Ma gli economisti, invece, sono convinti che la minaccia peggiore per il lavoro sia rappresentata da qualcosa d’altro: la robotizzazione.

“Chiaramente, l’avvento della robotizzazione nel mondo del lavoro è stato fondamentale, ma a lungo andare, non può diventare così 'invadente'”, afferma Lawrence Katz, professore di economia ad Harvard e studioso del lavoro e di innovazione tecnologica.

Nessun candidato, durante la campagna elettorale, si è occupato molto della robotizzazione. La tecnologia non è un’antagonista facile e gestibile come può esserlo la Cina o il Messico, non esiste un modo definito, semplice, per sbarazzarsene, e per di più, molte delle compagnie del settore, sono dislocate negli Stati Uniti, che ne beneficiano nei modi più diversi.

Il neo Presidente Trump, lo scorso mercoledì, ha dichiarato ad un gruppo di dirigenti di alcune compagnie del settore tecnologico: “Vogliamo che voi non molliate, che continuiate con la ricerca nell’innovazione. Qualsiasi cosa potremo fare per aiutare questo processo, saremo pronti a farla in ogni momento.”

Andrew F. Puzder, punta di diamante nel Gabinetto Trump (nel quale ricopre la carica di segretario per il lavoro), ed amministratore delegato della CKE Restaurants (catena di ristoranti specializzata in piatti messicani), in un’intervista rilasciata a marzo al “Business Insider” (rivista americana on line) ha esaltato le virtù dei robot, a differenza di quelle della razza umana dichiarando: “Sono sempre educati, cortesi, riescono a far comprare anche più del necessario al cliente, non prendono mai una vacanza, non sono mai in ritardo, tra di loro non esistono casi di discriminazione razziale, sessuale o di età, mai un caso di infedeltà, dovuto ad arrivismo personale, nelle aziende robotizzate.”

Secondo una ricerca di alcuni economisti, tra cui Daron Acemoglu e David Autor del M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology), la globalizzazione è palesemente responsabile per la perdita di alcuni tipi di lavoro, particolarmente se ci riferiamo ai rapporti commerciali con la Cina durante gli anni 2000, rapporti che portarono ad una rapida e netta perdita di posti di lavoro, che si attestò intorno a circa 2 milioni/2 milioni e mezzo. Nello specifico, Autor, in un paper pubblicato a Gennaio 2016, rilevò che i lavoratori delle zone del paese più interessate dalle importazioni, sono generalmente più toccati dalla disoccupazione, ed avranno un reddito ridotto per il resto della loro vita. Nel tempo, la robotizzazione ha avuto un effetto molto più forte di quello della globalizzazione, che prima o poi avrebbe comunque eliminato questi settori lavorativi, ha dichiarato in un’intervista lo stesso Autor, che sottolinea: “Un po’ dipende dalla globalizzazione [la perdita dei posti di lavoro N.d.T.], ma molto di più dal fatto che abbiamo sempre meno bisogno di lavoratori per fare lo stesso lavoro,” ha dichiarato l’economista, ed infine, “ sostanzialmente, oramai i lavoratori sono solo dei supervisori delle macchine.”

Quando Greg Hayes, amministratore delegato della United Technologies (multinazionale americana attiva in diversi settori, perciò detta, “conglomerata”) concordò nell'investire in tecnologia ben 16 milioni di dollari in una delle sue fabbriche “Carrier” (produzione ed installazione di impianti di climatizzazione e refrigerazione commerciale), come parte di un accordo con Trump, teso a mantenere alcuni siti industriali in Indiana, invece di delocalizzare in Messico, egli dichiarò che il denaro vero, il cosiddetto profitto, scaturisce sempre dalla robotizzazione.

E ultimamente ha dichiarato alla CNBC (stazione radiotelevisiva del New Jersey), senza tanti peli sulla lingua: “Quello che fondamentalmente vuol dire tutto questo è che avremo sempre meno posti di lavoro disponibili”.

Prendiamo l’industria dell’acciaio, ad esempio: sono stati bruciati 400.000 posti di lavoro, il 75% della sua forza lavoro, tra il 1962 ed il 2005. Ma le spedizioni non calano, secondo uno studio pubblicato lo scorso anno dall’American Economic Review. La ragione sta in una nuova tecnologia, detta “minimill”*. Per gli autori della ricerca, Allan Collard-Wexler della Duke University e Jan De Loecker della Princeton University, l’impatto di questa nuova tecnologia sul mercato è stato ed è ancora molto forte: pensiamo al controllo sulle pratiche gestionali, ma anche alle perdite di posti di lavoro nel Midwest, al commercio internazionale, ma anche agli stipendi, diminuiti sensibilmente.

Un’altra analisi redatta dalla Ball State University, ha attribuito la causa della perdita di posti di lavoro per il 13% circa agli scambi commerciali con gli altri paesi, e, per il restante, ad una crescente produttività, ma in virtù proprio della robotizzazione, quindi, si può dire, “drogata”. Il settore dell’abbigliamento è stato colpito maggiormente dal commercio internazionale, quindi dalla concorrenza di altri mercati – si evidenzia nello studio – mentre il mercato dei computer e della produzione di componenti elettroniche sono stati colpiti dai progressi raggiunti dalla tecnologia stessa.

Con il tempo, la robotizzazione ha avuto generalmente un lieto fine: mentre da una parte cancellava posti di lavoro, ne creava altri in settori differenti; ma alcuni esperti si preoccupano che questa volta potrebbe essere differente: anche se l’economia è migliorata, le attività ed i salari, per un grande segmento di lavoratori – in particolare uomini senza titolo universitario che di solito si dedicavano a lavori manuali – non hanno avuto una ripresa.

Daron Acemoglu, economista turco, nel numero di maggio di un periodico economico, si è imbattuto in una ricerca dalla quale ha appreso che, nel migliore dei casi, la robotizzazione lascia la prima generazione di lavoratori colpiti da questo processo di “modernizzazione” in una sorta di sbandamento, di stato confusionale, dal momento che ci si accorge d’un tratto di non avere le competenze necessarie per ricoprire mansioni e compiti più complessi.

Robert Stilwell, 35 anni di Evansville, nell’Indiana, appartiene a questa generazione: non si è diplomato alle scuole superiori ed in fabbrica costruiva parti di auto e di strumenti, le imballava e le caricava sui camion. Dopo essere stato licenziato, ha trovato lavoro come cassiere presso un minimarket, che ha voluto dire accettare un salario molto ridotto.

“Mi ero abituato ad avere un lavoro veramente molto buono e gratificante, e mi piaceva la gente con la quale interagivo, finché non sono stato superato da una macchina; a quel punto sono stato mollato,” questa la sua dichiarazione.

L’ultima occupazione di Dennis Kriebel, invece, è stata di supervisore in una fabbrica di profilati di alluminio, dove aveva passato dieci anni a forare parti per automobili e trattori; alla fine, circa cinque anni fa, ha perso il suo posto di lavoro per colpa di un robot.

Kriebel, ora cinquantacinquenne, afferma che “tutto quello che facciamo, può essere fatto anche da un robot, se quest’ultimo viene programmato da qualcuno in grado di farlo.” Ora Kriebel vive a Youngstown, in Ohio, la città a cui Bruce Springsteen ha dedicato una delle più belle ballate dell’album “The ghost of Tom Joad”**. Springsteen canta così: ”Seven hundred tons of metal a day/Now sir you tell me the world’s changed”… “Settecento tonnellate di metallo al giorno/Adesso, padrone, dimmi che il mondo è cambiato.”

Da allora, Kriebel sbarca a malapena il lunario facendo lavori occasionali. Purtroppo oggigiorno, in fabbrica, molte delle nuove mansioni richiedono competenze tecniche specifiche, e lui non ha un computer e neanche intende acquistarlo.

Esperti del lavoro affermano che esistono vari modi per aiutare i lavoratori nel periodo di transizione, una sorta di limbo, in cui hanno perso il lavoro e sono stati sostituiti dai robot: programmi di riqualificazione professionale, aiuto dai sindacati, la creazione di maggiori opportunità di lavoro nel settore pubblico, o un reddito minimo garantito più alto, maggiori detrazioni fiscali per i redditi da lavoro, e, per i lavoratori della prossima generazione, più corsi di laurea a disposizione. Lo scorso martedì, la Casa Bianca ha pubblicato un rapporto sulla robotizzazione e l’economia, in cui si propone una migliore formazione, dalla prima infanzia all’età adulta, un aggiornamento della rete di solidarietà sociale con strumenti come un salario assicurato, e così via; ma il neo presidente Trump, ha già dichiarato che le politiche di questo tipo che metterà in campo non saranno molte.

“Solo se permetteremo al mercato privato di robotizzarsi, senza alcun sostegno economico da parte dello Stato, otterremo la soluzione ad una serie di problemi, dall’immigrazione al commercio internazionale, persino al forte impatto della tecnologia,” ha dichiarato a suo tempo, l’economista Lawrence Katz, a capo dell’Ufficio Economico del Dipartimento del Lavoro, sotto la Presidenza Clinton.

I cambiamenti non hanno interessato solo il campo del lavoro manuale: i computer hanno imparato rapidamente a fare anche il lavoro dei “colletti bianchi”, e persino quello del personale del settore servizi. La tecnologia del momento, potrebbe automatizzare il 45% delle attività svolte da personale retribuito, secondo un rapporto di McKinsey, (società internazionale di consulenza manageriale) apparso nel mese di Luglio. A minor rischio sono i lavori che richiedono creatività, o la cura e la gestione di persone.

La lavoratrice di cui raccontavamo all’inizio, Sherry Johnson, ora in Tennessee, ha dichiarato che il suo lavoro preferito ed allo stesso tempo meglio retribuito ($8.65 l’ora) è prendersi cura dei cuccioli, in un rifugio per animali; questo è un lavoro che meno si adatta ad essere compiuto da una macchina: “Spero che un computer non riesca a fare tutto questo, anche se alcune macchine sono già in grado di cambiare la carta sporca delle gabbie e dare affetto ed attenzione ai cuccioli.”

Dal New York Times, Claire Cain Miller
Traduzione e cura di Francesco Spataro


Note
*In italiano mini-acciaieria. Stabilimento siderurgico che utilizza una particolare tecnologia (fornace ad arco elettrico) che lo rende più flessibile al mercato; per questa ragione viene usata questa tecnologia in periodi di sovrapproduzione o crisi del mercato.

**”Il fantasma di Tom Joad”, album del 1995 di Bruce Springsteen, dedicato al periodo della Grande Depressione USA, del 1929. Tom Joad, a cui è dedicato l’ album, è anche il personaggio principale del libro di John Steinbeck “Furore”, un bracciante che si trova a vagabondare per il Grande Paese ed a combattere la Grande Crisi economica che colpì gli USA dopo il crollo di Wall Street e che creò milioni di disoccupati.

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Almaviva. La proprietà procede con i licenziamenti. Fuori 1600 lavoratori della sede di Roma

La proprietà non ha sentito ragioni. Ha chiuso la sede romana di Almaviva e fatto partire le lettere di licenziamento per 1.666 lavoratori del call center. Dopo il rifiuto delle Rsu della sede di Roma all'ipotesi di accordo, c’era stato un referendum che aveva visto i lavoratori praticamente divisi a metà ma con una risicata maggioranza favorevole ad accettare l’accordo-capestro (valido tra l’altro solo fino al 31 marzo 2017). Alla luce dell’esito del referendum, il governo aveva riconvocato le parti ad un tavolo di trattativa, ma anche l'ultimo tentativo di mediazione del ministero dello Sviluppo economico è fallito. Il viceministro Teresa Bellanova ha giustificato l'inerzia del governo affermando che "purtroppo l'azienda ha avanzato difficoltà anche dal punto di vista della tenuta della procedura e, quindi, ha ribadito il mantenimento dell'accordo dei lavoratori di Napoli e il mancato accordo con Roma".

La sede di Roma è stata resa inattiva dall’azienda già dallo scorso 22 dicembre. La prospettiva è quella di una delocalizzazione dei servizi di Almaviva in Romania (una realtà con salari più bassi e minori "ostacoli sindacali") che pare essere sin dall'inizio l'obiettivo perseguito dalla proprietà. L'accordo siglato dalla rsu della sede di Napoli è valido fino al 31 marzo 2017, e nulla lascia prevedere che l'azienda abbia usato solo strumentalmente l'accordo per indebolire i lavoratori per poi procedere comunque ai licenziamenti e alla delocalizzazione. Emergono in modo clamoroso le corresponsabilità di governo e Cgil Cisl Uil nella svendita dei lavoratori Almaviva e nella totale subalternità alle decisioni della proprietà. "È successo tutto ed il contrario di tutto, sono stati completamente calpestati ed ignorati i nostri diritti, governo ed azienda son stati davvero bravi a mettere noi ex colleghi uno contro l'altro" scrive Lucia, una lavoratrice di Almaviva, "La Bellanova oggi parlava di incapacità di comunicazione tra le parti in causa, ma il governo dov'è stato in questi 75 giorni? Fino all'ultimo presi in giro, nemmeno un cavolo di ammortizzatore sociale ci è stato offerto, 1666 persone (e famiglie) non si mandano via così. Si è perso tutto, la dignità, la coscienza di classe... Il governo è stato abile a scaricare tutta la responsabilità sugli altri, sulle rsu che da molti ex colleghi oggi sono state insultate. Scusatemi, sono arrabbiata, delusa e preoccupata perché siamo stati trattati come dei numeri".

Intanto alcuni mass media chiamano in causa – impropriamente in questo caso – l'Usb nella vertenza Almaviva e soprattutto nella decisione della Rsu aziendale di Roma di respingere l'accordo-capestro. In un comunicato la Usb fa sapere che: "Alcuni TG e organi di stampa questa mattina attribuiscono alla nostra organizzazione la responsabilità del mancato accordo nella vertenza Almaviva che apre la strada a 1660 licenziamenti nel sito di Roma. USB invece non è mai entrata nella trattativa. La responsabilità della gestione della vertenza è tutta di Cgil Cisl e Uil e del MISE che, come ormai accade in ogni importante vertenza, neanche prova a mettere sotto pressione le aziende affinché ritirino i licenziamenti. USB, come sempre in ogni vertenza, avrebbe gestito ben diversamente questo drammatico confronto senza alcun cedimento e senza introdurre alcuna pratica di contrapposizione tra lavoratori. Mentre il Governo decide un importante stanziamento per salvare le Banche, lo stesso governo, assieme ai sindacati complici, non vuole entrare seriamente in campo per imporre soluzioni occupazionali per i lavoratori. A questo governo e a questi sindacati vanno quindi attribuite le responsabilità della drammatica conclusione di questa vertenza".

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Operazione Bluemoon. Eroina di Stato

Italia - Anni '70, disinformazione e criminalizzazione pubblica del tossicodipendente, screditamento sociale della generazione di giovani alternativi/antagonisti che faceva uso di sostanze, contrasto poliziesco alle droghe leggere e diffusione strategica dell'eroina, convertendo al suo consumo specifico centinaia di migliaia di persone, riducendo gli altri consumi e poi togliendo prima l'anfetamina e poi la morfina dal mercato (in un tempo in cui non c'erano nemmeno sostanze per affrontare le tossicodipendenze da eroina).

Un pezzo della guerra psicologica, dentro la guerra fredda, all'opposizione sociale più radicale. Una tesi da sempre denunciata, almeno nel suo carattere oggettivo, dai movimenti extraparlamentari alla fine degli anni '70, che trova alcune conferme anche all'ipotesi del coinvolgimento organizzativo e diretto dei servizi segreti occidentali, qualche testimonianza e qualche riscontro oltre a un illustre e accreditato precedente: l'operazione COINTELPRO che la CIA condusse contro le Pantere Nere e che prevedeva l'immissione massiccia di eroina nei loro quartieri di radicamento per demotivare e annichilire la loro base di reclutamento (documenti disponibili perchè a differenza che in Italia i documenti dei servizi americani vengono desecretati dopo un tot di anni).

Una strategia raffinata che naturalmente non inventa il fenomeno culturale e sociale del consumo di sostanze psicotrope, ma lo coglie pienamente e cerca di enfatizzarlo, direzionarlo e utilizzarlo in chiave consumistica e autodistruttiva per una generazione "troppo ribelle".
Quello che l'epica di Gomorra non ci racconta...

(Alfonso De Vito)

Sull'operazione Bluemoon vedi anche: qui




Ankara, timori e interessi sul confine siriano

Ricomposto un rapporto che poteva incrinarsi per l’omicidio eccellente dell’ambasciatore russo ad Ankara (rimasto comunque tuttora oscuro) l’establishment turco guarda al futuro prossimo della sua politica interna e di quella che si sviluppa appena oltre confine nel turbolento scenario siriano. In questi giorni si parla con insistenza d’un tavolo di colloqui da tenere ad Astana (Kazakistan) assieme ai due ferrei alleati di Damasco, Russia e Iran. Sul tema interviene il ministro degli Esteri turco che la prende larga, puntando il dito sugli Stati Uniti, poco amati da tutti gli interlocutori. Cavuşoğlu, con un’intervista rilasciata ieri a un’emittente del suo Paese, risolleva un argomento noto da mesi: il rifornimento di armi americane alle Unità di Protezione del Popolo che, difendendo i territori del Rojava, combattono l’Isis. Tali forniture, a suo dire, finirebbero anche nelle mani del Pkk, che dall’estate del 2015 ha riaperto un fronte interno di guerriglia con Ankara, spina nel fianco che preoccupa non poco l’esecutivo e l’onnipresente presidente. Il ministro fa notare l’affievolito impegno aereo americano a favore dello Scudo dell’Eufrate, visto che l’amministrazione Obama, ormai in uscita dalla Casa Bianca, ha puntato tutto sullo scontro di terra anti Isis per mano dei combattenti kurdi.

Al di là della denuncia, che dovrà fare i conti con le prossime decisioni del nuovo staff presidenziale statunitense in Medio Oriente, i possibili negoziati sulla Siria ruotano attorno a punti tutt’altro che convergenti fra gli interlocutori. Quello sul futuro di Asad risulta centrale e appare in totale discordanza. Finora Mosca e Teheran continuano a offrire un appoggio incondizionato (e interessato) al presidente siriano, mentre con le sue dichiarazioni Cavuşoğlu afferma non solo che nessun esponente del regime di Damasco dovrà sedere al tavolo in preparazione, ma nega che nel piano stilato di recente fra Erdoğan e Putin siano previste garanzie ad Asad per una conservazione del potere sino a elezioni venture. A suo giudizio la trattativa dei piccoli passi deve assicurare il cessate il fuoco fra i gruppi contendenti, senza che lealisti e opposizione partecipino al tavolo di discussione, né tantomeno i rappresentanti delle Ypg o del Pyd, seppure in prima linea contro i miliziani del Daesh. Nell’intervento tivù Cavuşoğlu si sofferma sul filo diretto stabilito da Washington coi guerriglieri kurdi, che potrebbero essere utilizzati dalle forze della coalizione anti Isis anche nella prevista offensiva di terra su Raqqa. Quest’impegno avrà certamente una contropartita, che preoccupa la dirigenza turca perché riguarderà la giurisdizione dei cantoni del Rojava, rafforzati militarmente e politicamente.

Per evitarne la continuità territoriale dall’agosto scorso la Turchia fa di tutto - l’ingresso del suo esercito a Jarabulus lo dimostra - e molte delle polemiche rivolte agli Usa in merito al supporto offerto alle unità combattenti kurde, riguardano proprio la volontà di Ankara di tenere isolate le enclavi di Afrin e Kobanê. Il controllo jihadista di Al-Bab, che separa le due aree, può a sua volta rientrare nei sotterfugi tattici presenti in ogni mossa compiuta dai vari contendenti nel conflitto dei cento e uno interessi perseguiti da ciascun attore di questo scontro. Così come i frazionamenti, reali e presunti, del cosiddetto Hêzên Sûriya Demokratik, l’alleanza multietnica e multireligiosa avviata quattordici mesi fa che somma alla consolidata guerriglia kurda del Rojava gruppi locali di combattenti arabi, assiri, armeni, ceceni. Obiettivo comune: la battaglia verso il cuore del Califfato che deve vedere nella presa di Raqqa un obiettivo centrale. Un’offensiva che sarebbe dovuta scattare dopo quella di Mosul, e che era annunciata sin dallo scorso novembre. Ma dietro lo scopo (davvero comune?) di piegare l’Isis, si celano i contrasti territoriali, minori sotto un’ottica militare, non sotto quella politica. Così si vocifera che Ankara abbia promesso aiuto ai peshmerga se quest’ultimi lanceranno attacchi nell’area di Sinjar, nel nord iracheno, dove stazionano unità operative del Pkk.

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Una via di fuga da noi stessi

Il filosofo italiano Giorgio Agamben ha pubblicato nel 2016, per le edizioni Nottetempo, un profondo e importante libro dedicato al Pulcinella di Giandomenico Tiepolo. Il titolo del volume (Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi) richiama espressamente la formula con cui il pittore, figlio del più noto Giambattista Tiepolo, volle definire le sue 104 tavole di disegni dedicati alla nota maschera partenopea. Già nel periodo 1793-1797 (anno della caduta della Repubblica di Venezia), l’artista, ormai anziano, aveva impiegato le proprie energie per affrescare con un Pulcinella innamorato e una Partenza di Pulcinella la propria villa di Zianigo, riservando quelle immagini alla decorazione di una piccola camera, forse destinata al riposo o alla meditazione. Come se Tiepolo volesse ricapitolare la propria vita attraverso una relazione intima e interlocutoria con Pulcinella. Poco dopo si dedicò alle 104 tavole del Divertimento per li regazzi.

In quei disegni Pulcinella è rappresentato in molteplici situazioni, a compiere mille mestieri o a divertirsi. Pulcinella nasce, si ammala, muore, risorge, viene processato, impiccato e poi graziato; un Pulcinella bambino impara a camminare e un altro a corteggiare le ragazze. E in ogni disegno non si ravvisa mai un solo Pulcinella, ma molti, reiterati omuncoli goffi in camicione bianco, maschera nera e cono mozzato sulla testa.

Forse l’anziano pittore percepiva l’esigenza di misurare la propria coscienza in rapporto al padre, che pure aveva rappresentato ampiamente la maschera napoletana, sebbene con accenti comico-mostruosi e meno enigmatici, oppure – più intimamente – intendeva riponderare in Pulcinella la propria vita, tracciare un bilancio d’esistenza. Comprendere questo momento simbolico, per Agamben, diventa occasione per un’importante meditazione filosofica.

Nei disegni del Tiepolo convivono espliciti richiami cristologici ma anche mitologici. In particolare, Pulcinella sostituisce in alcuni tratti la figura che Cristo aveva occupato in altri suoi lavori, ma più spesso quella dei satiri, esseri semi-umani che popolano l’immaginario del mondo classico. Nel riferimento a Gesù o al satiro, emerge dunque Pulcinella come ente intermedio, evanescente sintesi di spirito e corpo (in lui mai distinguibili), così come nella sua maschera è indecifrabile uno stato d’animo univoco: mai chiaramente comico, né tragico. Tale misteriosa ambiguità è la cifra filosofica di Pulcinella, che chiama in causa la nostra coscienza.

Secondo Agamben, quel personaggio rappresenta per certi versi la medesima funzione ricoperta dalla parabasi nel teatro greco, intesa come interruzione dell’azione scenica. Il coro o l’attore, nella parabasi, si toglie la maschera e fuori dalla narrazione esprime opinioni personali rompendo l’ordine della struttura scenica. Ma si tratta di una diversione che non conduce lontano dal senso dalla vicenda rappresentata. L’azione scenica – ritenuta scontata nei suoi sviluppi – viene interrotta per far posto a una via d’uscita che riconduce all’interno, all’originario, al senso autentico. Pulcinella è questa interruzione del dramma, come appare evidente dal suo motto: ubi fracassorium, ibi fuggitorium. Ma non è una fuga verso nuovi luoghi, è una fuga dentro sé stessi, che procede dal fuori al dentro, dalla scontata traccia di un’esistenza preconfezionata, a un’autenticità smarrita. Ma forse si tratta di una fuga impossibile.

Come ampiamente riconosciuto, esiste un forte legame tra il comico e il tragico. Il primo esprime l’impossibilità di uscire dal proprio carattere, mentre il personaggio tragico appare svincolato dal carattere ma prigioniero di un destino. E tuttavia, a ben leggere la relazione, il fato costituisce la struttura celata e misteriosa in cui è incastrato il carattere, il quale in fondo altro non è che l’espressione compiuta del proprio destino. Ma il Pulcinella di Tiepolo è al di qua del comico e del tragico, perché non ha carattere, e dunque neanche un destino. Scrive Agamben: “Pulcinella non è un sostantivo, è un avverbio: egli non è un che, è soltanto un come […] egli è la raccolta e quasi l’accozzaglia, al livello più basso, di tutti i tratti che caratterizzano i personaggi della commedia” (p. 53). Per questo nei disegni del Tiepolo egli non è individuo particolare, Pulcinella è sempre “masnada”.

Nel quarto capitolo del suo libro Agamben rievoca efficacemente il mito di Er. Nel racconto platonico le anime in procinto di incarnarsi in una nuova esistenza scelgono la propria nuova forma di vita. Possono preferire un’incarnazione animale o umana, un’esistenza da tiranno o da mendicante, da meretrice o da sapiente. Quel che non possono scegliere è la virtù, che dipende invece dal grado di desiderio, di amore che si prova per essa. I più, secondo il mito, scelgono la propria forma di vita sulla base dell’esperienza accumulata nella vita precedente, come l’anima di Agamennone, che avendo maturato disprezzo per il genere umano, decide di incarnarsi in un’aquila. Molti trascurano che in ogni forma di vita è implicito un destino, talvolta amaro, come capita a chi si avvede troppo tardi di aver precipitosamente scelto di diventare un potente tiranno, per ritrovarsi conseguentemente costretto a compiere atti malvagi. Ma la colpa è di chi sceglie – ammonisce il mito – il dio non c’entra.

Se la scelta del nostro carattere dipende dalla forza del passato, dall’abitudine, dall’adesione a un “tipo”, è come se scegliessimo, insieme a un modo di vivere, una vita già vissuta, per cui il vivere si conforma a un ri-vivere. In questi termini, il carattere che ci siamo scelti, l’identità che preferiamo, cui aneliamo, nel mondo auto-rappresentato, è un non-vissuto. Scrive Agamben: “la seità, l’essere sé, si esprime in un carattere o in un’abitudine. In ogni caso, in un’impossibilità di vivere” (p. 110).

Pulcinella non si ferma a uno stile di vita, ma nei disegni del Tiepolo li attraversa tutti, senza assumerne nessuno come destino. È come se entrasse in un carattere e ne fuggisse nello stesso istante. Vive senza costruirsi un’immagine della propria vita. Pulcinella, dunque, è privo di biografia e di memoria. Egli non s’interroga sul senso della propria vita, sui risultati raggiunti o mancati: “il segreto di Pulcinella è che, nella commedia della vita, non vi è un segreto, ma solo, in ogni istante, una via d’uscita” (p. 130).

Pulcinella è un modello inarrivabile. Se ogni tipo umano, o carattere, è pensabile e rappresentabile, perché corrispondente a un’idea, il dispositivo di fuga incarnato da Pulcinella, suggerisce Agamben, è come un’idea platonica, di cui non esiste la cosa.

Rispetto alle considerazioni riposte in questa raffinata analisi del Pulcinella di Tiepolo, aggiungerei qualche elemento critico: quand’anche prendessimo coscienza del grado di falsità e di rinuncia alla vita che è implicito in ogni nostra scelta di carattere, non riusciremmo a sottrarci a quella scelta. Questo è il tragico in noi, ma è un dramma che non scalfisce Pulcinella, il quale non ripudia l’avere una personalità per privilegiare l’adesione a una dimensione esistenziale animalesca o brutale. Pulcinella semplicemente fugge dal bivio attraverso una riconduzione dell’anima al corpo. Ma anche qui occorre evitare l’equivoco. Nonostante la sua origine gallinacea e la sua prossimità al mondo animale, Pulcinella vive la vita degli uomini, non delle bestie, e tuttavia riesce a vivere senza artifici ideali.

L’alternativa al dualismo tra corporeità e costrutto personologico non è la vita vegetativa, ma è quella dimensione di corporeità spiritualizzata o pensiero corporeo, in virtù della quale Pulcinella volteggia come un provetto trapezista, come nella carta n.46 del Divertimento per li regazzi, oscillando graziosamente tra cielo e terra. Pulcinella ci riesce, noi no.

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Quale futuro per l’Ucraina golpista?

L'Ucraina ha ricevuto dalla UE la seconda tranche – 55 milioni di euro – a fondo perduto, rientranti nell'accordo sottoscritto nel 2014 tra Kiev e Bruxelles per un aiuto di 250 milioni di euro. La donazione è stata decisa dalla Commissione europea, che ha valutato positivamente le riforme condotte da Kiev. Di quali riforme si tratta? Innanzitutto, della lotta alla corruzione, per cui il paese, secondo Transparency international, è al 130° posto, su 167 paesi considerati, per “Percezione della corruzione”. Ma forse l'elargizione rappresenta anche un riconoscimento per la proclamazione della “democrazia europeista”, confermata, tanto per fare un solo esempio, dagli oltre 100 miliziani della DNR prigionieri nelle carceri segrete ucraine. La responsabile per i diritti umani della DNR, Darija Morozova, ha parlato di circa 15 luoghi di detenzione segreti del SBU ucraino, denunciati anche dalla commissione ONU per i diritti umani, in cui sarebbero rinchiusi miliziani di DNR e LNR – ieri, un miliziano liberato, ha raccontato delle torture e delle percosse ricevute in uno di tali luoghi – e ha dichiarato che, dal momento che Kiev non manifesta la volontà di giungere allo scambio di “tutti per tutti”, la DNR è disponibile a scambiare “690 soldati ucraini contro 47 miliziani”.

I milioni di euro della UE rappresentano forse un “premio” ai nazisti di Pravyj sektor che ieri, ad esempio, hanno bastonato chiunque si azzardasse a portare fiori di fronte al consolato russo di Odessa, per la sciagura del Tu-154; o anche agli altri neonazisti del battaglione “Donbass”, il cui capo Semen Semenčenko aveva proposto il blocco totale del Donbass, rifiutato da Kiev solamente perché ciò “significherebbe una catastrofe energetica per l'Ucraina”. O costituiscono forse una “testimonianza in contumacia” di quanto stabilito nei giorni scorsi dal tribunale rionale Dorogomilovskij di Mosca che, su istanza dell'ex deputato della Rada ucraina, Vladimir Olejnik, ha riconosciuto i fatti del 2014 quale colpo di stato, sostenuto da USA e UE, giudicando illegittimo l'attuale regime ucraino. Regime che “trasforma l'Ucraina in un focolaio di instabilità in Europa e direttamente ai confini della Russia” dice la sentenza, sottolineando che in Ucraina “non vengono rispettati i diritti umani, si tortura, si uccide, ci si beffa delle vittime innocenti”. Chiamati a testimoniare, vari esponenti del deposto governo ucraino, rifugiati a Mosca, hanno ricordato le minacce UE in caso di mancata sottoscrizione dell'accordo di associazione e come tutti gli avvenimenti di majdan fossero diretti da funzionari USA, mentre istruttori georgiani, polacchi e dei Paesi baltici dirigevano i tiri dei cecchini, sia contro i manifestanti, sia contro la milizia del berkut. La ex Ministro della giustizia ucraina, Elena Lukaš, ha dichiarato la sentenza dovrà essere automaticamente riconosciuta dai 12 paesi, Ucraina compresa (tutte le ex Repubbliche sovietiche, meno i 3 Paesi baltici) che hanno sottoscritto la Convenzione del 1993 sulla difesa e i rapporti legali nelle questioni civili, familiari e penali.

Ma è in ogni caso difficile pronosticare per quanto ancora quegli stessi milioni di euro e di dollari riusciranno a tenere in piedi il regime golpista, tanto più ora che la priorità delle operazioni antirusse occidentali sembra concentrata su scacchieri più meridionali. La situazione economica e sociale è sempre più critica. Sebbene per il Global Sustainable Competitiveness Index del “SolAbility” l'Ucraina sia salita dal 86° al 64° posto, il “Fondo Blejzer”, citato da RIA Novosti, ritiene che il paese non riuscirà a risollevarsi dalle perdite del 17% del PIL subite negli ultimi due anni e sia destinato a diventare il più povero d'Europa, con una crescita del PIL nel 2017 non superiore allo 0,5%. Il politologo Andrej Suzdaltsev pensa che ben presto gli ucraini, col visto o senza, cominceranno a cercare opportunità in giro per l'Europa, ove si verificherà un'ondata di “profughi economici”, privi del diritto al lavoro e quindi ridotti in massa alla schiavitù del lavoro nero. E sarà forse così, ad esempio, per i tremila operai (e i circa centomila lavoratori dell'indotto) della Fabbrica di trattori di Kharkov, una delle maggiori in epoca sovietica, privatizzata nel 2004 e ora in completa dismissione.

Per i sondaggi ufficiali ucraini, il 69% dei cittadini ritiene che il paese vada nella direzione sbagliata e il 30% si attende solo un ulteriore peggioramento della situazione. Secondo il Centro “Parole e fatti”, Petro Porošenko non ha mantenuto i 4/5 dei suoi impegni elettorali, tra cui lotta alla corruzione, miglioramento della situazione economica e la promessa di disfarsi dei suoi affari, quali la “Roshen”, la Banca di Investimenti internazionali, la “Ukrprominvest-Agro”, il “Canale 5” e tutti gli affari offshore. D'altronde, ironizza il politologo Viktor Neboženko, “è un politico o un businessman? La sua situazione politica è tale che qualunque mutamento a favore del paese minaccia il suo potere personale e le gigantesche possibilità di arricchimento”, al pari degli affari dei suoi compari ai vertici di Procura generale, Banca centrale, Commissione energetica nazionale e altri feudi fonte di guadagni.

E' così che si stanno facendo sempre più affrettate e trasparenti le lotte, mai cessate, per fare lo sgambetto ai rivali politico-affaristici e candidarsi all'attenzione degli sponsor occidentali. Ex oppositori quali Vadim Rabinovič e Evgenij Muraev hanno fondato “Vita”, l'ex governatore di Odessa (ed ex presidente georgiano) Mikhail Saakašvili ha creato il “Movimento delle forze nuove” e a L'vov, il centro del centro del nazionalismo e del neonazismo ucraino, Nadežda Savčenko ha tenuto a battesimo la propria piattaforma civile, “Runa” (“Rukh ukraïnskogo narodu”: Movimento del popolo ucraino) che, a detta dei fondatori, si batterà per un mutamento del sistema politico ucraino contando sulla “autentica élite ucraina, non legata alle oligarchie”. Già in ottobre, la Savčenko era stata espulsa dalla frazione parlamentare “Patria”, dell'ex “martire” Julija Timošenko, ma la notizia è balzata alle cronache solo il 15 dicembre, dopo che l'ex correttrice di tiro del battaglione neonazista “Ajdar” si era incontrata coi leader delle Repubbliche popolari, Aleksandr Zakharčenko e Igor Plotnitskij, mentre “Patria” si dichiara categoricamente contraria a qualsiasi colloquio con DNR e LNR. Il 22 dicembre, poi, la Rada aveva escluso Nadežda dalla delegazione ucraina all'Assemblea parlamentare europea e anche dalla Commissione difesa della Rada. Così che lei, per non scomparire dal cono dei riflettori e tenere il piede su due staffe, si affretta a dichiarare che “il popolo sente che l'odierno regime non è meno criminale di quanto non fosse all'epoca di Janukovič”.

Ma è pur vero che “il popolo ucraino” sembra sì prendere le distanze dal “Blocco Petro Porošenko”, ma solo per avvicinarsi a “Patria”, che ha ottenuto il 33,5% dei voti alle elezioni territoriali del 11 e 18 dicembre, giocando sugli slogan della riduzione delle tariffe municipali. “L'insoddisfazione sociale ha raggiunto l'apogeo”, commenta il politologo Ruslan Bortnik, citato dalla Tass, aggiungendo che “Patria” e “Blocco di opposizione” agitano sempre più “l'idea di elezioni anticipate, sia presidenziali che parlamentari, senza attendere il 2019, soprattutto dopo che, con l'elezione di Trump, ci si rende conto che Porošenko sta perdendo l'appoggio dei partner americani” e, probabilmente, anche di Francia e Germania, con i prossimi cambi della guardia presidenziali.

Vagliando il tutto, insomma, par di assistere a una riedizione, in salsa ucraina, del riadattamento del primitivo programma sansepolcrista alla repubblica di Salò, con le potenze “amiche” che giocano il tutto per tutto per sostenere la propria marionetta e gli ex ras che sventolano progetti “sociali” di “lotta alla corruzione” e ai “vertici oligarchici”. Come se ognuno degli esponenti golpisti, dopo aver affamato il popolo per quasi tre anni in nome della “nazione ucraina”; dopo due anni e mezzo di guerra contro il popolo del Donbass in nome della “integrità nazionale”, salvo ora proporre la riforma che rappresentò la scintilla della guerra nel Donbass: lo status nazionale della lingua russa; dopo aver eroicizzato le peggiori espressioni del nazismo vecchio e nuovo, lautamente sponsorizzato dai diversi raggruppamenti oligarchici in lotta tra loro, cercasse oggi di proclamare al mondo che “non ero io quello che ammazzava i civili nel Donbass”, “non era a me che Akhmetov dava i soldi per combattere contro il clan di Kolomojskij”, “non guardate me se qualcuno è stato lautamente pagato da Porošenko e dal Dipartimento di stato per sventolare i denti di lupo e le croci uncinate e scoprire i monumenti a Stepan Bandera”.

Come in ogni regime fascista della storia recente, così anche in Ucraina i gerarchi si sono sempre preoccupati in primo luogo del proprio arricchimento personale, inneggiando al regime, salvo poi tentare la fuga quando non c'era più nulla da arraffare. Di fronte alla profonda crisi di fiducia che il popolo ucraino mostra verso i golpisti; di fronte alle aperte manifestazioni di malcelata insofferenza dello stesso Occidente, costretto a sopportare i “mantenuti” galiziani solo per la loro funzione antirussa, i golpisti di Kiev cominciano a fare alla luce del sole quello che per tre anni hanno fatto sottobanco: la lotta a coltello col rivale in affari, per mostrarsi più adatto del concorrente a continuare a recitare la parte del cortigiano devoto ai graziosi signori che siedono nelle cancellerie occidentali.

Chissà come andrà a finire, in un paese in cui il consigliere presidenziale Oleg Medvedev si “scervella” su tuitter se Ded Moroz e Sneguročka (Nonno gelo e Fanciulla della neve: il babbo natale russo e sua nipote) siano da considerarsi parte “della rete spionistica russa” e debbano “sottostare alla decomunistizzazione, in quanto retaggi del periodo sovietico”, oppure siano semplicemente eredità del folklore ugro-finnico, estraneo alla nostra cultura”.

Per ridurre il grado di contrapposizione sociale oggi esistente in Ucraina, scrive la Tass, servirebbe forse la pubblica rinuncia di Porošenko a ricandidarsi alla carica presidenziale; ma, afferma il deputato alla Rada Sergej Leščenko, “è molto dubbio che egli sia pronto a tale passo. Ciò vuol dire che ci aspetta una lotta per il potere che non lascerà pietra su pietra”. Appunto.

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