Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

23/09/2012

ALCOA: dopo aver spremuto l'Italia se ne va

Ne è passato di tempo da quando gli operai avevano di fronte il padrone delle ferriere. Lo ignorano però i politici e sindacalisti che trattano la vicenda Alcoa solo come vertenza di lavoro, tacendo sulla reale identità della controparte. Che cos’è l’Aluminum Company of America?
Nata nel 1888 a Pittsburgh, è oggi leader mondiale nell’estrazione e raffinazione della bauxite e nella fabbricazione di alluminio e prodotti derivati. Gli Stati uniti hanno però poca bauxite, i cui giacimenti si concentrano in Sudamerica, Africa, Russia, Cina, Sud-Est asiatico e Australia. L’Alcoa ha quindi sempre cercato di accaparrarsi la materia prima, ovunque e comunque. La sua storia è perciò intessuta con quella dell’imperialismo Usa.
Non a caso, dopo il colpo di stato orchestrato dalla Cia in Indonesia nel 1965, con il massacro di oltre un milione di persone, fu l’Alcoa a ottenere dal dittatore Suharto la più grossa fetta della bauxite indonesiana. Fu ancora l’Alcoa che, dopo il colpo di stato organizzato dalla Cia in Cile nel 1973, riottenne da Pinochet il controllo della bauxite, nazionalizzata da Allende.  Non è neppure un caso che il presidente del Paraguay, l’ex vescovo Fernando Lugo, che voleva nazionalizzare le miniere di bauxite dell’Alcoa, sia stato destituito lo scorso giugno con un golpe bianco organizzato dalla Cia.
Il potere dell’Alcoa, che possiede oltre 200 impianti in 31 paesi di tutti i continenti, va ben oltre l’attività industriale. Come emerso da Wikileaks, dietro l’Alcoa ci sono le più forti oligarchie finanziarie Usa, dalla Citicorp alla Goldman Sachs (di cui Monti è stato consulente internazionale). C’è il complesso militare-industriale: l’Alcoa Defense, il cui fatturato è in forte crescita, fabbrica speciali leghe di alluminio per missili, droni, blindati, navi e aerei da guerra. Per i caccia F-35 produce elementi strutturali di primaria importanza (trasversali alla fusoliera in corrispondenza delle ali e interni alle ali).
In tale quadro di poteri forti è maturata la decisione strategica  dell’Alcoa, dovuta a ragioni non solo economiche ma politico-militari: quella di realizzare in Arabia Saudita il più grande ed economico impianto integrato per la produzione di alluminio. Nel maxi impianto, che entrerà in funzione l’anno prossimo con energia e manodopera (soprattutto immigrata) a basso costo, sarà trasferita anche la produzione Alcoa di Portovesme e forse di Fusina.
Si conclude così l’operazione varata e perfezionata dai governi Dini, Prodi e D’Alema. Nel 1996 l’Italia cedette all’Alcoa il gruppo Alumix a partecipazione statale, base dell’industria nazionale dell’alluminio, quindi le fornì tramite l’Enel energia elettrica a prezzi fortemente scontati. Tale agevolazione, concessa tramite rimborsi anche dai successivi governi (Amato, Prodi e Berlusconi), è stata pagata dagli utenti italiani con un aggravio delle bollette per miliardi di euro, finiti nelle casse dell’Alcoa.
Spremuto il limone, l’Alcoa se ne va. Lasciandosi alle spalle non solo lavoratori sul lastrico, ma danni ambientali e sanitari provocati da emissioni chimiche e rifiuti di lavorazione, che richiedono altri esborsi di denaro pubblico. Non tutto è perduto però: l’alluminio Alcoa tornerà in Italia. Dentro gli F-35, che ci costeranno  altri miliardi di euro.

Manlio Dinucci
tratto da Il Manifesto del 18 settembre 2012

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FIAT. Tutti gli errori di un manager finanziario

Si può dire in tanti modi che Marchionne non è esattamente un capitano di industria. Si può farlo anche in modo educato, ma radicale. Francesco Paternò ci riesce meglio di tanti "arrabbiati".


Sabato prossimo a palazzo Chigi a Roma, Sergio Marchionne dirà al presidente del consiglio Mario Monti e al suo governo che cosa intende fare del primo gruppo industriale italiano e delle migliaia di persone che ancora ci lavorano. L'amministratore delegato ha anticipato la sua linea in una intervista (telefonica) a Repubblica. Un'intervista dal tono difensivo, di un manager in difficoltà spaventosa non nei confronti di un governo che finora gli ha lasciato mano libera, ma di un mercato in crisi affrontato con scelte sbagliate.
E' tuttavia un'intervista utile. Per almeno due motivi.
E' utile per una cosa che dice sulle fabbriche e perché rivela gli errori fatti, anche a chi non segue da vicino le vicende industriali dell'auto.
Partiamo dalla prima: oggi Marchionne sostiene che «in questa situazione drammatica, io non ho parlato di esuberi, non ho proposto chiusure di stabilimenti, non ho mai detto che voglio andar via». Il manager aveva però minacciato di chiudere due fabbriche in Italia (intervista al Corriere della sera, febbraio 2012), poi una soltanto (Torino, luglio 2012). Sabato, Monti dovrebbe almeno strappargli la conferma che il prossimo 30 ottobre, alla presentazione dei dati del terzo trimestre del gruppo, l'azienda non proponga nessuna chiusura di stabilimenti in Italia. Resterebbe quasi certamente la prospettiva di una morte lenta per cassa integrazione, ma questo è un altro punto del problema che il governo dovrà comunque porsi.
Nell'intervista, Marchionne dice poi che in Europa il gruppo perde 700 milioni, ma la Chrysler, le vendite nelle Americhe e quel poco che arriverà da altri mercati emergenti (dove Fiat è assente o in forte ritardo) stanno salvando la baracca. E sottolinea che proprio a causa di questa crisi ha rinviato molti prodotti e cancellato il piano industriale Fabbrica Italia, con i suoi 20 miliardi di investimenti annunciati nell'aprile del 2010. Qui Marchionne conferma di non essere quel che in America (dove pure resta piuttosto popolare) sarebbe chiamato un car guy. Perché è noto che quando i mercati sono in calo (l'Europa lo è da cinque anni consecutivi), per reggere bisogna conquistare gli spazi lasciati vuoti dalla concorrenza, facendo modelli nuovi che attirino chi ha ancora soldi in tasca e voglia di spenderli.
«Con nuovi modelli lanciati oggi spareremmo nell'acqua: un bel risultato», dice Marchionne. Ma senza novità, è la Fiat a non «sparare» più. Non si capirebbe altrimenti perché per esempio gli arrembanti costruttori sudcoreani o la Volkswagen siano ben sopra la linea di galleggiamento. E' ovvio (dall'intervista sembra che non lo sia) che la missione di ogni costruttore è quella di fare macchine attraenti, innovative e che si vendano, pena perdere quote e soldi. Ma nell'intervista Marchionne cita la Panda costruita a Pomigliano «la migliore Panda nella storia e il mercato non la prende, perché non c'è». Un esempio discutibile: la qualità produttiva è alta, lo stabilimento ha ricevuto investimenti veri per 800 milioni, ma l'auto è solo un restyling del modello precedente, di cui eredita pianale e motori. La «migliore», non la migliore possibile in un mercato dove si combatte con il coltello in bocca.
In questo quadro, l'intervista chiarisce - perfino ai troppi che lo avevano ignorato - l'evanescenza del piano Fabbrica Italia ora annullato. Marchionne, a dire il vero, l'aveva anticipato il 27 ottobre dell'anno scorso con un altro comunicato. E volendo, lo aveva ammesso nella sua intervista a Report del marzo 2011, quando dichiara che i 20 miliardi promessi non li aveva: «Li farò vendendo macchine». Se le avesse prodotte.
Nell'incontro di sabato, Monti e i suoi ministri potrebbero ricordare a Marchionne che la sovracapacità produttiva in Europa occidentale è un problema preesistente a Fabbrica Italia di almeno un decennio e che il calo del mercato è sempre stato affrontato da tutti i costruttori in altro modo, con risultati alterni. E se la grande depressione iniziata nel 2008 non è finita nel 2010, come sosteneva Marchionne (in grandissima compagnia), vuol dire che quantomeno ha mancato in capacità di previsione. Non è poco, per chi dirige una multinazionale.
Il ministro del lavoro Elsa Fornero si è sentita rassicurata dall'intervista («bella, sotto tanti punti di vista»), mentre Giorgio Airaudo della Fiom chiede al governo un altro passo: «Non è la prima volta che dice che mantiene le fabbriche in Italia con le vendite ed i profitti fatti all'estero. E' sempre più urgente che questo Paese stabilisca un patto con la Fiat, serve un accordo e solo il governo può farlo. Uno dei tanti accordi che la Fiat ha fatto in giro per il mondo».

da "Il Manifesto"


Più radicale ancora, Massimo Mucchetti, sul Corriere della Sera, che pure vanta Fiat tra i suoi azionisti. Doppio onore al merito di un giornalista vero, dunque.

 

Il Lingotto e la carta tedesca

Tanto tuonò che piovve. Incalzato da Diego Della Valle e da Cesare Romiti, l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha rilasciato un'intervista a la Repubblica che ha titolato su 5 delle 6 colonne della prima pagina: «La Fiat resterà in Italia». Lo strillo promette, ma possiamo dirci tranquillizzati? La risposta è: no. Ecco perché.

L'esternazione del top manager era stata preparata , il giorno prima, da un lungo elogio dell'economista Alessandro Penati. Perché, si era chiesto Penati riecheggiando l'ex direttore dell' Economist , Bill Emmott, negli Usa si osanna Marchionne e in Italia lo si critica in modo così aspro? Perché questo Paese è conservatore e consociativo, refrattario all'economia di mercato, è stata la risposta: identica a quella del giornalista britannico. Musica per la Torino del Lingotto. Una beffa per la Torino operaia, anzi per l'Italia operaia. Un rebus per la classe imprenditoriale divisa tra chi crede ancora nelle virtù taumaturgiche di Marchionne e chi ormai manifesta scetticismo, anche senza ricorrere ai toni sgarbiani del signor Tod's, che possono sì fissare un concetto nell'immaginario collettivo ma di sicuro non aiutano a risolvere i problemi. Certo, né a Penati né a Emmott viene il dubbio che gli osanna americani dipendano dal fatto che a Detroit si lavora a pieno regime, mentre a Mirafiori si riesce a farlo solo 3 giorni al mese; che negli Usa l'industria automobilistica è stata salvata dai miliardi della Casa Bianca, mentre in Italia il governo - Berlusconi o Monti, in questo caso cambia poco - non può o forse anche non vuole fare alcunché. E tuttavia, nonostante l'assist, il leader della Fiat non ha dissipato nessuno dei timori sul ridimensionamento degli investimenti Fiat in Italia.

Marchionne ha speso due argomenti , peraltro non nuovi: a) la Fiat non ha progettato altri modelli per l'Europa e i mercati evoluti perché, se l'avesse fatto, avrebbe perso miliardi data la crisi epocale della domanda di automobili; b) il buon momento della Chrysler serve a salvare la Fiat in Italia.

Sul primo argomento è inutile ripeterci troppo . Gli altri produttori di automobili non hanno interrotto i cicli di rinnovo dei modelli, la Fiat ha saltato gli ultimi due. Tutti ciechi, gli altri? Marchionne, con la benedizione del suo azionariato, ha scelto di concentrare le munizioni sul fronte più promettente in questo momento: gli Usa. Ma ci andrei piano con i miti globali. Globali sono la Toyota, la Volkswagen, la Ford, la Gm, la Mercedes, la Bmw e la Renault-Nissan. Vista in prospettiva, la Fiat non appare molto più globale di com'è stata altre volte in passato. Ci fu un'epoca in cui la Fiat possedeva la Seat in Spagna (ceduta a Volkswagen), la Simca in Francia (finita alla Chrysler), la Zastava in Jugoslavia. La Fiat aveva già la grande unità produttiva polacca. A Belo Horizonte ha aperto negli anni Settanta: il Brasile l'hanno scoperto gli arzilli vecchietti. In Unione Sovietica, Agnelli e Valletta erano andati ancor prima. Non aveva gli Usa, la Fiat. È vero. Ma di questo passo si sta giocando l'Europa. E l'Europa non è solo un mercato ancora grande, ma anche e soprattutto è il cuore e la testa dell'automobile. Molto più degli Usa, dove si fabbricano principalmente dei baracconi. Alla fine, quale sarà il saldo?

Sul secondo argomento , servono ancor meno parole. Marchionne avverte: «Se la Fiat vuole essere partner di Chrysler, deve essere affidabile». Ma non ci era stato detto che era stata la Fiat a comprare la Chrysler? E Steven Rattner, l'obamiano zar dell'auto, non aveva bocciato l'autosalvataggio della casa di Auburn Hills perché era indietro di 10 anni? Adesso scopriamo che la legge la dettano dall'altra parte dell'Atlantico. Non perché siano capaci di fare macchine migliori, ma perché di là si guadagna, dopo aver perso a rotta di collo. E si guadagna perché il governo ha pagato con i denari dei contribuenti la chiusura di decine di stabilimenti e ha dunque tagliato i costi fissi di Detroit. Esauriti i due argomenti, eccoci ai silenzi.

Nel pur lungo colloquio , il capo del gruppo Chrysler-Fiat non ha affrontato i tre nodi reali sui quali la Fiat Spa è chiamata a fare i conti. Il primo è la sovraccapacità produttiva in Europa. La recessione l'ha accentuata, ma c'era anche prima e rendeva fin da subito poco credibile il raddoppio della produzione previsto da Fabbrica Italia. In sede Acea, l'associazione europea dei produttori di auto, Marchionne ha sostenuto l'idea di coordinare le chiusure delle fabbriche di troppo e di assegnare alle società incentivi pubblici alla bisogna. Com'era avvenuto per l'acciaio. Ma per i tedeschi solo le case non abbastanza brave hanno fabbriche in eccesso. Dunque, chiudano loro, e senza aiuti di Stato. Marchionne ha attaccato i tedeschi. È stato respinto. Che cosa conta di fare, adesso? Torino ha già lasciato Termini Imerese. La francese Psa dice che, forse, taglierà 8 mila posti. La Opel, probabilmente, smantellerà qualcosa. Ma non basta. Anche perché la Fiat va peggio della concorrenza ed è dipendente da un mercato, quello italiano, che soffre più di tutti. Promettere che la Fiat resterà in Italia significa poco se non si spiega con quanti stabilimenti, con quante persone, con quali risorse e per fare che cosa. Sostiene Marchionne: «Mi impegno, ma non posso farlo da solo. Ci vuole un impegno dell'Italia». La storia dei suoi investimenti - tutti sussidiati dai Paesi dove li ha fatti: Usa, Brasile, Serbia - fa sospettare che Marchionne stia per bussare a quattrini con il governo. Se così non è, restiamo in attesa di capire in che cosa consista il «contributo dell'Italia».

Il secondo nodo su cui continua il silenzio è la disponibilità della Volkswagen ad acquistare il marchio Alfa Romeo, assieme a uno stabilimento italiano che, altrimenti, verrebbe chiuso. Il Corriere sta dando informazioni in materia. Abbiamo anche indicato il nome della banca - la Lazard - che ha presentato l'idea sia a Marchionne sia ad Elkann. Oggi aggiungiamo che esperti tedeschi hanno visitato tutti e quattro gli stabilimenti in teoria papabili: Mirafiori, Cassino, Melfi e Pomigliano. Hanno pure stilato un rating . Queste visite fanno pensare che qualcosa possa accadere. Che magari entri nel pacchetto anche un po' di tecnologia. Stupisce il disinteresse di Cisl e Uil e dei sindacati minori davanti alla possibilità che un investimento estero, fatto dalla casa automobilistica più forte d'Europa, venga a risolvere una parte dei problemi aperti dal declino della Fiat in Italia e a portare un po' di concorrenza. E stupisce anche il silenzio dei tanti aedi della concorrenza. Temono di disturbare i manovratori? In ogni caso, questa è anche materia del governo che parla tanto di attrarre i capitali esteri e forse farebbe bene a intervenire prima che le situazioni degenerino come a Termini Imerese o, per altre produzioni, a Portovesme.

Il terzo punto sul quale Marchionne tace è quello finanziario: del debito e della moneta. Il debito Fiat è ancora considerato spazzatura, le sue obbligazioni junk bond . Pesa certamente il rischio Italia, ma ancor più pesa il rischio Fiat-Chrysler (nonostante i primi profitti americani). Basta confrontare i differenziali tra i Btp e i Bund e quelli tra le obbligazioni Fiat e le obbligazioni Volkswagen per accertare come da anni i primi siano inferiori ai secondi. Che cosa ha in animo di fare la Fiat per risalire la china che la svantaggia nella competizione con case che già investono di più e in aggiunta si finanziano a tassi inferiori? Che senso ha benedire Monti e non porgli il problema dei tedeschi che finanziano le vendite ai clienti a tasso zero o quasi grazie al fatto che entrambi, noi e loro, stiamo nell'euro, ma loro sopra e noi sotto?

Prima che sia troppo tardi, e cioè prima che la politica del carciofo adottata da Marchionne abbia consumato anche l'ultima foglia, è forse il caso di affrontare la questione Fiat come una grande questione industriale del Paese, nel rispetto dei ruoli di ciascuno, ma andando tutti - azionisti, management, sindacati, banche e governo - oltre le chiacchiere vaghe e il duello infantile tra paure e desideri per cominciare ciascuno, da adulto, a prendersi le proprie responsabilità.

Massimo Mucchetti

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22/09/2012

L'arte moderna







E' una merda.

La guerra dell'Occidente alla Siria

Ciao, sono Massimo Fini, sono uno scrittore e giornalista. In Siria si riproduce esattamente la situazione libica. C’è effettivamente un malcontento in Siria dopo tanti anni di dittatura di Assad, ma sono stati mandati, come sono stati mandati in Libia, agenti provocatori inglesi, francesi, fornite le armi a questi rivoltosi e può finire più o meno come è finita in Libia, dove solo un dittatore poteva tenere insieme realtà tribali infinite, realtà tribali religiose, etniche completamente diverse, è un po’ come era in Iraq con Saddam, perché l’Iraq è stata un’invenzione cervellotica degli inglesi, hanno messo insieme tre comunità che non avevano niente a che vedere tra di loro: curdi, sunniti e sciiti e quindi solo un potere molto forte, in questo caso particolarmente sanguinario.Adesso c’è una lotta tra sunniti e sciiti. A parte il fatto che gli americani hanno regalato parte dell’Iraq all’Iran, sono la maggioranza degli sciiti, contraddicendo una politica di 25 anni anti-iraniana. Lo schema è lo stesso e credo che l’esito sarà più o meno lo stesso. L’attacco alla Siria ha un interesse maggiore per il cosiddetto Occidente perché è un preludio all’attacco all’Iran che nella visione occidentale, non si capisce bene perché, è il capostipite dell’asse del male, semplicemente perché è un modo diverso, un mondo diverso, c’è una teocrazia che non è una democrazia, ma non è neanche una dittatura.
Per quanto riguarda le manifestazioni che in questi giorni si susseguono, questo documentario (su Maometto, ndr) è semplicemente una scintilla, un pretesto. C’è in giro, ed è ovvio, un odio antiamericano per le ingerenze continue e costanti dell’America e di tutto l’Occidente. In realtà la cosa non è di oggi, è circa un secolo che l’Occidente si inserisce in quel mondo. Dopo gli attentati terroristici a Londra, il sindaco di Londra che si chiamava Livingstone “il Rosso”, molto amato dai suoi cittadini dice: “Sì, gli attentati terroristici sono una cosa terribile, inaccettabile, ma se la Gran Bretagna avesse dovuto subire 100 anni di ingerenze dal mondo musulmano, credo che io sarei un terrorista britannico”.
Certamente il problema è che continuamente, sia dal punto di vista proprio militare che economico - perché naturalmente abbiamo interessi etc., - ma anche dal punto di vista ideologico continuiamo a premere su questo mondo, perché si omologhi al nostro. La questione della donna è esemplare, si vorrebbe che la donna musulmana diventasse come quella occidentale. Ora il mondo musulmano si regge su un particolare ruolo della donna, è la loro storia, potranno cambiarla, forse, ma devono cambiarsela loro, non noi imporgliela, è come se un ipotetico Ayatollah venisse qui e dicesse: “Voi non avete nessun rispetto della dignità della donna, perché la esibite a pezzi e bocconi in pubblicità, nei film etc., la vendete come quarti di bue in macelleria”, noi gli diremmo: “Caro Ayatollah, il problema, ammesso che sia un problema, ce lo risolviamo noi, non sei tu che devi venire a insegnarcelo!”.
Oltre al fatto delle armi, degli interessi, parlo per l’Occidente in buonafede, c’è questa convinzione di avere i valori migliori, i valori assoluti, che abbiamo non solo il diritto, ma il dovere di portare agli altri mondi, ai mondi altri, diversi dal nostro, che è una concezione assolutamente totalitaria, tanto più grave perché viene da un mondo che si dice e si crede liberale – democratico. E’ molto ingenuo pensare che i propri valori, perché propri, sono assoluti e i migliori, anche un Nuer del sud del Sudan potrebbe dire la stessa cosa… C’è questa continua invadenza del mondo occidentale nei mondi altri, l’Africa in questo modo è stata distrutta perché i neri africani avevano culture molto raffinate, belle, ma non essendo monoteisti, erano anche fragili da un certo punto di vista, l’Islam che ha una cultura molto forte cerca di resistere.
Questo lo dico, non ho nessuna particolare simpatia per la cupa religione musulmana, non ho simpatia per nessuna delle tre grandi religioni monoteiste, però questi hanno una forza che i neri del centro Africa non avevano e quindi tentano di resistere.
Quindi quali potrebbero essere i tempi o cosa dovrebbe succedere? Lo diceva persino Luttwak, giornalista americano molto vicino alla CIA, in un’intervista alla stampa dell’altro giorno che gli occidentali dovrebbero smetterla di ingerirsi nelle vicende del mondo arabo – musulmano. Poi c’è la vicenda gravissima dell’Afghanistan che non viene quasi considerata, perché gli afgani sono sì musulmani, ma non sono né arabi, né cristiani, né ebrei, quindi se ne può fare carne di porco. L’altro giorno dei droni hanno scambiato delle donne che stavano raccogliendo nel bosco, nella foresta, mi pare che stessero raccogliendo pinoli, per un gruppo di talebani. Hanno sparato e ne hanno uccise 13, noi siamo i grandi difensori della dignità della donna, non mi sembra un buon modo per difendere la donna, poi questo avviene perché siamo diventati talmente vigliacchi che non mandiamo fuori le truppe di terra, lì la cosa è avvenuta perché c’è un attacco talebano a un avamposto, mandiamo fuori gli aerei e sempre più spesso i droni che sono aerei senza pilota, senza equipaggio, comandati a 10 mila chilometri di distanza e facciamo queste cose.
 Per gli afgani questo modo di combattere è talmente vigliacco che per loro è inconcepibile e quindi ha compattato intorno ai talebani anche gente che talebana non era affatto, per cui sono diventati moltissimi, oggi praticamente quasi tutto il popolo afgano. Questo modo di combattere è una delle ragioni per cui l’Occidente sta perdendo la guerra in Afghanistan.
C’è un bel libro di Pellizzari che si intitola “La battaglia al tempo delle more” che racconta molto bene - lui è stato sul campo a lungo dal 1974 inviato de “Il Messaggero” come questa mentalità occidentale si scontri con un’altra mentalità che è completamente diversa e che noi non riusciamo assolutamente a capire e è il motivo per cui tutti gli eserciti, anche più forti britannico, sovietico, adesso questo occidentale, poi finiscono per essere sconfitti, qui ci vorrà più tempo perché la sproporzione di armi tra i due schieramenti, questi hanno le armi, è un esercito robotico, ipertecnologico, ipersofisticato.
La mia generazione è costretta a rimpiangere tutto, anche la vecchia Unione Sovietica, nel senso che l’Unione Sovietica faceva da contraltare. Le due superpotenze in qualche maniera si paralizzavano a vicenda. Se voi notate dal 1989 da quando crolla l’impero sovietico, gli Stati Uniti e gli occidentali hanno inanellato 8 guerre, prima Guerra del Golfo, Bosnia, guerra alla Serbia, tra le più incomprensibili, almeno per noi europei, Afghanistan, Iraq, Somalia, poi ancora Somalia attraverso l’Etiopia e poi la Libia, poi adesso si preparano a attaccare in qualche modo la Siria e poi come obiettivo finale c’è l’Iran.
C’è il fatto che essendo il mondo occidentale assolutamente in crisi, non solo economica, ma in crisi totale di valori, la guerra è da sempre uno dei modi per uscire da una crisi economica. L’industria bellica è un volano dell’economia, loro hanno bisogno di svuotare arsenali sulla pelle della gente, degli uomini, delle donne, dei bambini, non gliene frega assolutamente un cazzo alla cultura superiore. Quello che fa orrore in tutta questa faccenda è che se fosse una sana politica di potenza, dichiarata come tale: “Tu hai il petrolio, io lo voglio!” E’ sempre mascherata invece da principi etici, principi morali, è l’ipocrisia di queste guerre che secondo me è la cosa più ripugnante!
Noi facciamo la guerra con cattiva coscienza, non la dichiariamo, la chiamiamo in altro modo per azioni umanitarie, non credo che le persone ci caschino più. Questo è ciò che fanno le leadership occidentali, prendiamo l’Italia, c’è un art. 11 che è chiarissimo che noi ripudiamo la guerra, a meno che non sia di difesa, naturalmente, come è ovvio, com’è giusto e siamo in Afghanistan con 4.200 soldati, facciamo guerre di aggressione che non potremmo fare secondo Costituzione, ma la Costituzione è in realtà una carta straccia che si manipola come si vuole, che credo sia uno dei motivi della serpeggiante rivolta in Italia contro la politica.
La libertà ha un valore se si conquista con le proprie mani, la rivoluzione libica è fallita perché in realtà non l’hanno conquistata i rivoltosi, l’hanno conquistata i bombardieri Nato, nel caso della Siria se c’è una guerra civile, a un certo punto chi ha veramente l’appoggio della popolazione finisce per prevalere, quindi è una forma in realtà molto più democratica, se vogliamo, a un certo punto si assesta in qualche modo. Così non si assesta niente, cova sempre qualcosa sotto, è come è successo in Egitto, in Egitto c’era un’autentica rivolta popolare, è stata trasformata in un golpe militare, poi adesso è stato eletto questo fratello musulmano il quale però non è libero di muoversi, siccome l’esercito egiziano riceve finanziamenti enormi dagli Stati Uniti, è una specie di duarchia.
Se l’Egitto o la Tunisia o qualsiasi altro Paese di quell’area si sente musulmano, è musulmano, Finché questi non ci attaccano, non c’è nessuna ragione di attaccare, che poi è la teoria della guerra preventiva di Bush.
 Fonte

USA: vola l'economia della morte, aumentano i poveri


poverty_usaOltre 50 milioni di persone, tra cui 17 milioni di bambini, in condizione di «insicurezza alimentare», ossia senza abbastanza cibo «per mancanza di denaro e altre risorse». I dati si riferiscono non a un paese povero dell’Africa subsahariana, ma al paese con la maggiore economia del mondo: gli Stati uniti d’America. Lo documenta il Dipartimento Usa dell’agricoltura nel settembre 2012.
Durante l’amministrazione Bush (2001-2008), i cittadini statunitensi senza cibo adeguato, costretti per sopravvivere a ricorrere ai food stamps (buoni cibo) e alle organizzazioni caritatevoli, sono aumentati da 33 a 49 milioni. Durante l’amministrazione Obama sono saliti a oltre 50 milioni, equivalenti al 16,4% della popolazione, rispetto al 12,2% nel 2001. Tra questi, circa 17 milioni sono in condizione di «bassissima sicurezza alimentare», in altre parole alla fame.
Hanno però la soddisfazione di vivere in un paese la cui «sicurezza» è garantita da una spesa militare che – documenta il Sipri – è raddoppiata durante l’amministrazione Bush e, durante quella Obama, è salita dai 621 miliardi di dollari del 2008 a oltre 711 nel 2011. Al netto dell’inflazione (al valore costante del dollaro 2010), è cresciuta dell’80% dal 2001 al 2011.La spesa militare Usa, equivalente al 41% di quella mondiale, è in realtà più alta: comprese altre voci di carattere militare (tra cui 125 miliardi annui per i militari a riposo), ammonta a circa la metà di quella mondiale.
In tal modo – si sottolinea nel Budget 2012 – il Pentagono può mantenere «forze militari pronte a concentrarsi sia nelle guerre attuali, sia nei potenziali futuri conflitti». E, allo stesso tempo, può «investire in innovazione scientifica e tecnologica a lungo termine per assicurare che la Nazione abbia accesso ai migliori sistemi di difesa disponibili al mondo». A tal fine 100 miliardi di previsti risparmi vengono «reinvestiti in settori ad alta priorità», a partire dai droni:  i velivoli senza pilota che, telecomandati a oltre 10mila km di distanza, colpiscono gli obiettivi con i loro missili.
Qui la realtà supera la fantascienza hollywoodiana. La Lockheed Martin sta sviluppando un nuovo drone per le forze speciali:  per accrescerne l’autonomia, da terra viene usato un raggio laser che lo alimenta mentre è in volo. La Northrop Grumman è impegnata in un progetto ancora più avanzato: quello di droni che, alimentati da energia nucleare, restano in volo ininterrottamente non per giorni ma per mesi.  Sempre la Northrop Grumman sta sviluppando un velivolo robotico per portaerei, lo X-47B, in grado, grazie alla memoria programmata, di decollare, effettuare la missione e atterrare autonomamente.
Dati gli enormi costi di questi programmi, il Pentagono ha già redatto una lista di affidabili paesi alleati a cui vendere i nuovi droni per la guerra robotizzata. Sicuramente ai primi posti c’è l’Italia, che ha già acquistato dalla statunitense General Atomics l’ultimo modello di drone, il velivolo MQ-9A Predator B. In futuro acquisterà anche il drone nucleare che, decollando sulla testa dei 50 milioni di cittadini Usa in condizione di «insicurezza alimentare», volteggerà su quella dei disoccupati italiani che occupano le fabbriche in via di chiusura.

21/09/2012

Sudafrica: vittoria a metà per i minatori. Ma vittoria

Dopo settimane di scioperi e manifestazioni - e la morte di 45 lavoratori - i minatori l'hanno spuntata, anche se non completamente, costringendo la Lonmin a cedere. Nel paese intanto emergono nuove soggettività sindacali indipendenti e combattive.


È stato raggiunto ieri, dopo un lunghissimo e sanguinoso braccio di ferro, un accordo sugli aumenti dei salari dei minatori di Marikana tra sindacati e multinazionale Lonmin. Secondo quanto si apprende i 27 mila lavoratori dei pozzi di platino di Marikana torneranno all’opera domani mettendo così fine ad uno sciopero durante oltre cinque settimane. Sulla base dell’accordo la multinazionale britannica ha accettato di concedere un aumento dei salari pari al 22% in aggiunta ad un consistente bonus. Riuniti davanti agli ingressi della miniera a 130 km a nordovest di Johannesburg – nella regione mineraria di Rustemburg – migliaia di operai hanno potuto ascoltare i termini della nuova offerta da parte della multinazionale e hanno votato a stragrande maggioranza la sospensione dello sciopero.

Una vittoria a metà per i minatori che hanno pagato con il sangue la loro rivendicazione: 45 morti in totale, per la maggior parte vittime di una repressione cieca da parte della Polizia che ha riportato alla mente i massacri compiuti nelle township dai cani da guardia del regime razzista che è evidentemente sopravvissuto anche se ha cambiato forma. Una vittoria a metà ma comunque una vittoria, che potrebbe influire sulle altre vertenze e sugli altri scioperi in corso nelle miniere di oro e platino del paese, gestite immancabilmente da multinazionali straniere, sul piede di guerra proprio sull’onda della rivolta dei lavoratori di Marikana.

L’azienda ha infatti, dopo l’intransigenza totale delle prime settimane, compreso che i lavoratori erano determinati e che né le minacce di licenziamento in tronco né la repressione selvaggia avrebbero posto fine ad uno sciopero che ha causato più di 500 milioni di dollari di perdite alla multinazionale e una decina allo Stato per mancati introiti fiscali. A pesare è stata soprattutto la minaccia, da parte di alcuni sindacati, di iniziare uno sciopero a tempo indeterminato in tutte le miniere del paese. Una vertenza chiusa – almeno per ora, visto che le rivendicazioni dei lavoratori non erano soltanto di natura economica – grazie soprattutto all'opera di mediazione e alle pressioni esercitate dall’arcivescovo Jo Seoka. L’ennesimo smacco per il partito di governo, l’African National Congress, spaccato tra la difesa degli interessi popolari e la rappresentanza degli interessi di una nuova elite – etnicamente mista – che ha sostituito quella monocolore dei tempi dell’apartheid. Una vittoria a metà che dà linfa alle tendenze critiche all’interno del Cosatu (Confederazione Sudafricana dei Sindacati) in cui sono emerse, proprio a partire dal settore minerario, soggettività organizzate insofferenti nei confronti dell’alleanza con l’Anc guidato da Jacob Zuma.
I diversi punti di vista su conflitto e indipendenza si sono riprodotti fortemente all’interno del congresso del Cosatu iniziato pochi giorni fa a Midrand. Alcune fonti hanno descritto i vertici della confederazione come ‘sotto assedio’.  Il segretario generale Zwelinzima Vavi aveva presentato l’assise come un’occasione per affrontare la “triplice sfida delle disuguaglianze, della disoccupazione e della povertà”. Nodi che a 18 anni dalla fine del regime razzista la nuova classe dirigente non solo non ha risolto, ma non ha neanche iniziato ad affrontare.

Contro Julius Malema, ex leader dell’organizzazione giovanile dell’African National Congress espulso alcuni mesi fa  perché in rottura con la dirigenza, il governo sta cercando di creare un ‘cordone sanitario’ a base di denunce per corruzione e truffa ma anche di minacce di arresto per ‘incitamento alla violenza’. Ieri Malema doveva tenere un comizio proprio a Marikana ma le autorità glie lo hanno impedito, e il giovane leader si è dovuto allontanare dalla miniera accompagnato da un nutrito gruppo di poliziotti.

Ma nelle proteste e nelle manifestazioni delle ultime settimane la parola ‘rivoluzione’ è tornata ad echeggiare forte e chiara. E c’è da giurare che il Sudafrica del dopo Marikana non sarà uguale a quello di prima del 16 agosto...

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Telese sponsorizza Delle Chiaie e i partigiani contestano

Ha appena aperto un giornale che si presenta come "progressista", ma trova modo di sponsorizzare un libro impiastrato da Stefano Delle Chiaie.

Davvero singolare la scelta "politica" dell'ex redattore de "Il giornale" di Feltri, foglio della destra berlusconiana, poi passato nell'entourage de "Il fatto quotidiano" per uscirne poi in polemica con le presunte "inclinazioni grilline" di Antonio Padellaro e Marco Travaglio (altro ex de "Il giornale", pur se con Montanelli e prima dell'acquisto da parte del Cavaliere).
Ha aperto "Pubblico", foglietto che cerca di farsi spazio nell'affollatissimo - ma poco acquistato - supermercato dell'informazione di "centrosinistra perbenista". E come se non sapesse nulla della storia d'Italia accetta di postfatare nientemeno che uno sproloquio scritto di Stefano Delle Chiaie, detto "er Caccola", protagonista assoluto della stagione stragi di stato-servizi segreti-Cia, fuggito in Spagna e poi nella Bolivia del dittatore Banzer. Il "Condor" che risuona anche nel titolo, ricordiamo, è un'evocazione diretta dell'"Operazione Condor" con cui la Cia concretizzò la volontà statunitense di "sradicare" i movimenti comunisti dall'America Latina.
Una scivolata? No, una provocazione professionale tra due provocatori di diversa specializzazione. Telese nell'informazione, Delle Chiaie nei bassifondi della marginalità politica. Non possiamo dimenticare infatti, che l'"esplosione" giornalistica di Telese non è avvenuta con qualche scoop o pezzo ben scritto, ma per un libro "compassionevole" sulla destra fascista degli anni '70 ("Cuori neri"). Tratto comune tra i due commensali? Per entrambi bisogna "superare la divisione tra destra e sinistra", creando "cose" dominate dalla destra estrema (capitali incerti, composizione spuria, idee vaghe contro qualche "-ismo" cambiabile a piacere, ecc), cui abbocca qualche deficiente proveniente dalla "sinistra". Possibilmente "estrema", così si può cucinare il piatto in cui Delle Chiaie ha inzuppato il biscotto "conto terzi" per una vita: gli "opposti estremismi" utili per mantenrre il potere ben ancorato al "centro" (ieri la Dc, oggi il "montismo"). Insomma, un teorico-pratico dell'infilitrazione; un precursore di quelle tecniche che successivamente sono state sviluppate in modo diffuso, grazie a anche alla dabbenaggine di movimenti e partiti di sinistra che hanno smarrito la consapevolezza di sé e del mondo in cui si trovano a vivere.

Stavolta però la cosa non è passata sotto silenzio grazie a molti compagni, democratici e vecchi partigiani calabresi, che si sono precipitati a contestare il vecchio fascista sempre in piedi (stavolta non c'era, come a Roma, Sandro Provvisionato; altro "dietrologo" professionista che si dichiara "di sinistra" e che potete vedere nella prima foto al tavolo con Delle Chiaie).
Stupisce, in negativo, la scelta de "Il Manifesto" di collocare la notizia tra le brevi di pagina 6. Un posto quasi invisibile ai più. Peccato, hanno perso un'altra occasione (speriamo per loro che non sia l'ultima) per fare un'informazione di sinistra e segare le gambe in partenza a un foglietto che si presenta come "concorrente" sullo stesso terreno, ma con un occhio fermo alla "governabilità". Ovvero all'ala "montiana" del Pd.

Ecco il trafiletto nascosto, con la notizia secca.

"L'aquila, il condor, er caccola e la pasionaria nera da una parte. Partigiani e sindacalisti dall'altra. E in mezzo Luca Telese. Finisce quasi in rissa la presentazione dell'ultimo libro di Stefano Delle Chiaie, «L'Aquila e il Condor», organizzata dall'associazione culturale di estrema destra Furor nella sala consiliare della Provincia. L'evento fa infuriare i partigiani e la Cgil. In una nota l'Anpi ha contestato l'iniziativa e attaccato la presidente Wanda Ferro (Pdl, già missina). «Abbiamo appreso della presenza del fascista plurinquisito Delle Chiaie a Catanzaro - dice Mario Vallone, presidente provinciale Anpi -. Stendiamo un velo pietoso su alcuni partecipanti. Il fatto grave sono le Lezioni di Storia della Presidente della Provincia». Delle Chiaie è arrivato in Calabria per presentare il suo libro incentrato sugli anni di piombo visti con gli occhi di un protagonista: dalla strage di piazza Fontana a quella di Bologna passando per il golpe Borghese. Nel mirino dei contestatori finisce anche il direttore di Pubblico, autore della postfazione del libro. Il nome di Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale oggi ottantenne, appare in tutte le vicende più controverse del Paese, ma anche in attività paramilitari in Sudamerica. Aspetti che agli occhi dei partigiani hanno reso indegna l'ospitalità offerta da Ferro, definita dall'Anpi "rappresentante fino a prova contraria di un'istituzione democratica che lei può presiedere grazie alla lotta dei partigiani che hanno liberato l'Italia dalla dittatura fascista». (Silvio Messinetti)."

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Telese è proprio un opportunista di gran caratura se riesce a passare con tanta leggerezza dall'elogio di Enrico Berlinguer al reggere il catetere a Stefano Delle Chiaie.

Un figlio su tre

Un figlio su tre, afferma una ricerca del Censis, vive con sua madre. Si parla di alcuni milioni di italiani, quindi. Non hanno un lavoro e, quando ce l’hanno, è precario e mal pagato. Non trovano casa perché, quando c’è, il costo del canone affianca o supera quello del salario. Se si tratta di diritti civili s’invoca la famiglia, ma quando la famiglia la si prova a costruire appare il cartello con scritto: iscrizioni chiuse.
Un figlio su tre, infatti, non può neanche sposarsi o convivere, perché quando il precariato assoluto e il carovita s’incontrano, una coppia scoppia: a basso reddito e alti costi, l’unione fa la debolezza. Risultato? Il 60% dei giovani dai 18 ai 29 anni abita con la madre e idem il 45% tra i 30 e i 45 anni. Tutti bamboccioni? Vittime di loro stessi o dell’insindacabile ed osannata autoregolamentazione del mercato?
Un figlio su tre non ha nemmeno dove andare, mica tutti possono fare i cervelli in fuga: i condannati al nulla sono milioni e i cervelli sono alcune migliaia; le fughe sono costose, dunque per pochi. Un figlio su tre, o anche due su tre, vedono da anni la rottura definitiva delle corde dell’ascensore sociale: non staranno meglio dei loro padri, bensì peggio.
Hanno studiato di più e lottato di meno, subiscono il rincoglionimento mediatico e diffidano del plurale, convinti dai furbetti del capitalismo straccione che “tanti” non è mai un plurale di diritti e doveri, ma una somma di occasioni al singolare. Sarà per questo che il 45% tra i 30 e i 45 anni vive con la madre? Non hanno colto le occasioni o le occasioni non si fanno cogliere perché destinate in esclusiva ad alcuni, ai figli più figli degli altri?
Il mercato rigetta le eccedenze e gli ecceduti, dal canto loro, di mercato conoscono a malapena quello della frutta e verdura vicino casa. Così, a immaginare quello che è stato quando c’era lo Stato, due figli su tre possono solo ricordare i racconti paterni del tinello, dove si parlava di come, anche quel tinello, era stato costruito. Risparmio e lavoro, sacrifici e lavoro, rinunce e lavoro, e poi ancora lavoro, risparmio e altro lavoro.
L’aspirazione di ogni genitore a vedere i propri figli salire sull’ascensore sociale, la voglia di riscatto, il desiderio di evitare a loro almeno una parte dei sacrifici sostenuti, erano le molle che hanno spinto uomini e donne di diverse generazioni a convincere i propri figli ad avere un’istruzione migliore, perché - si diceva - alla fine sarai quel che saprai. E adesso si scopre invece che in un mercato del lavoro flessibile fino a divenire un elastico con il quale giocare al ribasso dei salari e al rialzo della fatica, quel sapere non serve più.
Ma i padri e le madri non potevano saperlo, e volevano credere che davvero il sapere avrebbe fatto rima con l’essere e poi con l’avere. Non potevano immaginare che il lavoro sarebbe stato ridotto a merce in deterioro da acquistare solo a basso costo e che, del sapere, se ne sarebbe fatto volentieri a meno.
Il sapere intralcia, ti invita a tenere il cappello in testa quando passa il padrone, pone ambizioni e obiettivi, costruisce sogni e speranze; per questo va abbattuto, o almeno depotenziato, perché la logica del mercato non prevede che tu possa entrarvi, ma solo che lui entri dentro di te.
L’affermarsi definitivo dell’idolatria del mercato e la concomitante fine dello Stato hanno segnato la progressiva scomparsa di ogni paradigma di civiltà e di compatibilità sociale che formava il tessuto connettivo di ogni comunità.
Il welfare, strumento pubblico pagato con le risorse pubbliche, aiuto per tutti grazie al contributo di alcuni, è ormai un ricordo. E’ la famiglia il nuovo ente di assistenza e sostegno per chi rimane indietro.
Ad essa si affianca l’immigrazione, cioè la fascia più povera e ricattabile della società che, arruolata di volta in volta a seconda delle necessità, svolge il ruolo di supplenza del welfare in forma di assistenza, cioè di tutto quello di cui avremmo diritto perché pagato e perché esseri umani, ma che ci viene sottratto perché costoso e non redditizio.
Mai che il paradigma dell’autoregolamentazione del mercato fosse messo in discussione, mai che almeno a sinistra insorgesse il virus del voler riprendere a pensare, parlare, proporre, battagliare. Due generazioni di leaderini o presunti tali sono invecchiati, ingrassati ma mai cessati dalle loro funzioni. Nel paese di Pulcinella, due portaborse su tre sono diventati leader. Un figlio su tre, invece, è costretto ad invecchiare senza essere diventato adulto.

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