Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/11/2026

Qualche bomba su Qeshm prima del diluvio

Mentre ancora non si erano aperte le urne per le elezioni di midterm, che i sondaggi definiscono “uno tsunami blu” (il colore del partito democatico), Trump ha ordinato un estemporaneo attacco contro l’isola di Qeshm – la più grande nello Stretto di Hormuz.

Al tempo stesso sia da Teheran che da Washington – dal lato vicepresidente J.D. Vance – si assicura che si stanno portando avanti colloqui miranti alla pace o quanto meno a una sospensione a tempo indeterminato delle ostilità.

Finora, sappiamo che ci sono state cinque esplosioni sull’isola di Qeshm in Iran. Nei precedenti round di guerra, era stata colpita più volte perché è un’isola strategica.

Curiosamente, né il Pentagono né la Repubblica Islamica confermano gli attacchi, che sono stati resi noti solo dai media, sia statunitensi che arabi. Segno, probabilmente, che si vuole mantenere aperta la strada al negoziato pure in presenza di “colpi di testa” che appaiono motivati fondamentalmente dalla pressione di Netanyahu su Trump.

Militarmente questi attacchi non sembrano avere alcun senso, e le “Guardie della Rivoluzione” hanno gioco facile nel presentare semmai i propri successi con l’abbattimento di due droni da ricognizione americani MQM-170 a sud di Qeshm, mentre i suoi sistemi di difesa aerea hanno intercettato e distrutto un drone americano MQ-9 sulla parte orientale dello Stretto di Hormuz.

Il presidente del Parlamento e fin qui capo-negoziatore, Qalibaf, senza neanche nominare gli “incidenti di Qeshm”, ha avvertito ancora una volta che “Qualsiasi errore di calcolo militare da parte degli USA scatenerebbe una risposta iraniana imprevedibile e vasta”. Senza confini geografici limitati al Golfo, insomma, a conferma che l’arsenale missilistico di Teheran si è arricchito di vettori a più lunga gittata.

Qalibaf ha, però, confermato che, pur tenendo il dito sul grilletto, il suo paese ha offerto agli USA una risposta “forte e razionale” affidandola ai mediatori qatariani che nei giorni scorsi erano a Teheran.

In qualche modo le proposte iraniane sono state esposte dal capo di stato maggiore, il generale Ali Abdollahi, come una tabella di marcia per la sicurezza duratura dell’Iran.

  • La fine delle ostilità su tutti i fronti, tra cui Libano e Gaza
  • La completa revoca delle sanzioni contro l’Iran e lo sblocco dei suoi beni
  • Riparazioni di guerra per Teheran (magari accettando che le navi in transito per Hormuz paghino un pedaggio)
  • Riconoscimento della sovranità dell’Iran sullo stretto di Hormuz
  • Una garanzia contro la futura aggressione e l’istituzione di un quadro di sicurezza regionale per l’Asia occidentale

La questione principale è la diffidenza tra le due parti. Gli iraniani dicono che due volte in precedenza gli Stati Uniti li hanno attaccato quando erano impegnati nella diplomazia. Ecco perché chiedono passi concreti, come la revoca delle sanzioni, la rimozione del blocco navale, il ritorno di asset iraniani congelati e la possibilità che l’Iran venda petrolio sul mercato globale.

Inutile far previsioni sugli sviluppi, che sembrano ormai dipendere non tanto dagli interessi strategici degli Stati Uniti nel Medio Oriente ma dalla forza residua del ricatto israeliano nei confronti di Trump (fin quando potrà mantenersi al riparo dal Congresso), con Netanyahu ormai alle corde se si concretizzerà un qualche accordo di governo tra il blocco di Eisenkot e i due partiti palestinesi-israeliani presenti nella Knesset.

Una volta fuori dal governo, infatti, diventerebbe più probabile la sua messa in stato d’accusa e forse anche di arresto, sia per le vicende di corruzione che per la gestione criminale delle informazioni ricevute prima del 7 ottobre 2023 sull’attacco di Hamas.

Anche una eventuale fuga all’estero dovrebbe a quel punto essere ragionata bene, perché non sono pochi i paesi che potrebbero accorgersi, solo a giochi fatti, che nei suoi confronti pende un mandato di cattura da parte della Corte internazionale.

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Lavoratori e intelligenza artificiale. Più stagnazione che felicità

È decisamente interessante il Rapporto che la piattaforma aziendale di intelligenza artificiale Workday inc, ha pubblicato a fine ottobre nel suo October 2026 Global Workforce Report.

Dal rapporto si rileva che la maggior parte dei dirigenti aziendali non prevede che l’intelligenza artificiale determinerà una riduzione degli organici delle proprie aziende.

Il Global Workforce Report ha rilevato che il 40% dei dirigenti aziendali si aspetta che l’intelligenza artificiale li aiuti a ottenere di più dai propri dipendenti, mentre solo il 28% prevede che questa inciderà con una riduzione dell’organico.

Ma l’IA sta già incidendo – in negativo – sulla crescita professionale dei dipendenti. Secondo il rapporto GWR, nel 57% delle aziende i passaggi a nuovi ruoli all’interno della stessa azienda sono diminuiti mentre le promozioni sono rimaste invariate e quasi 4 lavoratori su 10 hanno dichiarato che la loro azienda ha subito una riorganizzazione o una ristrutturazione nell’ultimo anno.

Passare a un nuovo ruolo all’interno della stessa azienda sta diventando sempre più difficile. Nel 57% delle aziende ad esempio i trasferimenti interni sono diminuite rispetto all’anno precedente, mentre i tassi di promozione a livello mondiale sono rimasti sostanzialmente invariati. Secondo l’indagine, i lavoratori che hanno cercato di cambiare ruolo all’interno dell’azienda hanno indicato più spesso come motivi la sospensione delle assunzioni per quella posizione, la mancanza di sostegno da parte dei manager e i processi di selezione percepiti come iniqui. E questo li spinge a cercare altrove un lavoro più soddisfacente o all’altezza delle proprie aspettative.

Analizzando poi i dati relativi alle competenze presenti nelle richieste di assunzione di oltre 550 datori di lavoro che utilizzano Workday Recruiting, la domanda di competenze di base nell’IA, come la creazione di semplici prompt, è aumentata fino alla fine del 2025, raggiungendo il picco nel gennaio 2026 ma scendendo poi del 25% nei mesi successivi.

Nel frattempo, la domanda di competenze pratiche, come lo sviluppo di strumenti di IA, l’automazione dei flussi di lavoro e l’ingegneria dell’IA, è cresciuta costantemente, registrando un aumento del 51% tra settembre 2025 e luglio 2026. Le aziende sono passate dalla ricerca di personale in grado semplicemente di utilizzare l’AI alla ricerca di personale in grado di svilupparla.

Un sondaggio condotto nel settembre 2026 su 6.000 dipendenti a tempo pieno, rilevava come il 79% dei lavoratori ha dichiarato di sapere quali competenze sono necessarie per avere successo, ma solo il 66% ha affermato che il proprio datore di lavoro li aiuta effettivamente a sviluppare tali competenze. Si tratta di una seria divaricazione tra ciò di cui i dipendenti sono consapevoli di aver bisogno e il sostegno che ricevono dall’azienda. Il 65% dei lavoratori intervistati si dichiara sicuro di poter acquisire nuove competenze qualora venissero richieste.

In un altro sondaggio – il AI@Work Pulse di Workday – condotto ad agosto scorso, su 5.944 lavoratori, il 62% di coloro che utilizzano l’IA per quasi tutto il proprio lavoro ha affermato di ritenere che ciò renderà le proprie competenze attuali meno preziose. Ma il 76% di questi lavoratori che usano l'IA ha dichiarato di aspettarsi che ciò gli apra nuove opportunità di carriera.

In tutti i settori analizzati, i dipendenti che intendono rimanere nella propria azienda sono meno propensi a raccomandare il proprio datore di lavoro ad altri, un divario che raggiunge gli 11 punti nel settore pubblico. Molte persone intendono mantenere il proprio posto di lavoro, ma sono in minor numero quelle che consiglierebbero a un amico di venire a lavorare lì. Molti lavoratori sembrano preferire l’incertezza che già conoscono piuttosto che rischiare qualcosa di nuovo.

Il problema è che cambiare azienda sembra sempre più rischioso in un mercato del lavoro stagnante, ragione per cui i lavoratori tendono a rimanere dove sono. Il turnover volontario si attesta infatti intorno al 16% all’anno mentre circa il 70% dei dipendenti lavora ancora per la stessa azienda due anni dopo. Emblematicamente i dati di Workday suggeriscono che rimanere nella stessa azienda non equivale a essere felici.

Il ricorso intensivo all’IA e alle competenze in materia, non sembra dunque rappresentare, almeno in questo modello di gestione, un orizzonte progressivo per i lavoratori, neanche per quelli che la utilizzano.

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Ucraina. “Azov” tortura i disertori, silenzio occidentale

Ultim’ora (17:00 del 03/11)
Le forze di sicurezza ucraine stanno sparando contro una folla che protesta presso uno dei siti di tortura di Zelensky.

Immaginate la scena alla periferia di Kiev stasera, dove il comandante della Guardia Nazionale ucraina, Oleksandr Pivnenko, si è fermato fuori da una casa privata a Petropavlivska Borshchahivka di fronte a una folla furiosa di suoi stessi cittadini e ha ammesso che gli uomini trascinati fuori dal suo seminterrato erano militari “catturati dopo essere andati AWOL e restituiti alle loro unità”, solo poche ore dopo che la polizia aveva giurato che le notizie di persone illegalmente detenute e torturate lì “non corrispondono alla realtà”.

Quando finalmente un medico è stato autorizzato a passare la porta, ha contato circa 25-30 uomini ammassati sottoterra ed è uscito dicendo che le persone laggiù “non sanno chi sono o in che status si trovino”, e quattro di loro sono stati portati all’equipaggio dell’ambulanza, uno in condizioni gravi (ma certo, chiedere se sono stati torturati è disinformazione russa, giusto?), secondo TSN e BBC Ukrainian.

Così, in un’unica serata, la versione ufficiale è passata da “qui non c’è niente da vedere” a “erano disertori comunque”, che è esattamente come ha sempre funzionato l’Impero delle Menzogne: nega per primo, poi riclassifica, e prega che le telecamere se ne vadano prima che arrivino le domande. La quantità di doppi standard e disprezzo che i media Mockingbird occidentali hanno per gli ucraini è nauseante. Almeno fate finta di fare il vostro dannato lavoro!

Nessuno ha ancora dimostrato torture MA le immagini sono incriminanti e il cartello di Kiev ha meno di zero credibilità. Quello che non è più in discussione è già di per sé incriminante: una casa privata, un seminterrato nascosto, uomini rastrellati per essersi allontanati da una guerra per cui non hanno mai votato, e uno stato fantoccio forse su ordini dall’Europa occidentale il cui primo riflesso è stato fingere che nessuno di loro esistesse.

Il tempismo è quasi teatrale, perché proprio questo fine settimana il Consiglio d’Europa ha solennemente segnato l’uscita della Russia dalla convenzione anti-tortura il 1° novembre e, nello stesso respiro, ha lodato Kiev per aver permesso agli ispettori di visitare “qualsiasi luogo di privazione della libertà sul suo territorio in qualsiasi momento”, quindi ora gli ispettori hanno un indirizzo che li aspetta ai margini della capitale, se qualcuno in Europa occidentale si preoccupa di prenotare l’appuntamento.

Se questo seminterrato fosse stato trovato a Belgorod sarebbe già su tutte le prime pagine da Lisbona a Helsinki, con una dichiarazione di von der Liar prima di cena e un nuovo pacchetto di sanzioni entro mercoledì, eppure appena fuori dalla tangenziale di Kiev diventa una “controversia”, le persone che fanno domande diventano “residenti locali”, e tutti vengono gentilmente invitati a “usare solo fonti ufficiali”.

Né fare nessuna di queste domande rende qualcuno un bot del Cremlino, dato che si tratta di uomini ucraini, filmati da cittadini ucraini, in una periferia ucraina, che chiedono a un generale ucraino “chi vi ha dato il diritto?”

È così che appare combattere fino all’ultimo ucraino una volta che i volontari sono finiti e i rapitori travestiti da reclutatori hanno perso la pazienza, non su una linea frontale tracciata su una mappa di briefing NATO ma in un seminterrato ai margini di Kiev, mentre lo stesso sacerdozio di Bruxelles che tiene lezioni al mondo su “valori europei” distoglie lo sguardo e firma l’assegno successivo.

Quindi gli ispettori busseranno a quella porta questa settimana, o i “valori” europei si fermano al confine di qualunque regime Bruxelles stia finanziando?

Fausto Anderlini

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Figuriamoci se lo diranno in tv!!

In Ucraina, vicino a Kiev, un gruppo di cittadini ha scoperto una sorta prigione-lager dove il primo corpo della guardia nazionale Azov deteneva e sottoponeva a torture soldati ucraini accusati di diserzione o di essersi allontanati senza permesso dal proprio reparto (AWOL). Tra i presenti è stata segnalata anche la presenza di un quattordicenne. Queste immagini ne sono la testimonianza.

Le autorità e i media locali hanno riscontrato che i militari trattenuti presentavano evidenti lesioni fisiche dovute a percosse e maltrattamenti. Le accuse includono anche tentativi di estorsione.

Ora Zelensky, (scoperto “in fragranza di reato”, direbbe Tajani), ha sguinzagliato il suo capo della Guardia Nazionale, il generale Pivnenko, per avviare le indagini formali e identificare i militari responsabili della gestione del sito abusivo.

I fatti:
  • La folla ha assaltato l’edificio e ha rotto i finestrini di un autobus militare
  • Qualcuno ha sparato durante gli scontri
  • Tra i rapiti c’è un adolescente di 14 anni, picchiato dagli Azov con una pala
  • Presenti anche 4 militari ucraini disertori
  • Gli Azov condannano le azioni “illegali” nei confronti dei militari e hanno esortato i cittadini a non ostacolare il lavoro dei militari
  • Sul luogo è arrivato Budanov, capo dell’Ufficio di Zelensky
  • Gli Azov hanno poi assaltato i manifestanti con manganelli e gas lacrimogeni
Siccome non sempre ben pensanti, non credono alla favola di un Zelensky non informato di questa, o meglio, di queste prigioni (perché chissà quante ce ne saranno sparse per tutta l’Ucraina), ci scommettiamo che lo scandalo finirà nel modo più indolore per lui e cioè dando in pasto al martoriato popolo ucraino qualche testa del nazi-battaglione Azov di seconda linea.

Intanto i media di regime occidentali, così come non hanno dato la notizia dello scandalo, non daranno neanche quella del suo epilogo.

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Il capo dell’ufficio del presidente, Budanov, giunto sul posto, dove la popolazione stava assaltando la prigione, ha dichiarato che alcune persone sono riuscite ad entrare nell’edificio che funge da “detenzione informale” (come in Israele, insomma...) a Petropavlovska Borshchahovka e hanno effettuato un’ispezione superficiale.

Secondo Budanov, più di dieci persone sono entrate nell’edificio, hanno posto domande e ricevuto risposte. Ha poi annunciato che i militari mobilitati che necessitano di assistenza medica sarebbero stati portati su un bus per essere trasportati in ospedale.

Uno dei presenti ha chiesto a Budanov perché in Ucraina esistano strutture del genere e perché nessuno ne sia a conoscenza. Il capo dell’intelligence ha risposto che “esistono molti edifici del genere” e che domani si analizzerà la questione “del perché esistano tali edifici, cosa vi avviene e perché abbiamo centri di detenzione temporanea”. Incredibile che uno come lui faccia finta di non sapere cosa ha ordinato...

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Dopo il 30 ottobre: che fare?

Uno sciopero generale con manifestazioni in più di 50 città, con circa un milione di persone in piazza che hanno bloccato i porti e le principali arterie, convocato da un’organizzazione sindacale ben diversa da CgilCislUil, è un fatto politico di portata enorme.

Ciò che è accaduto il 30 ottobre dovrebbe essere al centro del dibattito per i contenuti rivendicativi della mobilitazione e per le dinamiche che l’hanno prodotto, ma anche per il “cambio” dei paradigmi culturali che si è sviluppato da almeno un’anno a questa parte, in particolare tra le giovani generazioni, e che ora sta affiorando con forza.

Significativamente questo dato lo ha colto un giornale come Il Fatto ma non lo ha colto – ed era prevedibile – Il manifesto.

Governo e opposizioni dovrebbero chiedersi, il primo come sia possibile continuare a governare come se nulla fosse con una sfiducia popolare acclarata nelle piazze che hanno gridato a gran voce il celebre coro “Giorgia Meloni devi andartene, vattene, vattene”; le seconde dovrebbero interrogarsi sulla propria incapacità complessiva, a cominciare dai propri organi di informazione e dai corpi intermedi ad essi legati, di essere i vettori dell’unico vero movimento d’opposizione all’attuale esecutivo, un movimento che fino all’ultimo hanno snobbato o apertamente boicottato.

La verifica la si farà a breve con la manifestazione nazionale del 12 dicembre per le dimissioni del governo Meloni.

L’USB e le organizzazioni – da Potere al Popolo a organizzazioni studentesche come OSA e Cambiare Rotta – che hanno sostenuto il percorso verso lo sciopero generale del 30 ottobre con la propaganda di strada, con le iniziative politiche nei territori e in scuole e università, con i propri canali di comunicazione, con le assemblee territoriali ed i pre-concentramenti per le manifestazioni, hanno stabilito una connessione sentimentale con una parte non trascurabile delle classi subalterne. E questo è un fattore che il centro-sinistra è stato assolutamente incapace di praticare in questi anni, così come hanno fatto sia CgilCislUil che le residuali realtà di quello che fu il cosiddetto movimento antagonista.

Ma di questo non vi è traccia nella politica ufficiale e negli organi di informazione che hanno invece ripuntato i propri riflettori ancora una volta sul Palazzo. Un milione di persone che scende in piazza apertamente contro il governo non ha suscitato la stessa morbosa attenzione di qualche vetrina spaccata o di presunta emergenza artefatta sull’ordine pubblico.

Ma quello rappresentato dalla gran parte dei mass media è solo il “Paese Legale” dove il circo mediatico, tranne rari momenti, è talmente distaccato dalla realtà che distorce pervicacemente, o ben presto rimuove, passando in fretta ad altro.

Se costoro prestassero attenzione ai discorsi in un bar, in un autobus, in un mercato o su un treno di pendolari, darebbero associazione sovversiva, istigazione a delinquere o banda armata a mezzo Paese!

Ed invece c’è stato il Paese reale che ha rotto la pace sociale rispondendo in massa all’appello di un sindacato di classe come l’Unione Sindacale di Base, vedendo in questa esperienza sindacale uno strumento di organizzazione e lotta reale contro guerra e carovita.

Un passaggio che in parte avevamo visto anche l’anno scorso quando l’USB si era fatta conoscere ai molti non solo come sindacato combattivo e di classe, ma anche come principale vettore della lotta contro la complicità del nostro governo con il genocidio palestinese ed in appoggio all’azione internazionale ed internazionalista della Global Somud Flottilla.

All’appello dello scorso anno era mancata ancora una parte importante della classe lavoratrice, a eccezione di alcuni settori come il comparto dell’istruzione e del Pubblico Impiego e alcuni segmenti decisivi della logistica come i portuali. Questa volta invece la risposta c’è stata anche nei bastioni della rappresentanza sindacale della Cgil.

Una parte importante dei giovani che avevano affollato le piazze dello scorso autunno per la Palestina, hanno anche iniziato a conoscere due organizzazioni studentesche come OSA e Cambiare Rotta che il 30 ottobre hanno chiamato una sessantina di riuscitissime piazze attivandosi affinché lo sciopero generale riuscisse anche nelle scuole e università che si sono svuotate.

Queste organizzazioni studentesche con le proprie parole d’ordine, erano state la cifra dello sciopero della scuola dello scorso 16 febbraio e delle occupazioni studentesche. Parole d’ordine chiare, semplici e condivise: soldi alla scuola e non alla guerra, netta opposizione ai provvedimenti razzisti del Ministro dell’Istruzione e alla re-introduzione alla leva militare. In pratica gli stessi punti della piattaforma alla base del primo sciopero studentesco coordinato a livello europeo convocato per il prossimo 20 novembre,

Organizzazione sindacale e organizzazioni studentesche, hanno dimostrato una capacità di mobilitazione che è andata oltre i propri perimetri organizzativi di radicamento, con la capacità di parlare alla pancia profonda di lavoratori e lavoratrici, così come di studenti e studentesse, ponendosi come punti di riferimento, potremmo dire come “avanguardia” in senso figurativo come descritto dal dizionario Treccani: “Essere in testa, procedere con maggior impegno e con più decisione degli altri, assumendosi anche funzioni di guida”.

Anche Potere al Popolo occorre riconoscere che è stato bene nella partita di questo sciopero generale.

Nonostante una legge elettorale liberticida che difficilmente – se non per un precoce annullamento da parte della Corte Costituzionale – gli permetterà di andare alle elezioni politiche il prossimo anno, è stata l’unica forza politica a rispondere con una iniziativa nazionale – il 3 ottobre scorso – alla torsione autoritaria accelerata dall’attuale esecutivo anche sul fronte della rappresentanza. Potere al Popolo ha appoggiato sin da subito ed in maniera convinta lo sciopero generale convocato dall’USB, indicando nella “sfiducia popolare” la strada da percorrere contro l’attuale esecutivo e contribuendo a costruire sui territori lo sciopero stesso.

Potremmo dire che un blocco politico indipendente ha affiancato un sindacato che ha ampliato con uno sciopero generale la seconda giornata di mobilitazione internazionale dei portuali contro il traffico di armi e la guerra. Indubbiamente è stata una sfida che ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo intuendo che oltre ad essercene la necessità c’erano anche le condizioni, anzi l’urgenza.

E questo ha fatto sì che quello in Italia fosse solo il primo sciopero generale – in ordine di tempo – insieme a quelli proclamati in Francia il 5 novembre ed in Spagna l’11 novembre specificatamente contro caro-vita e guerra. Una dimensione europea del conflitto che ormai si dà di fatto e non per giaculatorie senza costrutto, perché passa tramite l’organizzazione concreta dei passaggi, della costruzione e della gestione.

Il 30 ottobre è stato un giorno di sfiducia popolare in cui le classi popolari hanno votato con i piedi marciando contro il governo del caro-vita e della guerra in decine di città, grandi, medie e piccole.

Da questo bisogna trarne le dovute conseguenze.

In primis la “pace sociale” si è rotta con la forza del conflitto di classe organizzato da un sindacato combattivo ed il supporto di un blocco politico e sociale indipendente in grado di interpretare le esigenze delle persone. Lo ha fatto mobilitandosi contro il governo, in un clima mutato che l’opposizione parlamentare ed il sindacalismo ad essa subordinata non sanno e non vogliono cogliere fino in fondo, mentre le latrine neo-fasciste – da quelle in parlamento a quelle dell’ex generale della Folgore – stanno scommettendo sulla marea montante delle forze dell’estrema destra in Europa.

Si è rotta poi la “gabbia ideologica” della passività sociale figlia della rassegnazione, che è stata per anni il principale prodotto culturale della sconfitta del comunismo novecentesco – in Europa – e del movimento operaio occidentale.

Infine, ma non per importanza, si è rotto anche un corollario ideologico – frutto dello stesso processo di riflusso – che ha inquinato per troppi anni il dibattito politico anche nelle file della cosiddetta sinistra radicale, disarmando le classi popolari e demonizzando il concetto di organizzazione rivelatosi invece decisivo.

Ciò che stiamo sperimentando, e il 30 ottobre ne è stata la rappresentazione plastica, è il fatto che in una società fluida i corpi solidi sono l’unica chance di invertire i rapporti di forza ed un’ancora di salvezza per le classi subalterne.

Lo sciopero generale e le manifestazioni del 30 ottobre sono state una “scuola politica” anche per le giovani generazioni, le quali hanno verificato come il consenso popolare, l’organizzazione e la determinazione rendono praticabile l’obiettivo, e rendono anche molto più impegnativa la risposta muscolare degli apparati dello Stato, che probabilmente non vogliono più fare i “fusibili” e la carne da cannone per un governo a scadenza ravvicinata.

Il 30 ottobre costituisce una data per cui c’è “un prima” ed un “dopo”, soprattutto se sarà il punto d’appoggio e di partenza per una campagna generale proprio sui temi su cui una parte importante del blocco sociale ha scioperato ed è scesa in piazza, colmando l’inconsistenza delle forze di opposizione e contrastando i cani da guardia della reazione neofascista.

Per rafforzare questo movimento reale c’è bisogno di irrobustire le organizzazioni che l’hanno reso possibile ed allargare lo spettro della cooperazione su alcuni obiettivi politici comuni, praticabili grazie alla forza sociale che si sta sviluppando.

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Come il militarismo sta strumentalizzando i bambini e le scuole

Che il governo sia in serio debito di ossigeno sul consenso al coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina e all’aumento delle spese per il riarmo, è ormai noto e certificato da tutti i sondaggi così come dalle enormi manifestazioni popolari e giovanili nel Paese.

Per cercare di tamponare questa crisi di consenso, il governo e i circoli guerrafondai da tempo stanno puntando sulle scuole, i bambini, gli studenti, diffondendo e incentivando iniziative dei militari nelle e sulle scuole.

La mamma di un alunno di una scuola elementare di Roma ci ha scritto una lettera nella quale denuncia l’operazione tesa a coinvolgere i bambini delle scuole nelle celebrazioni della Giornata delle Forze Armate del 4 novembre.

“Ho appreso da mio figlio, con sorpresa e preoccupazione, che la scuola starebbe valutando di accompagnare la classe quinta al “Villaggio della Difesa”, presso il Circo Massimo, durante l’orario scolastico” scrive la mamma.

“La notizia mi ha spinta a interrogarmi sul significato educativo e pedagogico di una simile proposta. La guerra non ha nulla di giocoso o spettacolare. Non può essere trasformata in un’esperienza accattivante, rischiando di rendere familiare e persino affascinante la dimensione militare, mentre se ne oscurano le conseguenze reali: morte, distruzione, sofferenza, paura e privazione della dignità umana. Ai bambini dovremmo proporre la bellezza, non la guerra”. L’iniziativa, tra l’altro, viene proposta durante la normale attività scolastica.

La lettera sottolinea come sia doveroso ricordare che durante il ventennio fascista l’Opera Nazionale Balilla, istituita nel 1926, ebbe un ruolo centrale nell’inquadramento delle giovani generazioni. Attività educative, sportive e premilitari concorrevano a un progetto di formazione ideologica e costruzione del consenso.

Naturalmente non si intende sostenere che le due situazioni siano sovrapponibili né formulare paragoni impropri. Tuttavia, quel precedente storico ci ricorda quanto sia delicato il confine tra educazione e indottrinamento e quanto sia necessario tutelare l’autonomia della scuola da qualsiasi forma di promozione ideologica. Ma di certo non aiuta a dirimere il dubbio il fatto che la circolare della dirigente inviti i genitori a vestire con una “camicia bianca” i bambini da inviare al Villaggio Difesa allestito al Circo Massimo . Il cambiamento di colore non appare del tutto rassicurante visto il contesto.

“La partecipazione al “Villaggio della Difesa” rischia, a mio avviso, di trasformarsi in una forma di normalizzazione e valorizzazione della dimensione militare, andando oltre una semplice attività didattica e allontanandosi dalla funzione educativa della scuola, indipendentemente dalle intenzioni di chi la propone. Mi chiedo, dunque, quale idea di scuola intendiamo costruire” sottolinea questa mamma nella lettera.

Ma l’operazione di propaganda militarista non riguarda solo gli alunni più piccoli.

Al liceo Benedetto Croce di Palermo, denuncia l’Usb Scuola, la circolare della dirigente informa che l’istituto è stato individuato insieme ad altri per ospitare il 4 novembre una conferenza del “Team interforze” e si invitano i docenti a selezionare dieci studenti delle terze per partecipare come pubblico alla conferenza delle Forze Armate.

Sulla pagina dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università, la presidentessa dell’Osservatorio, Romana Puleo, elenca iniziative analoghe di celebrazione del militarismo “da Pozzallo alla Brianza”.

È evidente come il governo e il Partito Trasversale della Guerra (dichiaratamente bipartisan, viste le dichiarazioni del piddino Guerrini) stiano cercando disperatamente di costruire consenso verso militarismo e riarmo, soprattutto nell’eventualità del coinvolgimento dei paesi europei nella guerra in Ucraina. A tale scopo utilizzano tutti i mezzi, anche la strumentalizzazione dei più giovani, anzi dei più piccoli.

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Una legge di bilancio sorda all’urlo che si alza da tutto il Paese. 12 dicembre manifestazione nazionale

L'incolmabile distanza tra il paese reale materializzatosi nello straordinario sciopero generale del 30 ottobre e il governo, viene addirittura amplificata nei contenuti della legge di bilancio che inizierà il suo percorso in Parlamento.

Alla definitiva consacrazione di una economia di guerra certificata dagli oltre 14 miliardi di aumento delle spese militari che caratterizzeranno il biennio 2027/2028, si accompagnano una serie di interventi che accresceranno quelle diseguaglianze sociali contro le quali circa due milioni di persone sono scese in piazza il 30 ottobre.

Il taglio di 7000 posti di lavoro nelle scuole che porta nel triennio 2025/2027 a un taglio degli organici superiore a 15.000 unità complessive, contestualmente ai 200 milioni di fondi stanziati per le scuole non statali, è uno schiaffo alla richiesta di investimenti nella scuola pubblica al centro delle oceaniche proteste studentesche.

Il nuovo freno del 25% al turn over per le assunzioni nel pubblico impiego è l’ennesimo colpo al settore pubblico e alla sua funzione e rimarca il passaggio da uno Stato sociale a uno votato alla logica della guerra.

L’ennesimo intervento sulle pensioni, con il taglio delle rivalutazioni per le pensioni superiori a 2450 euro lordi, costituisce una ulteriore stangata sulla pelle dei pensionati.

I 2,4 miliardi stanziati per la sanità nel 2026, dei quali una parte a beneficio dei privati, rappresentano un terzo delle risorse allocate nello stesso anno per la guerra, a riaffermare, caso mai ce ne fosse bisogno, quali sono le priorità per questo Governo.

Poi vi sono i consueti miseri e dannosi interventi sul fronte fiscale.

La tassazione agevolata per gli aumenti contrattuali del settore privato fino a 28.000 euro per gli under 30 (1% su una quota di reddito non superiore a 2500 euro) e solo per il 2027 è una mancetta  fatta ricadere sulla fiscalità generale che incentiverà comunque le imprese a tenere bassi i salari sapendo che il netto in busta paga sarà più alto grazie agli effetti della detassazione.

L’estensione dell’aliquota del 33% solo per il 2027 sui redditi superiori a 50.000 euro porterà pochi spiccioli per chi guadagna 52.000 euro e tanto risparmio fiscale per chi ne guadagna 300.000.

L’estensione della flat tax a 100.000 euro per i lavoratori autonomi contribuirà a scassare ulteriormente il principio di progressività dell’imposta.

La richiesta rivolta a banche, assicurazioni e imprese di 5,9 miliardi nel 2027 (ma è in corso lo scontro con l’Abi, quindi la misura potrebbe essere ridimensionata) anche attraverso l’innalzamento di 3 punti percentuali dell’Ires. attualmente al 27,5% per questi settori, rappresenta comunque una aliquota ben al di sotto dell’aliquota media di un lavoratore dipendente e verrà comunque attutita dalla previsione di un sistema di detrazioni fino a 200.000 euro.

Dinanzi a queste misure, l’unica risposta è il consolidamento di quella alleanza sociale tra generazioni e tra settori lavorativi che oggi sono accomunati dal peggioramento delle condizioni imposte dal binomio guerra riarmo/carovita e attacco ai salari.

Questo governo non ha alcuna risposta da dare al Paese se non quella repressiva.

Noi invece dobbiamo continuare il percorso intrapreso con lo sciopero generale del 30 ottobre contro la guerra, contro il carovita e per il salario, fino alla definitiva cacciata del governo Meloni.

12 dicembre: manifestazione nazionale a Roma!

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Come la AI ha ridefinito lo scontro tra magistratura ed esecutivo in materia di terrorismo

Leggere con strumenti tradizionali eventi chiave, come il referendum sulla riforma della giustizia del 22-23 marzo o la sentenza del GIP sul caso Siher, rischia di portare fuori strada nella comprensione di quanto sta accadendo. Stiamo parlando della ridefinizione di un piano di conflitto – tra magistratura ed esecutivo – trasformato dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale che lo ha esasperato nella sua intensità. Inoltre, proprio la recente legislazione sull’ordine pubblico e sul terrorismo, grazie alla presenza pervasiva dell’IA, si rivela un terreno di scontro particolarmente acuto proprio tra l’esecutivo e componenti significative della magistratura.

1. Le cause

Per comprendere perché lo scontro tra esecutivo e magistratura abbia assunto i tratti di una crisi di regime, bisogna esaminare le trasformazioni dell’economia contemporanea. Già all’inizio del Novecento, nella riflessione processualistica di Franz Klein, la controversia giudiziaria veniva inquadrata come una frizione patologica e un ostacolo al fluido funzionamento degli scambi economici, esigendo una risoluzione rapida da parte dello Stato. Nel capitalismo digitale e finanziarizzato del XXI secolo, questa esigenza ha subito una mutazione qualitativa: l’economia neoliberista trasforma la natura del potere esigendo velocità decisionale assoluta, standardizzazione regolatoria e, soprattutto, calcolabilità preventiva degli esiti giuridici.

In questo scenario macroeconomico, il potere esecutivo ha assunto il ruolo di cabina di regia incaricata di garantire la competitività sistemica e il rispetto dei vincoli sovranazionali. Il PNRR implementato nel nostro paese, in questo senso, è un fenomeno paradigmatico perché eleva l’efficienza dell’amministrazione della giustizia a valore autonomo, persino rispetto allo stesso ordinamento giuridico. In questo modo, tentando di rendere autonoma l’amministrazione dall’ordinamento, si intende realizzare la condizione strutturale per il funzionamento del mercato e lo sviluppo economico neoliberali, oltretutto vincolando l’erogazione delle risorse per i magistrati al raggiungimento di rigorosi target quantitativi.

Quando il paradigma economico-politico dominante identifica la certezza del diritto non più nella tutela effettiva dei diritti fondamentali dei soggetti, ma nella prevedibilità statistica e nella rapidità di smaltimento dei flussi, la giurisdizione – strutturalmente concepita dalla Costituzione italiana come un “potere diffuso”, orizzontale e orientato al caso concreto – viene percepita dall’esecutivo come un “potere scomodo”, un fattore di rallentamento e un intralcio all’indirizzo politico-economico di maggioranza. Il processo di autonomizzazione dell’amministrazione della giustizia dal suo ordinamento ha quindi effetti molto seri all’interno delle istituzioni italiane che si danno su più piani, in termini di lotta per il potere, e sono immancabilmente accelerati dall’emergere dell’Intelligenza Artificiale.

Si manifesta qui tuttavia un paradosso politico-economico di primo piano: mentre l’esecutivo legittima la compressione dell’autonomia giudiziaria in nome della modernizzazione, gli stessi promotori della riforma costituzionale del 2026 hanno ammesso esplicitamente che la separazione delle carriere e la tripartizione del CSM non avrebbero inciso minimamente sulla durata dei processi o sull’efficienza degli uffici. La causa profonda della frattura tra esecutivo e magistratura non risiede dunque nella ricerca di un servizio giustizia più efficiente, bensì nella volontà dell’esecutivo di neutralizzare l’imprevedibilità del controllo di legalità, che poggia sull’ordinamento,  sulle scelte allocative e regolatorie del governo che fa proprio il primato dell’amministrazione declinato performativamente.

2. Antropologia di una lotta di potere

Sul piano antropologico-politico, il conflitto riflette una profonda mutazione nella conformazione dei gruppi di potere e nella lotta per il controllo delle risorse simboliche, istituzionali e materiali. Il blocco di potere riunito attorno all’esecutivo opera secondo il paradigma della democrazia maggioritaria verticale e personalizzata, che interpreta l’investitura elettorale come conferimento di un primato incondizionato della politica istituzionale su ogni potere neutro o di garanzia. Le dichiarazioni rese durante la campagna referendaria illuminano sul profilo antropologico dell’esecutivo: dalla rivendicazione del Ministro Carlo Nordio circa la necessità di restituire alla politica il suo “primato costituzionale” (accompagnata dall’affermazione del 18 novembre 2025 secondo cui anche Licio Gelli, nell’includere la separazione delle carriere nel Piano di rinascita democratica della P2, “aveva idee giuste”), alla tesi della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni secondo cui governo, forze di polizia e magistratura dovrebbero “lavorare tutti nella stessa direzione” per superare un'“intollerabile invadenza” delle toghe, fino alla sortita televisiva dell’allora capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, che ha definito i magistrati “plotoni di esecuzione” esortando a votare Sì per “togliersi di mezzo la magistratura”.

A questa concezione verticale e monistica del comando si contrappone l’antropologia del corpo giudiziario: un gruppo di potere selezionato per cooptazione tecnico-concorsuale, depositario di un sapere specialistico e storicamente strutturato, dal congresso dell’ANM di Gardone del 1965 in poi, attorno al pluralismo culturale delle correnti e alla difesa dell’indipendenza esterna e interna ex artt. 101, 104 e 107 Cost.. I tagli di bilancio hanno accentuato la lotta per le risorse tra questi due blocchi, e al loro interno, che investe innanzitutto il monopolio della selettività penale e il controllo della polizia giudiziaria. Attraverso la separazione delle carriere e la creazione di un CSM esclusivamente requirente, il disegno governativo puntava infatti a recidere il legame del pubblico ministero con la “cultura della giurisdizione”, trasformandolo in un “super-poliziotto” o in un corpo accusatorio ipertrofico e autoreferenziale. Per una calcolata eterogenesi dei fini, l’ipertrofia di un’accusa slegata dalla giurisdizione avrebbe reso inevitabile, in un secondo momento, l’assoggettamento del PM al controllo politico dell’esecutivo, la riscrittura dei criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale (art. 112 Cost.) e l’alterazione della dipendenza funzionale della polizia giudiziaria (art. 109 Cost.).

Parallelamente, lo scontro si dispiega sul terreno delle risorse organizzative, finanziarie e reputazionali. Mentre il governo sottrae risorse al funzionamento ordinario degli uffici e alimenta campagne di delegittimazione mediatica (come le polemiche dell’ottobre 2026 sui presunti rimborsi da 100.000 euro a magistrato), la magistratura vive una crisi di legittimazione interna, segnata dalle degenerazioni correntizie che hanno spinto una quota non marginale dell’elettorato a votare Sì al referendum per esasperazione verso una giustizia percepita come lenta, burocratica e irraggiungibile. Proprio a causa di questo quadro di logoramento reputazionale trova legittimazione la pressione del governo: l’ipotesi, presente nella riforma referendaria, di istituzione di un’Alta Corte disciplinare riservata ai soli magistrati ordinari – lasciando intatte l’unitarietà e l’elettività delle magistrature amministrativa, contabile, tributaria e militare, pur essendo la giustizia contabile contestualmente ridimensionata nella responsabilità  – mirava a innescare quella che la dottrina definisce una “servitù volontaria” dei magistrati, ossia un ripiegamento difensivo e conformista del giudice per timore della sanzione disciplinare.

3. Arriva la grande onda dell’intelligenza artificiale

In questa ridefinizione economica e antropologica dei rapporti di forza tra esecutivo e magistratura, l’Intelligenza Artificiale (IA) non rappresenta uno strumento tecnico ausiliario, ma costituisce il fattore primario della mutazione istituzionale e il nuovo terreno strategico nella lotta tra i gruppi che si scontrano. Con l’approvazione definitiva della Legge 17 settembre 2025, n. 132, il legislatore italiano ha disciplinato agli articoli 14 e 15 l’impiego dell’IA nella pubblica amministrazione e nell’attività giudiziaria, in parallelo all’entrata in vigore del Regolamento UE 2024/1689 (AI Act).

Dal punto di vista dell’economia del potere, l’introduzione di sistemi di IA generativa e di “giustizia predittiva” incarna la visione della calcolabilità integrale: trasforma l’interpretazione giurisprudenziale da atto ermeneutico singolare a calcolo probabilistico standardizzato, alimentato da database operazionali e documentali sviluppati per “evitare decisioni contrastanti nelle singole sezioni dei Tribunali”. In questo modo, il controllo dell’architettura algoritmica sposta silenziosamente il baricentro del potere dall’ordine giudiziario al potere esecutivo e ai fornitori tecnologici privati. Inoltre, come rilevato dalla dottrina magistratuale, mentre la Legge n. 132/2025 stanzia appena un miliardo di euro per l’intero ecosistema nazionale, singole multinazionali tecnologiche come Microsoft investono somme ottanta volte superiori, rendendo lo Stato dipendente da infrastrutture computazionali proprietarie.

All’interno dell’ordinamento, la lotta per la risorsa algoritmica oppone il Ministero della Giustizia al Consiglio Superiore della Magistratura. Attraverso l’art. 15 della Legge n. 132/2025, il Ministero rivendica il governo dell’implementazione tecnologica e dell’organizzazione dei servizi, oltre a mantenere il controllo indiretto sulla formazione tramite la Scuola Superiore della Magistratura. Di contro, il CSM – con il fondamentale Parere sul DDL 1146/24 adottato il 24-25 settembre 2025 (Delibera n. 5/PP/2025) e le successive Linee guida sull’uso dell’IA emanate l’8 e il 15 ottobre 2025 – ha alzato una barricata costituzionale a difesa dell’autonomia della giurisdizione, denunciando i rischi strutturali legati all’integrazione dell’IA nelle banche dati giudiziarie ministeriali.

Qui, un serio pericolo individuato dal CSM riguarda la profilazione dei magistrati e la sorveglianza produttiva: l’uso di algoritmi ministeriali consente infatti di monitorare gli orientamenti, i tempi di decisione e la conformità statistica di ciascun giudice, trasformando il supporto organizzativo in uno strumento di valutazione gerarchica e di condizionamento dell’indipendenza interna. A ciò si salda il rischio dell’opacità della “scatola nera” (black box) e l’erosione del potere di selezione: poiché i modelli di IA generativa operano su base probabilistica e non deterministica, fornendo la risposta statisticamente più verosimile anziché quella giuridicamente fondata, un sistema privo di trasparenza algoritmica sottrae al giudice quello che, riprendendo Roberto Calasso, la dottrina definisce il “potere reale della selezione”.

Sullo sfondo emerge infine la trappola dell’automation bias e il conseguente corto circuito disciplinare. Sebbene l’art. 15 della Legge n. 132/2025 (in linea con il Considerando 40 dell’AI Act) stabilisca formalmente che l’IA funge solo da “ausilio cognitivo” lasciando al magistrato la decisione sull’interpretazione della legge e sulla valutazione delle prove, la pressione ministeriale, ad esempio per lo smaltimento dei carichi PNRR, genera il fenomeno psicologico e organizzativo dell’automation bias, ossia l’adeguamento acritico del giudice al suggerimento della macchina. Tale dinamica innesca un paradosso letale: una sentenza redatta affidandosi alla sintesi opaca di un algoritmo configura una “motivazione apparente” o mancante, passibile di integrare l’illecito disciplinare tipico dell’emissione di provvedimenti privi di motivazione. L’esecutivo spinge dunque il giudice verso l’automazione per ragioni di efficienza economica, ma al contempo predispone gli strumenti disciplinari per colpirlo. Nel contesto della contraddizione tra amministrazione e ordinamento, radicalizzata dalla IA, il “normale” funzionamento dell’Intelligenza Artificiale pone il magistrato in condizioni di lavoro fatte di regolare incertezza, rendendo permanenti le condizioni di scontro tra magistratura ed esecutivo.

4. La decretazione di urgenza come terreno di scontro tra magistratura ed esecutivo

Se la riforma costituzionale ha rappresentato il tentativo – respinto dal corpo elettorale – di ridisegnare dall’alto l’architettura dei poteri, la prassi quotidiana di governo ha perseguito il medesimo obiettivo di marginalizzazione del potere legislativo e di compressione del sindacato giurisdizionale attraverso l’uso sistematico della decretazione d’urgenza in materia di ordine pubblico, sicurezza e terrorismo. L’abuso dell’art. 77 della Costituzione non costituisce più una deviazione episodica dettata da contingenze straordinarie, ma una precisa tecnica di governo che trasforma la produzione normativa penale in un flusso continuo di provvedimenti governativi immediatamente esecutivi, convertiti dal Parlamento in tempi contingentati mediante il ricorso alla questione di fiducia.

L’esempio paradigmatico di questa torsione istituzionale è offerto dalla genesi del cosiddetto “Pacchetto Sicurezza”. Presentato originariamente come disegno di legge ordinario di iniziativa dei Ministri Piantedosi, Nordio e Crosetto, il testo è stato improvvisamente sottratto al fisiologico esame parlamentare – ove pure aveva suscitato rilievi critici da parte dell’ANM, del CSM e dell’accademia – e trasfuso integralmente nel Decreto-Legge 11 aprile 2025, n. 48, poi convertito senza modificazioni nella Legge 9 giugno 2025. L’accelerazione governativa, giustificata sul piano mediatico con la necessità di reagire a disordini di piazza (come gli scontri di Torino di quel periodo), si è poi saldata con i decreti-legge in materia migratoria (D.L. n. 145/2024 e D.L. n. 158/2024, convertiti nella L. 9 dicembre 2024, n. 187) e con l’ulteriore decreto sicurezza varato il 20 ottobre 2026, delineando una spirale panpenalistica permanente.

La decretazione d’urgenza securitaria non si limita a moltiplicare le fattispecie incriminatrici – gonfiando i carichi pendenti e persino contraddicendo frontalmente gli obiettivi di riduzione dell’arretrato fissati dal PNRR per il 2026 – ma opera una radicale mutazione antropologica del patto costituzionale. Si assiste al definitivo slittamento semantico  dalla “sicurezza dei diritti” (intesa, nella tradizione garantista, come garanzia delle libertà individuali contro l’arbitrio del potere pubblico) al “diritto alla sicurezza”, eretto a valore tirannico e a vera e propria “religione di massa” del tempo presente. Come teorizzato dalla sociologia politico-criminale di Loïc Wacquant, lo Stato contemporaneo, incapace di governare le insicurezze economico-sociali generate dai mercati globali, sposta la paura collettiva verso bersagli visibili, allestendo spettacoli pubblici di severità punitiva in grado di colpire questi bersagli almeno dal punto di vista simbolico.

Sul piano antropologico, questo “nuovo populismo penale” –  che sacrifica le garanzie dell’imputato sull’altare della sicurezza collettiva e della vittima – opera una frattura dicotomica dello spazio sociale tra il “dentro” (la comunità dei cittadini conformi e dei tutori dell’ordine) e il “fuori” (una massa eterogenea di soggetti qualificati come ostili). Riprendendo le categorie della filosofia politico-giuridica sulla genealogia dell’ostilità, il discorso normativo del governo seleziona il “nemico” e ne definisce il trattamento differenziato, escludendolo di fatto dalle garanzie della Rechtsgemeinschaft (la comunità giuridica contrattualistica ed egualitaria) a favore di una concezione organica della comunità maggioritaria.

Questa operazione antropologica radicalizza lo scontro tra esecutivo e magistratura perché impone al giudice un’applicazione selettiva e asimmetrica della legge penale. Applicazione che, oltretutto, non ha niente a che vedere con il principio di uguaglianza formale e sostanziale (art. 3 Cost.). Da un lato, si assiste alla tutela degli apparati e all’indulgenza verso l’illegalità dei “colletti bianchi”: mentre il governo abolisce il reato di abuso d’ufficio (scelta censurata dalla Corte di Cassazione il 5 marzo 2025 per violazione degli obblighi internazionali di prevenzione del crimine nella pubblica amministrazione) e introduce con decreto-legge la “tregua fiscale” corredata da cause di non punibilità per i reati tributari attivabili fino al giudizio d’appello, esso innalza contestualmente uno scudo d’immunità simbolica e materiale attorno alle forze di polizia, coprendone le spese legali e inasprendo le pene per i reati di violenza o resistenza a pubblico ufficiale (artt. 336, 337 e 583-quater c.p.), arrivando persino a escludere per tali fattispecie la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (esclusione poi dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Consulta il 10 novembre 2025).

Dall’altro lato, il culmine dello scontro tra esecutivo e magistratura si registra laddove il decreto sicurezza (D.L. n. 48/2025) mira ad annichilire la discrezionalità giudiziale, espropriando il magistrato del potere di valutare l’offensività concreta della condotta (come già tentato in passato con la riforma della legittima difesa) per arrivare a punire la mera inerzia corporea. Con l’introduzione dei nuovi delitti di rivolta negli istituti penitenziari (art. 415-bis c.p.) e nei Centri di permanenza per i rimpatri (art. 14, co. 7.1 T.U. Imm.), il legislatore d’urgenza ha espressamente stabilito che “costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva” agli ordini impartiti, inserendo inoltre tali reati nel circuito ostativo dell’art. 4-bis, co. 1-ter, ord. penit.. In questo modo, una condotta di mera disobbedienza non violenta – che la giurisprudenza consolidata della Cassazione aveva sempre ritenuto penalmente irrilevante e passibile al più di sanzione disciplinare interna ex art. 77 reg. es. ord. penit. – viene equiparata per decreto alla rivolta violenta, costringendo il magistrato a punire col carcere duro la semplice immobilità dei corpi dei detenuti o dei migranti trattenuti, così come di chi attua un blocco stradale o ferroviario con il proprio corpo o delle madri di neonati private del rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena.

5. Gli algoritmi predittivi e la mutazione autoritaria dello Stato

La radicalizzazione dello scontro antropologico tra componenti dello stato sul terreno dell’ordine pubblico e del terrorismo compie un salto di qualità decisivo attraverso l’integrazione dell’Intelligenza Artificiale nei dispositivi di prevenzione e repressione. Con il Decreto Legislativo 9 settembre 2026, n. 160 (deliberato dal Consiglio dei Ministri il 4 agosto 2026 ed entrato in vigore il 30 settembre 2026, seguito dal conclusivo D.Lgs. n. 179/2026), il Governo ha esercitato la delega conferita dagli articoli 16 e 24 della Legge n. 132/2025 per adeguare l’ordinamento nazionale all’AI Act (Regolamento UE 2024/1689) esattamente negli spazi di discrezionalità lasciati agli Stati membri: l’impiego di sistemi di IA per le attività di polizia e la sicurezza pubblica.

Sul piano antropologico-giuridico, l’innesto di algoritmi predittivi e di sistemi biometrici (Capo III, artt. 7-10 del D.Lgs. n. 160/2026) trasforma l’essenza stessa del diritto penale e dell’attività di pubblica sicurezza. La funzione dei software di polizia predittiva e di profilazione del rischio non è quella di accertare un fatto storico-fenomenico già commesso, bensì quella di calcolare una previsione probabilistica sul comportamento futuro di un individuo o di una categoria sociale (ad esempio il rischio di recidiva o di devianza urbana). Poiché tali algoritmi vengono addestrati su serie storiche di dati giudiziari e di polizia che riflettono l’azione selettiva pregressa del controllo sociale, essi incorporano e occultano inevitabilmente bias discriminatori su base etnica, geografica o socio-economica.

Ne deriva quella che la dottrina penalistica definisce “stigmatizzazione algoritmica” e cristallizzazione di un “sospetto di gruppo”. L’Intelligenza Artificiale fornisce un abito di neutralità matematico-scientifica all’antropologia securitaria del governo: la pressione investigativa, il filtraggio biometrico (art. 7 D.Lgs. n. 160/2026), l’acquisizione forzosa dei dati delle schede SIM dei migranti ordinata dal Questore (art. 12 D.Lgs. n. 145/2024) e l’identificazione biometrica remota “in tempo reale” in luoghi pubblici per prevenire minacce terroristiche “reali e prevedibili” (artt. 8 e 9 D.Lgs. n. 160/2026, integrati dal nuovo art. 359-ter c.p.p.) convergono nel creare un diritto penale della prevenzione totale. Mentre l’esecutivo esalta l’efficacia tecnologica del controllo preventivo, la cultura giurisdizionale denuncia il pericolo di una mutazione autoritaria dello Stato di diritto, in cui l’individuo cessa di essere giudicato per ciò che fa e viene neutralizzato preventivamente per ciò che l’algoritmo calcola egli possa essere.

6. Lo stato di eccezione strisciante

L’interazione tra il tentativo di revisione costituzionale della magistratura e la proliferazione di decreti-legge securitari delinea una vera e propria lotta per il potere sovrano all’interno dell’ordinamento italiano. Per definire quale potere sia in palio e con quali modalità si svolga il conflitto, è necessario ricorrere alle categorie della dottrina dello Stato di Carl Schmitt o di Santi Romano contrapponendole al paradigma del costituzionalismo garantista contemporaneo.

Secondo la celebre formulazione schmittiana (“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”), nello stato normale il momento autonomo della decisione politica è ridotto al minimo dall’imperio della norma giuridica; nello stato di eccezione, invece, il sovrano spezza questo equilibrio, sospendendo la norma per affermare il primato della decisione pura dettata dalla necessità. Nel sistema costituzionale italiano vigente, che non contempla una clausola generale di sospensione dei diritti analoga all’art. 48 della Costituzione di Weimar o all’art. 16 della Costituzione francese, non si assiste a un colpo di Stato formale, bensì a una normalizzazione strisciante dello stato di eccezione attraverso l’uso politico della decretazione d’urgenza.

Come chiarito dalla teoria giuspubblicistica, mediante la decretazione d’urgenza l’esecutivo si appropria della “forza di legge”: atti che non sono formalmente leggi parlamentari ne acquisiscono il vigore vincolante, realizzando una scissione tra il presidio garantista della legge e la sua forza coattiva. Il potere per cui si combatte è dunque il monopolio dell’ultima parola sulla validità e sull’applicazione effettiva del comando politico. Da una parte si afferma la pretesa sovrana dell’Esecutivo: forte dell’investitura maggioritaria, il Governo rivendica il potere di qualificare unilateralmente le emergenze (migratorie, securitarie, economiche) e di adottare misure extra ordinem o derogatorie che non devono subire “intralci” o svuotamenti da parte del sindacato giurisdizionale. Nella visione governativa, la legge positiva e il decreto-legge sono strumenti immediati dell’indirizzo politico di maggioranza, e il giudice deve limitarsi a un’applicazione meccanica e servente, lavorando nella medesima direzione dell’autorità politica. Dall’altra parte si delinea il contropotere diffuso della Giurisdizione, che oppone alla legittimazione democratica maggioritaria la legittimità costituzionale. Poiché nello Stato costituzionale di diritto nemmeno il legislatore d’urgenza è onnipotente, il giudice esercita un potere di freno e di invalidazione o disapplicazione ogni volta che la “forza di legge” del decreto governativo collide con i diritti inviolabili della persona (art. 2 Cost.), con i requisiti di temporaneità e proporzionalità dell’emergenza o con il primato del diritto dell’Unione Europea (artt. 11 e 117 Cost., art. 47 CDFUE).

7. La sovranità algoritmica contesa

La contesa sul potere computazionale si articola così su tre fronti giurisdizionali permanenti, sintetizzati nella matrice seguente e analizzati nel dettaglio delle loro implicazioni processuali.

Il primo fronte: la demolizione giurisdizionale della “scatola nera” amministrativa

Nel tentativo di accelerare l’azione di governo e ridurre i margini di contestazione, l’amministrazione pubblica ricorre sempre più massicciamente a decisioni algoritmiche, spaziando dalle assegnazioni del personale pubblico agli appalti ex art. 30 D.Lgs. n. 36/2023, fino ai controlli sulle imprese e alla gestione dei flussi amministrativi ex art. 14 L. n. 132/2025. Quando l’esecutivo utilizza algoritmi proprietari o ad apprendimento profondo il cui funzionamento interno resta oscuro (black box), esso tenta di creare una zona franca sottratta al sindacato di legittimità, ponendo il cittadino disarmato di fronte a un potere computazionale incomprensibile.

La giurisprudenza amministrativa – a partire dalle storiche sentenze del Consiglio di Stato (nn. 2270/2019, 8472/2019, 8473/2019 e 881/2020) fino alle pronunce del TAR Lazio – Roma (sent. n. 1895/2026) e del TAR Catania (giugno 2026) – ha eretto una barriera contro questa pretesa tecnocratica. Qualificando l’algoritmo come un “atto amministrativo informatico” soggetto in toto alla Legge n. 241/1990, i giudici amministrativi hanno imposto sei principi inderogabili, imperniati sulla trasparenza algoritmica (l’obbligo per l’amministrazione di tradurre la “formula tecnica” nella “regola giuridica” sottesa, rendendola intelligibile anche ai non esperti, pena la qualificazione del dispositivo come “difettoso” e illegittimo) e sulla “riserva di umanità” (human in the loop). Impedendo che la macchina agisca come decisore unico e insindacabile, il giudice riafferma che ogni arretramento dell’umano rispetto al dovere di motivazione viola l’art. 24 Cost. e determina l’invalidazione del provvedimento governativo.

Il secondo fronte: il controllo del GIP e del PM sulla biometria di polizia nel D.Lgs. n. 160/2026

Sul terreno dell’ordine pubblico e dell’antiterrorismo, il D.Lgs. n. 160/2026 (entrato in vigore il 30 settembre 2026) ha codificato una delicatissima linea di demarcazione tra l’autonomia operativa delle Forze di polizia (dipendenti dal Ministero dell’Interno) e il controllo dell’Autorità Giudiziaria. Sebbene l’art. 3 del decreto consenta alla polizia di ricorrere all’IA per incrementare l’efficienza delle proprie attività – imponendo una “revisione umana qualificata” prima di adottare atti incidenti sulla sfera giuridica dei cittadini – e l’art. 4 autorizzi collaborazioni sperimentali con enti di ricerca e soggetti privati, il terreno di scontro esplode nella disciplina dei trattamenti biometrici (artt. 7-10).

Da un lato, il legislatore delegato ha dovuto recepire il divieto europeo di scraping non mirato (estrazione automatizzata e indiscriminata di immagini facciali da internet o da telecamere a circuito chiuso per popolare database di riconoscimento facciale, vietata dagli artt. 2, 8 e 13 del D.Lgs. n. 160/2026) e il divieto di trarre dalla categorizzazione biometrica inferenze su razza, opinioni politiche, appartenenza sindacale o convinzioni religiose (art. 7). Dall’altro lato, l’art. 8 del D.Lgs. n. 160/2026 e il nuovo art. 359-ter c.p.p. abilitano l’identificazione biometrica remota “in tempo reale” in spazi pubblici per prevenire minacce terroristiche “reali e prevedibili” o minacce imminenti alla vita e all’incolumità fisica, mentre l’art. 10 disciplina il riconoscimento facciale a posteriori per le indagini di polizia giudiziaria.

Si consuma esattamente nell’art. 10 del D.Lgs. n. 160/2026 la lotta per il potere tra apparati di sicurezza e giurisdizione: mentre nella prima ipotesi contemplata dalla norma (art. 10, secondo comma) la polizia non può attivare il riconoscimento facciale a posteriori senza una preventiva autorizzazione motivata del Giudice per le indagini preliminari (GIP) su richiesta del Pubblico Ministero, nella seconda ipotesi l’autorizzazione giudiziale preventiva non è richiesta. La magistratura conserva tuttavia l’arma processuale definitiva: come stabilito dall’art. 10 del D.Lgs. n. 160/2026 e ribadito dalla dottrina processualpenalistica, qualsiasi sconfinamento della polizia dai termini e dalle condizioni legali, o l’assenza dell’autorizzazione del GIP ove prescritta, fa scattare la sanzione dell’inutilizzabilità probatoria degli elementi raccolti con modalità lesive dei diritti fondamentali. Il giudice penale si conferma così l’unico arbitro capace di espungere dal processo i frutti della sorveglianza tecnologica governativa.

Il terzo fronte: la “riserva di sospetto” contro la giustizia predittiva e l’inversione dell’onere della prova

L’ultimo e più profondo punto di scontro riguarda l’ingresso degli output algoritmici di polizia predittiva e di profilazione del rischio all’interno del ragionamento probatorio e cautelare del giudice penale. Nell’ambito della decretazione d’urgenza securitaria, la spinta degli apparati investigativi è quella di utilizzare i punteggi probabilistici generati dall’IA per avviare indagini esplorative su intere fasce marginalizzate o per chiedere al giudice l’applicazione della custodia cautelare in carcere sulla base di un report algoritmico di pericolosità sociale.

Di fronte a questa torsione tecnocratica del processo penale, la giurisprudenza e la dottrina costituzionalistica italiana hanno elaborato il principio cardine della “riserva di sospetto” e la cosiddetta “clausola di sbarramento”, sancendo in primo luogo l’illegalità radicale della pesca a strascico computazionale. La probabilità statistica elaborata da una macchina non può infatti mai sostituire il “sospetto ragionevole” fondato su fatti specifici, oggettivi e verificabili: l’input algoritmico può al più costituire il punto di partenza per un’attività investigativa umana, ma ogni atto d’indagine deve essere preceduto da un quid di concretezza fenomenica che l’IA non può né creare né surrogare.

Al divieto di indagini esplorative basate sulla mera profilazione si affianca il rifiuto categorico della cautela probabilistica e la difesa dell’onere costituzionale della prova. Nel nostro ordinamento, il pericolo che giustifica la restrizione della libertà personale deve essere “concreto”, ossia ancorato a fatti specifici della vita dell’imputato, e mai desunto da una proiezione matematica basata su serie storiche e dati aggregati riguardanti soggetti terzi, incapace per sua natura di cogliere la discontinuità o l’eccezionalità della condotta umana individuale. Un’ordinanza di custodia cautelare che si limiti a recepire esclusivamente un report di rischio algoritmico viene pertanto censurata in quanto viziata da “motivazione apparente” e priva di vaglio critico individualizzato. Se si ammettesse il valore probatorio o cautelare dell’output predittivo, si consumerebbe infatti una sovversione radicale del giusto processo attraverso l’inversione dell’onere della prova: non sarebbe più la pubblica accusa a dover dimostrare la responsabilità dell’individuo “oltre ogni ragionevole dubbio”, bensì l’imputato a dover “smentire” una probabilità matematica generata da un algoritmo opaco.

8. Radiografia di uno scontro istituzionale in atto

Risulta evidente che il conflitto tra potere esecutivo e potere giudiziario in Italia non è riducibile a una disputa corporativa sulle carriere dei magistrati, ma rappresenta l’epicentro di una transizione epocale della forma Stato.

In primo luogo, emerge, nonostante i colpi inferti dal neoliberismo tecnologico, la resilienza dell’architettura del 1948 accompagnata, nello stesso tempo dal persistere di un conflitto istituzionale. La vittoria del “No” con il 53% dei voti al referendum costituzionale ha impedito che il principio del primato della politica maggioritaria scardinasse formalmente l’unicità del CSM e l’indipendenza del pubblico ministero. Tuttavia, il fatto che una parte non marginale dell’elettorato abbia sostenuto la riforma segnala una crisi di fiducia profonda tra società civile e amministrazione della giustizia. Finché la magistratura non saprà riformare dall’interno i propri meccanismi di governo autonomo per superare le degenerazioni correntizie e finché lo Stato non investirà risorse strutturali sugli organici anziché su riforme ordinamentali punitive, l’esecutivo continuerà a perseguire per via legislativa ordinaria ciò che gli è stato precluso per via costituzionale: il condizionamento dei criteri di priorità dell’azione penale e l’attrazione della polizia giudiziaria nella propria sfera d’influenza.  

In secondo luogo, viene alla luce l’insanabile cortocircuito tra emergenza securitaria ed efficienza economica che mina dall’interno la strategia governativa. Da un lato, in linea con le esigenze di calcolabilità dell’economia moderna e ai vincoli del PNRR, l’esecutivo esige dai tribunali una drastica riduzione dei tempi processuali e una standardizzazione efficientista delle decisioni. Dall’altro lato, utilizzando la decretazione d’urgenza come strumento di consenso simbolico e di costruzione antropologica del “nemico” – criminalizzando il dissenso, la resistenza passiva e la marginalità sociale – lo stesso esecutivo inonda gli uffici giudiziari di nuove fattispecie penali, arresti in flagranza e procedimenti di convalida, rallentando i tempi complessivi del processo penale e scaricando poi sulla magistratura la responsabilità politica delle scarcerazioni e delle disapplicazioni imposte dalla Costituzione e dal diritto dell’Unione Europea.  

Infine, nel XXI secolo la linea di difesa della democrazia costituzionale si è spostata sul codice sorgente degli algoritmi pubblici, elevando la doppia riserva – “di umanità” e “di sospetto” – a nuovo baluardo della separazione dei poteri. L’Intelligenza Artificiale è un’onda divenuta infrastruttura attraverso la quale il potere esecutivo tenta tanto di controllare e profilare dall’interno il lavoro del giudice tramite le banche dati ministeriali e la giustizia predittiva, quanto di espandere dall’esterno il controllo preventivo sui corpi e sugli spazi pubblici mediante la polizia predittiva e la biometria remota disciplinate dal D.Lgs. n. 160/2026. In questo scenario, la difesa anche corporativa e di potere, dell’indipendenza della magistratura coincide con la difesa dell’umanesimo giuridico: solo il presidio congiunto della riserva di umanità (che vieta la delega del giudizio e dell’atto amministrativo alla black box algoritmica) e della riserva di sospetto (che vieta di sostituire l’accertamento del fatto storico con il calcolo probabilistico di pericolosità sociale) consente oggi alla giurisdizione di adempiere al mandato affidatole dalla Carta del 1948, fungendo da limite contro ogni tentativo di trasformare l’Intelligenza Artificiale in strumenti di sovranità assoluta.

9. L’orizzonte del conflitto: tra sovranità computazionale ed emergenza permanente

Alla luce di questo percorso, il vero baricentro della crisi istituzionale italiana non va cercato nelle pur aspre battaglie da aula parlamentare o nelle polemiche post-referendarie del marzo 2026, ma nella convergenza strutturale tra tre vettori finora analizzati separatamente: l’imperativo liberista della calcolabilità assoluta, la torsione antropologica del comando maggioritario e l’innesto dell’Intelligenza Artificiale nella decretazione d’urgenza su ordine pubblico e terrorismo. È esattamente in questa saldatura che lo scontro tra esecutivo e magistratura compie un salto di specie, abbandonando il terreno novecentesco dei conflitti di attribuzione per trasformarsi in una contesa radicale sul paradigma stesso del potere contemporaneo.

Se sul piano economico il capitalismo finanziarizzato e i vincoli tecnocratici (dal PNRR in poi) esigono la neutralizzazione, per via amministrativa, della giurisdizione, dettata dall’ordinamento, come “potere diffuso” perché imprevedibile e non standardizzabile, e se sul piano antropologico-politico il blocco governativo rivendica il primato incondizionato della decisione verticale per “togliersi di mezzo” ogni contropotere di garanzia, è nell’intersezione tra legislazione securitaria d’emergenza e infrastrutture algoritmiche che questo disegno trova il suo dispositivo operativo più formidabile. La decretazione d’urgenza permanente (dal “Pacchetto Sicurezza” del D.L. n. 48/2025 fino al decreto sicurezza dell’ottobre 2026) e l’architettura della sorveglianza computazionale (D.Lgs. n. 160/2026 e art. 359-ter c.p.p.) non operano su binari paralleli, ma si alimentano reciprocamente in un circolo chiuso. L’emergenza su ordine pubblico e terrorismo fornisce la giustificazione politica e simbolica per sospendere le garanzie ordinarie e tipizzare la figura del “nemico” interno ed esterno (il dissidente, il marginale, il migrante); l’Intelligenza Artificiale, a sua volta, fornisce a questa eccezione permanente l’infrastruttura materiale per farsi sistema, rivestendo la selettività punitiva e il “sospetto di gruppo” con l’abito dell’oggettività matematico-statistica.

Quando la prevenzione del terrorismo o il controllo della piazza vengono affidati all’identificazione biometrica remota in tempo reale e ad algoritmi predittivi di pericolosità sociale, e quando contemporaneamente si tenta di piegare il giudice all’automation bias delle banche dati ministeriali sotto la minaccia del rigore disciplinare, la posta in gioco cessa di essere la semplice architettura del processo. La posta in palio diventa la sostituzione dello Stato costituzionale di diritto con uno Stato della prevenzione algoritmica integrale, in cui l’esecutivo – alleato con i grandi oligopoli tecnologici privati detentori della potenza di calcolo – aspira a riassorbire dentro la propria catena di comando tanto l’input securitario di polizia quanto l’output applicativo del giudice.

In questo scenario, vicende emblematiche come il referendum del 22-23 marzo o le pronunce giurisdizionali di sbarramento come la sentenza del GIP sul caso Siher non rappresentano solo episodi di resistenza, ma linee del fronte di una battaglia costituente non dichiarata. Ogni volta che un giudice disapplica una norma d’urgenza lesiva dei diritti fondamentali, dichiara inutilizzabile un dato biometrico raccolto fuori dal perimetro del controllo giurisdizionale, o rifiuta di convalidare una misura cautelare fondata sul calcolo probabilistico di una black box, interrompe il corto circuito tra decisione sovrana d’eccezione e automatismo computazionale. È su questo crinale estremo – dove l’emergenza securitaria si fa algoritmo e l’algoritmo pretende di farsi legge – che si deciderà nei prossimi anni se la Costituzione del 1948 resterà uno strumento utilizzabile a garanzia del pluralismo, a prescindere dalle logiche autoreferenziali di potere tipiche della magistratura, o se verrà silenziosamente riscritta dal codice sorgente di una nuova sovranità tecnocratica e autoritaria.

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02/11/2026

La candela milionaria che lanciò i Sonic Youth

Nel 1988 i Sonic Youth pubblicano “Daydream Nation“, un doppio album destinato a diventare uno spartiacque nella storia del rock alternativo. Nei suoi settanta minuti, sembrano condensarsi settant’anni di storia del rock, tra avanguardia, punk, psichedelia, garage, noise-rock e sperimentazioni chitarristiche. Ma il disco è anche il punto di arrivo di un percorso iniziato nei primi anni Ottanta, quando Thurston Moore, Lee Ranaldo e Kim Gordon, ai quali si sarebbe aggiunto stabilmente il batterista Steve Shelley, cominciarono a sovvertire le convenzioni della musica rock nella New York pionieristica della no wave.

Un disco spartiacque

Con la loro etica nichilista e irriverente, retaggio dell’era punk, e con il loro ostentato rifiuto delle convenzioni del music-business, i Sonic Youth diverranno quasi il prototipo della indie-band. Ed è proprio con “Daydream Nation” che il loro stile verrà sublimato in modo definitivo, dopo aver sperimentato le forme più estreme della dissonanza in “Confusion Is Sex” e “Bad Moon Rising“, e aver progressivamente affinato il rapporto fra rumore e melodia in lavori come “Evol” e “Sister”. Un doppio album-manifesto che svela l’altra faccia del Sogno Americano, con la rabbia antagonista della band che si consuma in una folle corsa verso il baratro, anche se stavolta le sperimentazioni più ardite riescono a convivere con un’inedita accessibilità melodica.

Il disco rappresenta anche una svolta nella carriera del quartetto: è l’ultimo lavoro pubblicato prima del passaggio alla major Geffen, che porterà i Sonic Youth a raggiungere un pubblico molto più vasto senza rinunciare alla propria identità artistica. E, soprattutto, contribuirà a spalancare le porte del mercato discografico a quell’universo underground americano dal quale, pochi anni dopo, emergerà il fenomeno grunge.

La candela di Gerhard Richter: da copertina di culto a opera milionaria

A rendere immediatamente riconoscibile “Daydream Nation” è anche la sua copertina: una candela accesa, immersa in un’atmosfera scura e indistinta, la cui fiamma sembra dissolversi in una sorta di nebbia pittorica. L’immagine è tratta da “Kerze” (“Candela”), un dipinto realizzato nel 1983 da Gerhard Richter, uno dei più importanti artisti tedeschi contemporanei.

Il rapporto fra i Sonic Youth e le arti visive è sempre stato strettissimo. Kim Gordon aveva studiato arte, mentre l’intera band frequentava l’ambiente delle avanguardie newyorkesi, intrecciando collaborazioni con fotografi, pittori, registi e artisti concettuali. Nel corso della loro carriera, le copertine dei dischi avrebbero ospitato opere di Raymond Pettibon, Mike Kelley, Richard Prince e altri protagonisti della scena artistica contemporanea. Ma quella di Richter rimane probabilmente la più celebre.

Nato a Dresda nel 1932, Richter ha costruito buona parte della sua ricerca artistica intorno al rapporto fra fotografia e pittura, realtà e rappresentazione. Nei suoi dipinti fotorealistici, le immagini vengono spesso sfumate attraverso interventi sulla superficie pittorica, fino a perdere la loro nitidezza originaria. Un procedimento che presenta sorprendenti analogie con la musica dei Sonic Youth: anche Moore e Ranaldo partono spesso da strutture melodiche riconoscibili, per poi deformarle attraverso feedback, accordature alternative e muri di distorsione.

La candela, inoltre, appartiene a una tradizione iconografica che rimanda alla caducità dell’esistenza, alla vanitas e al memento mori: la fiamma illumina il buio, ma è destinata inevitabilmente a spegnersi. Un’immagine che sembra riflettere la temperatura emotiva di “Daydream Nation”, sospeso fra alienazione urbana, inquietudine esistenziale e improvvise illuminazioni melodiche.

La scelta della copertina assume un significato ancora più suggestivo se si considera che il disco contiene anche una canzone intitolata “Candle”. Eppure, secondo quanto raccontato da Francis Outred di Sotheby’s, Richter non aveva realizzato il dipinto pensando alla musica e probabilmente, all’epoca, non conosceva neppure i Sonic Youth. L’incontro fra il pittore e la band avvenne dunque soprattutto attraverso l’appropriazione artistica di un’immagine già esistente.

Anche il retro della copertina presenta un’altra candela dipinta da Richter, risalente al 1982. Nell’edizione originale in vinile, il doppio album si apre inoltre su una fotografia del gruppo scattata da Michael Lavine nell’agosto del 1988. Sulle quattro facciate dei dischi compaiono altrettanti simboli associati ai componenti della band: l’infinito per Lee Ranaldo, il simbolo di Venere per Kim Gordon, l’omega per Thurston Moore e una figura demoniaca o angelica con le bacchette da batteria per Steve Shelley.

Ma la storia della copertina di “Daydream Nation” riserva anche un clamoroso risvolto economico. Nel febbraio 2008, vent’anni dopo la pubblicazione dell’album, il dipinto originale di Richter finisce infatti all’asta da Sotheby’s a Londra. Ad aggiudicarselo è un collezionista privato americano, per la cifra impressionante di 7,1 milioni di sterline, quasi tre volte la stima iniziale.

Un paradosso perfetto per una band che aveva costruito la propria identità sull’indipendenza artistica e sul rifiuto delle logiche commerciali: l’immagine scelta per rappresentare uno dei dischi simbolo dell’underground americano diventa un oggetto del mercato internazionale dell’arte valutato milioni. E quella candela, riprodotta per decenni su copertine di vinili, cd, poster e magliette, si ritrova improvvisamente al centro di una contesa fra collezionisti facoltosi.


Da “Teen Age Riot” a “Trilogy”: il disco che cambiò l’alternative rock

Al di là della sua celebre veste grafica, “Daydream Nation” resta soprattutto un monumento musicale. Prodotto da Nick Sansano, che aveva lavorato anche con artisti hip-hop come i Public Enemy, il disco porta a compimento il processo di maturazione del quartetto. Ogni traccia rivela una compattezza sonora senza precedenti e uno sperimentalismo accurato, profondo, ma mai fine a se stesso.

L’apertura è affidata a “Teen Age Riot”, uno dei brani più celebri dell’intera carriera dei Sonic Youth, un inno noise-rock travolgente, da ko immediato. È l’urlo dell’altra America, quella underground, che sogna di sottrarsi alla morsa del reaganismo. La canzone nasce, curiosamente, da una fantasia del gruppo: immaginare J Mascis, leader dei Dinosaur Jr, come presidente degli Stati Uniti. Il titolo provvisorio era infatti “Rock’n’Roll for President”, prima che il brano assumesse la sua forma definitiva.

L’altrettanto torrenziale “Total Trash”, jam acida di reediana memoria, rimanda anch’essa a proteste e slogan, mentre “Silver Rocket” e “Rain King”, costruiti su imponenti muri di chitarre e distorsioni assordanti, sono nuovi uragani noise-rock. Trovano poi spazio ballate garage-rock come “Eric’s Trip” e “Hey Joni”, oppure episodi psichedelici dall’effetto straniante come “Kissability” e “The Sprawl”.

In “Candle”, il brano che sembra dialogare idealmente con la copertina di Richter, la chitarra di Ranaldo si contorce e si arrotola su se stessa fino allo spasimo. Ma è soprattutto nella conclusiva “Trilogy”, quasi quattordici minuti suddivisi in “The Wonder”, “Hyperstation” ed “Eliminator Jr.”, che la band porta all’estremo la propria concezione del rock: dalla dissonanza serrata alle atmosfere allucinate, fino a un finale hardcore velocissimo e distorto. Proprio da un verso di “Hyperstation” deriva il titolo dell’album: “Daydreaming days in a daydream nation”.


Una crescita inesorabile

Sul piano commerciale, “Daydream Nation” non fu un bestseller paragonabile ai grandi successi del rock mainstream. La sua distribuzione indipendente ne limitò inizialmente la diffusione, ma il disco conquistò rapidamente un pubblico di culto in continua crescita e un’accoglienza entusiastica da parte della critica, diventando uno dei lavori più celebrati del 1988. Il suo prestigio è cresciuto ulteriormente negli anni successivi: Pitchfork lo ha collocato al settimo posto fra i migliori album degli anni Ottanta, mentre nel 2005 è stato inserito nel National Recording Registry della Library of Congress statunitense, a riconoscimento della sua importanza culturale e storica.

La ristampa deluxe del 2007 ne ha poi consolidato definitivamente lo status di classico. Perché “Daydream Nation” non è soltanto uno dei capolavori dei Sonic Youth: è uno spartiacque nella storia del rock. E se oggi il noise-rock è quello che conosciamo, il merito è in gran parte di quei quattro musicisti newyorkesi che, nel 1988, scelsero una candela sfocata per illuminare il futuro del rock.

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