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martedì 25 luglio 2017

Filippine tra autoritarismo presidenziale e jihadismo

Sabato scorso il Parlamento filippino ha votato a larga maggioranza la proroga definitiva della legge marziale nella regione meridionale di Mindanao fino alla fine del 2017, causando forti proteste da parte delle opposizioni.

La situazione diventa sempre più instabile nelle Filippine, dopo la crisi scoppiata il 23 Maggio scorso a Marawi, principale città dell’isola meridionale di Mindanao considerata il nuovo feudo di Daesh nel sud-est asiatico. Il bilancio, dopo 8 settimane di scontri tra l’esercito e i miliziani islamisti, è di diverse centinaia di morti ed oltre 400mila sfollati, almeno stando ai dati diffusi dal governo di Manila la scorsa settimana.

Il conflitto è scoppiato dopo un fallito blitz delle forze armate filippine per arrestare Isnilon Hapilon, ritenuto il comandante del gruppo jihadista Abu Sayyaf e considerato uno tra i terroristi più pericolosi nella galassia jihadista. I miliziani hanno attaccato la città insieme al gruppo islamista “Maute”. Entrambe i gruppi – affiliati all’ISIS – si sono macchiati, in questi ultimi anni, del sangue di numerose vittime civili in attentati o di diversi rapimenti, anche di cittadini occidentali.

Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha dichiarato la “legge marziale” su tutta l’isola con l’intenzione di “poter affrontare meglio la crisi e l’assedio contro i terroristi”. L’atteggiamento del presidente – famoso ai media internazionali per la violenta e repressiva campagna contro la droga che ha già causato 10mila vittime – appare altalenante. In un primo momento, infatti, ha utilizzato il pugno duro dichiarando di non voler rinunciare all’offensiva militare contro la città finché “l’ultimo terrorista non sarà ucciso”. Successivamente, viste anche le difficoltà nel fronteggiare i gruppi jihadisti ben armati e organizzati, è apparso più conciliante tentando di avviare una mediazione con i terroristi per la liberazione degli ostaggi presi durante gli scontri.

Le prime insurrezioni da parte della popolazione musulmana – minoranza storicamente penalizzata dal governo centrale di Manila – risalgono agli anni ‘70 ed hanno causato finora più di 700mila vittime. Nel 2014 il MILF (Moro Islamic Liberation Front) ha siglato un accordo di pace con l’allora presidente Aquino, ma il Congresso di Manila non ha mai approvato la proposta di legge per l’autonomia del sud, che pure era parte integrante dell’accordo. In questi ultimi anni la delusione derivante dal mancato rispetto dell’accordo è stata utilizzata dai gruppi jihadisti per arruolare nuovi miliziani (anche malesiani, indonesiani e ceceni), grazie soprattutto alle nuove e cospicue risorse economiche messe a disposizione dallo Stato Islamico dopo l’affiliazione dei gruppi all’ISIS come riportato da un recente report dell’IPAC (Institute for Policy and Conflict) del 21 Luglio scorso.

L’atteggiamento di Duterte appare ambiguo anche per quanto riguarda le contromisure ad una crisi che potrebbe far implodere il paese. Da una parte, nel suo discorso di martedì al parlamento, ha promesso che entro un anno concederà la “Bangsamoro Basic Law”, la legge che concede la possibilità di auto-governo alla popolazione musulmana del meridione. In questa maniera, in effetti, il presidente spera di ridurre la sfiducia che la minoranza islamica ha nei confronti del governo centrale e di arginare la diffusione dell’ideologia jihadista in quel territorio. Dall’altra parte, però, lo stesso presidente ha esteso la “legge marziale” fino alla fine del 2017. Una scelta subito contestata da diverse forze politiche perché viene associata ad un progressivo abuso dei diritti costituzionali e umani, come ai tempi del regime di Marcos.

Con la proroga dello scorso fine settimana bisognerà vedere se l’estensione della legge marziale – una chiara violazione alla costituzione nazionale che lo limita a 60 giorni – verrà realmente utilizzata per contrastare il fenomeno jihadista, ormai dilagante a Mindanao, o per riportare il paese alla dittatura.

Intanto le forze guerrigliere del New People’s Army (NPA), braccio armato del Partito Comunista delle Filippine, lo scorso mercoledì hanno attaccato un convoglio militare a Marawi, aprendo un nuovo fronte per Manila e congelando, di fatto, i negoziati di pace tra governo e maoisti in corso da diverso tempo ma finora senza grandi frutti.

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