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sabato 8 luglio 2017

I curiosi parametri di accettazione di Israele, la “più grande democrazia” del Medio Oriente

Quali sono i parametri per definire il livello di democraticità di un paese? Si potrebbe parlare di inclusione delle minoranze, di tolleranza del dissenso, di scelte di politica estera, del livello di repressione interna... L’elenco potrebbe essere lunghissimo, ma volendo utilizzare anche solo le voci appena citate per stilare una sorta di “pagella”, sono ben poche le nazioni al mondo talmente democratiche da potersi meritare la “promozione”.

Uno dei paesi che godono di una ottima narrazione mainstream rispetto al proprio “tasso di democrazia” è Israele.

La realtà è un po’ diversa: le politiche nei confronti del popolo palestinese, piuttosto che la repressione nei confronti degli obbiettori di coscienza sono due esempi abbastanza evidenti dell’interpretazione del concetto di democrazia che i governi israeliani propongono al mondo.

L’ultimo strumento interpretativo, utile a chi volesse farsi una propria idea del livello di democrazia della “più grande democrazia del Medio oriente”, è arrivato ieri: il quotidiano Haaretz ha infatti pubblicato ieri una lista contenente “ventotto linee guida per vietare l’ingresso a cittadini stranieri”. L’elenco è a cura dell’“Autorità Israeliana per la Popolazione, l’Immigrazione ed i Confini”. Tra i motivi di divieto troviamo “il rischio di attività criminali, bugie nell’indicare le ragioni del viaggio, sospetto di voler restare illegalmente in Israele, mancanza di collaborazione con il personale di sicurezza, intento sospetto di voler lavorare illegalmente in Israele, comportamento violento, intento sospetto di portare avanti attività missionarie, sospetto di voler diventare un peso per Israele (concetto non meglio identificato, ma legato probabilmente alla mancanza di mezzi finanziari sufficienti)”.

Sempre secondo queste linee guida, il cittadino straniero che “si sospetti” voglia visitare i Territori Occupati, dovrà essere sottoposto a interrogatorio da funzionari dell’esercito israeliano. Ma la novità è l’esplicito divieto di ingresso per gli attivisti della campagna Bds (Boicittaggio, Disinvestimento e Sanzioni): chi è ritenuto membro, attivista o sostenitore della campagna, non può entrare.

La lista contenente le ventotto linee guida arriva dopo un altro passaggio che già aveva mostrato in modo molto chiaro quali fossero le intenzioni israeliane: il 6 marzo la Knesset ha infatti approvato una legge in cui si prescrivono esplicitamente delle limitazioni all’ingresso in Israele per chi partecipa a campagne di boicottaggio.

Non sorprende l’arrivo di questa stretta ulteriore: il 2016 ha segnato un aumento di ben nove volte del numero di persone a cui è stato rifiutato l’ingresso. Parliamo di 16.534 rifiuti, tra cui un paio “illustri”: il direttore di Human Rights Watch in Palestina ed Israele, Omar Shakir, ed Isabel Piri, membro del Consiglio Mondiale delle Chiese.

Un modo curioso di declinare il concetto di democrazia, da parte dei “più democratici del Medio Oriente”. Ci vengono in mente le parole del giornalista Gideon Levy, che in una intervista di qualche anno fa dichiarò che “Israele è una democrazia, ma solo per chi è ebreo”.

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