Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

martedì 25 luglio 2017

Spianata di Al Aqsa, Israele trova in Amman la soluzione

di Michele Giorgio   il Manifesto

La soluzione della crisi innescata dai metal detector fatti installare dal governo Netanyahu sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme potrebbe passare per la conclusione dello scontro diplomatico tra Israele e Giordania seguito alla sparatoria di domenica nell’ambasciata israeliana ad Amman (due giordani uccisi, una guardia di sicurezza ferita)?

In casa israeliana non pochi ieri sostenevano questa ipotesi. E ad accreditarla è stato lo stesso Benyamin Netanyahu che ha inviato suoi emissari ad Amman per «concludere rapidamente» la crisi «e per riportare in Patria il nostro personale» bloccato dalla Giordania decisa ad avviare una inchiesta sulla sparatoria e a trattenere l’agente di sicurezza che ha aperto il fuoco. Il premier israeliano ha detto di aver assicurato all’agente «che lo riporteremo a casa e abbiamo esperienza in materia».

Si è riferito alla crisi esplosa il 25 settembre 1997 quando nel centro di Amman due spie del Mossad che attentarono alla vita del leader politico di Hamas, Khaled Meshal ma furono catturate. Allora Netanyahu era al suo primo mandato da premier e per liberare gli agenti del Mossad accettò di scarcerare il fondatore di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin. Stavolta potrebbe offrire la rimozione dei metal detector e la revoca di altre misure di sicurezza annunciate nei giorni scorsi. Per Israele comunque sarebbe un successo perché oltre a riportare a casa l’agente trattenuto ad Amman, avrebbe anche modo di discutere dello status della Spianata delle moschee solo con la Giordania, già sua partner nelle questioni di sicurezza.

Tuttavia la crisi che appena qualche anno fa si sarebbe risolta rapidamente nella direzione voluta da Netanyahu, ora richiede maggiore attenzione e cautela. Re Abdallah di Giordania, che pure è un alleato di ferro di Israele, deve tenere conto dei sentimenti della popolazione giordana (in buona parte di origine palestinese) scesa in massa nelle strade di Amman e di altre città per gridare la sua protesta per le politiche di Israele sulla Spianata delle moschee e per l’introduzione dei metal detector. La Giordania deve tenere fede al suo ruolo di custode delle moschee di Gerusalemme e non può mostrarsi (troppo) compiacente verso lo Stato ebraico.

Per questo Amman ha adottato una posizione di fermezza e chiesto di poter interrogare la guardia israeliana che oltre a sparare al suo aggressore ha ucciso anche il suo datore di lavoro. Israele invece sostiene che la guardia godrebbe dell’immunità diplomatica. La questione era ancora in alto mare ieri sera. L’emissario di Netanyahu è rientrato a Gerusalemme senza grandi definitivi e secondo il sito Hala Akhbar, vicino alle forze armate giordane, alla guardia israeliana non sarà consentito il rientro a casa sino a quando non sarà interrogata.

A Gerusalemme intanto la mobilitazione palestinese continua. La protesta contro le misure israeliane sulla Spianata, varate dopo l’attacco armato del 14 luglio (due poliziotti uccisi), sta ricostruendo, almeno a livello sociale, l’unità palestinese frantumata dallo scontro tra Fatah, il partito del presidente dell’Autorità Nazionale (Anp) di Abu Mazen e il movimento islamico Hamas. Fuori dalle logiche dei vari partiti, i palestinesi hanno organizzato un efficiente sistema di appoggio alle contestazioni intorno e dentro la città vecchia di Gerusalemme. Un percorso indipendente che non lascia tranquillo Abu Mazen che da un lato fa la voce grossa con Israele – ha sospeso, per la prima volta da quando è al potere, il coordinamento tra i servizi di sicurezza dell’Anp e l’esercito israeliano – e dall’altro teme che la protesta palestinese possa accendere le polveri di una nuova Intifada in Cisgiordania che finirebbe per prendere di mira anche l’Anp. Da parte sua Israele ha lanciato una nuova campagna di arresti dopo l’accoltellamento compiuto venerdì sera da un palestinese nell’insediamento ebraico di Halamish – uccisi tre coloni isareliani – prendendo di mira attivisti e dirigenti di Hamas.

Abulica sino a qualche giorno fa, l’Amministrazione Trump comincia ora a capire i riflessi della crisi per il controllo della Spianata delle moschee e ha inviato a Gerusalemme Jason Greenblatt. Israele intanto sonda il terreno con alcuni Paesi arabi nel tentativo di escogitare una soluzione che da un lato consenta di rimuovere i metal detector e dall’altro salvi la faccia al governo Netanyahu. Ieri sera si attendeva anche l’esito di una seduta d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

AGGIORNAMENTI
ore 15: 45 Leader religiosi palestinesi: “Continuiamo la nostra protesta”

I leader musulmani palestinesi hanno chiesto ai fedeli di continuare a non entrare nella Spianata delle Moschee nonostante Israele abbia smantellato stamane i metal detector.

I capi religiosi hanno chiesto stamattina del tempo per studiare i nuovi provvedimenti messi in campo da Israele: “Noi dobbiamo conoscere tutti i dettagli prima di decidere se pregare all’interno del complesso [dell’Haram al-Sharif] ha detto il mufti di Gerusalemme Mohammed Hussein.

Intervistato dal portale Middle East Eye, l’ex grande mufti di al-Aqsa, Ikrima Sabri, ha detto che “la questione non è stata risolta. Israele ha tolto i metal detector, ma ha messo altri pericolosi ostacoli che cambiano lo status quo nella moschea. Al momento non sappiamo esattamente hanno fatto, che telecamere sono e dove sono. Ma il direttore del Waqf ci sarà un rapporto di tutte le violazioni commesse dalle forze armate israeliane e poi decideremo come continuare la nostra lotta”.

L’invito sarebbe stato condiviso dai fedeli che oggi hanno compiuto le preghiere del mezzogiorno nelle stradine adiacenti alla Spianata.

ore 9:00  Tel Aviv toglie i metal detector ad al-Aqsa, guardia di sicurezza israeliana dell’ambasciata d’Israele in Giordania torna a casa

Israele ha annunciato ieri sera che toglierà i metal detector istallati una settimana fa sulla Spianata delle Moschee e li rimpiazzerà con “tecnologie avanzate” . Secondo la stampa locale, si tratterebbe di telecamere che possono identificare oggetti nascosti. L’esecutivo ha anche detto, però, che il numero dei poliziotti aumenterà finché le nuove misure non saranno implementate. In una nota, il governo ha annunciato che i cambiamenti saranno realizzati in un periodo “di sei mesi”. Stamane all’alba, intanto, operai israeliani hanno tolto uno dei metal detector più contestati: quello presso la porta del Leoni che è stato al centro delle proteste palestinesi.

Il passo indietro di Tel Aviv è stato però ricompensato dal ritorno a casa della guardia di sicurezza che domenica sera aveva ucciso due giordani dopo essere stato attaccato da una delle vittime con un cacciavite. Amman aveva promesso inizialmente di non farlo partire senza prima averlo interrogato, mentre Israele aveva detto che non correva alcun rischio perché aveva l’immunità diplomatica.
La direzione della pubblica sicurezza giordana ha detto che ad aver provocato la sparatoria fuori l’ambasciata israeliana in Giordania domenica è stato un litigio trasformatosi in una lite violenta. Alla base ci sarebbe stato un ritardo nella consegna dei mobili per una stanza da letto.

Il raggiunto compromesso tra Israele e Giordania con la mediazione dell’inviato Usa in Medio Oriente Jason Greenblatt (che ieri ha incontrato Netanyahu) non dovrebbe convincere però i palestinesi e i loro leader che hanno ribadito più volte in questi giorni come l’unica soluzione possibile sia il ritorno agli accordi di sicurezza sul luogo sacro antecedenti al 14 luglio, quando cioè un commando palestinese ha ucciso due soldati israeliani vicino alla Porta dei Leoni.

Mahmoud Aloul, un alto ufficiale di Fatah, è stato chiaro stamane: ogni cambiamento delle precedenti intese sarà considerato “inaccettabile”. “Israele è una forza occupante e bisogna togliere le sue mani dai luoghi sacri” ha detto alla radio Voce della Palestina.

Nessun commento:

Posta un commento