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lunedì 24 luglio 2017

Transnistria: USA e NATO mettono fretta ai falchi di Kišinëv

Venerdì scorso il parlamento moldavo ha adottato una dichiarazione, votata da 61 deputati su 101 della coalizione governativa di PD, PL e PLD, sul ritiro del contingente di pace russo – 402 militari, insieme a 492 della Transnistria, 355 moldavi e 10 osservatori ucraini – dalla Repubblica moldava di Transnistria, in cui opera dal momento della firma dell’accordo di pace del 1992.

“L’ulteriore presenza in Moldavia di una notevole quantità di armamenti e attrezzature belliche costituisce una minaccia permanente a sicurezza e stabilità regionali, e anche alla sicurezza europea”, è detto nella dichiarazione. In essa si chiede anche alle organizzazioni internazionali di “iniziare una discussione politica sulla trasformazione dell’operazione di pace sul Dnestr in missione civile su mandato internazionale”, qualificando come “illegale la presenza di militari stranieri sul territorio moldavo”.

In segno di protesta, i 23 deputati socialisti sono usciti dall’aula prima del voto, definendolo, d’accordo col presidente Igor Dodon, “l’ennesima provocazione”. Dodon ha dichiarato di “condannare categoricamente” la dichiarazione; “passi simili sono diretti al peggioramento dei rapporti con la Russia e a minare i progressi raggiunti insieme alla dirigenza russa, in particolare per l’export moldavo, la situazione dei migranti, la cooperazione regionale, i programmi umanitari”, ha detto Dodon, evidenziando che “alcuni circoli occidentali sono interessati all’escalation della tensione in Transnistria, per coinvolgerci la Russia” e ironizzando che la dichiarazione è un “tentativo della maggioranza parlamentare di piacere ai propri curatori occidentali”.

Lo stesso giorno del voto, il Ministero degli esteri e dell’integrazione europea moldavo aveva vietato al vice premier russo Dmitrij Rogozin di atterrare a Kišinëv e quindi a Tiraspol – per la ricorrenza dell’accordo del 1992 – su un velivolo dell’aviazione militare russa, adducendo “la neutralità” del paese, mentre, nota Pravda.ru, aerei militari USA atterrano regolarmente in Moldavia.

In effetti, ricorda Dodon, il voto di venerdì scorso fa seguito a “altre iniziative simili della coalizione di governo: l’espulsione di diplomatici russi, impegnati nella missione congiunta di controllo sulla Transnistria, la lotta contro la cosiddetta propaganda russa, il rifiuto di partecipare ai lavori delle strutture della CSI. E’ evidente che tali dichiarazioni non possono essere state messe a punto e adottate senza influenze esterne. Voglio rimarcare nuovamente la mia posizione: io sono per un dialogo complessivo con i rappresentanti della Transnistria e per la soluzione, prima di tutto, dei problemi della gente comune su entrambe le rive del Dnestr”.

La dichiarazione – “una decisione politica”, l’ha definita lo speaker del parlamento Adrian Candu – è stata adottata, non a caso, nel giorno del 25° anniversario dell’accordo sottoscritto, anche da Kišinëv, sulla presenza di forze di pace russe in Transnistria e ha seguito di poche ore l’incontro tra Petro Porošenko e il premier moldavo Pavel Filip (che, in contrasto con Dodon, è favorevole all’integrazione nella UE) e l’accordo sul permesso alle guardie confinarie moldave di entrare in Ucraina e controllare vari accessi di frontiera tra Ucraina e Transnistria.

L’ex consigliere presidenziale moldavo Mark Tkačuk, rispondendo alle domande del sito Vzgljad, ha definito assurdo il passo del parlamento, “avventurismo politico, mescolato a dilettantismo e sarà condannato non solo a Mosca e in Moldavia, ma anche in occidente, che non è pronto a intromettersi nelle questioni della Transnistria. In una regione in cui non è risuonato un solo sparo dal 1992” ha detto Tkačuk, “è necessario soppesare accuratamente ogni parola”. Secondo Vzgljad, a Tiraspol non sembrano invece particolarmente preoccupati: si tratta in ogni caso di una dichiarazione e non della denuncia dell’accordo del 1992, afferma Tkačuk, anche se poi nota che essa è irrispettosa anche nei confronti delle stesse proprie forze di pace, dispiegate lungo la linea del conflitto”.

Secondo il vice presidente della Commissione della Duma per le questioni della CSI, Konstantin Zatulin, si tratta di un ulteriore bastone che il parlamento tenta di mettere tra le ruote del presidente Dodon, nella sua ricerca di dialogo con Tiraspol e con Mosca e, in ogni caso, i parlamentari moldavi agirebbero “secondo un piano concordato con l’Occidente e l’Ucraina”, per accerchiare la Transnistria che, a differenza del Donbass, non ha frontiere dirette con la Russia. Ma, comunque, Kiev “sta giocando col fuoco” continua Zatulin, perché “le regioni ucraine che confinano con la Transnistria (Odessa, Nikolaevsk, Kherson) sono abitate da persone che, per mentalità, non si differenziano troppo dagli ex cittadini ucraini della Crimea” e Kiev “dovrebbe rifletterci”.

In effetti, il sito tvzvezda.ru ricorda come oltre il 60% degli abitanti della Transnistria sia costituito da russi e ucraini che, con le armi, ottennero l’uscita dalla compagine della Moldavia (ancor prima della fine dell’URSS) temendo l’assorbimento di questa nella Romania, un tema che, sempre più spesso, alti rappresentanti di Bucarest tornano a sollevare.

Venticinque anni fa, nel 1992, si giunse al cessate il fuoco: il 21 luglio Mosca e Kišinëv sottoscrissero il relativo accordo, cui aderì anche Tiraspol e il 29 luglio contingenti di pace russi entrarono a Benderi e a Dubăsari, schierandosi a fianco di quelli moldavi e della Transnistria. Nel 1993 al processo di pace si unì l’Osce e nel 1995 l’Ucraina. I caschi blu sono dislocati in una quindicina di postazioni per 225 km lungo il Dnestr e per una profondità da 12 a 24 km.

A Mosca fanno notare che, quantunque non si siano verificati incidenti, la parte moldava sta creando problemi artificiosi e negli ultimi tempi ha irrigidito le norme per l’ingresso dei reparti russi alle postazioni di controllo: dallo scorso aprile si è stati costretti a sospendere le rotazioni di militari. Il Cremlino giudica la stessa apertura del posto confinario congiunto ucraino-moldavo “un’azione di due paesi su ordine di Bruxelles e Washington”.

A Tiraspol si fa notare che la pressione sulla Transnistria viene portata avanti col tacito consenso di alcuni partecipanti al processo di pace, tra cui l’austriaco Sebastian Kurz, attuale presidente Osce, che da sei mesi rifiuta di convocare i colloqui sul formato “5+2” (colloqui diretti Moldavia-Transnistria, con la mediazione di Russia, Ucraina, Osce e la presenza di osservatori USA e UE) e non si condannano le ripetute dichiarazioni moldave sulla “reintegrazione forzata della Transnistria”.

Le frecciate di Igor Dodon all’indirizzo di Bruxelles e Washington non sono campate in aria. Lo stesso giorno della dichiarazione del parlamento moldavo sulla Transnistria, il premier rumeno Mihai Tudose, in visita a Kišinëv, ha evitato dimostrativamente di incontrarsi con il presidente pro-russo Dodon, mentre, altrettanto platealmente, ha fatto sfoggio di rapporti amichevoli con il primo ministro filo-NATO Pavel Filip. Tudose e Filip hanno parlato dell’apertura a Kišinëv dell’ufficio comunicazioni NATO e il premier moldavo ha ribadito di aver “ripetuto a Bruxelles che la neutralità della Moldavia non significa affatto l’isolamento del paese. Abbiamo collaborato e collaboreremo con la NATO”, ha detto Filip, che nel dicembre scorso aveva firmato il relativo protocollo con Jens Stoltenberg.

Per calmare apparentemente le acque, dopo che Dodon ha ripetutamente protestato contro l’apertura dell’ufficio NATO – ma la carica presidenziale è, per l’appunto, puramente rappresentativa – Bruxelles ha deciso di rinviare l’apertura a settembre, anche se la lituana Kristina Baleisite (forte dell’analoga esperienza a Tbilisi), che dovrà dirigere il centro, si trova già a Kišinëv.

Il PD moldavo e in particolare il suo leader Vladimir Plakhotnjuk hanno stretti rapporti (d’affari) con Bruxelles. E non sono i soli.

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