Dopo la presa di Fallujah e Ramadi, dopo Mosul e Baiji, ieri è
toccato a Tikrit, città natale dell’ex dittatore Saddam Hussein. Ora
l’obiettivo è ben altro: Baghdad, la capitale. In un audio registrato e
diffuso questa mattina le milizie islamiste dell’Isil (lo Stato Islamico
dell’Iraq e del Levante) promettono l’occupazione di altre città
irachene, fino ad arrivare a Baghdad.
Una registrazione di 17 minuti in cui – con molta probabilità
per bocca del portavoce Abu Mohammed al-Adnani – il gruppo indica i
futuri obiettivi: la capitale irachena e Karbala, città sacra per la
comunità sciita. Baghdad, dopo la presa di Tikrit e dell’area
delle raffinerie di petrolio, è vicinissima, così vicina da far tremare i
polsi all’amministrazione Washington che sta organizzando l’invio
immediato di droni e missili, anche se ciò obbligherà il governo a
bypassare il Congresso (chiamato a dare il via libera nel caso di aiuti
inviati a Paesi che hanno avuto rapporti commerciali ed economici con
l’Iraq, nonostante le sanzioni).
“La sicurezza ha reiterato l’impegno degli Usa a lavorare con il
governo iracheno e i leader in tutto l’Iraq per sostenere un approccio
unificato contro l’aggressione dell’Isil – ha detto il portavoce del
Dipartimento di Stato, Jen Psaki – Siamo in contatto con i governi turco
e iracheno e pronti a fornire ogni assistenza appropriata”.
La battaglia si sta facendo regionale, con l’Isil che
minaccia le autorità turche – rapiti ieri 25 membri del consolato turco,
tra cui il console generale, e 32 camionisti – e la Siria dove
controlla vaste aree a Nord-Est, dopo aver marginalizzato le
opposizioni moderate e islamiste rivali. Secondo alcuni analisti, il
gruppo guidato dal temibile Al-Baghdadi e uscito da Al Qaeda, di cui
ormai non è più parte – sarebbe composto da circa 5mila miliziani. Un
numero troppo basso per giustificare una simile offensiva, tanto ben
organizzata, e gestita da uomini ben equipaggiati. Molti – tra
cui Damasco – puntano il dito contro i Paesi del Golfo che hanno in
questi anni finanziato, stipendiato e armato i gruppi islamisti di
stanza in Siria e impegnati nel conflitto contro il regime. Gli
stessi Stati Uniti hanno più volte frenato gli aiuti militari alle
opposizioni per timore che finissero nella mani di gruppi qaedisti.
Certo è che in Iraq le file dell’Isil siano state rimpolpate da altri
gruppi o miliziani, tra cui i baathisti fedeli ancora a Saddam e alcune
milizie sunnite, che con gli islamisti hanno lo stesso obiettivo: far
cadere il governo settario di Al Maliki. Senza dimenticate le razzie
compiute nelle città occupate: residenti di Tikrit raccontano di soldati
che pacificamente consegnano le loro armi ai miliziani dell’Isil,
mentre il governo urlava minacce di durissime punizioni per i disertori.
Nei giorni scorsi la fuga di esercito e polizia ha messo in
luce le enormi carenze delle forze di sicurezza irachene e l’incapacità
del governo di gestirle e sostenerle. La popolazione è stata lasciata
sola. La diserzione unita alla violenza dell’offensiva degli
islamisti stanno provocando un vero e proprio esodo, secondo i dati
dell’Organizzazione Internazionale per la Migrazione: nelle ultime ore
da Mosul e dalla provincia di Ninawa stanno fuggendo a piedi o su mezzi
fatiscenti mezzo milione di persone, un terzo della popolazione della
città. Tutti diretti verso Nord, verso il Kurdistan iracheno: le
immagini che arrivano dai checkpoint posti lungo il percorso raccontano
il dramma delle famiglie, con sulle spalle poche valigie e negli occhi
il terrore di finire intrappolati in un’altra insopportabile spirale di
violenza. Quella stessa violenza che non ha mai dato tregua all’Iraq del
post-Saddam, dagli anni dell’occupazione militare Usa e le azioni della
resistenza irachena ai settarismi interni che stanno insanguinando il
Paese dopo il ritiro delle truppe a stelle e strisce.
In due giorni l’Isil: a cadere per prima, lunedì, è stata Mosul, seconda città irachena per grandezza e primo centro commerciale. Ieri è toccato a Baiji, nella provincia di Salah-a-din, sede delle principali raffinerie di petrolio irachene. Avanzano a Kirkuk,
dove controllano parte della città, si scontrano con l’esercito nelle
vicine Hawijah e Rashad e mantengono forte la presenza a Fallujah e
Ramadi, nella ribelle provincia di Anbar. Nel pomeriggio di ieri è infine giunta la notizia della presa di Tikrit, città natale di Saddam Hussein,
poco a Nord della capitale: la città è stata occupata dall’Isil, ha
fatto sapere la polizia, e centinaia di detenuti sono stati liberati.
Caduto anche Tikrit, il simbolo dell’ex regime, l’Iraq è allo sbando.
Una responsabilità enorme pesa sulla Casa Bianca, colpevole di aver
lasciato l’Iraq nelle mani di un governo, quello Maliki, più impegnato
ad arginare le legittime richieste della comunità sunnita che a
combattere il tasso di corruzione (uno dei più elevati al mondo) e a
ricostruire le basi economiche, politiche e sociali del Paese. Da mesi
Baghdad chiede agli Stati Uniti di intervenire, inviando nuovi aiuti
militari. Dopo la presa di Mosul e Baiji, Obama sta ragionando su come mettere una pezza e,
bypassando il Congresso (chiamato a dare il via libera nel caso di
aiuti a Paesi accusati di aver avuto rapporti economici con l’Iran), dovrebbe a breve inviare in Iraq droni ScanEagle e missili Hellfire, mitragliatrici, granate, fucili M16 e migliaia di munizioni,
parte di un accordo da 15 miliardi di dollari stipulato con Maliki.
Dopo una prima spedizione, potrebbero seguire anche elicotteri Apache,
ma nessun soldato.
Sostegno arriva anche da Kurdistan e Siria. I guerriglieri peshmerga si sono detti pronti a intervenire, ha annunciato l’Unione Patriottica del Kurdistan.
E lo stanno già facendo: secondo fonti sul posto, i curdi avrebbero già
ripreso il controllo del villaggio di Rubaia, mentre le forze militari
regolari attendono l’ordine per entrare in azione. Da Damasco il
Ministero degli Esteri – dopo aver puntato il dito contro quei Paesi che
negli ultimi due anni hanno sostenuto i miliziani anti-Assad,
petromonarchie del Golfo in testa – ha parlato di «cooperazione
immediata» con Baghdad.
La questione Isil non riguarda un solo Paese, ma un’intera regione. I
miliziani si muovono con facilità da una parte all’altra del confine
iracheno-siriano, portando avanti operazioni di successo e
marginalizzando ogni altro gruppo di opposizione, moderato o islamista
che sia. Obiettivo, creare un califfato sunnita, tra Iraq e Siria, dove
la Shari’a sia la sola fonte del diritto.
Fonte
Non avrei mai pensato che la situazione potesse degenerare a tal punto. Quello attuale è il frutto peggiore di un decennio di geopolitca occidentale scellerata in Medio Oriente.
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