Al Cairo le aspettative sono state superate. La cosiddetta comunità internazionale si è impegnata a elargire 5,4 miliardi di dollari per la ricostruzione della Striscia di Gaza, distrutta da 50 giorni di offensiva israeliana, durante i quali sono morti 2.104 palestinesi (oltre il 60 per cento civili), oltre 100.000 sono stati sfollati e sono state distrutte 18.000 case e la maggioranza delle infrastrutture. Nel conflitto sono morti 67 soldati israeliani e sei civili. La cifra annunciata supera di oltre un miliardo la richiesta dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Per metà sarà investita nella ricostruzione e per metà in aiuti non specificati all’Anp.
La parte da leone la fa il Qatar con un impegno di un miliardo di dollari, seguito da altri due Paesi del Golfo, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti che insieme doneranno 200 milioni di dollari. Stessa cifra annunciata dalla Turchia. L’unione europea ha promesso 568 milioni di dollari, mentre Washington si è impegnata per circa 215 milioni.
Riguardo a Gaza, donazioni a parte, la questione fondamentale sul tavolo è stata l’embargo. Sette anni di totale chiusura imposta da Israele, che hanno messo in ginocchio l’economia di questo lembo di terra palestinese e reso impossibile la vita dei suoi abitanti, bloccati in quella che ormai è conosciuta come una “prigione a cielo aperto” su cui ciclicamente si abbattono i raid israeliani. L’operazione militare Margine Protettivo è stata la terza negli ultimi sei anni (2008-09 Piombo Fuso, 2012 Pilastro di Difesa). Il rischio è che ogni sostegno all’enclave palestinese sia vanificato dal prossimo round di violenze.
“Gaza è una polveriera”, ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, “Questa deve essere l’ultima volta”, ha ammonito, unendosi all’appello alla ripresa del processo di pace. Ban, che domani sarà a Gaza, ha anche chiesto la revoca completa del blocco. Ma su questo fronte non si vedono spiragli al momento. Tra Tel Aviv e Hamas, il movimento islamico che governa Gaza, è stata raggiunta una tregua fragile, che al momento non si è ancora tradotta in un cessate-il-fuoco di lungo termine.
Israele non era invitata al Cairo, ma vuole fare la sua parte nella ricostruzione. Un business che fa gola a tanti. Lo ha chiarito il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, che ha spiegato che “Gaza non può essere ricostruita senza la cooperazione e la partecipazione di Israele”. D’altronde, se resta l’embargo, bisognerà capire come potranno entrare gli aiuti nella Striscia, dove non è ammessa una lunga lista (stilata dagli israeliani) di materiali e di beni.
Intanto, oggi (festa ebraica del Sukkot) a Gerusalemme e in Cisgiordania ci sono stati scontri tra palestinesi e polizia israeliana. La spianata delle moschee nella Città Santa e Nablus nei Territori, meta di pellegrinaggio di gruppi di ebrei, sono state teatro di violenze. Ban Ki-moon ha condannato le “ripetute provocazioni” da parte degli israeliani. “Questo infiamma gli animi e deve finire”, ha detto a margine di un incontro con il premier palestinese Rami Hamdallah a Ramallah, commentando i fatti di Gerusalemme .
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