Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/10/2014

Le provocazioni web su San Pietro, ma ora Kobane sta morendo


Una bandiera nera dell’Isis fatta sventolare idealmente su San Pietro. Ma la guerra vera continua. Il Deish è agli ultimi assalti su Kobane con artiglieria pesante per annientare i pochi peshmerga che oppongono un accanita resistenza casa per casa. La Turchia tiene i carri fermi sul confine.
Piazza San Pietro e l’uccellino blu di Twitter nel mirino dell’Isis. Mentre i miliziani sul terreno strangolano Kobane e minacciano Baghdad, la propaganda jihadista lavora a pieno regime. E la bandiera dell’Islam che sventola sull’obelisco di piazza San Pietro e la più recente provocazione dello Stato islamico tramite la sua rivista online “Dabiq”. Roma come simbolo dell’Occidente “crociato” più che come luogo fisico, ma certo l’allerta resta altissima. Al Baghdadi ha dichiarato ufficialmente guerra anche a Twitter. L’Isis non ha ‘gradito’ infatti che gli account che ha imparato a usare per comunicare notizie e per reclutare nuovi combattenti vengano regolarmente chiusi dal colosso di microblogging.

Ad Aldo Madia il punto politico-militare

Numeri da paura
Silenzio imbarazzato della Coalizione che non riesce a fermare l’avanzata Daish su Kobane.
I peshmerga che resistono da soli sul campo sono delusi dall’impotenza della Coalizione che pure conosce bene l’arsenale dei jihadisti che dice di voler combattere.
Dai dati tratti dal sistema di mappatura globale “iTrace” realizzato dal “Conflict Armament researce“ con osservazioni sul terreno, risulta, fra l’altro, che dell’armamento in dotazione ai Daish fanno parte lanciagranate M60 di fabbricazione USA e Veicoli Humwees con artiglieria M198 sottratti dai depositi iracheni che li avevano ricevuti dagli americani.
Intanto, a causa della chiusura della frontiera turco-siriana, 13 mila curdi sono bloccati sul lato siriano della frontiera dopo che i turchi hanno aperto il fuoco contro di loro e la maggior parte dei 172 mila fuggiti ha abbandonato la Turchia per cercare di ripararsi nel Kurdistan iracheno.
Si prepara un macello.

Sfinge turca coi baffi di Erdogan
Ankara dal confine guarda il martirio di Kobane e non si muove.
Prende tempo perché dall’eventuale e sempre più improbabile intervento a terra vuole ricavare due vittorie:
a) il consolidamento di un ruolo egemonico nell’area a livello NATO, che ne ripagherebbe la perdurante mancata accettazione in seno all’Unione Europea;
b) la caduta di Assad, da alleato divenuto nemico al punto da essere paragonato a Daish dal Presidente Erdogan.
In compenso la Turchia è molto decisa in casa. Al quarto giorno di proteste in 35 città turche, il bilancio degli scontri è di 31 morti, 360 feriti e 1.020 arrestati.
Ankara che non ha esploso un solo colpo contro Daish non risparmia la violenza contro i curdi di Turchia che manifestano contro l’immobilismo del governo.

Contraddizioni occidentali e Nato
Dal Consiglio di Sicurezza ONU presieduto da Obama è passata alla unanimità una importante Risoluzione.
L’obbligo per tutti i Paesi delle Nazioni Unite a “prevenire e sopprimere il reclutamento, l’organizzazione, il trasporto e l’equipaggiamento di individui che si recano in altri Stati allo scopo di pianificare, preparare o attuare atti terroristici, oppure di fornire o ricevere addestramento terroristico e finanziamenti per tali attività”.
Pena sanzioni per obbligare gli Stati a eseguire quanto disposto.
Da inchieste documentate del New York Times nel 2013 risulta che USA e alleati della NATO hanno finanziato, armato e addestrato in Libia i gruppi islamici dai quali è nata Ansar al-Sharia, che, rovesciato Gheddafi, ha inviato centinaia di militanti in Siria per supportare l’opposizione armata anti-Assad.

Vecchi peccati. Soltanto cose passate?
Anche l’offensiva in Iraq ISIS e poi Deish, è stata finanziata, armata e supportata logisticamente da USA e alleati NATO che hanno anche assicurato le vie di transito per combattenti e armamento tramite Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Giordania e Turchia.
Dati supportati, peraltro, dall’incontro (maggio 2013, riportato con fotografie sui media) fra il senatore statunitense McCain con al Baghdadi, ora Califfo dei Daish.
Nello stesso senso va la cosiddetta gaffe del vice Presidente USA Joe Biden, il quale, nel corso di un incontro registrato ad Haward, ha ammesso che:
a) Turchia, Emirati Arabi Uniti e altri alleati USA hanno “involontariamente” aiutato l’espansione di ISIS e altre formazioni armate per abbattere Assad fornendo milioni di dollari, armi e favorendo l’afflusso di estremisti da tutto il mondo;
b) nel corso di un colloquio con il Presidente turco, lo stesso si sarebbe dichiarato pentito di avere agevolato il passaggio di combattenti verso Siria e Iraq attraverso le frontiere del suo Paese.

I primi Stati che dovrebbero essere sanzionati dall’Onu sarebbero gli stessi che hanno proposto la Risoluzione del 24 settembre 2014. Ma la storia, è noto, ha molto senso dell’umorismo.

Fonte

Meno umoristico il fatto che i resistenti di Kobane continuino a essere chiamati genericamente peshmerga, termine che localmente e non solo contraddistingue le milizie del Kurdistan iracheno a guida Barzani che hanno poco a che fare (ideologicamente e per risolutezza militare, se lo ricordano bene gli Yazidi...) con le Unità di protezione del popolo, le YPG, che stanno tenendo testa oltre qualsiasi previsione alla macchina militare del Califfato.

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