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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

12/11/2014

La carta sociale del Rovaja: l'esperimento politico curdo

Con la “Carta sociale del Rojava” i curdi si sono organizzati in un sistema socialista libertario e federalista

Nei terribili giorni dell'assedio dell'Isis alla città di Kobanê, il mondo è rimasto a bocca aperta di fronte alla straordinaria resistenza dei miliziani curdi agli attacchi delle bande jihadiste, meglio armate e numericamente superiori. Eppure, nel caos mediatico, si è continuato, più o meno intenzionalmente, a non raccontare il cuore pulsante di questa vicenda: l'eccezionale rivoluzione politica, sociale e culturale sperimentata nel Rojava. Mentre su Twitter si parlava già di “Spagna del '36 dei nostri tempi”, tra indifferenza e vuoti quadretti a “tinte rosa” sulle guerrigliere, il vuoto dell'informazione - purtroppo non solo quella mainstream - ha costretto i curdi a rompere l'isolamento con un'eclatante sollevazione, costata già decine di vittime.

Per smentire un antico proverbio secondo cui “gli unici amici dei curdi sono le montagne”, ci sono alcuni passaggi-chiave da chiarire, a partire dall'arresto di Abdullah “Apo” Oçalan, fondatore del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), dal 1998 unico detenuto dell'isola-carcere turca di Imrāli. Durante la prigionia, una profonda autocritica ha condotto “Apo” al superamento dell'ideologia marxista-leninista di stampo nazionalista. Queste le sue parole: “È diventato chiaro che la nostra teoria, programma e prassi degli anni ’70 non hanno prodotto altro che futile separatismo e violenza e, ancor peggio, che il nazionalismo cui avremmo dovuto opporci, ci infestava tutti”. La lettura di Nietzsche, Braudel, Wallerstein, ma soprattutto del pensatore libertario statunitense Murray Bookchin, ha spinto Oçalan ad abbracciare una visione socialista libertaria, ecologista e femminista, per certi versi simile al neozapatismo. Questa evoluzione, “verticale” e autorevole, ha prodotto nel Pkk e negli altri partiti che oggi formano il Kck (Confederazione delle Comunità del Kurdistan) un intenso dibattito non scevro di attriti, che si è concluso nel 2005 con l'adozione di un nuovo programma per la nazione curda (estesa tra Turchia, Siria, Iran e Iraq), e per tutto il Medio Oriente, definito “Confederalismo Democratico”. Esso propone, secondo principi di pluralismo etnico e religioso, democrazia partecipativa, parità di genere assoluta e rispetto dell'ecosistema, l'abbandono della forma Stato in favore dell'autogoverno di cantoni confederati. Le parole di Bookchin aiutano a capirne le idee di base: “Chiedere la "decentralizzazione" [...] senza libertà di partecipazione ai processi decisionali a tutti i livelli e senza proprietà, produzione e ripartizione comune dei mezzi materiali a seconda delle necessità individuali, sarebbe puro oscurantismo”. Allo stesso tempo, il Pkk ha avviato un processo di pace con la Turchia, ritirando unilateralmente il proprio braccio armato (Hpg) oltre il confine e sostenendo oggi il parlamentare Partito Democratico dei Popoli (Hdp), punto di riferimento per la sinistra turca.

La primavera siriana, sfociata in guerra civile nel 2012, ha imposto ai curdi siriani del Pyd (Partito di Unità Democratica, legato al Pkk) di proteggere la popolazione del Rojava (Kurdistan occidentale), una vasta area che si estende lungo tutto il nord della Siria. Per due anni le Ypg (Unità di Difesa del Popolo) e Ypj (Unità Popolari di Difesa Femminili) hanno difeso dall'Is le popolazioni autoctone: curdi, ma anche armeni, assiri, arabi, turcomanni e ceceni, che hanno potuto convivere in pace mentre il resto del paese sprofondava nel caos. Il vuoto di potere del regime di Assad ha consentito di sperimentare per la prima volta i principi del Confederalismo Democratico, con la creazione di tre cantoni autonomi confederati: Afrin, a ovest, Kobanê al centro e Cizire a Est. Il patto sociale di base è stata la straordinaria e avanzatissima “Carta sociale del Rojava”, la cui applicazione, incluso il ruolo imprescindibile delle donne nelle istituzioni, è stata garantita dal Tev-Dem, movimento trasversale ai partiti locali che promuove assemblee per la risoluzione di problemi comunitari. Una realtà ben diversa dalla Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno (Krg), un quasi-stato alleato degli Usa dai tempi della guerra del Golfo e difeso dall'esercito dei peshmerga, fedeli al conservatore Barzani e di stanza solo in quell'area. Non furono infatti loro a salvare dal massacro gli Yazidi, bensì i guerriglieri politicamente scomodi del Pkk, chiamati erroneamente peshmerga come le eroine e gli eroi di Kobanê, protagonisti di una vera e propria rivoluzione “incompresa”, soprattutto per un'area del mondo martoriata da regimi dittatoriali, guerre, ingerenze straniere e conflitti etnico-religiosi, e non a caso percepita come nemico n.1 dal Califfato e dai suoi potenti amici.

Leonardo Frassano

Tratto da Senza Soste cartaceo n. 97 (ottobre-novembre 2014)

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