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10/11/2014

Tra partecipazione e minacce, la Catalogna vota col fiato sospeso



Sarà pure simbolico e senza alcun valore legale o giuridico ma il doppio referendum sull’autodeterminazione della Catalogna in atto oggi nella regione del nord dello Stato Spagnolo ha acquisito un significato straordinario. Anche perché se quello di oggi è di fatto una specie “maxisondaggio” come affermano dispregiativamente i nazionalisti spagnoli, ciò è vero nella misura in cui il governo e le istituzioni di Madrid hanno lavorato per impedire che fosse un referendum vero e proprio rivolgendosi ad una Corte Suprema espressione degli ambienti più conservatori e reazionari della ‘Spagna profonda’.

Fatto sta che oggi sono milioni i cittadini catalani che si stanno recando alle urne per rispondere al doppio quesito sul futuro della Catalogna: “vuoi che la Catalogna diventi uno stato? In caso affermativo, vuoi che sia uno stato indipendente?”. Ovunque sono segnalate lunghe file di votanti ai seggi, segno che l’iniziativa promossa da tutti i partiti indipendentisti – Ciu di centrodestra, Cup di sinistra radicale, Erc e Icv di centrosinistra – ha stimolato una straordinaria partecipazione, frutto anche delle forti minacce che tuttora gravano sulla possibilità che il popolo catalano si esprima liberamente.


Stamattina in molti si sono svegliati senza sapere se avrebbero trovato o meno le urne, se la polizia spagnola avrebbe permesso il regolare svolgimento della consultazione.
Già venerdì sera parecchie decine di migliaia di persone avevano partecipato alla chiusura della campagna con Carme Forcadell, presidente dell’Assemblea Nazionale Catalana, che alla folla ha gridato "Domenica dimostreremo che presto la Catalogna sarà un Paese libero e indipendente". E così pare che stia andando.

Nei giorni scorsi alcune migliaia di volontari hanno improvvisato dei veri e propri call center per convincere il numero più alto possibile di persone a partecipare al ‘referendum’. Anche se il governo centrale ha imposto all’esecutivo regionale di non favorire in alcun modo l’iniziativa e di non mettere a disposizione edifici pubblici per la sistemazione dei seggi e per il conteggio dei voti, Artur Mas si appella proprio al fatto che la consultazione di oggi non è giuridicamente vincolante, come imposto da Madrid, e che viene gestita da volontari della società civile e non da funzionari pubblici.
Una disobbedienza soft, quella del presidente catalano Artur Mas, un nazionalista liberale che ha abbracciato la causa indipendentista sulla spinta della pressione popolare e della mobilitazione trasversale del panorama politico catalano, capace di spaccare in due anche la sezione locale del Partito Socialista reduce dall’espulsione di alcuni dirigenti indipendentisti dopo che alcuni avevano già abbandonato la formazione una volta egemone.

E così oggi circa 41 mila volontari – militanti dei partiti indipendentisti, dell’ANC, dell’associazione culturale Omnium Culturale, dei sindacati e di varie realtà sociali territoriali - stanno gestendo la macchina elettorale nei circa 1317 seggi approntati in 942 comuni sui 947 che conta la regione. Ammessi al voto sono tutti i residenti con più di 16 anni, compresi i cittadini stranieri che vivono in Catalogna; in tutto circa 4,5 milioni di persone. Anche 220 mila catalani residenti in 19 diversi paesi potranno partecipare alla consultazione, Italia compresa.

Se Mas ha dovuto spingersi fino ad adottare una disobbedienza soft affatto scontata – altrimenti il referendum l’avrebbe gestita completamente la sinistra indipendentista, lasciando al palo i centristi di Ciu – anche Madrid ha adottato un comportamento intermedio. Teoricamente la Policia Nacional, la Guardia Civil e anche i Mossos d’Equadra – polizia autonoma ma comunque alle dipendenze del ministero degli Interni spagnolo – avrebbero dovuto intervenire per impedire il voto, sequestrando le urne e i seggi e denunciando coloro che sono coinvolti nell’iniziativa. Ma ciò è accaduto solo in minima parte, perché il debole esecutivo del Partito Popolare e i socialisti (all’opposizione ma fortemente centralisti) sanno che una reazione simile avrebbe scatenato un forte effetto boomerang. Nei mesi scorsi tutti i sondaggi indicano che l'80% dei catalani è a favore di una consultazione popolare sull’autodeterminazione, e che circa il 50% è a favore di un'indipendenza totale.
Comunque il prefetto della Catalogna ha inviato una lettera a tutte le autorità locali – inclusi i direttori delle scuole pubbliche – che ricorda loro "l'importanza" di rispettare e far rispettare le sentenze del Tribunale costituzionale che proibisce la consultazione di oggi. La violazione è teoricamente punibile, per i componenti del governo regionale e per i funzionari pubblici, con l’interdizione dai pubblici uffici.

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